Sottospecie e popolazioni: la solitudine di H. sapiens

Secondo la definizione (tecnicamente eccellente) data da en.Wikipedia (traduzione mia),

“Organismi che appartengono a differenti sottospecie della stessa specie sono capaci di riprodursi tra loro producendo progenie fertile, ma spesso non si riproducono in natura per via di isolamento geografico o di altri fattori. Le differenze tra sottospecie sono di solito meno distinte delle differenze tra specie, ma piu’ marcate delle differenza tra stirpi o razze. Le caratteristiche attribuite alle sottospecie di solito si sono evolute in conseguenza della distribuzione geografica o dell’isolamento”

Il concetto di razza in realta’ sfuma abbastanza in quello di sottospecie, ma di solito viene applicato ai prodotti della selezione artificiale delle specie domesticate (ad esempio le razze canine o feline), mentre si parla di “sottospecie” per gli animali selvatici e di “varieta'” per le piante. Indicazioni di sfumature di biodiversita’, insomma, che spesso geneticamente rappresentano la fissazione di alcuni alleli particolari dovuti a distanza, deriva genetica, isolamento e selezione naturale. L’isolamento in realta’ non e’ sempre necessario, a volte le sottospecie sfumano le une nelle altre per pura distanza geografica, come accade ad esempio per le cinque sottospecie di scoiattolo grigio negli Stati Uniti.

Un buon esempio di sottospecie e’ quello rappresentato dalla diversificazione della specie Canis lupus, per cui si riconoscono 39 sottospecie. La maggior parte sono lupi sparsi per varie zone dell’emisfero nord, dall’Etiopia a Terranova, dal Messico alla Tundra euroasiatica passando per l’Arabia. Tra queste sottospecie pero’ c’e’ anche il nostro “miglior amico”, Canis lupus familiaris, distinguibile dai lupi per avere in media zampe piu’ piccole, teschio in media del 20% piu’ piccolo, cervello del 30% piu’ piccolo (la riduzione delle dimensioni del cervello e’ una caratteristica che accomuna molti animali addomesticati, bisogna essere scemi per voler vivere con noi), la coda spesso a ricciolo verso l’alto, l’andatura meno sicura, l’abbaio piuttosto che l’ululato. Insomma, non e’ complicato distinguere un cane da un lupo se si sa cosa guardare. Dal cane poi e’ derivata anche un’altra sottospecie, il Canis lupus dingo, il dingo australiano, arrivato in Australia circa 5000 anni fa e discendente da un cane (forse un’unica femmina incinta) del sud-est asiatico. In questi 5000 anni il dingo si e’ adattato al nuovo ambiente dell’outback australiano guadagnandosi una sottospecie tutta per se’.

Il punto cruciale, spinoso e che probabilmente mi costera’ un sacco di guai e’ che il dingo non e’ arrivato nuotando in Australia: e’ stato portato dall’unico altro mammifero placentato (con l’esclusione di qualche ratto e pipistrello) presente sul continente australiano: l’Homo sapiens, noialtri in persona. La data di arrivo di Homo sapiens in Australia e’ stimata tra 60.000 e 40.000 anni fa, non si sa se di un unico gruppo fondatore, molto probabilmente ci sono state diverse ondate migratorie dal sud-est dell’Asia, forse tre, di cui la prima da parte dei Negritos tipo quelli poi arrivati nelle Filippine, poi quasi completamente rimpiazzati dalla seconda ondata (dei Murrayani), di origini ignote e il cui tipo fisico corrisponderebbe a quello degli aborigeni moderni, e infine ci sarebbe stata una terza ondata (carpentariana). Gli individui della prima ondata sarebbero i discendenti diretti della prima ondata “out-of-Africa” che sarebbero passati dall’africa alla penisola Arabica seguendo la costa e sempre seguendo sempre la costa meridionale dell’Asia sarebbero arrivati in Australia (qui una mappa interattiva degli spostamenti umani). In questi minimo 40.000 anni queste persone sono rimaste piuttosto isolate, al punto tale da acquisire caratteri morfologici e genetici che ben li distinguono dalle altre popolazioni del sud-est asiatico, dell’Africa e delle isole del Pacifico. Cosi’ tanto che, nonostante la mappatura completa del genoma umano e le tecniche di biologia molecolare sempre piu’ sofisticate a disposizione, tutt’ora non si riesce a capire con precisione da dove provengano esattamente e in quante ondate successive si siano stanziati in Australia. Naturalmente gli scambi con altre popolazioni ci sono stati, ma si sono grandemente ridotti circa 6000 anni fa quando il livello degli oceani si e’ alzato e la principale via di comunicazione con la Nuova Guinea e’ stata completamente sommersa. A complicare le cose, i gruppi genetici e linguistici australiani sono almeno sei, secondo l’albero filogenetico disegnato da Cavalli-Sforza e che rappresenta i principali raggruppamenti geografico-linguistici dell’Australia. Se stessimo parlando di, che so, canguri invece che di esseri umani, il raggruppamento in sei sottospecie diverse non glielo toglieva nessuno.

Ma la storia non finisce qui: la Tasmania, l’isola a sud-est dell’Australia e separata dal continende dallo stretto di Bass (circa 200 km), era unita da terraferma all’Australia sino a circa 10-12.000 anni fa, quando la fine dell’ultima glaciazione e lo scioglimento dei ghiacciai provoco’ una risalita del livello del mare e conseguente inondamento del tratto che ora e’ lo stretto di Bass. Il risultato e’ che le popolazioni aborigene che risiedevano in Tasmania, arrivate li’ circa 34.000 anni fa e probabilmente discendenti dalla prima ondata dei negritos, avendo perduto la conoscenza della navigazione dei loro antenati rimasero completamente isolate, per un periodo di isolamento circa doppio rispetto al dingo. La conseguente deriva genetica e forse il passaggio attraverso dei colli di bottiglia porto’ ad una popolazione cosi’ diversa rispetto alle culture aborigene dell’Australia che porto’ a lungo, sin dai tempi del capitano Cook che tra i primi approdo’ sull’isola, a chiedersi da dove provenissero queste persone. Molti tra cui Cavalli-Sforza ipotizzarono che venissero dalla Melanesia.

Gli ultimi quattro Tasmaniani. Truganini, l’ultima che rimarra’, e’ la prima da destra

La genetica oggi ci dice che erano ovviamente imparentati con le popolazioni del sud-est dell’Australia, e le loro lingue ormai perse se non per alcune registrazioni del 1903, erano grosso modo imparentate con le lingue australiane. Oddio, imparentate tanto quanto lo e’ l’italiano con le lingue pre-ariane dei cacciatori-raccoglitori nomadi delle steppe dell’Asia, vista la separazione di 10.000 anni minimo. All’arrivo degli inglesi all’inizio del 1800 (1803) c’erano circa 4000 Tasmaniani su un’isola grande quasi quanto l’Irlanda e con la capacita’ ecologica di supportare facilmente una popolazione di almeno 100.000 cacciatori raccoglitori. I tasmaniani durante il loro isolamento avevano grandemente modificato anche i loro costumi, per lo piu’ andando verso una semplificazione culturale: avevano perduto la capacita’ di accendere il fuoco (il fuoco dei fulmini veniva tenuto costantemente acceso e durante gli spostamenti portato da un uomo), avevano perduto l’abilita’ di lavorare oggetti in osso tipica degli australiani e avevano perduto la capacita’ di cucire indumenti, nonostante fossero molto abili a procacciarsi pelli di foca. Si, foca, avete letto bene, giravano nudi in un posto cosi’ freddo da ospitare numerose popolazioni di foche e pinguini. Contro il freddo si cospargevano di grasso animale. Truganini, la penultima tasmaniana (morta nel 1876) si lamentava ancora della scomodita’ dei vestiti nonostante li avesse portati per tutta la vita, essendo stata allevata in una missione e poi educata dagli inglesi. Avevano perduto anche l’uso dela fabbricazione di terracotta, per cui generalmente mangiavano il cibo o arrostito o il piu’ delle volte crudo, l’uso e la fabbricazione di strumenti musicali (ma cantavano e ballavano ciononostante) l’uso dei boomerang (forse mai acquisito, dipende da quando e’ stato inventato il boomerang) e degli archi e la capacita’ di costruire ami da pesca. Anzi, da un certo punto in poi (circa 4000 anni fa) il pesce divenne taboo ma tanto c’era abbondanza di frutti di mare lungo la costa e foche, canguri, wallabies e opossum da cacciare con lance e clave. Chi scrive ha toccato con mano che i marsupiali erbivori tasmaniani, a due secoli dalla colonizzazione inglese (e caccia con armi da fuoco), sono ancora cosi’ rincoglioniti da farsi toccare dai turisti, quindi capisco che non ci fosse bisogno di armi sofisticate per cacciare delle bestie che tutt’ora non temono l’uomo.

