Terrore a primavera: Ixodus ricinus & co.

Primavera, tempo di passeggiate in campagna, tempo di zecche che si arrampicano sulle gambe: e’ inevitabile, come pagare l’assicurazione alla macchina o la pioggia a Pasquetta, se vi recate nei posti “giusti”. Indubbiamente sono bestie schifose e a nessuno fa piacere ritrovarsele a spasso sulle calze o, peggio, con la loro adorabile testolina affondata nella carne. Bisogna anche dire pero’ che a conoscerle meglio non sono poi cosi’ terribili, ci sono ectoparassiti peggiori tipo la pulce penetrante, tanto per dirne una. Tutto sommato le zecche hanno bisogno nella loro vita di soli tre pasti, di cui uno solo del vostro sangue (o di quello di un altro grosso mammifero), il resto del tempo si fanno gli affari loro.

Quello che le rende cosi’ particolarmente  odiose e’ che, al contrario della pulce penetrante, le zecche di tutto il mondo sono vettori di moltissime malattie virali e batteriche. Si potrebbe anche dire che non e’ colpa loro e che le vere “bestie” schifose sono i vari batteri che le infettano, cosi’ come non e’ colpa dell’amico che vi ha passato il raffreddore se vi siete ammalati ma, se non possiamo apertamente prendercela con l’amico, nulla ci impedisce di prendercela con le zecche.

Ixodes ricinus in attesa di un pasto. Fotocredit: biopix.com

Esistono due grandi gruppi di zecche, quelle appartenenti alla famiglia Argasidae definite “molli” e quelle della famiglia Ixodidae definite “dure” per via della presenza di uno scudo dorsale chitinoso che manca nelle zecche molli. Lo scudo copre tutto il corpo nei maschi, solo un pezzettino del torace nelle femmine per consentire loro di allargarsi a dismisura quando si riempiono di sangue. Ci sarebbe un terzo gruppo ma conta una sola specie, in Africa (Nutellidae) e non ne terro’ conto. Le zecche molli di solito infestano gli uccelli, i pipistrelli e i piccoli mammiferi, e quindi non rappresentano una grande minaccia per noi perche’ non rientriamo tra i loro ospiti abituali, salgono su di noi solo di rado. Quelle che ci ritroviamo a spasso sui pantaloni durante le gite sono quindi di solito Ixodidae, che in Italia possono rientrare in uno dei seguenti 6 generi: Ixodes, Boophilus, Hyalomna, Rhipicephalus, Dermacentor, Haemaphysalis, in 36 specie di cui la piu’ diffusa su di noi e’ Ixodes ricinus, quella piu’ diffusa sui nostri cani e’ Rhipicephalus sanguineus. Le zecche molli italiane invece appartengono ai generi Argas ed Ornithodorus, con 7 specie in Italia che per lo piu’ infestano i colombi durante la primavera e l’estate, in particolare Argas reflexus e Ornithodoros corniceps.

Argas reflexus, la zecca dei colombi

Le zecche sono Arachnida come i ragni e parenti stretti degli acari, e di conseguenza gli adulti e le ninfe hanno otto zampe. Le larve tuttavia ne hanno solo sei, quindi distinguerle e’ semplice, basta contare. Bisogna tener presente che tutti gli stadi si nutrono di sangue di vertebrato e tutti gli stadi possono trasmettere malattie, quindi l’informazione sull’eta’ della zecca e’ di utilita’ piuttosto relativa. Le zampe sono relativamente lunghe, non sono appena abbozzate come comunemente si pensa, perche’ questi animali non solo passano per terra molto del loro tempo, ma devono anche essere abili ad arrampicarsi sull’ospite. La credenza che abbiano zampe vestigiali viene dall’osservazione delle femmine adulte piene di sangue e uova, in cui le proporzioni corporee cambiano. A differenza dei ragni pero’, che hanno otto o sei occhi, le zecche sono spesso cieche e senza occhi, o a volte ne hanno solo due semplici e piccoli, sullo scutum, lo scudo dorsale, tra il primo e il secondo paio di zampe, una posizione piuttosto disagevole a mio avviso. Anche l’apparato buccale e’ ovviamente differente rispetto ai ragni, in quanto e’ adattato alla vita da parassita obbligato: tra i due palpi, strutture presenti un tutti gli aracnidi, si estende l’ ipostoma che e’ un rostro pieno di spuntoni che consentono l’ingresso nel derma ma non la facile fuoriuscita della zecca. L’ipostoma e’ canalicolato dorsalmente in modo da consentire l’immissione di saliva e l’ingestione del sangue.

