Megatherium americanum: il Luca Brasi del Pleistocene

It was beauty that killed the beast

da: King Kong, 1933

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Fatte le debite proporzioni, un bradipo di terra americano, o Megaterio, non era molto piu’ piccolo di King Kong. Fortunatamente non andava in giro sequestrando “bionde in pericolo”, ne’ i suoi resti fossili scappano dal NHM rifugiandosi sulla Canary Wharf Tower per evitare i biplani.

Immaginiamo pero’ lo spettacolo che devono aver ammirato i membri della civilta’ Clovis che per primi giunsero in Sud America,  circa 10.000 anni fa.

E’ l’alba nella macchia disseminata di yucca e di agavi. Una nebbiolina leggera si alza dal suolo, dopo la fresca umidita’ della notte, e tra poco il sole indorera’ tutto il paesaggio in una esplosione di suoni, odori e colori. I cacciatori si guardano intorno rabbrividendo, un Thylacosmilus dai denti a sciabola potrebbe essere nei paraggi, o magari un branco di striate boriene o di altri sparassodonti maculati, dalle cui zanne non avrebbero scampo. Improvvisamente qualcosa si muove, in fondo alla valle. Si avverte come una vibrazione del terreno, un enorme, lentissimo tamburo che si avvicina con la lentezza del tempo, tonf, tonf, tonf. I cacciatori spaventati si nascondono dietro un costone di roccia, e rimangono pietrificati ad osservare la bruma che si solleva. Tonf, tonf, tonf, lentissimo, ma sempre piu’ vicino. Ogni tanto smette, per poi riprendere. Dalla nebbia, finalmente, emerge un’ombra scura in lontananza. Silenzio. Il sole, sempre piu’ alto, si fa strada tra la nebbia e finalmente, eccolo. Un’ombra, immensa, torreggia sulla macchia, e quando un raggio di sole la illumina, il suo lungo pelo brunastro scintilla di rugiada come se fosse la superficie di un lago villoso. I cacciatori sono senza parole. Mai hanno visto un simile gigante, neanche il Mastodonte che i loro padri cacciavano al Nord. Improvvisamente -meraviglia!- la gigantesca creatura si alza sulle zampe posteriori e comincia placidamente a brucare le foglie della piu’ alta delle agavi, strappandole con una lingua rosa e lunga quanto un bambino. Sembra una immensa scimmia gigante, cosi’ tranquillamente seduta sulle due zampe posteriori. I guerrieri si stanno chiedendo se provare ad attaccare la creatura, quando uno scalpiccio di zoccoli attrae la loro attenzione: una giovane Macrauchenia terrorizzata e’ allo stremo, inseguita da un immenso smilodon, che l’atterra con un’ultima, poderosa zampata e la uccide con una sciabolata dei denti. Lo smilodon annusa nervoso l’aria prima di cominciare a nutrirsi, e con ragione: la scena e’ stata colta anche da altri occhi. Il gigante peloso ha smesso infatti di cibarsi delle spinose foglie delle agavi e si sta dirigendo lento ma determinato verso la scena dell’uccisione. La gente dei Clovis non capisce: cosa cerca qui quell’immenso scimmione erbivoro? Sicuramente il quadro e’ impressionante: la creatura cammina bipede, come un guerriero, e la sua ombra, proiettata dal sole dell’alba, arriva sin quasi a loro; in basso lo smilodon ruggisce nervoso, il muso rosso di sangue della Macrauchenia. Quando il gigante e’ arrivato vicino allo smilodon i cacciatori capiscono subito: le possenti zampate del bradipo, munite di artigli lunghissimi, infliggerebbero ferite troppo profonde alla tigre dai denti a sciabola, che di fatto fugge verso la macchia. Padrone incontrollato della scena, il bradipo incomincia a cibarsi della Macrauchenia: e’ onnivoro! Il cacciatore piu’ giovane, Ginocchia-Che-Tremano, e’ in preda al panico e non ce la fa piu’. Senza controllarsi esce allo scoperto e scaglia la sua lunga lancia contro il gigante, colpendolo. Il cacciatore anziano, Balla-Col-Prothylacinus, impreca aspettandosi che il mostro si rivolti contro Ginocchia-Che-Tremano, ma non accade: il bradipo ha smesso di mangiare e guarda con piccoli occhi opachi il giovane guerriero, senza aggredirlo. Tutto il gruppo allora esce allo scoperto e attacca il gigante a distanza, con le lance. In realta’ potrebbero anche andare li coi coltelli, perche’ il bradipo non li attacca: resta ad aspettare la morte, e l’estinzione: e’ giunto il suo ultimo – e unico- predatore.