Me & the Wallaby in Tasmania

La deriva culturale e linguistica, ovviamente, riflette anche quella genetica, ma con una sorpresa: la deriva genetica nei tasmaniani e’ inferiore a quella che ci si sarebbe aspettati. In altre parole la struttura genetica della popolazione e’ stata plasmata piu’ dalla distanza nord-sud dei flussi migratori degli aborigeni quando la Tasmania era una penisola legata alla terraferma che dalla deriva genetica casuale quando si e’ interposta la barriera dello stretto di Bass tra i Tasmaniani e gli Australiani. Insomma, ci sono molte differenze morfologiche casuali mediate da altrettante similarita’ che nella media rendono la popolazione piu’ isolata della terra meno morfologicamente diversa di quel che ci si aspettava. La spiegazione potrebbe risiedere nel fatto che il numero di Tasmaniani si sarebbe sempre mantenuto relativamente alto, e questo avrebbe reso meno probabili le derive genetiche. Sinceramente come spiegazione non mi convince. La morfologia e’  sotto diretto controllo della selezione naturale, come anche alcuni degli isoenzimi analizzati da Cavalli-Sforza tempo fa. Sono convinta che se si esaminassero dei tratti genetici neutrali, non sottoposti a selezione (dei microsatelliti, ad esempio), o anche il mtDNA, si otterrebbero risultati interessanti. Una mutazione interessante faceva si che alcuni bambini nascessero coi capelli rossi, ad esempio, e questi individui erano tenuti in grande riguardo, al punto che uno dei primi esploratori riporta l’incontro con un uomo dalla colonna vertebrale deforme che era sopravvissuto sino all’eta’ adulta solo perche’ era rosso di capelli.

Risultati molto interessanti si sono ottenuti infatti analizzando il DNA mitocondriale della seconda popolazione piu’ remota ed isolata del pianeta, quella complessivamente chiamata dei “Fuegini”, ovvero abitanti della Terra del Fuoco (punta meridionale dell’Argentina e del Cile), suddivisa in ralta’ in quattro popolazioni ben distinte tra loro, Selknam (Ona) e Yamana, (i due gruppi piu’ meridionali e piu’ isolati) Kaweskar (Alacaluf) e Aonikenk (Haush) piu’ a nord, in Patagonia.

Aplotipi e migrazioni dei “nativi” americani. Immagine tratta da andaman.org

Secondo diversi autori che hanno analizzato il DNA di questi popoli, i fuegini sono i discendenti della prima popolazione che arrivo’ in America passando dallo stretto di Bering, circa 20.000 anni fa, ben prima dei Clovis. Successive ondate migratorie spinsero questo popolo sempre piu’ a sud sino a che si trovo’ chiuso nel vicolo cieco della Isla Grande e degli isolotti circostanti, alla punta estrema della Terra del Fuoco, isolati dagli amerindi sia dal mare, sia culturalmente, sia linguisticamente. I Fuegini, bloccati in Terra del Fuoco, subirono adattamenti culturali molto simili a quelli dei Tasmaniani. Gli Yamana ad esempio, la tribu’ che risiedeva piu’ a sudovest, sugli isolotti, persero l’abilita’ di cucire e l’uso degli abiti, sebbene anche loro vivessero in un posto freddissimo distante non piu’ di un migliaio di chilometri dall’Antartide. Si cospargevano di olio di pesce contro il freddo, per cui dovevano puzzare parecchio, ma vi posso assicurare che io o voi, a quelle temperature, potremmo metterci tutto l’olio di pesce del mondo ma se girassimo nudi moriremmo assiderati. Si ipotizza infatti qualche tipo di adattamento unico per H. sapiens come un metabolismo piu’ elevato, ma sarebbe tutto da dimostrare. I Selknam e gli Aonikenk erano cacciatori-raccoglitori, vivevano nell’interno e cacciavano piccola selvaggina e alpaca, delle cui pelli si coprivano, sebbene in modo sommario; gli Yamana e i Kaweskar vivevano sulla costa ed erano pescatori e raccoglitori di frutti di mare, avendo mantenuto l’abilita’ ad usare canoe. Come i Tasmaniani,gli Yanamai non costruivano case o rifugi di alcun tipo e come i Tasmaniani dormivano semplicemente accucciandosi per terra, a volte in mezzo al niente e lontano dal fuoco. La resistenza agli elementi e la forza dei Fuegini erano impressionanti, le donne nuotavano tranquillamente in acque polari (come anche le tasmaniane, del resto, capaci di restare in immersione in acque freddissime per molti minuti), e per scaldarsi l’unico sistema che conoscevano era accendere fuochi ovunque (da cui il nome di Terra del Fuoco, che originariamente era Terra del Fumo), corpargersi di olio o grasso e riposarsi in posizione accucciata per minimizzare la perdita di calore. La lingua Yanama ci e’ rimasta sotto forma di dizionari e registrazioni e pare sia molto diversa da quelle degli altri fuegini, vocalica la prima, gutturali le altre. E’ una lingua molto complessa, piu’ dell’inglese e dello spagnolo, al punto che ci sono parole diverse in relazione alla posizione del soggetto rispetto all’oggetto. Le cerimonie di iniziazione Yamana erano quasi delle lunghe opere di finzione teatrale e come i tasmaniani anche i fuegini di dipingevano il corpo in modo rituale e molto elaborato. Gli Ona sono invece molto meno conosciuti, perche’ rifiutavano il contatto con i missionari. Si ricoprivano di pelli (senza cucirle come vestiti, le avvolgevano solo intorno al corpo) e vivevano in capanne coniche ricoperte di pelli e per cacciare usavano gli archi, insomma la loro cultura era abbastanza complessa. Quello che saltava pero’ agli occhi degli Ona era la loro altezza, incredibile per un posto cosi’ freddo, con una media di 1.83 m per gli uomini, in tempi in cui gli italiani erano 1.60! Visto che erano anche di struttura relativamente longilinea, l’altezza doveva portare qualche tipo di vantaggio perche’ in un posto freddo e’ insensato essere cosi’ alti e magri.

L’analisi del mtDNA divide i nativi americani in quattro gruppi sulla base di cinque aplotipi, ovvero particolari e riconoscibili pattern di mtDNA: I Paleoamerindi, che comprendono Fuegini e Patagoni, che hanno solo gli aplotipi C,D ed N, gli Amerindi, che hanno tutti e cinque gli aplotipi, A,B,C,D ed N, i Na-Dene’ che mancano dell’aplotipo B ma hanno gli altri quattro e gli Inuit e gli Aleutini, che sarebbero arrivati per ultimi e sono prevalentemente A e B. Ancora, se stessimo parlando di opossum la suddivisione su base genetica in sottospecie non gliel’avrebbe tolta nessuno.

Una famiglia Yamana, in una foto scattata all’inizio del XX secolo. Fonte

Curiosamente, i Fuegini rimasero separati dai Patagoni circa 10.000 anni fa, piu’ o meno contemporaneamente ai Tasmaniani e piu’ o meno per lo stesso motivo: si sollevo’ il livello del mare inondando i tratti di terra che permettevvano gli scambi tra popoli confinanti. Se non altro le quattro tribu’ di fuegini permettaveno scambi culturali (sotto forma di guerre continue, ovviamente, ma meglio che niente). Per altro, i crani di Fuegini fossili non mostrano i caratteri mongoloidi (non vorrei essere fraintesa, intendo le caratteristiche somatiche altaiche tipiche dei popoli orientali) tipici invece degli Amerindi. Certo e’ possibile spiegare la perdita di due aplotipi e la perdita dei caratteri mongoloidi per semplice deriva genetica, ma come per i Tasmaniani il grosso della differenza anche in questo caso e’ spiegato piu’ per la distanza (Isolation by distance, in termini tecnici), che per la deriva genetica, anche in questo caso meno di quel che ci si aspetterebbe. Il motivo e’ che sebbene all’arrivo dei bianchi questi popoli mostrassero segni di declino e fossero pochi, in passato grandi numeri di individui (giustificati dalla capacita’ dell’habitat di supportarli) avrebbero limitato la deriva.

