Quando gli insetti non sono poi cosi’ mostruosi: la guerra del fico d’India (Cactoblastis cactorum)

Anno: 1925

Luogo: Queensland e New South Wales, Australia

Ecosistema: Devastato

Animali: nessuno

Piante: solo immense, intricate selve spinose

Causa: Infestazione da Opunzia sp., detta comunemente: Fico d’India.

Causa originaria: stupidita’ umana.

Che ci facevano i fichi d’India in Australia? Queste piante sono infatti originarie delle Indie occidentali, come indica il nome. Si da’ il caso pero’ che le coltivazioni di fichi d’India fossero considerate altamente redditizie. Queste piante infatti sono parassitate da insetti detti cocciniglie redcoatbattle.jpg(Dactylopius coccus) , da cui si produce un colorante a quei tempi estremamente pregiato, il rosso carminio. Uno dei principali usi del rosso carminio nei paesi del Commonwealth era di tingere di rosso le giacche dei soldati e considerando il numero di soldati che dispiegava l’Impero Britannico va da se’ che comperare il colorante dalla Spagna e dal Portogallo o dalle loro ex-colonie era una bella botta per le casse di Sua Maesta’. Il colorante era cosi’ prezioso da essere quotato nelle borse di Londra ed Amsterdam.

Perche’ allora non produrselo in casa? Il Capitano Arthur Phillip era un uomo dalle molte risorse, dalle ampie vedute e dai cattivi consiglieri. Nel 1787 fu posto a capo delprickly_pear.jpgla “Prima flotta”, una epica spedizione 11 navi che portava un migliaio di forzati, uomini e donne, a costruire il primo insediamento dell’uomo bianco in Australia, nella Botany Bay. Durante il viaggio la flotta si fermo’ un mese in Brasile per approvvigionarsi di acqua e cibo e il capitano ebbe modo di guardarsi intorno. Carico’ cosi’ a bordo della sua nave alcune piante di Opunzia infestate di cocciniglia, sperando evidentemente di poter fornire una risorsa di valore alla sua nascente colonia e le piante attecchirono bene in quello che sarebbe diventato il Nuovo Galles del Sud. L’idea dell’industria della cocciniglia in Australia per la verita’ non fu del capitano Phillip, che era semplicemente un marinaio, ma di Sir Joseph Banks, il botanico a cui si devono contemporaneamente i Kew Gardens di Londra e gli ammutinati del Bounty (il capitano Bligh portava alberi del pane dalle Isole del Pacifico ai Caraibi in una spedizione organizzata da Banks), l’introduzione degli eucalipti in Europa e l’esplorazione dell’Africa nera. Banks era un ottimo botanico ma non capiva un tubo di ecologia, scienza che a quei tempi non era ancora nata.

Poco si sa del destino dei fichi d’India portati in quel viaggio alla Botany Bay, ma si sa per certo che si trattava di Opuntia vulgaris, tutt’oggi una pianta fastidiosa lungo le coste del Nuovo Galles del Sud ma che non e’ mai diventata una piaga disastrosa.

Il disastro fu causato invece da altre due specie di fico d’India, Opuntia stricta e Opuntia aurantiaca. L’introduzione di queste altre due specie deve essere stata molto meno epica e leggendaria, perche’ nulla si sa di preciso di come siano arrivate in Australia. Si sa tuttavia che all’inizio del XIX secolo queste piante erano coltivate nel distretto di Parramatta, oggi un sobborgo di Sidney, molto vicino al primo insediamento della Prima Flotta. Le piante venivano utilizzate per foraggiare il bestiame, evidentemente in mancanza di piante autoctone meno pericolose delle Cicadee. Nel 1839 si registra la presenza di O. stricta a Scone, sempre in Nuovo Galles del Sud sempre per il foraggio del bestiame. Nel 1848 la pianta fu portata nel Queensland per piantarla come albero da frutto e per farne siepi.

