L’incredibile fauna dell’isola del Gargano, arcipelago Puglia

It was much pleasanter at home, when one wasn’t always growing
larger and smaller, and being ordered about by mice and rabbits
Alice in Wonderland

Puglia, Oligocene, 34-23 milioni di anni fa. Per tutto il Mesozoico e la prima parte del Terziario la Puglia era stata, come oggi, un posto ideale per le vacanze, con un clima tropicale e mari bassi ricchi di barriere coralline che formarono la piattaforma calcarea su cui poggia. Sin dal Giurassico infatti, contrariamente a quel che si pensava, la regione era costituita da ampia terra emersa e non da isolotti e formava con l’Abruzzo la zolla Abruzzo-Pugliese.  All’inizio dell’Oligocene, tuttavia, degli sconvolgimenti climatici portarono ad un brusco (in tempi geologici) abbassamento delle temperature e ad un abbassarsi del livello del mare con una conseguente estinzione di massa che elimino’ buona parte delle forme di vita sulla terraferma e nel mare. Per via del freddo la vegetazione cambio’, le foreste tropicali diffuse piu’ o meno ovunque lasciarono spazio alla savana grazie anche all’evoluzione delle nuove piante C4 adatte a climi aridi. Il livello del mar Mediterraneo per vari motivi si abbasso’ moltissimo, al punto che la Puglia, e il Gargano in particolare, si unirono alla Dalmazia grazie a un ponte formato dalle Isole Tremiti e da altra terra strappata al mare. Il Gargano era gia’ in precedenza stato unito alla terraferma, perche’ si sono trovati resti di anfibi che sicuramente non ce la fanno a viaggiare in mare sulle zattere di mangrovie. Questa unione alla Dalmazia porto’ pero’ delle interessanti novita’, alcune specie di mammiferi provenienti dall’est europeo si spostarono in conseguenza sia di normali movimenti sia alla ricerca di terre piu’ calde dove sopravvivere. Di loro discuteremo tra un momento, quello che mi preme puntualizzare e’ la natura di semi-isola dell’Abruzzo-Puglia, che per tutto il Cenozoico a volte e’ stata collegata alla terra ferma, a volte e’ rimasta isolata, a volte si e’ frammentata in isolotti piu’ piccoli, nelle varie epoche geologiche, in base alla temperatura e al livello del mare. Questi cambiamenti hanno influenzato profondamente la fauna, che nel miocene era caratterizzata da endemismi estremamente unici e bizzarri.

Mappa dell’Italia nel Neogene. A-A significa “Abruzzi-Apulia paleobioprovince. Mappa da Angelone, 2007

Puglia, Neogene, 23-2 milioni di anni fa. Gli animali che vivevano sul Gargano (e in Abruzzo, e sulla Murgia, si tratta grosso modo della stessa fauna) erano cosi’ peculiari da meritarsi un nome tutto loro, “fauna a Microtia”, dal nome di un gruppo di roditori endemico, i Microtia, appunto. Di questi animali, alcuni erano li’ presenti dal mesozoico, altri erano arrivati nell’Oligocene tramite il ponte di terra con la Dalmazia, altri arrivarono nel Miocene usando momentanei ponti di terra o la solita zattera di mangrovie, deus ex machina favorito dei paleontologi, ma questa volta la cosa non sarebbe neanche campata per aria, in Europa c’erano un po’ ovunque mangrovie del genere Nypa. Questi i gruppi presenti secondo Freudental (1971), lo studioso che per primo scopri’ e studio’ i fossili delle fessure carsiche fossilifere del Gargano:

“Amphibia: non specificati,
Reptilia: Crocodilia (Crocodylus), Testudinata (forse le tartarughe dal collo a strisce Mauremys), Serpentes, Lacertilia,
Aves: non specificati,
Mammalia: Insectivora, Rodentia: Gliridae (2 specie), Cricetidae, Muridae (tre lignaggi), Lagomorpha (Prolagus), Artiodactyla
Alcuni Evertebrata (oggi li chiameremmo Invertebrati, N.d.T.) i.e.  foraminiferi e gasteropodi, e alcuni molluschi di acqua dolce.”