Apparato buccale di una zecca. Al centro l’ipostoma, ai due lati i due palpi. I cheliceri non sono chiaramente visibili. Foto: sciencephoto.com

Ixodes ricinus, come tutti gli Ixodidae (le zecche dure), ha un ciclo vitale piuttosto semplice. L’accoppiamento avviene sull’ospite perche’ se la femmina si sta nutrendo non ci fa caso ed e’ piu’ semplice: il maschio deve infilarle una spermatofora nell’apertura genitale usando i cheliceri, le appendici vicino alla bocca, e capite bene che l’operazione e’ delicata. L’ovoposizione avviene solo dopo il pasto di sangue e le uova (2000-3000 a sconda della specie)  vengono delicatamente deposte per terra, in anfratti umidi del suolo o sotto le foglie poiche’ a Ixodes ricinus piacciono i posti umidi e bui, essendo adattata a climi di foresta temperata. Se fa caldo l’ovoposizione avviene dopo un giorno o due dall’accoppiamento, se fa freddo possono passare anche mesi. Dopo la deposizione delle uova la femmina muore, ma ha gia’ alcuni anni di vita alla spalle, anche sei, passati ad aspettare il passaggio del prossimo ospite.

Le larve a sei zampe devono riuscire a fare un pasto di sangue per diventare ninfe quindi, l’anno successivo alla loro nascita (hanno digiunato sino allora) si arrampicano sui fili d’erba piu’ bassi in attesa di un ospite, che a questo stadio e’ rappresentato di solito da topolini selvatici (Apodemus spp), arvicole e uccellini. Il pasto dura 3-6  giorni dopodiche’ la zecca si lascia nuovamente cadere nell’erba umida e, dopo essersi appartata in un posto sicuro, fa la muta diventando ninfa, con otto zampe (e l’attivazione di un sacco di geni HOX, suppongo). Tutto questo di solito avviene in primavera, con un secondo picco all’inizio dell’autunno (ci sono due tribu’ separate, una primaverile ed una autunnale). La ninfa assomiglia molto agli adulti, salvo per il fatto che e’ un po’ piu’ piccola e i genitali non sono sviluppati. Dopo il passaggio da larva a ninfa, di solito nel secondo anno, la ninfa si mette li tranquilla a meditare per tutto l’inverno e aspetta la primavera successiva per il prossimo pasto. Sarebbe interessante aver bisogno di mangiare solo una volta l’anno, chissa’ se le zecche sentono la fame o si limitano ad agire come robot quando salgono sull’ospite. In ogni caso la ninfa la primavera successiva (o l’autunno, in base al gruppo di appartenenza) si arrampica sui fili d’erba una ventina di cm piu’ in alto rispetto alla larva e aspetta l’ospite che puo’ essere qualsiasi cosa, dal riccio alla pecora all’occasionale umano, anche se le ninfe prediligono mammiferi di media taglia come lepri conigli o gatti. Il punto dell’ospite dove si attaccano non e’ casuale, dipende dallo stadio della zecca, dalla specie e dall’ospite. Il pasto della ninfa dura 3-5 giorni poi si stacca e torna negli anfratti umidi del suolo dove evita la disidratazione e fa la muta ad adulto in attesa del prossimo anno. La primavera o l’autunno successivi la zecca adulta emerge, si arrampica sull’erba e aspetta l’ospite, che questa volta e’ di preferenza un grosso mammifero come una pecora, un cervo, una mucca o uno scimmione senza pelo che passava di li’ per caso. Se siete donne fate molta attenzione ai fili d’erba se vi appartate in primavera per “annaffiare” la foresta, e’ il momento in cui siete piu’ vulnerabili perche’ avete le braghe giu’ e la tenera pelle dell’inguine esposta ai fili d’erba portanti zecche (che pero’ nella mia esperienza preferiscono l’incavo del ginocchio). Il pasto dell’adulto dura qualche giorno, poi la zecca si stacca e a questo punto il ciclo ricomincia.

Tutto questo ciclo a tre ospiti vale ovviamente per Ixodes ricinus, ma bisogna specificare che ci sono zecche dure che usano solo due ospiti come Rhipicephalus evertsi o anche uno solo come Boophilus microplus che passa il grosso del suo tempo sull’ospite (bovini). Il ciclo vitale delle zecche molli e’ invece piu’ complicato perche’ possono avere uno o due stadi larvali (di cui spesso uno dei due non si nutre) e sino a sette stadi ninfali, per cui salgono e scendono dall’ospite continuamente facendo pasti brevi, spesso di solo poche ore.