 

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Disegno: licenza Creative Commons

Questo e’ naturalmente un ozioso racconto di fantasia, ma le cose potrebbero non essere andate troppo diversamente. Vediamo pero’ di ricostruire la storia dei bradipi giganti con un’ottica un po’ piu’ scientifica.

Il bradipi appartengono al taxon degli Xenarthra, che vuol dire “con le articolazioni strane” in riferimento a delle strane giunzioni vertebrali. Gli antenati degli Xenarthra si chiamavano Palaenodonti e comparvero in Nord-America gia’ nel Cretacico. Erano caratterizzati da denti modificati, senza radici, caratteristica che si ritrova anche negli Xenarthra moderni e che spinse il famosissimo paleontologo Cuvier a chiamarli “edentati”. In realta’ solo i formichieri sono senza denti, mentre i bradipi li necessitano per masticare le foglie, e infatti li hanno, anche se senza smalto. Questi primitivi Xenarthra, alla fine del Cretacico, subito prima dell’estinzione di massa dei dinosauri, ebbero una inaspettata fortuna: i due continenti americani, che erano rimasti separati per un tempo lunghissimo dopo la spaccatura della Pangea, si riunirono. Cio’ consenti’ il passaggio di questi proto-bradipi, formichieri e armadilli in sud America, insieme ai marsupiali e agli estinti condilartri. La giunzione tra le due masse continentali duro’ poco tempo, e alla fine del Mesozoico questi mammiferi primitivi si ritrovarono tutti soli in un continente immenso e privo sia di dinosauri che di mammiferi piu’ veloci e competitivi, il che porto’ a una radiazione adattativa con la comparsa di moltissime specie bizzarre.

Il primo bradipo morfologicamente moderno comparve in Argentina nel Miocene, una ventina di milioni di anni fa, e si chiamava Hapalops, che significa “di aspetto gentile”. Era grosso come una pecora, parzialmente arboricolo, e aveva gia’ gli unghioni sulle zampe anteriori che lo costringevano a camminare sulle nocche, come fanno sia i bradipi moderni che i gorilla. A differenza pero’ dei bradipi attuali e di Sid, il bradipo del cartone animato “L’era glaciale”, l’Hapalops aveva un cervello grande, che chissa’ a cosa gli serviva. In compenso aveva i denti scarsi e piccoli, che gli creavano un sacco di problemi nella masticazione delle foglie. Probabilmente il cervello grande gli serviva a trovare un dentista che non lo rapinasse. Moltissimi altri bradipi si differenziarono, di dimensioni intermedie, tra cui anche uno completamente acquatico (Thalassocnus).

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Hapalops. Foto: biogeocarlos.blogspot

Purtroppo per l’Hapalops, alla fine del Miocene, circa 6 milioni di anni fa, avvenne un evento sconvolgente: i due continenti americani si riunirono di nuovo attraverso il canale Bolivar. Cio’ permise il trasferimento di massa in sud America di tantissimi immigrati clandestini che si erano evoluti nel frattempo in America del Nord, un ambiente che era molto piu’ difficile e competitivo per via delle connessioni con il resto della Laurasia. Arrivarono cosi’ i cammelli, i peccari, i tapiri, i cervi, i cavalli, i mastodonti (mammuth), i conigli, i toporagni, gli scoiattoli, i topi. Questo costituiva un problema serio, perche’ tutta questa gente competeva pesantemente con i bradipi per le risorse, dalla felce arborea al parcheggio sotto casa. Come se non bastasse, al seguito di tutta quella roba commestibile, arrivarono ovviamente anche i predatori: canidi, orsi, felini e mustelidi.

Come fare a sopravvivere? da un lato i vecchi predatori marsupiali, dall’altro i nuovi predatori placentati e nel mezzo un sacco di nuovi competitori, e il conto del dentista da pagare.  Altro che la crisi del 2009! L’unica era evolversi, e il gigantismo del Megatherium americanum e’ la risposta, giunta nel Pleistocene, un po’ meno di due milioni di anni fa.

Coi suoi 6 metri di lunghezza (in piedi era alto il doppio di un elefante moderno) e le sue 4 tonnellate di peso, era sicuramente la creatura piu’ grande che camminasse in sud America, ed uno dei mammiferi terrestri piu’ grandi che siano mai esistiti.