L’opunzia ben presto si acclimato’ e, con l’aiuto dell’uomo e dei suoi frutti saporiti, comincio’ a diffondersi. Per evitare la diffusione eccessiva, tuttavia, i frutti venivano gettati nel bush dai coloni che pensavano cosi’ di distruggerli, ma la pianta non aspettava occasione migliore per diffondersi ancora, e ancora, e ancora, lontana da qualunque parassita o malattia o predatore.

Tra il 1900 e il 1930 l’opunzia invase oltre 25 milioni di ettari, una superficie pari quasi a quella dell’Italia, espandendosi al passo di mezzo milione di ettari all’anno e formando intricate e inestricabili foreste spinose in cui nessun animale era adattato a vivere, e con cui le piante native non riuscivano a competere, soccombendo all’invasione del fico d’India. In circa 80 anni produsse una biomassa pari a 1.5 miliardi di tonnellate e le fattorie furono abbandonate, il bestiame spostato altrove. Chissa’ che sorpresi che dovevano essere canguri e aborigeni, che sicuramente pensavano fosse il sogno di un antenato che non aveva digerito lo stufato di echidna! Va oltre lo scopo di questo blog il ricordare che il successo dell’opunzia era dovuto al suo particolare metabolismo, che un fisiologo vegetale definirebbe CAM (Metabolismo Acido Crassulaceo), che concentra la CO2 e consente una crescita molto piu’ veloce e inarrestabile che nelle piante normali (dette C3 dal fisiologo di cui sopra) grazie ad alcune modifiche nel processo di fotosintesi.

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Infestazione di fichi d’India in Queensland (Australia) verso il 1920. Foto: northwestweeds.nsw.gov.au

Ma i coloni australiani non rimasero a lungo inermi a osservare le opunzie che crescevano.

Nel 1886 fu emanato il primo “Atto di Distruzione del Fico d’India del Commonwealth”, che obbligava proprietari terrieri e ontandini a distruggere le piante, sotto sorveglianza di ispettori. Naturalmente non servi’ a nulla. Nel 1924, quando le opunzie erano completamente fuori controllo e al massimo dell’espansione, il Nuovo Galles del Sud sanci’ la costituzione di una “Commissione di distruzione del Fico d’India” con pieni poteri. Si, lo so che state sorridendo di questi nomi, ma pensate al fastidio delle spinette dei frutti che vi entrano nella carne quando li sfiorate e piantatela.

La distruzione meccanica delle piante purtroppo non serve a niente, visto il loro grande potere rigenerativo. Gli australiani ricorsero cosi’ alla guerra chimica. Uno dei rimedi consisteva nel soffiare fumi di una mistura di pentossido di arsenico in ebollizione sulle piante. La commissione del fico d’India del Queensland del 1926 riporta che la quantita’ di arsenico venduta in Queensland quell’anno era sufficiente a trattare 9.450.000 tonnellate di pianta invasiva (che rimangono una goccia in un oceano comparate al miliardo e mezzo di tonnellate). Se vi state chiedendo l’effetto di tutto questo arsenico sulla fauna locale non preoccupatevi troppo. Come misura pracauzionale per limitare la diffusione dei semi di opunzia fu emanata anche una taglia contro gli uccelli che si cibavano dei frutti dell’opunzia, tipo emu’, corvi e gazze australi, nel caso fossero sopravissuti all’arsenico.