Un altro popolo paleoamerindo sembrano essere i Pericu’, anche loro geneticamente differenti, anche loro intrappolati in un cul-de-sac, la punta estrema della penisola di California (almeno i Pericu’, che giravano nudi e senza capanne anche loro, stavano al caldo!) e anche loro probabilmente derivanti dalla prima ondata migratoria, la stessa dei fuegini. Anche se erano inparentati con gli antenati dei Fuegini, comunque, la lunga separazione di oltre diecimila anni e’ sufficiente a renderli popoli completamente differenti culturalmente. Sarebbe interessante pero’ una comparazione genetica che evidenzi divergenze e similitudini.

Sempre parlando di parenti lontani, sembrerebbe che i Sentinelesi che abitano una delle isole Andamane appartengano a quello stesso gruppo di Negritos della prima ondata Out-of-Africa che poi colonizzo’ l’Australia e quindi la Tasmania. Dei Sentinelesi pero’ si sa pochissimo perche’ desiderano essere lasciati in pace, rifiutano il contatto col mondo esterno e fortunatamente sembra che questa decisione venga rispettata. Sono comunque cosi’ ben integrati nel loro ambiente, dove risiedono indisturbati e non contattati da (quasi) nessuno da circa 60.000 anni, da essere sopravissuti allo Tsunami del 2004 nonostante l’isola ne sia stata investita in pieno. Peccato non poter accedere in alcun modo ne’ alla loro lingua ne’ al loro DNA senza evitare contatti.

Di popolazioni isolate e geneticamente “distanti” ce ne sono state molte ma non ne rimangono a grandi numeri, Tasmaniani e Selknam si sono estinti nella prima meta’ del XIX secolo, i Pericu’ nel XVIII, di Yamana ne restano poche decine, di Sentinelesi non si sa, prima dello Tsunami ne erano stati contati (a distanza) 39.  Gli abitanti delle isole del Pacifico resistono, a parte quelli dell’Isola di Pasqua, ma sono sempre piu’ incrociati con altri gruppi. I Kalash del Pakistan, che sono geneticamente incredibilmente differenti da tutti gli altri euroasiatici, Indoeuropei e non, (sono molto piu’ diversi i Kalash da tutti gli altri che, per dire, i Baschi dagli Europei) sono circa 6000.

I principali gruppi umani. In giallo i Kalash. Tratto da Rosemberg et al (2002)

Grossolanamente, esclusi i Kalash che fanno parte per se stessi e spiccano nei grafici, gli esseri umani possono essere suddivisi in 7 grandi gruppi genetici: Africani, Europei, Medio-orientali, Sud-Asiatici, Est-asiatici, Melanesiani e Nativi Americani, sebbene le differenze tra gruppi non siano superiori al 3-5%. Vorrei chiarire che non sto dicendo che questi gruppi formino delle sottospecie, c’e’ flusso genico continuo tra loro e non c’e’ stato abbastanza tempo, quindi Europei e Cinesi, per dire, rientrano tutti nell’unico gruppone sebbene appartengano a popolazioni differenti. Questa suddivisione in popolazioni non tiene conto pero’ di piccoli gruppi che si sono differenziati a parte in isolamento come i fuegini, che sono poi il fulcro di questo discorso, e neanche tiene conto dell’opposto: i Khoi-San sono due gruppi geneticamente imparentati un tempo noti come Boscimani e vivono in Sudafrica. I cromosomi Y dei Khoi -San mostrano una variabilita’ tale da includere piu’ o meno quella di tutti gli altri popoli della terra e pertanto si ritiene che i Khoi-san siano stati una delle prime popolazioni umane a differenziarsi dall’antenato comune maschio piu’ recente di tutti gli esseri umani, l’Adamo Y, che si stima sia vissuto tra 60 e 90.000 anni fa. Questo non vuol dire che dopo essersi separati i Khoisan non si siano evoluti, ma solo che preservano un antico lignaggio. Sono i cugini di tutti noi, insomma.

Ebbene, veniamo al dunque. Se le varie popolazioni umane sono suddivisibili in gruppi geneticamente e geograficamente distinti e riconoscibili, perche’ non le si divide in sottospecie? Rientriamo in pieno nella definizione iniziale: “sono capaci di riprodursi tra loro producendo progenie fertile, ma spesso non si riproducono in natura per via di isolamento geografico o di altri fattori”. Per tutti gli altri animali (e vorrei ricordare che, nonostante ci piaccia pensare diversamente, noi questo siamo, animali) questo criterio e’ applicato. La risposta e’ tristemente ovvia: l’attribuzione ad una sottospecie andrebbe a braccetto con la suddivisione in razze, e la suddivisione in razze porterebbe sempre qualche coglione come questo qui a proclamare la sua razza “migliore” delle altre, con i risultati catastrofici che conosciamo.

Siamo succubi di una inveterata inclinazione della nostra specie (comune con molti altri vertebrati territoriali, per la verita’) alla xenofobia, che ci porta a temere l’estraneo e soprattutto il diverso. Da temere a sentirsi superiori il passo e’ breve e sembra che quello del razzismo e del genocidio siano hobby coltivati per centinaia di migliania di anni dalla nostra specie e da cui non riusciamo a venire fuori nonostante tutti i nostri progressi culturali. Non ci dispiace quindi pensare che ci siano 39 sottospecie di lupi e cinque di scoiattoli grigi, anzi, l’idea ci piace perche’ ci fa pensare ad un’aumentata biodiversita’, ad un valore aggiunto della qualita’ dell’ecosistema e, diciamocelo, fa la gioia dei tassonomi che senza queste piccole gioie sarebbero persone veramente tristi. Se un gatto di casa incontra un gatto selvatico, pur con tutta la neofobia e diffidenza dei gatti, dubito che uno dei due si senta superiore all’altro. La nostra intelligenza ci porta invece ad associare a tutto valori etici per cui noi valutiamo il mondo in modo comparativo, analizzando il bene e il male, il migliore ed il peggiore. Se un Homo sapiens incontra quindi un Homo neanderthalensis quindi la prima cosa che pensa e’ “diverso”, la seconda e’ “inferiore”, la terza e’ “sterminiamolo”. Anche quando si resta nell’ambito della stessa specie le cose non sembrano andare meglio. Persino un uomo di enorme intelligenza come Charles Darwin e’ caduto in questa trappola e sebbene si sia espresso con relativa compassione (per i suoi tempi) sul genocidio dei Tasmaniani ad opera degli inglesi:

“All the aboriginals have been removed to an island in Bass’s Straits, so that Van Diemen’s Land enjoys the great advantage of being free from a native population. This most cruel step seems to have been quite unavoidable, as the only means of stopping a fearful succession of robberies, burnings, and murders, committed by the blacks; but which sooner or later must have ended in their utter destruction. I fear there is no doubt that this train of evil and its consequences, originated in the infamous conduct of some of our countrymen. Thirty years is a short period, in which to have banished the last aboriginal from his native island,—and that island nearly as large as Ireland. I do not know a more striking instance of the comparative rate of increase of a civilized over a savage people.”

I fuegini proprio gli destavano idee di inferiorita’

“These poor wretches were stunted in their growth, their hideous faces bedaubed with white paint, their skins filthy and greasy, their hair entangled, their voices discordant, their gestures violent and without dignity. Viewing such men, one can hardly make oneself believe they are fellow-creatures, and inhabitants of the same world”

nonostante avesse viaggiato sul Beagle con tre ragazzi Yamana catturati dal capitano Fitzroy in un viaggio precedente e avesse avuto modo di apprezzarne e descriverne nel suo diario le qualita’ umane e l’intelligenza.