Da studi successivi si sa pero’ che c’erano almeno 28 specie di uccelli (aves), di cui almeno sei specie di rapaci notturni e tre di rapaci diurni (Accipiter). C’era anche una lontra endemica a rappresentare i carnivori. Niente elefanti, cavalli, rinoceronti e altra roba grossa moderna, e nessuno neanche dei loro antenati, poiche’ l’isola abruzzo-pugliese era troppo distante dall’Appennino, che fungeva da ponte con l’Africa. Questi animali arriveranno in seguito, alla fine del Pliocene, quando il tavoliere, sollevandosi, unira’ il Gargano al resto d’italia. La particolarita’ della fauna del Gargano e’ quindi che si e’ evoluta per alcuni milioni di anni in quasi totale isolamento, evolvendo delle caratteristiche uniche e bizzarre, tra cui una particolare forma di gigantismo di tutti i mammiferi presenti tranne uno che invece e’ nano. Due in particolare gli animali straordinari di questo ecosistema: l’insettivorone gigante e il proto-cervomucca dai denti a sciabola.

1969, San Giovannino, (Foggia). Un gruppo di paleontologi del Rijksmuseum van Geologie en Mineralogie di Leiden, Olanda, scopre dei resti fossili in varie localita’ del Gargano, essenzialmente dove l’altipiano si unisce oggi al Tavoliere delle puglie e nel Neogene si affacciava su un mare interno stretto tra la zolla Abruzzo-Pugliese e la nascente catena appenninica. La scoperta e’ sensazionale in quanto si pensava che quella zona fosse sommersa dall’acqua, e ancora piu’ sensazionale e’ la fauna gigante che viene scoperta in queste fessure nelle cave di pietra di Apricena, un calcare metamorfosato risalente al Giurassico che e’ quasi marmo e a detta di un mio amico scultore un inferno da lavorare e levigare, quindi chapeau ai paleontologi che devono aver fatto un lavoro faticosissimo. Viene messa su da Freudenthal un’equipe internazionale per studiare questi fossili, che purtroppo non vengono lasciati in loco ma saranno portati in Olanda e in Inghilterra.

Gargano, Cava dell’Erba, si riconoscono le fessure riempite di argilla rossa tra la pietra calcarea

L’insettivorone gigante, noto alla scienza come Deinogalerix koenigswaldi, il fossile piu’ peculiare trovato sul Gargano da Freudenthal, era un parente stretto dei ricci (Famiglia Erinaceidi), ma tecnicamente il suo parente piu’ prossimo non era un riccio ma un gimnuro, un gruppo piuttosto primitivo di animali ora presenti solo con sette specie nel sud-est asiatico ma allora diffusi in tutto il Paleartico, e di cui si e’ gia parlato qui. Come i gimnuri e a differenza dei ricci, neanche i Deinogalerix avevano le spine, e probabilmente come aspetto erano molto simili ad Echinosorex gimnurus. La peculiarita’ dei Deinogalerix erano essenzialmente le dimensioni  record: 9 kg e 60 cm di lunghezza (coda esclusa), con un capoccione di 20 cm, praticamente grossi come un cane di media taglia o una volpe, i piu’ grossi insettivori mai esistiti. Echinosorex gimnurus, l’insettivoro piu’ grande oggigiorno esistente, pesa massimo due chili ed e’ grosso come un coniglio, un riccio (l’insettivoro piu’ grosso oggi presente in Europa) pesa in media un po’ meno di un chilo, due chili come record assoluto, ed e’ lungo circa 25 cm. Gli insettivori tendono di solito a rimanere piuttosto piccoli, e’ una caratteristica che gli e’ rimasta in comune coi primi mammiferi insettivori del Mesozoico ed e’ probabilmente legata alla dieta, al metabolismo veloce di questi animali e soprattutto alla nicchia ecologica che occupano. Questo bestione invece era grosso, tozzo e massiccio.  L’antenato di Deinogalerix, che significa “terribile toporagno”, stessa etimologia di dinosauro che significa “terribile lucertola”, veniva dalla Dalmazia e probabilmente arrivo’ nel medio Miocene circa 1o-12 milioni di anni fa (Serravalliano) navigando su una zattera di mangrovie o su una zattera qualunque come i moderni albanesi. All’epoca il ponte delle Tremiti era sommerso quindi non puo’ essere stata quella la via. Parasorex, questo il suo nome, era di dimensioni medio-piccole ed era uno dei tanti insetivori allora diffusi per l’Asia e l’Europa. Da questo antenato derivarono cinque specie differenti: man mano che dagli strati piu’ profondi (e piu’ antichi) delle fessure carsiche si va verso quelli piu’ recenti si vede che le dimensioni del nostro insettivorone aumentano via via e si passa da D. freudenthali, piccolo, a D. intermedius, medio, a D. koenigswaldii, gigante, in successione temporale, piu’ altre due specie sorelle. Se non si fosse estinto magari oggi il discendente sarebbe grande come una mucca.