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“Distruggetele col lanciafiamme!” Documento originale del 1919. Da: vrroom.naa.gov.au

Inutile a dirsi, neanche la guerra chimica funziono’. In un mondo popolato da soli uomini quale era quello scientifico vittoriano, vale sempre la pena di menzionare i meriti di una donna. La pioniera della guerra chimica e del pentossido di azoto fu la botanica australiana Jean White-Haney, che fu incaricata dalla famosa Commissione del fico d’India di trovare un rimedio all’invasione aliena e le fu affidata una stazione di ricerca in cui condusse qualcosa come 10.000 diversi tentativi di avvelenamento delle piante. Ma la White-Haney, contrariamente agli uomini che sono stati menzionati sinora in questo post, aveva una carta in piu’ e la gioco’ bene: da scienziata intelligente, capiva il valore dei meccanismi ecologici. Propose allora di usare proprio la cocciniglia Coccus indicus, la fonte di tutti i mali, per debellare le opunzie. Ci riusci’ con la specie Opuntia monacantha, che aveva infestato il nord del Queensland e che fu annientata dalla cocciniglia, ma non con le altre specie. Lancio’ pero’ l’idea che qualcuno avrebbe raccolto una decina di anni piu’ tardi: bisogna tornare indietro e capire come mai la pianta non e’ un problema nel suo paese natale e lo e’ in Australia. Chi sono i suo nemici naturali?

La risposta arrivo’ circa una decina di anni piu’ tardi, sotto le vesti di una farfallina sud americana piccola e irrilevante, Cactoblastis cactorum.

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Cactoblastis cactorum. In alto la femmina, in basso il maschio. Foto: aphis.usda.gov

Il ciclo vitale di questo lepidottero e’ incentrato sull’opunzia: le femmine sessualmente mature  rilasciano all’alba feromoni sulle piante di opunzia e attirano i maschi. Dopo l’accoppiamento e un periodo di incubazione interna, la femmina depone una novantina di uova incollandole tra loro  in modo da formare una struttura che sembra una spina del fico d’india. Dopo 23-28 giorni di incubazione (dipende dalla temperatura esterna) emergono le larve che subito scavano nei cladodi (le pale appiattite, che sono fusti modificati) della pianta e vi rimangono consumandola dall’interno, protette dalle spine del loro ospite. Le larve sono gregarie e conducono un’esistenza comunitaria all’interno delle pale del fico d’India. Dopo alcune mute raggiungono dimensioni di circa due, tre centimetri, dopo di che emergono all’esterno della pianta dallo stesso buco da cui tutte insieme, in fila indiana, erano entrate e si lasciano cadere per terra, dove impupano alla base della pianta ospite. L’insetto alato che ne emerge infine si disperde e le sue larve infesteranno, uccidendole o danneggiandole seriamente, altre piante. E’ efficientissima anche contro Opuntia stricta, l’infestante peggiore, che aveva resistito sino ad allora a tutti gli altri sistemi di lotta all’invasore.

La farfallina e’ efficientissima  nel distruggere le opunzie e solo le opunzie: prima di rilasciarla (ben 2 milioni di uova!) furono condotti diversi test per vedere se avrebbe potuto avere effetti negativi sul resto dell’ecosistema, ma si e’ comportata benissimo: dove scompare l’opunzia scompare anche la farfallina. Test recenti hanno portato a concludere che l’insetto femmina e’ attirato dal metabolismo CAM delle opunzie (ma non da quello di altre specie di cactus), e per la precisione si basa sulla quantita’ di CO2 accumulata, un sistema di individuazione dell’ospite sicuramente insolito e molto sofisticato. La farfallina in Australia svolse cosi’ bene il suo compito nel lontano 1925 che fu ben presto introdotta anche in altri paesi dove c’era un problema analogo:  Africa (Mauritius, Sant’Elena , Sud Africa, Tanzania), India e Pakistan, e i Caraibi. Giusto per mostrare un po’ l’altra faccia della medaglia, sfortunatamente dai Caraibi la Cactoblastis cactorum e’ arrivata sul continente Nord americano, dove sta pesantemente danneggiando delle specie autoctone diOpuntia. Non si puo’ fare una frittata senza rompere le uova, ahime’, e cio’ che va bene per la lontana Australia non va bene per delle isole cosi’ vicine al paese di origine.