Al contrario di Darwin, io ho una incredibile e profonda ammirazione per i fuegini. Hanno lottato per 10.000 anni contro il freddo polare e la fame, selezionando persone incredibilmente intelligenti e robuste; hanno lottato contro gli alieni venuti a portare armi, acciaio e soprattutto malattie senza piegarsi alle contaminazioni culturali, sino all’estinzione; e soprattutto li invidio per due cose: avevano una vista, secondo quanto desctitto da Darwin, incomparabilmente migliore del marinaio del Beagle con la vista piu’ acuta e non pativano il freddo. Mentre scrivo ho gli occhiali inforrcati perche’ se no non vedo neanche la tastiera, indosso due maglioni e sono a trenta centimetri dal termosifone acceso, con ben 4 gradi fuori, una temperatura quasi estiva per un fuegino. Ad essere obbiettivi “the poor wretched” (il povero rottame) sono io rispetto a loro, ma io ho avuto la fortuna di nascere dalla parte dei vincitori, di quelli che coltivano i campi.

Apprezzare la diversita’ di un fuegino, di un tasmaniano, di un andamano o di un pigmeo australiano senza dare valori etici dovrebbe quindi  essere doveroso. Sebbene il concetto di sottospecie sia sfuggente, e’ ben chiaro che una popolazione vissuta in isolamento per 10.000 anni accumula differenze, la scienza lo sa, lo accetta ed anzi lo desidera vedendolo come un principio di speciazione, che e’ “bene”, se vogliamo dare un valore etico ad un semplice fenomeno meccanicistico evolutivo. Eppero’ millenni di razzismo brutale pesano sulla nostra coscienza per cui si puo’ parlare di sottospecie purche’ la cosa non si applichi alla specie umana, che anzi deve essere unica e indifferenziata: il concetto di razza e’ razzista. Io sospetto che sia invece razzista (e anche scientificamente poco accurato) non voler riconoscere e apprezzare le differenze genetiche e culturali degli altri popoli. Se globalizzazione e’ “male”, perche’ lo e’ anche la suddivisione in sottospecie umane? Non sara’ un altro fenomeno di razzismo strisciante?

Non si puo’ parlare di sottospecie umane perche’ poi salta fuori qualcuno che le vuole gasare. E qui e’ l’errore: se siamo cosi’ intelligenti e acculturati, non potremmo invece educarci ad apprezzarla, questa diversita’, anziche’ nasconderla ed appiattirla, siamo tutti uguali, nessuno deve essere diverso, perche’ il mondo e’ pieno di xenofobi? Posso facilmente riconoscere che un Kalash e’ geneticamente differente da me, magari solo di un 3%, ma tanto basta. Quello che bisognerebbe cambiare non e’ la diversita’, come si sta cercando di fare negandola, ma la xenofobia. Se posso apprezzare i filosofi, che vedono il mondo in modo radicalmente opposto al mio, perche’ non dovrei apprezzare i punti di vista di un aleutino? Perche’ mai dovrei volere la morte dell’aleutino? Ma se dico che gli aleutini potrebbero rientrare in una sottospecie diversa, tipo H. sapiens aleutinensis, mi dicono che sono una schifosa razzista. Io? Siamo sicuri?

D’altro canto i razzisti, qualli veri, quelli che dicono che i marocchini sono tutti sporchi, gli inglesi sono tutti finocchi e gli ebrei ai forni, sono sicuramente poveri rottami, intellettualmente parlando, molto piu’ di qualunque Sentinelese che almeno ha le sue buone ragioni a non voler essere disturbato sulla sua isola. Gli ebrei ad esempio, non sono geneticamente distinguibili come popolo. Il DNA degli Ebrei moderni non e’ raggruppabile con quello, da mediorientale, degli antichi Giudei e se si compara il DNA degli ebrei moderni non li si puo’ raggruppare in alcun modo, ovviamente essendosi mescolati con le popolazioni dove risiedevano. Gli ebrei neri poi sono discendenti di eritrei convertiti e non discendono geneticamente dai Giudei piu’ di quanto discenda da un Giudeo l’europeo medio, o in generale anche l’ebreo medio.

La conclusione di questa storia e’ che per non far venire idee sbagliate ad un semianalfabeta con un QI da lemure che scrive “ebrei ai forni” sui muri o che va a fare il mercenario in Ruanda siamo tutti costretti ad adeguarci ad un’imprecisione scientifica e a negare la meravigliosa biodiversita’ presente all’interno della nostra specie. D’altro canto, se ci si vuole sterminare tra vicini di casa, quella dell’etnia e’ puramente una scusa bella e buona, come qualunque Irlandese del nord o Kashmiro o Sciita Irakeno potrebbe confermarvi.

Referenze:

Pardoe, Colin, Sandra Bowdler, C. Loring Brace, N. J. B. Plomley, Christy G. Turner II, and Milford H. Wolfpoff. “Isolation and Evolution in Tasmania [and Comments and Reply].” Current Anthropology 32, no. 1 (1991): 1 – 21. http://www.jstor.org/stable/2743891.

Cavalli Sforza Luigi L.; Menozzi Paolo; Piazza Alberto (2000) “Storia e geografia dei geni umani”. Gli Adelphi, Milano

Brown, P. 1997. Australian Palaeoanthropology. In F. Spencer (ed.) History of Physical Anthropology: An Encyclopedia, 2 volumes. New York: Garland Publishing, pp. 138-145

http://www.andaman.org/BOOK/chapter54/text-Fuego/Genetics/text-FuegianGenetics.htm

Lalueza, C. “Lack of founding Amerindian mitochondrial DNA lineages in extinct aborigines from Tierra del Fuego-Patagonia.” Human Molecular Genetics 6, no. 1 (January 1997): 41-46. doi:10.1093/hmg/6.1.41. http://hmg.oxfordjournals.org/cgi/content/abstract/6/1/41.

García-Bour, Jaume, Alejandro Pérez-Pérez, Sara Alvarez, Eva Fernández, Ana María López-Parra, Eduardo Arroyo-Pardo, and Daniel Turbón. “Early population differentiation in extinct aborigines from Tierra del Fuego-Patagonia: ancient mtDNA sequences and Y-chromosome STR characterization.” American journal of physical anthropology 123, no. 4 (April 2004): 361-70. doi:10.1002/ajpa.10337. http://www.ncbi.nlm.nih.gov/pubmed/15022364.

Rosenberg, N. (2002). Genetic Structure of Human Populations Science, 298 (5602), 2381-2385 DOI: 10.1126/science.1078311
ResearchBlogging.org

Published by tupaia on marzo 9th, 2011 tagged primati, riflessioni, Varie ed eventuali


42 Responses to “Sottospecie e popolazioni: la solitudine di H. sapiens”

  1. Matt Says:

    La differenza nel suddividere tra popolazioni e razze (e animali e uomini) è una cosa che mi ha sempre destato curiosità mista a grandi dubbi, gli stessi che esprimi negli ultimi paragrafi.
    Ti ringrazio perchè dopo questi ragionamenti arrivavo poi a chiedermi se ero razzista io a farmi queste domande o se come al solito era un paracadute per evitare elucubrazioni di poveri coglioni razzisti con sindrome di inferiorità…

  2. Marco Ferrari Says:

    Certo, post come questi ti fanno passare la voglia di tenere un blog…
    Quando mai riuscirò a scrivere qualcosa di così interessante? Risposta: mai. Quindi, perché lo faccio? Risposta, che ne so?

    C’è qualcosa che non mi torna in quello che scrivi, ma adesso non ho tempo di leggere altro. Hai letto Barbujani? E se sì, cosa ne dici?

  3. fuurio Says:

    Quello che dici e’ molto interessante, peccato che l’assunto di base falli tutta la costruzione: e’ infatti risaputo che la Terra e l’universo intero ha solo circa 6000 anni, come testimoniato dalla Bibbia, che e’ parola di Dio. Che in quanto tale e’ Verità, ed e’ certamente vero, perché e’ scritto nella Bibbia. Pentiti, dunque! (a parte gli scherzi, mi son proprio goduto questo grande post! continua cosi’)

  4. lamb-O Says:

    Bel post, e grazie per aver sciolto un mio vecchio dilemma – a forza di predicozzi al riguardo non sapevo davvero più che pensare, sarà stupido ma è così.