I maschi delle zecche dure hanno vita piu’ semplice perche’ tutto quello che devono fare e’ nutrirsi quel po’ che basta per riuscire a fecondare le femmine, quindi il loro pasto e’ di durata piu’ breve rispetto alle femmine, anche perche’ lo scutum dorsale gli impedisce di gonfiarsi. Le femmine adulte invece vanno incontro ad una incredibile trasformazione del loro corpo, durante il loro ultimo pasto di sangue prima della deposizione delle uova (e della morte) passano da 3-4 mm di lunghezza a un cm e oltre. Immaginando una zecca sferica di densita’ uniforme,  questo significa un aumento di volume di 125 volte circa, diciamo cento perche’ non sono sferiche, nel giro di pochi giorni. Considerando che gli artropodi sono comunque rivestiti di un esoscheletro rigido, questo significa che l’esoscheletro delle zecche dovrebbe avere proprieta’ elastiche speciali, e di fatto le analisi biochimiche ce lo confermano, la composizione in aminoacidi del loro rivestimento esterno e’ peculiare. Chissa’ se un giorno si riuscira’ ad ottenere un polimero dalle incredibili proprieta’ elastiche dall’esoscheletro delle zecche.

Rhipicephalus sanguineus, la zecca del cane, mentre si gonfia di sangue. A sinistra una femmina digiuna, a destra a piena capacita’. Foto: tickinfo.com

Ixodes ricinus vive nei boschi di tutta Europa, dalla Svezia all’Italia e dalla Spagna alla Russia, di solito in zone frequentate da pecore, ma anche da animali selvatici. Non e’ pero’ la zecca abituale dei cani che, come detto, e’ Rhipicephalus sanguineus dalla Francia in giu’.  In Inghilterra invece R. sanguineus non c’e’, ed i cani sono di solito infestati da Ixodes canisuga, la zecca delle volpi.

Ed ora un rapido excursus sulle malattie portate dalle zecche.

Paralisi da zecca: essendo parenti dei ragni, alcune specie di zecca possono iniettare tramite la saliva una neurotossina che causa paralisi. Questa e’ l’unica patologia direttamente causata dallele zecche ma e’ un problema soprattutto negli USA e in Australia, mentre le nostre zecche europee non portano questa patologia. E’ interessante notare che la paralisi colpisce il bestiame, i cani e gli umani (soprattutto i bambini) e se la zecca non e’ rimossa puo’ portare alla morte per paralisi respiratoria, ma i gatti ne sono immuni. Non e’ chiaro perche’ la zecca (solo femmine adulte in procinto di ovodeporre) inietti il veleno nell’ospite, di solito cio’ accade tra il 5^ e il 7^ giorno di presenza del parassita. Tra le specie piu’ velenose ci sono Dermacentor andersoni negli USA, la locale zecca dei cani, e Ixodes holocyclus in Australia. Per vendetta dei cani contro i gatti, Dermacentor variabilis, un’altra zecca dei cani americani, trasmette ai mici di casa la Cytauxzoonosi, una malattia che gli e’ tragicamente fatale e di cui i grandi felini selvatici americani fanno da serbatoio. Niente di tutto cio’ in Europa, i nostri mici possono stare tranquilli, ma se li volete portare in America ricordatevi l’antipulci.

Malattia di Lyme. Questo e’ il principale rischio associato alle zecche in Italia. Gli agenti eziolgici in Europa sono Borrelia burgdorferi, Borrelia afzelii e Borrelia garinii, tre batteri del tipo spirocheta (hanno forma a spirale). I primi sintomi della malattia, che compaiono entro un mese dal morso della zecca, assomigliano a quelli di un’ influenza con mal di testa, febbre, dolori muscolari e spossatezza. In molti casi (ma purtroppo non tutti!) associato a questi sintomi c’e’ il cosiddetto erythema migrans, un eritema rosso che si allarga ad anello dal punto di morsicatura. In questa fase il tutto si risolve con una sana terapia antibiotica. Sfortunatamente se l’eritema non appare, la zecca si stacca senza essere notata, la febbre viene scambiata per influenza e non si prendono gli antibiotici, a distanza di mesi o anche di anni si possono avere complicazioni molto serie a carico del cuore, delle articolazioni, della pelle e/o del sistema nervoso. In Italia secondo la Circolare n. 10 del 13 Luglio 2000 del Ministero della Sanita’  “nel periodo 1992-1998 si sarebbero verificati, in Italia, circa un migliaio di casi di BL[borreliosi di Lyme]: le notifiche giunte al Sistema Informativo delle Malattie infettive e diffusive del Ministero della Sanità sono in numero nettamente inferiore. Le regioni maggiormente interessate sono il Friuli-Venezia Giulia, la Liguria, il Veneto, l’Emilia-Romagna, il Trentino Alto-Adige (P.A. di Trento). Le segnalazioni dalle regioni dell’Italia centro-meridionale ed insulare sono sporadiche”. E’ normale che nel sud ci siano meno casi di malattia di Lyme, perche’ i boschi sono asciutti e il clima non e’ favorevole per cui a fronte di un maggior numero di pecore si ha decisamente un numero piu’ basso di zecche. E’ singolare che il nome di una malattia cosi’ diffusa a livello mondiale e che ha sicuramente colpito l’uomo sin da tempi remoti derivi dalla cittadina di Lyme in Connecticut (USA), dove e’ stata per la prima volta descritta solo nel 1975