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Le belle larve colorate di Cactoblastis cactorum. Foto: Wikicommons

E l’Italia?

In Italia abbiamo importato cinque specie di fico d’India, ma la piu’ comune e diffusa e’ l’Opuntia ficus-indica, e nelle regioni meridionali e nelle isole e’ facile vedere dei bei boschetti di questa specie alloctona. La pianta pero’, per motivi che mi sono misteriosi (ma che suppongo abbiano a che fare con l’inverno relativamente freddo che mal si adatta col metabolismo CAM), rimane confinata a piccole macchie spontanee che in genere vengono sfruttate commercialmente per la produzione dei frutti. Nessun bisogno quindi di introdurre  la farfallina, anzi, sarebbe economicamente svantaggioso e mi priverebbe di uno dei miei frutti preferiti.

 

 Referenze:

Osmond, B., Neales, T., Stange, G. (2008) Curiosity and context revisited : crassulacean acid metabolism in the Anthropocene. Journal of experimental botany. 59, 7   pp. 1489-1502

http://www.northwestweeds.nsw.gov.au/prickly_pear_history.htm

 

dh,fba

Published by tupaia on marzo 24th, 2010 tagged alloctoni, Ecologia, Insetti


12 Responses to “Quando gli insetti non sono poi cosi’ mostruosi: la guerra del fico d’India (Cactoblastis cactorum)”

  1. falecius Says:

    Io personalmente ho un’esperienza da incubo con un fico d’India ENORME che una mia amica aveva coltivato nel balcone, dentro una vasca da bagno.
    Dovevo aiutarla a traslocare (a Venezia, che è di per sé un’impresa).
    Ho dovuto trasportare l’infame mostro spinoso e la sua vasca da bagno giù per 4 rampe di scale.
    Avrei dato qualsiasi cosa per due milioni di uova di farfallina cactoblaste, in quel momento.

  2. Networm Says:

    Finalmente si torna a parlare di qualcosa di commestibile! Sai che non li ho mai assaggiati? Comunque, per le spine, ho letto su un sito dell’invenzione di due straordinari attrezzi, chiamati “forchetta” e “coltello” che aiuterebbero a spelare gli spinosi frutti senza pungersi ^^

  3. dund Says:

    intanto, che bello leggere una storia ecologica per una volta a relativamente lieto fine. e poi la qualità dei tuoi post si è assestata su livelli altissimi (non che prima invece etc).

  4. tupaia Says:

    Networm: io li trovo anche a londra i fichi d’india, son sorpresa che dalle tue parti non si trovino neanche tra i frutti esotici! Nella mia Puglia solatia nel periodo estivo li vendono agli angoli delle strade, gia’ sbucciati, ma io riesco a ritrovarmi spine nelle dita anche mangiando i frutti sbucciati, ma sopporto stoicamente per gola.

  5. Palmiro Pangloss Says:

    Un solo appunto: l’Ipero Britannico ha sempre avuto pochi soldati

  6. falecius Says:

    Palmiro: ok, ma facevano sempre un bel po’ giubbe da colorare.

  7. Palmiro Pangloss Says:

    Falecio: Beh si, specialmente se consideri il tasso di sostituzione di quei pochi :-)

  8. antonio russo Says:

    scusate… ma un modo per combattere la farfalla c’è? visto che vanno anche dove non dovrebbere…

  9. tupaia Says:

    Antonio: a quanto pare no, ma in Australia non e’ un problema

  10. antonio russo Says:

    ok in australia non sarà un problema, ma mio zio in florita ha questo problema…. e non sa come fare? che dite un comune trattamento contro i lepidotteri potrebbe funzionare?

  11. tupaia Says:

    Non so, magari un antiparassitario sistemico riesce ad arrivare alle larve dentro le pale

  12. antonio Says:

    be consigliero a mio zio in florida di usare un antiparassitario sistemico… grazie del consiglio

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