    Mi stupisce però l’apprezzamento per i filosofi, voglio dire, non sono oggettivamente apprezzabili.
    (e poi non sempre hanno un modo opposto di vedere le cose, ma è una precisazione oziosa)

  5. Formalina Says:

    Bellissimo post letto tutto di un fiato! Dimostra quanto sia sottile il confine tra biologia e antropologia. In questi giorni sto leggendo “Il cappellano del diavolo” di Dawkins, anche lì gli spunti di riflessione non mancano, questo post capita a fagiolo!

  6. F66 Says:

    Forse esagero, ma mi sono commosso.

  7. Fausto Says:

    Cavolo.
    Post coraggioso, anche perché i dementi a cui talvolta ti riferisci sono la punta di un iceberg di demenza che in molti [purtroppo] possiedono, magari senza saperlo, per cultura [intesa come quella che passa dalla famiglia o dalla cerchia di amicizie] o solo per mancato approfondimento.
    Grazie.

  8. Urka Says:

    Ciao, ti chiedo un chiarimento, visto che non sono un esperto del settore e molte cose mi sfuggono. In una intervista di qualche hanno fa Cavalli Sforza ha dichiarato: “Nella nostra specie non esistono le razze perché siamo troppo giovani come specie, non ne abbiamo avuto il tempo. Le grandi differenze sono tra individui mentre quelle tra popolazioni sono una piccola percentuale, per esattezza circa l’11% delle differenze tra uomini.”.
    Questo è l’unico link che ho trovato ma ricordo che al tempo l’intervista venne ripresa da molte testate. http://www.bulgaria-italia.com/bg/news/news/02530.asp
    Mi sembra in contrasto con quello affermato da te in questo post. E’ così?

    Comunque grazie per il tuo post: è come sempre approfondito e piacevolissimo da leggere.

  9. tlon Says:

    devi scrivere un libro!

  10. claudio Says:

    molto bello! le stesse domande me le ero poste anche io e in effetti la risposta esatta c’è ma per motivi “etici” e culturali non viene applicata.
    è stata una lettura piacevole ed illuminante! :-)

  11. Piscu Says:

    interessante e illuminante. da qualche parte però avevo letto che per la specie umana non si può parlare di “razze” perché le differenze sono minime, ad esempio paragonate a quelle delle razze canine. d’altra parte, seguendo la stessa definizione di razza appare evidente che la cosa vale anche per noi.

    quindi, alla fine, meglio considerarci tutti un’unica razza? francamente non credo faccia molta differenza, perché gli individui abbastanza ottusi da voler sterminare il “diverso” troverebbero comunque un parametro per giustificare la loro perversione.

  12. tupaia Says:

    Piscu & Urka: capisco le vostre perplessita’, e sento quindi il dovere di chiarire alcuni punti:

    1) non e’ un caso che io non abbia mai parlato di razza ma di sottospecie. Il termine “razza” non e’ una categoria tassonomica, la sottospecie si. La razza, come ho precisato nel post, implica di solito selezione artificiale e quindi nulla ha a che vedere con la naturale suddivisione delle popolazioni per isolation by distance, barriere ecologiche, colli di bottiglia etc. Le specie si suddividono in pololazioni e questo e’ un processo naturale. Se le popolazioni differiscono tanto da essere riconoscibili morfologicamente e geneticamente si puo’ parlare di sottospecie. Le razze lasciamole agli allevatori di cani, qui sono fuori contesto, e l’uso di questa parola in questo contesto mi sembra volutamente fuorviante.

    2) Mi si puo’ obiettare che le sottospecie sono un livello tassonomico privo di importanza, dato che a differenza delle specie non c’e’ un marcatore evidente a delinearle (nel caso delle specie se due individui non producono progenie fertile sono da considerarsi di specie diverse). Vorrei far notare che neanche i generi, le famiglie e gli ordini hanno un marcatore specifico, sono categorie completamente artificiali. Nel caso delle sottospecie, almeno, si puo’ identificare una separazione territoriale. Mi si puo’ obiettare che individui di una sottospecie generalmente hanno perso variabilita’ allelica e che invece l’eterozigosi e’ meglio a tutti i costi. Anche questo secondo me e’ opinabile, per vari motivi. Innanzi tutto se le specie si differenziano in tanti sottogruppi, quale sottoinsieme di alleli e’ da considerarsi “ideale”? E’ chiaro che se c’e’ una differenziazione ogni gruppo avra’ selezionato degli alleli e delle frequenze alleliche peculiari, che si adattano meglio a quell’ambiente o anche no, come spesso accade con marcatori neutrali. Se mescoliamo le sottospecie l’admixture che ne deriva puo’ indubbiamente avere vigore ibrido, ma non necessariamente rappresenta il gruppo migliore per vivere in quell’ambiente. Un ibrido spagnolo-fuegino magari non possiede la capacita’ di resistere nudo alle temperature polari, quindi in quel caso e’ meglio l’omozigosi, almeno per certi alleli. Un ibrido canexlupo non sara’ domesticabile facilmente e non sara’ agile come un lupo, quindi tutto sommato le mescolanze non sono sempre auspicabili e le sottospecie meritano dignita’ tassonomica perche’ sono quelle che portano poi alla speciazione, che aumenta la biodiversita’.

    3) Cavalli-Sforza. Non so se Luigi ha fatto lavori recenti, il grosso del suo lavoro e’ avvenuto tra la fine degli anni sessanta e l’inizio degli anni settanta, quando le tecniche di biologia molecolari erano ai primordi. Per quello che io capisco di come funziona il software Structure, quello che ha generato la figura sulla suddivisione dei gruppi umani riportata nel post, la faccenda funziona cosi': si inserisce il database con la collezione di alleli (o di SNP, in tempi recentissimi) di ciascun individuo senza dire al sowtware a che gruppo appartiene ciascun individuo. Si dice quindi al software di dividere in cluster gli individui sulla base del genotipo, prima due cluster, poi tre, poi quattro e cosi’ via sino a che si trova il massimo numero di cluster in cui suddividere gli individui. Il software quindi attribuisce ogni individuo ad un cluster. Se le variazioni tra individui sono maggiori di quelle tra popolazioni non si riesce a clusterizzare nettamente La mia vicina di scrivania ad esempio, che lavora sulle tigri di Sumatra, ha questo problema e ha deciso di rinunciare ad usare Structure perche’ ottiene degli splendidi mandala. Se invece le differenze tra popolazioni sono nette e superiori a quelle tra individui allora la clusterizzazione e’ evidente. L’esistenza di quell’immagine mi dice che le frasi di Cavalli-Sforza sono dovute piu’ a ragioni politiche (infatti parla di “razza”, termine che nessun genetista userebbe mai) che a ragioni scientifiche. Ovviamente non ogni volta che si clusterizzano popolazioni si puo’ parlare di sottospecie, al contrario, avviene piuttosto di rado perche’ ci vogliono molte altre implicazioni. Una di queste implicazioni e’ l’isolamento geografico e l’accumulo di un sufficiente numero di variazioni tra popolazioni, il che richiede spazio e tempo. 60.000 anni di solito sono un tempo ottimo e abbondante anche per speciare, figurarsi per generare sottospecie. Non e’ vero che la specie umana e’ una specie “giovane”, due milioni di anni sono un tempo ottimo ed abbondante per qualsiasi specie. Quanto tempo hanno i ciclidi del lago Vittoria? Sicuramente meno di 15.000 anni! Il problema di Cavalli Sforza e’ che e’ un medico e della storia naturale degli altri animali sa pochino. Oltretutto ho uno dei suoi libri tra le mani e non prende in considerazione le popolazioni “estreme” (e tutte pressoche’ estinte, quindi senza campioni di DNA a disposizione) che ho considerato io, le uniche per cui mi sentirei di fare questo discorso.

  13. tupaia Says:

    Fausto: il primo che usa questo post per avvallare idee diverse da quelle che sono chiaramente espresse passa un guaio. Ho lasciato passare persino un tipo che ha usato un mio post per dimostrare l’esistenza dei grigi (gli alieni), citando in modo da manipolare le idee espresse, ma su questo non intendo transigere

  14. tupaia Says:

    Marco: no, non ho letto Barbujani. Per il resto aspetto i tuoi commenti.