Meningoencefalite da zecche o Tick Born Encephalitis (TBE) e’ una malattia virale portata da un arborvirus del genere Flavivirus, un parente dei virus che danno la febbre gialla e la dengue, quindi non ci si scherza. Dopo un periodo di incubazione che va da 2 giorni ad un mese (tipicamente 1-2 settimane) dalla puntura della zecca possono manifestarsi i primi sintomi, anche in questo caso tipo quelli di un’influenza, ma i sintomi compaiono solo in 2/3 delle persone infettate, negli altri il tutto rimane asintomatico. Dopo massimo una ventina di giorni dal termine dei sintomi influenzali un terzo delle persone che li hanno manifestati entrano nella fase due della malattia, che e’ molto piu’ grave perche’ e’ quella che porta a meningite, encefalite o meningoencefalite. Facciamo due conti: la probabilita’ di prendere il virus dal morso di una zecca va da 1:200 a 1:1000 dei morsi ricevuti in base alla zona geografica, cioe’massimo una ogni 200 zecche  trasmette il virus, che ha preso da un animale selvatico che funge da serbatoio, tipo i topolini selvatici, quindi lo 0.5% si infetta. Di questi i 2/3 vanno in fase 1 e di questi 1/3 passa in fase 2. Alla fine circa 1 morso di zecca ogni 1000, in zone ad alto rischio come la Polonia o la Svezia, portano alla TBE. In altre parole prendersi la meningite da un morso di zecca e’ circa 650.000 volte piu’ probabile che vincere il superenalotto. E ora il lato positivo della faccenda: contro la TBE esiste un vaccino, che vi raccomando caldamente se andate nel nordest europeo in primavera, peggio se col cane visto che in Europa i vettori sono sia Ixodes ricinus che altre zecche come Ixodes persulcatus, le zecche del genere Dermacentor (zecca del cane) ed Haemaphysalis. Un motivo di piu’ per non andare a caccia nei Balcani, se mai ce ne fosse bisogno. Per quanto riguarda l’Italia la circolare 10/2000 del ministero dice: “in Italia la presenza di focolai endemici è stata confermata anche di recente nella P.A. di Trento ed in Veneto; il focolaio in precedenza accertato nella Regione Toscana sembra essere estinto”. Dopo il 2000 pero’  il grosso dei casi segnalati in letteratura medica riguardano il Friuli venezia-Giulia, non so se perche’ in Trentino e Veneto ci si sono abituati e non li segnalano piu’ o se perche’ non ci sono casi.

Rickettsiosi. In Italia non abbiamo la Rocky Mountain Spotted Fever propriamente detta, piu’ famosa perche’ gli americani la pubblicizzano meglio, ma abbiamo una forma simile causata da un microrganismo simile, solo che ha un nome molto meno altisonante: febbre bottonosa del Mediterraneo. Il microrganismo americano e’ Rickettsia rickettsii, portata da Dermacentor e Ambylomma, il nostro e’ Rickettsia conorii e altre rickettsie strettamente correlate, portate da Rhipicephalus sanguineus, la zecca del cane. In ogni caso i sintomi sono simili: dopo qualche giorno dalla puntura della zecca cominciano dei sintomi tipo influenzali, seguiti da un “esantema maculo-papuloso (bollicine rosse tipo morbillo) ad andamento centripeto (cioe’ le bollicine si spostano nel tempo dalle estremita’, mani e piedi, verso le zone centrali del corpo), che interessa anche le piante dei piedi ed i palmi delle mani, espressione della vasculite provocata dall’infezione. Nella maggior parte dei casi è chiaramente visibile, in corrispondenza del morso della zecca, un’area ulcero-necrotica nerastra” (citazione dalla circolare 10/2000 del Ministero della Sanita’, intercalata da chiarimenti miei). L’incidenza di questa malattia in Italia e’ piuttosto elevata, probabilmente perche’ portata dalle zecche dei cani con cui e’ piu’ probabile venire in contatto:

“Nel periodo 1992-1998 sono stati notificati, al Ministero della Sanità, circa 1200 casi all’anno di rickettsiosi, con un tasso di morbosità medio pari a 2,1 casi per 100.000 abitanti. Osservando la distribuzione dei casi per regione, appare evidente come alcune regioni dell’Italia centro-meridionale ed insulare appaiano particolarmente interessate dalla rickettsiosi. Tassi di morbosità superiori alla media nazionale si osservano, nel periodo in esame, in quattro regioni: Sardegna (11,9), Sicilia (10), Calabria (4,7) e Lazio (3,9). Il sesso maschile appare costantemente più colpito rispetto a quello femminile, con un rapporto medio maschi/femmine pari ad 1,5″.

In pratica il nord si becca la malattia di Lyme, il sud la rickettsiosi, ancora una volta per via della preferenza di ambiente della zecca vettore, R. sanguineus preferisce i climi caldi, I. ricinus quelli umidi.

Febbre ricorrente da zecche. Un’altra malattia causata da batteri del genere Borrelia, come gia’ visto per la malattia di Lyme, ma in questo caso ci sono diverse specie di Borrelia interessate come B. hermsii, B. parkeri, B. duttoni. Bisogna dire che la relapsing fever, come la chiamano gli anglosassoni, e’ un grave problema in Africa, dove la mortalita’ puo’ essere anche del 10-30% dei casi per via di complicazioni successive, ma non sembra essere un grosso problema sanitario in Italia. Bisogna anche dire pero’ che e’ molto probabile che i nostri medici non riescano a diagnosticare la malattia. I sintomi, al solito, sono quelli di un’influenza, ma in questo caso si ha influenza again and again and again a distanza di una  settimana circa di intervallo, per diverse settimane, sino a che non si prendono gli antibiotici o si guarisce da se’. Siccome i medici di base italiani prescrivono gli antibiotici per la comune influenza, rinforzando in questo modo i ceppi batterici comuni e facendo danni sanitari, e’ probabile che se uno ha la relapsing fever involontariamente  i medici in questo caso facciano qualcosa di buono. Non ci sono dati attendibili, pertanto, sulla diffusione di questa malattia in Italia che molto probabilmente e’ sottostimata. Per una volta il vettore sono le zecche molli del genere Ornithodoros e non quelle dure, e il serbatoio sono i piccoli roditori.

Tularemia. La tularemia puo’ essere estremamente pericolosa se non curata, piu’ delle malattie viste sinora che gia’ non sono da prendere alla leggera, al punto che la Francisella tularensis, in batterio responsabile, e’ stato usato per sviluppare armi batteriologiche da USA, ex-URRS e Giappone, e chissa’ chi altri. In realta’ questa zoonosi si puo’ contrarre in un sacco di modi oltre che dalla puntura delle zecche, tipo da acqua e cibo contaminati, per contatto con animali infetti,  per aerosol, e dal morso di altri artropodi, ma le zecche restano il vettore piu’ importante in tutte le aree dove e’ endemica, ovvero grosso modo tutto l’emisfero nord. Esistono diversi ceppi del batterio piu’ o meno virulento, e il piu’ virulento e’ quello che usa i conigli e le lepri come serbatoio. La Francisella di solito infetta i globuli bianchi, e da li’ compromette il sistema immunitario. I sintomi tuttavia variano a seconda del percorso seguito dal microrganismo e possono interessare vari organi come polmoni, fegato, milza e sistema linfatico portando a sei diversi tipi di sindrome: ulceroglandulare (la piu’ comune se l’origine dell’infezione sono le zecche), glandulare, orofaringea, polmonare, oculoglandulare e tifoide. 10-50 batteri sono sufficienti e il periodo di incubazione e’ brevissimo, da mezz’ora a tre giorni. I sintomi piu’ frequenti sono febbre, letargia, perdita di appetito, e setticemia. A volte c’e’ interessamento dei linfonodi che si gonfiano e si ulcerano come nella peste bubbonica. Se curata meno dell’ 1% dei casi e’ letale ma se non curata la mortalita’ arriva al 50%. La solita circolare del ministero della Sanita’ riporta che “In Italia, nel periodo che va dal 1992 al 1998, sono stati segnalati al Ministero della Sanità 61 casi di tularemia, per una morbosità media pari a 0,02 casi per 100.000 abitanti”. In altre parole, 10 casi l’anno, che non e’ molto, ma non e’ neanche poco trattandosi di una malattia cosi’ antipatica.