Sino agli anni ottanta del secolo scorso si pensava che questa immensa creatura fosse erbivora, ma attenti studi sulla dentatura fanno intuire che in realta’ fosse un onnivoro. Ecco allora farsi largo l’idea che il Megaterio, avendone la possibilita’, si distogliesse dalle foglie per impadronirsi delle prede dei carnivori:  la sua mole e la sua struttura ossea mal si adattano con quella di un predatore attivo. Come un Luca Brasi del terziario, il Megatherium probabilmente si presentava ai predatori armato di unghioni micidiali (anche quelli dei piccoli bradipi arboricoli non scherzano, quelli del megaterio dovevano essere spaventosi) con “una proposta che non potevano rifiutare”.  Come dirgli di no? Di sicuro nessun predatore avrebbe osato attaccarlo direttamente, tranne forse i cuccioli e gli anziani, come ora accade con gli elefanti. Si e’ anche pensato che potesse ferire le prede con gli unghioni aspettandone la morte per setticemia, come oggi fa il varano di Komodo, ma personalmente mi sembra poco credibile.

Un’altra sorpresa e’ giunta quando si sono trovate le impronte fossili, che ci hanno fatto capire che il megaterio, almeno per parte del suo tempo, camminava in piedi. Per bilanciarsi usava la possente coda muscolare, che forniva un terzo punto d’appoggio. Gli unghioni delle mani erano di sicuro un impedimento per poggiare le zampe anteriori a terra, ma il problema e’ stato risolto facilmente da tutti gli Xenarthra: basta camminare sulle nocche. Allora perche’ un animale cosi’ pesante camminava in piedi? L’atto di ergersi sicuramente implicava delle tensioni anomale sullo scheletro, per via del peso. Alcuni formichieri moderni lo fanno per difesa, si alzano sulle posteriori e fanno vedere gli unghioni. Il Megaterio pero’ non aveva nessuno contro cui difendersi. Magari era semplicemente un modo comodo per spostarsi a brucare una diversa cima di albero in una zona di boscaglia, dove il sottobosco rende complicata la deambulazione quadrupede e delle forti braccia possono strappare i rami per nutrirsi. E’ stato pero’ postulato che il bipedismo servisse per spostare le prede. Alcuni inquetanti ritrovamenti fossili ci mostrano dei Gliptodonti morti a pancia in su. I Gliptodonti erano una specie di armadilli, corazzati come una tartaruga e lunghi anche tre metri (circa le dimensioni e il peso di un Maggiolino Volkswagen). Per capovolgerli ci sarebbe voluto un animale fortissimo, con le anteriori libere, e magari dotato di unghioni per aprire la corazzatura. E magari dopo sotterrava anche pezzi di preda, come fanno oggi gli scoiattoli. Chissa’. Il ritratto che ne emerge e’ pero’ inquietante: da lento e stupido erbivoro a potente predatore, anche se magari ugualmente lento e stupido.

I bradipi di terra continuarono il loro indiscusso successo sino alla fine del Pleistocene, e furono cosi’ eccellenti nel sopravvivere che alcune specie, grosse ma piu’ piccole del Megaterio, attraversarono l’istmo di Panama e invasero il Messico e gli USA, in quello che viene chiamato “il grande interscambio americano”. Poi, improvvisamente, si estinsero, in un brevissimo spazio di tempo. Fu la bellezza a uccidere la bestia, come sostenuto nel film King Kong, o fu (ovviamente) altro?

L’estinzione del Pleistocene, circa 10.000 anni fa, fu una catastrofe assoluta: il 73% della megafauna del Nord America,  l’80% di quella del Sud America e l’86% della megafauna australiana, e tra questi il nostro Megaterio. Gli altri continenti, invece, furono toccati poco o nulla. Cosa accadde? Tre le ipotesi:

1) cambiamenti climatici dovuti alla fine delle glaciazioni che indussero un cambiamento nella vegetazione

2) surplus di uccisioni da parte dei popoli che invasero le americhe

3) malattie portate dagli animali al seguito del Clovis, come ratti e cani. Il principale indiziato e’ la leptospirosi.

Tutte e tre queste ipotesi offrono il fianco a critiche, ad esempio come mai i cambiamenti climatici non abbiano causato estinzioni in Europa o come mai l’estinzione avvenne anche in Australia, dove gli uomini erano arrivati 30.000 anni prima. Probabilmente la verita’ e’ da ricercarsi in tutte e tre insieme queste tre ipotesi, o magari ce n’e’ una quarta che non abbiamo ancora considerato.

Di sicuro e’ un peccato aver perduto lo spettacolo del Megaterio a caccia, ma del resto oggi viviamo insieme alle megattere, l’animale piu’ grande mai esistito in tutti i tempi, e ci stiamo dando da fare attivamente per annientarle, quindi anche se il Megaterio fosse arrivato fino a noi, ora come ora l’estinzione non gliela toglierebbe nessuno, e non potremmo neanche dare la colpa alle malattie (ai cambiamenti climatici si, ma quelli gira e volta sono comunque colpa nostra).

Al giorno d’oggi, sopravvivono solo due specie di bradipo, non piu’ grandi di un cane, e sono specie rare e a rischio di estinzione.