  15. Mario Says:

    L’intervista a Cavalli-Sforza citata da Urka credo faccia riferimento al lavoro di Lewontin del 1973 (appena posso cerco il riferimento) che dimostrava l’ampia prevalenza (85%) della variabilità individuale ENTRO popolazioni rispetto alla variazione TRA popolazioni e TRA gruppi continentali (razze o sottospecie o come li si voglia chiamare). Ovviamente nel 1973 Lewontin lavorava con enzimi e gruppi sanguigni, ma per quel che ne so gli stessi risultati sono stati confermati, e anzi rafforzati in tempi più recenti con tecniche molecolari.
    In genere, una delle obiezioni alla suddivisione della specie uomo in sottospecie (adoperata anche da Barbujani), è che le pretese nostre sottospecie non sono delimitabili geograficamente, nel senso che non sono gruppi isolati, ma sfumano l’una nell’altra in un contnuum indistinguibile. Chiunque sa distnguere un europeo “tipico” da un asiatico “tipico”, ma quando si attraversano gli Urali e ci si sposta da ovest a est un pochino per volta, le distinzioni si fanno complicate.

  16. Gianluca Says:

    In effetti appena ho letto il post (molto interessante) anche io – che non sono un esperto in materia ma che mi sono formato le mie idee leggendo Gould, Cavalli-Sforza e Diamond – ho avuto gli stessi dubbi di Urka.

    Dalle mie (poche) letture emerge(va) che l’homo sapiens sia troppo giovane per essersi differenziato in maniera netta, da qui la famosa frase di Gould “L’uguaglianza umana è un fatto contingente della storia” o l’altrettanto nota “le differenza tra gruppi sono minori delle differenze nei gruppi”.

    Probabilmente si tratta di lavori sorpassati, come dici o, forse, quelle differenze genetiche (3-5%) di cui parli assumono un diverso valore, una diversa importanza, a seconda dell’impostazione politica che si vuol dare ai propri discorsi. Gould stesso non ha problemi, se non mi sbaglio, a parlare di sottospecie, ma contemporaneamente tiene viva l’idea delle differenze minime tra esse.

    In ogni caso, bel post, che sicuramente riapre la discussione – almeno dal punto di vista scientifico, visto che da quello ‘politico’ le cose non si smuovono di una virgola.

    Una cosa, infine: perché sostieni che l’homo sapiens abbia 2 milioni di anni? Non si parlava di poche centinaia di migliaia di anni? Lo chiedo perché proprio non lo so.

    Wikipedia (che, certo, non è la Bibbia) dice che “Humans, known taxonomically as Homo sapiens[3][4] (Latin for “wise man” or “knowing man”),[5] are the only living species in the Homo genus of bipedal primates in Hominidae, the great ape family. Anatomically modern-appearing humans originated in Africa about 200,000 years ago, reaching full behavioral modernity around 50,000 years ago.[6]”

  17. tupaia Says:

    Mario, è esattamente per questo motivd che ho ho parlato di popolazioni isolate. Ma hai letto il post? Non mi sognerei mai di dire, che so, che italiani e Armeni sono due sottospecie. Ma se il dingo è una sottospecie da isolamento allora lo sono anche gli aborigeni, o nessuno dei due, fa lo stesso purché si adotti lo stesso criterio per tutti. Hai referenze a lavori recenti? Il paper che ho citato ho è del 2002

  18. tupaia Says:

    Gianluca: Io so che H. sapiens, di cui… ehm… H. sapiens sapiens è una sottospecie, è molto più antico di 200.000 anni. ma anche se fossero sono un tempo più che sufficiente per creare sottospecie da isolamento geografico. mi sembra di ripetere sempre la stessa cosa: il mio discorso si riferisce a popolazioni isolate in assenza di flusso genico.
    che le cose non cambino dal punto di vista politico mi sembra anche di averlo messo bene in chiaro, per cortesia non vorrei che qualcuno mi mettesse in bocca cose che non ho mai detto o pensato.

  19. Gianluca Says:

    “che le cose non cambino dal punto di vista politico mi sembra anche di averlo messo bene in chiaro, per cortesia non vorrei che qualcuno mi mettesse in bocca cose che non ho mai detto o pensato”

    Sì sì, non volevo insinuare che tu la pensassi diversamente :)

  20. Marco Ferrari Says:

    Per adesso ti chiedo solo una cosa, perché devo leggerlo bene (mica posso fare critiche a un post come questo senza assimilarlo!). Il valore 3-5% di “differenze tra gruppi” da dove deriva. E poi, 3-5% di cosa? Codificante, tutto, mitocondriale, snp eccetera. È solo per farmi un’idea.

  21. Luigi Says:

    C’è però una cosa che non mi convince.
    Nella specie umana le culture costituiscono un “ambiente naturale artificiale” che seleziona geneticamente i membri umani che compongono la popolazione che le ha costituite o adottate.
    I 60mila anni sarebbero quindi sufficienti per formare sottospecie poichè esse hanno sottosto i propri componenti a un duro lavoro di adattamento alle leggi e alle consuetudini adottate a partire da preferenze che sono specifiche e “casuali”.Cavalli-Sforza quindi sbaglia a dire che il tempo non basta perchè mutazioni casuali possano essere state sufficienti a differenziare le sottospecie.Perchè prende in esame i geni che non sono stati veramente sottoposti alla selezione.
    Faccio un esempio :mettiamo che una popolazione,denominata base A ,abiti un isola.In essa si verificano divisioni politiche tra chi ad esempio considera la forza fisica e l’abilità marziale caratteri essenziali per il popolo e chi è contrario.Si verifica una scissione e da base A parte gruppo B che si stabilisce su un’altra isola e stabilisce un sistema di valori basato sulle arti marziali e che premia i migliori in tal senso.Da base A parte poi un altro gruppo,che stavolta crede sia il lavoro e la difesa della proprietà ad essere importanti e basilari e non la condivisione collettiva.E si stabilisce in un altra isola.
    Avremo tre popolazioni diverse che però per i genetisti sono uguali.E resteranno uguali anche dopo duemila anni.
    Ma quanto saranno differenti geneticamente e nei settori che influenzano in comportamento le tre popolazioni sorelle dopo duemila anni di dura selezione politica e sessuale?

  22. danilo Says:

    Allora, vediamo se ho capito bene.
    Mi pare di dover credere che l’olotipo di H. sapiens sapiens sia un qualche bushman impagliato in un museo del Sudafrica, e che nessun tassonomo degno di questo titolo rifiuterebbe di mettere norvegesi e giapponesi in due sottospecie diverse, se solo non si trattasse di esseri umani.
    Ora, può darsi che il tizio che chiami confidenzialmente Luigi sia un attimino datato, e che le mie conoscenze lo siano altrettanto. Ma permettimi alcune considerazioni.
    In primo luogo, e per quel poco che ne so, il concetto di sottospecie è svalutato, fondato essenzialmente su caratteri fenotipici, e sempre meno usato, se non in ambiti particolari.
    In secondo luogo la definizione di sottospecie da te citata non si differenzia affatto da quella di razza. Voglio dire, ai rottweiler viene generalmente impedito di accoppiarsi con i boxer. Dall’uomo? Certo, e allora? Non siamo parte dell’ambiente?
    In terzo luogo ci sarebbe da discutere sui vantaggi dell’omozigosi, e su come (e non vedo come) potrebbe portare a speciazione, e anche se ciò sarebbe buona o cattiva cosa, in un’ottica globale. Ma lasciamo questa parte della cosa per un’altra occasione.
    Ma il quarto punto è più rilevante. Poniamo che tu abbia ragione. Poniamo che i fuegini possano, a buon diritto, venir definiti “sottospecie”.
    Noi siamo uomini. Siamo mammiferi, animali, ma siamo anche l’unico animale che studia gli altri animali. E perchè li studia? Per il puro piacere della scienza? Lo puoi credere, se vuoi, ma sai che è una balla. Uno scienziato fa lo scienziato per motivi di status sociale. Per ribadire, o aumentare, il suo status. E questo nel casino di una società assurdamente complessa.
    Poniamo che tu abbia ragione, e che i fuegini possano essere definiti “sottospecie”. Il che non credo, per inciso. Il racconto anedottico di marinai miopi mi convince quanto mi convincono i tipi rapiti dagli alieni. Ma poniamo che tu abbia ragione, e che la definizione giusta sia “sottospecie”. Vedi le conseguenze? Vedi il motivo _sociale_ per chiamarli popolazione, alla peggio razza, ma non sottospecie?
    La scienza è al servizio della società, e non viceversa. E le parole, le definizioni, hanno un peso sociale. In altri termini, non vorrei un parco tematico in cui i fuegini girassero cosparsi di grasso di pesce, e a loro fosse proibito di uscirne, e agli europei fosse proibito di scoparli, in funzione del mantenimento della biodiversità.
    La gente non legge “sottospecie”, legge “sotto”. E non convicerai mai nessuno che il vero essere umano è alto in media un metro e cinquantacinque, è nero, rincorre antilopi fino a sfiancarle, e ha un grosso culo. Come minimo non convincerai nessun sassone.
    Parliamo di popolazioni, suvvia…