Questo elenco non e’ completo, ho omesso malattie che vengono per lo piu’ riscontrate in Italia solo a livello di anticorpi come la babesiosi e la ehrlichiosi, e ci sono anche molte altre patologie ancora non endemiche nel nostro Paese ma che vengono contratte dai viaggiatori in posti piu’ o meno esotici e i cui sintomi si manifestano solo una volta tornati a casa.

Che fare per non ammalarsi? La risposta, ovviamente, e’ la piu’ ovvia: evitare di essere punti. La prevenzione consiste nell’uso di acaricidi sui nostri animali e su di noi (il DEET e’ un buon repellente, ad esempio), nell’uso di pantaloni lunghi, calze spesse e maglie a maniche lunghe in zone a rischio, nell’evitare di strisciare sull’erba in boschi umidi e tutto il buon senso del caso. Se ci si ritrova una zecca ci sono due filosofie per staccarla: una prevede l’uso di una pinzetta che tolga la zecca il piu’ vicino possibile alla pelle, sperando che il rostro venga via con un movimento rotatorio, e l’altro prevede l’uso di alcol, benzina, olio o qualcosa che stordisca la zecca in modo che fuoriesca da sola dalla cute per poi eliminarla con comodo. I fan di entrambi i sistemi dicono che il loro e’ il piu’ sicuro in quanto previene un riflusso di saliva durante l’asportazione dell’animale.  Francamente ho provato entrambi i sistemi: con la pinzetta mi rimane sempre il rostro nella pelle e poi eliminarlo e’ un incubo perche’ si infetta; l’alcol non sempre e’ a portata di mano e se ti trovi una zecca addosso la vuoi eliminare ORA, non quando torni al campo, perche’ non riesci a pensare ad altro. Non so, penso davvero che il sistema migliore sia prevenire. Evitare di toccare con le mani nude 60 scoiattoli morti in primavera, ad esempio, potrebbe essere un buon modo, me lo sono ripetuto molte volte qualche settimana fa mentre un paio di dozzine di zecche mi si arrampicavano lungo le braccia nude. Ho avuto molta fortuna nella mia vita, e non ho preso ancora nessuna malattia ne’ dalle zecche, ne’ dalla pulci. Non so quanto questo stato di grazia durera’, ma in fondo in qualche modo bisogna pur morire.

Questa roba mi ha passeggiato a lungo sulle braccia. Sono in attesa di identificazione della specie, tutto quel che so e’ che questo esemplare (ma ne ho qui molti altri in una bustina) e’ una femmina adulta di zecca dura.

So che vi sentite addosso i sintomi di un’influenza dopo aver letto questo post, e che vi state anche controllando per vedere se avete zecche in remoti recessi del vostro corpo. Probabilmente siete arrivati qui dopo aver googlato perche’ vi siete ritrovati una zecca addosso, e ora vi state chiedendo quale sara’ il vostro terribile destino. Se questo e’ il caso, due calorose raccomandazioni: 1) non mi fate domande di ordine medico, non vi rispondero’ perche’ non e’ di mia competenza, andate dal vostro medico, o dallo sciamano del villaggio, o dall’omeopata, da chi volete ma non mi chiedete se quello strano rossore e’ un eritema migrans, perche’ non lo so; 2) Non giocate alla roulette russa come me, se vi ha punto una zecca insistete per fare profilassi antibiotica, male non vi fara’ anche se non avete sintomi.

In conclusione, una breve storiella che ho scritto (molto) liberamente ispirandomi a due storie vere, e ricordando che il sonno della ragione genera sempre mostri.

Giorgio e Lucrezia organizzano una gita in campagna, e’ primavera e il richiamo alla natura e’ potente dopo un lungo inverno e cosi’ decidono di recarsi nel boschetto di proprieta’ di Giorgio, nel terreno di una fattoria della sua famiglia. Li accompagna il bichon a poil frise’ di Lucrezia, un botolo bianco di due anni che non e’ mai stato prima in un bosco perche’ vive a Milano e le vacanze venivano di solito trascorse a Sharm-el-Sheik quando i tempi non erano sospetti.

Lucrezia ha portato una bella coperta da stendere sull’erba e su cui posare le vettovaglie contenute nel cestino da pic-nic di Versace che ha comperato per l’occasione. La mattina e’ tersa, l’aria ancora umida di rugiada, l’atmosfera romantica. ma il pranzo viene rovinato dalla presenza di fastidiosissimi insetti gialli e neri che cercano di entrare nei bicchieri dell’aranciata e nei sandwich al prosciutto. Pazienza, si dicono Giorgio e Lucrezia, guarda come corre felice Batuffolo, e dopo pranzo si sdraiano sul prato a guardare le nuvole. Sfortunatamente il suolo e’ duro e ci sono le zanzare, e i moscerini, e della roba ha cercato di strisciare sulla coperta, e a Giorgio gli si sono gonfiati gli occhi per i pollini. Richiamato Batuffolo che era l’unico che si stava divertendo, tutti in macchina, si ritorna a Milano.