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Bradipo tridattilo, Bradypus tridactilus. Foto (C) Lisa Signorile

 

Published by tupaia on aprile 11th, 2009 tagged Estinti!, mammiferi


19 Responses to “Megatherium americanum: il Luca Brasi del Pleistocene”

  1. Networm Says:

    Ma scrivere un romanzo?
    Le capacità vengono fuori post dopo post, o un bel libro per ragazzi :D E, per una volta, non parlo di u nlibro di cucina. Fantastica, come sempre :)

  2. danilo Says:

    Non un libro per ragazzi. Un libro _serio_.
    Non scrive in leggerezza, scrive pesante, ma non lo fa pesare.

  3. Networm Says:

    Quoto, anche se ho letto libri _seri_ per ragazzi :)
    Ha solo qualche difficoltà con i software di fotoritocco, ma non le si può far pesare la cosa :D Le persone che non sono più presenti nella foto ringrazieranno ^^

  4. tupaia Says:

    Networm: si, hai ragione, sono un cane con the gimp e pure peggio con photoshop. A mia discolpa andavo di fretta ma c’era una signora infilatasi nella foto che mi rovinava tutto l’effetto.
    Sullo scrivere romanzi non penso di esserci tagliata, questo era solo un gioco. Ma magari un giorno mi ci metto e un libro di animali lo scrivo davvero, se mi incoraggiate abbastanza :-)

  5. falecius Says:

    Sì, scrivilo.

  6. lordbyron Says:

    gli animali (estinti e no) mi piacciono un sacco, anche se poi i miei studi mi hanno portata da tutt’altra parte. ho segnalato il tuo blog sul mio, ma penso (dal tuo commento) che tu te ne sia già accorta.
    PS: se scrivi un libro sugli animali io lo compro! sto leggendo a ritroso tutto il blog ed è bellissimo!chapeau!

  7. Formalina Says:

    - Che animale affascinante! Questo post mi ha messo quella tipica curiosità verso qualcosa che non c’è più da molto tempo e che vorremmo aver visto con i nostri occhi.
    – Se per adesso non ti va di scrivere un romanzo potresti raccogliere i tuoi post scritti fon’ora, magari con qualche ampliamento, e fare un libro con tanti gustosi capitoletti. Con un titolo accattivante potrebbe andare bene nelle librerie!

  8. tupaia Says:

    Formalina: Tu la fai facile, mi serve solo un editore, che ci vorra’ mai? sigh!

    Lordbyron: grazie :)

  9. maus Says:

    l’editore non è neanche l’ostacolo maggiore, basta pagare.

    di solito -per chi non è sponsorizzato da una grande casa editrice- è la distribuzione (e quindi come rientrare dei soldi) il problema.

    tu lo potresti bypassare vendendolo solo via web.

    qualche idea l’avrei, se interessa l’articolo ne parliamo ad arezzo.

  10. tupaia Says:

    Maus: non intendo metterci un centesimo, ovviamente. Va bene gli hobby, ma non esageriamo. Ok, raccogli informazioni, ne parliamo ad Arezzo (by the way, con che mezzo ci vai? eventualmente raccogli profughi a Termini?)

  11. maus Says:

    faccio un giro lungo (non so se con 2 o 4 ruote) e arrivo (il 25) ad arezzo da treviso…

  12. Giulio Says:

    Bellissimo post, mi sono divertito un sacco a leggerlo e sono d’accordo con gli altri…dovresti buttarti nella scrittura!Comunque c’è chi sostiene che il Mapiguari, misteriosa creatura bipede e pelosa della foresta amazzonica, sia in realtà un Megaterio! Chissà se c’è qualcosa di vero…sarebbe bello!

  13. Palmiro Pangloss Says:

    Se fosse meno secco e piu’ peloso quello accanto a te nella prima foto potrebbe essere MMAX.

  14. tupaia Says:

    Giulio: sono stata fuori lo scorso WE e non avevo accesso alla rete. In settimana pubblico il tuo post.

    Palmiro: Scusa, ma non lo vedi che e’ Eugenio? magro, alto e dall’aria torva, e’ decisamente lui :-)

  15. danilo Says:

    Non può essere Eugenio. Non ha i jeans a vita alta…

  16. falecius Says:

    OT per Tupaia e consorte.
    Mi confermano che dovrò venire a fare cose a Londra per un po’ quest’autunno. Birra?

  17. tupaia Says:

    falecius: come minimo! considerati invitato a cena!

  18. tupaia Says:

    giulio: scusa il ritardo, sto attraversando un periodo complicato e non ho molto tempo per il blog. porta pazienza.

  19. Giulio Says:

    tupaia: non preoccuparti!

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