  23. tupaia Says:

    Danilo: secondo me non hai capito molto di quello che ho scritto, o fingi tanto per divertirti un po’.
    1) No, non ho mai detto che giapponesi e norvegesi siano due sottospecie diverse.
    2) Il concetto di sottospecie e’ rinato con la genetica, ci sono calcoli matematici che dicono quanto geneticamente distanti sono gli individui in una popolazione, gli individui in sottopopolazioni e due sottopopolazioni tra loro, senza far ricorso a caratteri fenotipici che sono molto piu’ soggettivi.
    3) La selezione artificiale e quella naturale hanno discriminanti diverse, su, dai, non devo essere io a spiegartelo, so che lo dici solo per amor di polemica
    4) conosco un signore che quando non ha la luna storta mi spiega la sua interpretazione dei meccanismi di speciazione simpatrica, e come questi si basino su una minore fitness dell’eterozigote (e quindi su un incremento dei tassi di omozigosi per alcuni caratteri)
    5) che agli scienziati non frega niente di quello che fanno e lo fanno solo per guadagnare status sociale e’ un’idea tua che non hai mai visto che merda che e’ il mondo accademico. Chi lo fa lo fa non essendo figlio del rettore lo fa unicamente per passione. Di solito, al contrario, il mondo accademico ti cancella quasi completamente la vita sociale, passi la vita dietro ad un sequenziatore e ti piace pure.
    6) capisco benissimo che non ti piaccia la parola “sotto”. Se ce ne fosse un’altra sarei felicissima di usarla, ma forse esageri un pochino con la semantica. Stiamo parlando di tassonomia, che e’ piena di sotto-qualcosa. Dovrei sentirmi sminuita perche’ sono nel sottoregno degli Eumetazoi, nel subphylum dei Vertebrata, nella sottoclasse dei Theriiformi, nel sottordine degli Haplorrhini, nella sottofamiglia degli Homininae? Se i fuegini sono una sottospecie, lo sono anche tuti gli altri. Le specie o sono uniche e indifferenziate o sono suddivise in sottospecie. Se loro sono H.sapiens fueginus io saro’ H. sapiens kohi-sanus, o vai a capire cosa. Non e’ che c’e’ chi sta sopra e chi sta sotto, se si splitta una specie stanno tutti sotto. Ora, tu puoi dirmi che non ti piace sentirti una sottospecie, o che non ti piace essere raggruppato con gli africani, o vedi tu cosa, ma la tua mi sembra una falsa argomentazione. E non puoi cambiare i fatti perche’ non ti piacciono, puoi fare finta di niente come in questo caso, ma questo non cambia l’omozigosi. Basta che non si sappia, dici tu. Basta anche non imparare a leggere e scrivere, dico io, sai come si vive meglio senza leggere questo blog?
    7) I parchi a tema li fanno anche quando non sono supportati dalla genetica. Di solito si chiamano campi di sterminio e mi pare siamo tutti daccordo sul loro valore etico.

  24. tupaia Says:

    Luigi, in teoria le differenze culturali sono fattori che peserebbero verso lo splitting se ci fosse un modo oggettivo di quantificarle, ma dubito che ci sia. Il capitano Cook, che era considerato un esperto in materia, decreto’ che la Tasmania era disabitata e questo perche’ gli sembrava che i Tasmaniani non avessero ne’ senso religioso ne’ concezione della proprieta’ privata, e questo per lui era il criterio sufficiente per dichiararli “non-persone”. Voglio dire, i valori e i criteri culturali dipendono dalla cultura che li valuta. Non so se poi differenze culturali possano portare a differenze genetiche, francamente ne dubito perche’ le culture cambiano e si adattano molto piu’ velocemente dei geni.

  25. tupaia Says:

    Marco, per quello che capisco io dal paper e’ la componente di varianza molecolare (AMOVA). Sospetto sia semplicemente assimilabile ad un Fst, concettualmente. Il lavoro e’ questo: Genetic Structure of Human Populations, citato meglio nelle referenze, ho il pdf se serve. E’ un lavoro estremamente conservativo perche’ e’ quello che ha i valori di differenza tra popolazioni piu’ basso. Ovviamente le differenze intra- sono molto maggiori delle differenze tra- popolazioni, ma il lavoro sottolinea anche di come siano facilmente riconoscibili le popolazioni americane e australiane e specifica che hanno la varianza maggiore “In America and Oceania, regions with low heterozygosity (table S3), inferred clusters corresponded closely to predefined populations (Fig. 2). These regions had the largest among-population variance components, and they required the fewest loci to obtain the clusters observed with the full data”
    Poi dice anche:
    “Because genetic drift occurs rapidly in small populations, particularly in those that are also isolated, these groups quickly accumulate distinctive allele frequencies. Thus, structure efficiently detects isolated and relatively homogeneous groups, even if the times since their divergences or exchanges with other groups are short (18). This phenomenon may explain the inferred distinctiveness of groups with low heterozygosity, such as Lahu and American groups, and those that are small and isolated, such as Kalash”.
    Tieni anche presente che usa in tutto 1064 individui per tutte le popolazioni prese in esame, con dei campioni piu rappresentativi secondo me le differenze tra popolazioni peserebbero maggiormente.

  26. Luigi Says:

    oggi grazie alla tecnologia le culture cambiano molto velocemente ma ieri?
    Per 9000 anni le culture agricole sono rimaste se stesse con pochi cambiamenti.
    Fino al 1700 i cambiamenti non erano avvertibili dalle popolazioni.
    Quindi le scelte etiche e le preferenze sociali in 50mila anni possono generare benissimo una pressione mutagena maggiore di quella ambientale,specie i popolazioni poco numerose.
    Del resto il sentimento xenofobo,che è modulato culturalemte,si è potuto sviluppare perchè gli antenati ne hanno tratto vantaggio.Altrimenti sarebbe stata la bonomia ospitale a prevalere.
    E quale vantaggio ci sarebbe stato se non quello di preservare un insieme di caratteristiche comportamentali atte a garantire a quella popolazione la capacità di andare d’accordo più facilmente senza eccessive mediazioni?

  27. falecius Says:

    “Per 9000 anni le culture agricole sono rimaste se stesse con pochi cambiamenti”

    Poche parole: rivoluzione urbana. Grandi imperi. Età assiale. Ovviamente questo non si applica alla quasi totalità parte dell’Oceania e delle Americhe e nemmeno a parecchi altri posti, ma per dire.

  28. tupaia Says:

    Luigi, ti ricordo che “solo” negli ultimi duemila anni o poco piu’ c’e’ stata in Sardegna (prendiamo una popolazione isolata) la scomparsa delle basi commerciali fenice, la caduta dell’impero romano, l’avvento del cristianesimo, l’urbanizzazione, la gentrificazione, la piemontesizzazione, e chi piu’ ne ha piu’ ne metta. Non mi pare poco come cambiamento. Voglio dire, il fatto che io e te non siamo a conoscenza dei cambiamenti culturali avvenuti in Australia in eta’ preistorica (nel senso letterale del termine, cioe’ prima dell’arrivo di Cook) non vuol dire che la societa’ sia stata culturalmente e socialmente immobile. Le societa’ mutano e si adattano con grande facilita’, soprattutto se sono stanziali.

  29. Ivo Silvestro Says:

    Bellissimo post.
    Complimenti.