Dopo un paio di giorni l’estetista segnala a Lucrezia che c’e’ una strana escrescenza nera nell’incavo del ginocchio e Lucrezia corre dal suo amico medico Pierferdinando, temendo che quello che aveva letto su “Donna moderna” a proposito delle lampade possa essere vero. Il Pierferdy mormora un sacco di uhmmmm, prende dell’alcol, una pinzetta ed estrae la zecca, mostrandola trionfante a Lucrezia per rassicurarla. Lucrezia caccia un urlo e non e’ per niente contenta della terapia antibiotica che le da’ Pierferdinando, perche’ gli antibiotici “fanno ingrassare”. Pierferdy pero’, che nonostante il nome e’ un medico preparato, spiega a Lucrezia che gli antibiotici servono a prevenire una delle tante malattie portate dalle zecche, e gliele elenca, dopodiche’ gli tocca rianimare Lucrezia che e’ svenuta, ma prima mette la zecca in alcol per farla identificare da un suo amico esperto di queste cose.

Tornata a casa Lucrezia, del tutto dimentica della gita fuoriporta, decide che la zecca deve avergliela passata Batuffolo, che viene portato a spasso dalla colf eritrea e chissa’ questi extracomunitari che malattie ci portano, e chissa’ con che cani e’ venuto in contatto ai giardini, ed insomma aveva ragione mia madre, animali in casa meglio non averne che sporcano. Batuffolo viene quindi rinchiuso in una cella di un metro quadrato in una prestigiosa pensione per animali per il resto dei suoi giorni. Un disinfestatore professionista viene chiamato e la casa ripulita cm quadrato per cm quadrato, mentre Lucrezia decide che e’ stupido prendere antibiotici se ci si sente bene. Dopo una settimana circa la chiama Giorgio, che  non si e’ fatto sentire tutto questo tempo, scusandosi perche’ dice di avere avuto una brutta influenza. Lucrezia decide che tutto sommato Giorgio non e’ il suo tipo (prima l’orribile gita, poi si ammala anche!) e tronca ogni contatto.

Dopo circa un annetto Lucrezia e’ costretta ad entrare in ospedale per via di una grave e misteriosa infezione all’osso di una mano e in quell’occasione rivede Pierferdy. “A proposito”, dice Pierferdinando, “ti ricordi la zecca? L’ho fatta esaminare, era Ixodes ricinus, la zecca delle pecore. Avevi per caso fatto una gita in campagna?” “In effetti si”, dice dubbiosa Lucrezia”, ma la zecca me l’aveva attaccata il cane” “E’ piu’ probabile il contrario in realta’, Ixodes ricinus non si ritrova di frequente sui cani. A pensarci, questa strana infezione, ma poi prendesti gli antibiotici, vero?” “Ma certo”, mente Lucrezia sentendosi piccata all’idea che lei possa aver attaccato le zecche al cane (Lucrezia pensa che saltino come le pulci). Mentre e’ in ospedale pero’ cominciano a venirle dei dubbi e dal portatile si fa un giro su Google. Si diagnostica cosi’ nell’ordine: Colorado tick fever, malattia di Chagas e tularemia e comincia cosi’ la sua crociata. Innanzi tutto litiga col Pierferdy, che non crede in realta’ che la sua infezione alla mano sia dovuta alla puntura della zecca di un anno prima e soprattutto non crede alla malattia di Chagas, che e’ portata da una cimice che vive in America del Sud. Tornata a casa, elimina qualunque traccia di vegetazione possa esserci in casa, dal ficus all’insalata, e pianta una grana condominiale a botte di avvocati per fare eliminare completamente l’alberatura del cortile motivando con un “mi fanno ombra” (non vuole parlare di zecche coi vicini, chissa’ che idee si farebbero), e fa venire l’accalappiacani per “eliminare” la gatta che ha partorito dei gattini in una nicchia del cortile. In terzo luogo comincia a dispensare consigli ed antibiotici a chiunque mostri i sintomi di un’influenza e sia disposto a starla a sentire, anche se lei fa la designer e ha studiato alla scuola d’arte.

Dopo qualche mese, incontra per caso Giorgio. A questo punto Lucrezia e’ convinta che Giorgio sia la causa di tutti i suoi mali (le scoccia ammetterlo ma Google sembra dare ragione a Pierferdy e Batuffolo non c’entrava niente, anche se rimane in pensione). L’ignaro Giorgio, invece, sembra aver voglia di rievocare i bei tempi andati: “Ti ricordi la nostra ultima gita? Beh, non crederai mai alle conseguenze! Per via del morso di una zecca, li’ in campagna, presi la malattia di Lyme! Cercai di avvisarti ma tu non rispondevi al telefono.” Lucrezia e’ fuori di se’, e’ convinta di averla anche lei, ora. Su Google legge che la malattia di Lyme puo’ dare disturbi nervosi e si convince che la sua insonnia degli ultimi mesi sia dovuta alla malattia. Visto il fallimento della medicina tradizionale va da un omeopata tibetano, che tra l’altro la convince a lasciare il lavoro. Nel frattempo la sua infezione all’osso ha una recidiva, che viene questa volta prontamente curata con l’energia dei chakra e olio di calendula in diluizione Oceano Pacifico. L’infezione si aggrava e cosi’ Lucrezia va da un esperto in reiki ed energia sciamanica che ha risolto un problema di tinnito ad una sua amica. Alla fine la sorella di Lucrezia, preoccupata che queste eccentricita’ di Lucrezia possano destare scandalo, dietro consiglio di un medico connivente riesce a trascinarla a villa Igea, prestigiosa clinica privata, dove Lucrezia passera’ il resto dei suoi giorni imbottita di psicofarmaci, in una cella di due metri quadrati, convinta che l’origine di tutti i suoi problemi sia stato il morso di una zecca.

 

Published by tupaia on maggio 2nd, 2011 tagged Aracnidi, invertebrati, malattie, parassiti


10 Responses to “Terrore a primavera: Ixodus ricinus & co.”

  1. falecius Says:

    La odi proprio, Lucrezia.

  2. Flep66 Says:

    Ti imploro: vendi i diritti della storia di Lucrezia e Giorgio per farci un film.
    La soggettiva della zecca che risale il polpaccio di Lucrezia sarà fantastica.
    Basta solo decidere quale ruolo affidare a Battiston.

  3. tupaia Says:

    Flep66: solo se la regia la fa Matteo Garrone, il regista di Gomorra :-D

  4. medo Says:

    Secondo gli scout va rimossa con pinzetta in senso antiorario, probabilmente per la conformazione dell’apparato buccale…
    http://www.sanvito1.org/news/zecche/zeccherim.php

    I tuoi post sono sempre interessantissimi e mi chiedo se non sia ormai il caso, per me, di stampare tutto il tuo blog ed archiviarlo accostandolo ai volumi di arboricultura, biologia, etc.

  5. fabristol Says:

    Purtroppo le Lucrezie della vita reale continuano a sopravvivere e non si ammalano. Se solo la selezione naturale fosse più efficiente nei casi di stupidità…

  6. tupaia Says:

    fabristol: nel mondo occidentale temo che le Lucrezie superino abbondantemente le persone con un briciolo di buon senso. Almeno lasciami sognare…

  7. Francesco Says:

    Ciao Lisa, grande post. Mi piace pure la storia di Lucrezia e Giorgio. Ogni tanto mi capita di avere a che fare con persone simili.
    TI posso dire che mi sono levato qualche dozzina di zecche sempre con la tecnica del sapone e pinzetta a punta smussata in senso antiorario. E’ andata sempre bene, senza infezioni o Lyme.

  8. tupaia Says:

    Francesco: Quale onore averLa da queste parti! :) Il sapone non lo avevo mai sentito, io sapevo olio, alcol o benzina ma in effetti il sapone ha perfettamente senso, buono a sapersi!

  9. Anna Says:

    Ciao, sono un agronomo e sono capitata per caso sul tuo blog; mi sono molto divertita (ed interessata) nel leggere i tuoi post, tornerò a fare un giro!
    Ciao e abbasso le Lucrezie!

    (PS: negli innumerevoli casi in cui mi è successo da bambina/adolescente di essere “attaccata” dalle zecche le ho tolte con olio/alcool, e non mi è mai rimasto il rostro dentro. Solo una volta ne ho tolta una inavvertitamente – l’ho staccata lavandomi sotto la doccia, non mi ero accorta di averla attaccata – e mi si è un po’ gonfiato il punto dove era attaccata. Ma ero all’estero, andare all’ospedale era troppo complicato. Mi sono fatta controllare al ritorno, ma non mi hanno dato antibiotici nè altro)

  10. Riccardo Says:

    Ahah.

    Bellissima la storia.

    Mi vengono in mente un sacco di Lucrezie che conosco…

Leave a Comment