  30. danilo Says:

    Tupaia:
    1) No, non hai detto che norvegesi e giapponesi sono due sottospecie, vero, ma hai detto che se gli aborigeni australiani fossero canguri sarebbero raggruppati in sei sottospecie. Un lapsus?
    2)Ma i calcoli matematici e la genetica non definiscono quanto grande deve essere la differenza fra popolazioni per caratterizzare una sottospecie. E’ un concetto arbitrario, e i cluster che tu individui li puoi individuare anche _all’interno_ di quella che si definisce una sottospecie.
    3)La selezione artificiale rientra nella definizione di Wikipedia che riporti all’inizio (“…non si riproducono in natura per via di isolamento geografico o di altri fattori.”) L’uomo _è_ un altro fattore.
    4)Quel signore parlava di speciazione simpatrica in funzione di attrattori diversi per diverse combinazioni alleliche, non certo di speciazione per omozigosi. Beninteso, esiste almeno un caso documentato in laboratorio, ma ci vogliono due alleli letali o subletali in eterozigosi, in _un_ locus.
    5)Parlavo in senso generale, e sarebbe un argomento troppo lungo da approfondire qui. Il senso è che se la tua sopravvivenza dipende in gran parte dall’ambito sociale in cui vivi, allora dipende dal tuo status sociale. Nella società umana la cosa è ampiamente ritualizzata, ma in fondo è ciò per cui ogni persona si alza dal letto la mattina.
    6)Se, e dico se, la definizione di sottospecie non fosse così largamente arbitraria, e funzionale solo a casi particolari nella considerazione dei quali se ne definiscono di volta in volta i parametri, allora avresti ragione. Ma siccome le cose non stanno così, non vedo motivo di non usare un altro termine, che abbia una minore carica semantica, come quello di popolazione. Oppure sai definirmi un confine netto e distinguibile fra il concetto di popolazione e quello di sottospecie? Se tu, nella definizione di Wiki, sotituisci un termine con l’altro, la trovi sbagliata?(Beninteso, l’arbitrarietà vale anche per tutte le altre categorie biologiche, compresa la specie, e con la possibile eccezione propio di “popolazione”).
    Sul 7 non discuto, ovvio che hai ragione.
    Ma metterei un 8): Cavalli-Sforza, e con lui parecchi altri, fra cui anche Barbujani, già che ci siamo, non parlano di cluster, ma di gradienti. C’è differenza. Ok, tu dici che alcune popolazioni isolate ed estinte probabilmente formavano cluster. Ammettiamolo anche (solo a titolo di discussione). Ma se così fosse, sai quantificare, in funzione di uno scopo quale che sia, o anche in assoluto, _di quanto_ deve essere maggiore la variabilità interpopolazionale rispetto a quella intrapopolazionale per giustificare la definizione di sottospecie?

  31. medo Says:

    Erano mesi che non leggevo un post con tanta passione. Son restato 1h30′ sul tuo articolo, poi via via ho cliccato sui link, seguito il filo del discorso.
    Sono un appassionato folle di etnologia, leggere tutto questo mi ha fatto tanto piacere in una giornata nera, nerissima per Homo sapiens sapiens alle prese con la fusione di quattro noccioli di reattore nucleare e qualche decennio di tumori e morte in vista per molti… Grazie ancora.

  32. Soley Says:

    Passerei ore e ore a leggere questo genere di post. Davvero molto illuminante…e dire che nn sono un’esperta in materia! Grazie!

  33. Nicola Says:

    Davvero bello questo post, come molti altri tuoi d’altronde! Come mi pare di capire siamo in tanti a esserci fatti all’incirca le stesse domande riguardo l’evoluzione e le differenze tra gli uomini e sono perfettamente d’accordo con i concetti detti negli ultimi paragrafi, perchè simili differenze dovrebbero essere considerate da razzisti? Lottiamo contro la xenofobia non contro il diverso!

  34. dund Says:

    http://i.imgur.com/xg3P5.jpg

  35. tupaia Says:

    dund: sono stata li’ per li per moderare il commento, ma W la liberta’ di pensiero

  36. dund Says:

    non che sia il mio, di pensiero, eh (come la penso io al riguardo te l’ho già detto in privato). è una scemenza che ho trovato per caso su reddit e che ho postato qui ‘for the lulz’.

  37. Bernardo d'Aleppo Says:

    Ti sono molto grato, non solo per questo, ma per vari altri dei tuoi post, riesci a essere scientificamente corretta, divulgativa e lieve

  38. tupaia Says:

    Grazie, i complimenti fanno sempre piacere!

  39. Antonio Ostuni Says:

    Complimenti articolo bellissimo.
    Se non l’hai letto già, leggi “IL Mondo Magico” di Ernesto De Martino. Mi interesserebbe l’opinione di una persona come te su questo testo.
    Il libro è essenzialmente un opera di filosofia ma con un grande apporto di materiale etnologico.

  40. tupaia Says:

    Conosco de Martino per aver letto “Sud e Magia”, ma non “Il mondo magico”. Non e’ esattamente il mio genere, ma ho letto con grande interesse anche “Storia notturna” di Carlo Ginzburg, sullo stesso filo conduttore. Non credo che le mie opinioni sulla storia etnografica delle credenze magiche siano di molto valore, francamente, dato che non mi occupo professionalmente di antropologia.

  41. Antonio Ostuni Says:

    Ho ritrovato nel libro di De Martino un invito a supererare e a flettere la nostra capacità di giudizio in relazione a certi fenomeni estremamente analogo nello “spirito”, se così si può dire,a quello espresso dal suo articolo.Le rinnovo i miei complimenti e per quanto io non mi occupi di argomenti scientifici è sempre un piaceree leggere qualcosa che contribuisce ad aprire i propri orizzonti gnoseologici.

  42. Ranieri Says:

    Articolo interessante, ma l’essere umano non lo puoi considerare solo dal punto di vista genetico, dato che è si un animale, ma di tipo molto particolare: è un animale culturale, sociale, politico, e poi, alla fine, genetico. Se cosi non fosse, non godrebbe delle protezioni che di solito la scienza gli accorda nello studio medico, genetico, morfologico etc.; protezione che non viene accordata ad altri animali, che vengono tranquillamente catturati, sezionati, studiati, catalogati etc. (nessuna critica, mi limito ad osservare i fatti); evidentemente, una certa differenza esiste. Nota, per favore, il “di solito”.
    Tutto ciò si collega al secondo tema, quello del razzismo: il razzismo è stupido, e fin qui, nessun problema. Ma quante manifestazioni di odio “razziale” sono VERAMENTE tali?. Cioè, siamo sicuri che a muovere l’adepto della negritudine, il sionista o il fascista sia l’odio razziale, oppure non si tratti di odio “culturale” (sociale, che dir si voglia)?. Io propenderei per la seconda ipotesi, perchè l’essere umano attuale non è altro che un costrutto biologico socio-culturale, non ci sono dubbi. Quando un gruppo umano socio-culturale di un certo tipo, invade il territorio di un altro, vi sarà uno scontro, anche fisico, PROPRIO perchè non siamo “semplici” animali. La coscienza di sé, questa meravigliosa caretteristica umana, che consente la creazione di civiltà, scienza e cultura, ha questo notevole lato negativo: se io sono in grado di accorgermi di me, e delle mie differenze dagli altri, allora è inevitabile che possa accorgermi anche delle caretteristiche altrui; secondo te, a questo punto, è più facile che leghi con colui che reca le mie stesse caratteristiche, o con colui che le ha diverse?. Io credo che la resistenza all’immigrazione proveniente dall’africa, dal medio-oriente o da altri posti non-europei dipenda proprio da questa caratteristica; cioè, a far paura non è l’immigrazione (che prevede l’adozione di buona parte (se non tutta) della cultura autoctona), ma il multiculturalismo, l’esistenza cioè di più culture in un dato territorio; io credo che nessun gruppo umano riuscirebbe ad accettare questa situazione. Soprattutto in un territorio come quello europeo. A riprova di ciò potrei citare i soldati negri che combattevano per il Reich, gli ascari italiani, oppure la situazione del Brasile odierno, dove non esiste il razzismo perchè son tutti brasiliani (negri, bianchi etc.). Tralascio ovviamente problemi di tipo economico, giuridico e legale, che hanno comunque una certa importanza (se io stento a trovare lavoro, vorrei che il mio paese aiutasse me, non il tipo che arriva con il barcone), perchè non pertinenti alla discussione.

Leave a Comment