Deinogalerix koenigswaldi in una mia ricostruzione in base alla descrizione di Freudenthal. Il particolare che piu’ lo distingue dai gimnuri e’ la coda corta e tozza. Ho inserito nell’immagine una Rana temporaria (una potenziale preda) per dare un’idea delle dimensioni.

Cosa portava il Deinogalerix a crescere? Innanzi tutto il fatto di essere su un’isola. Ci sono diversi studi a supporto del fatto che i mammiferi piccoli, sulle isole, tendono ad aumentare di dimensioni e i mammiferi grandi a rimpicciolire. Fondamentalmente i mammiferi hanno un range ideale di dimensioni (variabile a seconda del gruppo) ma possono diminuire la taglia per sfuggire meglio ai predatori (come i topi) o aumentarla per scoaraggiarli (come gli elefanti), o anche per occupare nicchie differenti rispetto ai loro competitori. Sulle isole dove questo tipo di pressioni diminuisce per via che la fauna e’ scarsa rispetto alla terraferma gli animali tendono a ritornare al loro “peso forma” e quindi a rimpicciolire se erano cresciuti troppo (come gli elefanti nani di malta) o ad aumentare di taglia come ad esempio i temibili topi dell’isola di Gough se erano piccoli. Il “peso forma” ideale dei mammiferi si aggirerebbe intorno a 1-2 kg, ma questo solo perche’ roditori ed insettivori costituiscono il 75% delle specie e incidono sulla media. L’uomo di Flores ad esempio era piccolo ma non esageriamo. C’e’ pero’ anche un’altra ragione, piu’ pratica, legata al particolare ecosistema: il clima era cambiato, diventando molto piu’ rigido che nelle ere precedenti e spazzando via piante e insetti. Diventare piu’ grossi significa adattarsi a mangiare prede di dimensioni piu’ variabili e quindi ad assicurarsi una fonte di cibo anche quando magari gli invertebrati scarseggiano.

Cosa mangiava allora Deinogalerix? Probabilmente tutto quello che non scappava abbastanza velocemente, come fa tutt’oggi Echinosorex gimnurus: studi recenti sono a sfavore dell’idea che fosse uno spazzino solo perche’ era lento, come era stato postulato in passato. Gli insettivori hanno un cervello predisposto a trovare le prede ad olfatto nella lettiera al suolo, prede che di solito non scappano. Un riccio in cattivita’ puo’ aggredire un topo se lo chiude in un angolo ma se questo scappa il riccio non e’ “programmato” per inseguirlo e sta li fermo a guardarlo andare via. Data anche la conformazione dei denti e’ probabile che Deinogalerix, disdegnando lombrichi e scarafaggi, mangiasse rane e pesci, crostacei di acqua dolce e magari cuccioli di altri mammiferi e pulcini, che insomma fosse cresciuto sino ad occupare la nicchia del predatore a tutti gli effetti, il che gli evitava di competere direttamente sia con le altre  specie di insettivoro (c’era anche un Sorex, un toporagno come quelli odierni) sia con i vari roditori. Chissa’ che contente le rane endemiche all’arrivo di questo predatore inaspettato!

Deinogalerix, come si e’ detto, non era il solo mammifero ad aver raggiunto dimensioni eccezionali: nella fauna del Gargano si trovano i resti di due specie di lagomorfo, Prolagus apricenicus, piu’ piccolo e piu’ “antico” e P. imperialis, il piu’ grosso Prolagus mai vissuto (i Prolagus erano parenti dei conigli, delle lepri e dei pica, ed erano diffusissimi in tutta Europa, Asia e Nordafrica nel Miocene, avevano le orecchie piccole e tonde, coda piccola e il dorso piegato in modo da farli sembrare sempre in posizione seduta). P. imperialis era anche piu’ grosso del prolagus gia’ eccezionalmente grosso della fauna pleistocenica sarda che ha resistito in tempi storici e si e’ estinto nel 1700 (pare fosse ottimo da mangiare). L’antenato (o gli antenati, non e’ chiaro) di queste due specie arrivo’ dai Balcani tardi sul Gargano, circa 5-6 milioni di anni fa, grazie ad un abbassamento del livello del mare nel Messiniano ma cio’ non gli impedi’ di aumentare le dimensioni in un tempo brevissimo. L’ambiente, come si e’ detto, era caratterizzato da praterie e clima arido in cui le piante C4 ricche di silicio e le monocotiledoni avevano preso il sopravvento e i prolagus endemici dovettero sviluppare dei denti particolari e unici per fare fronte a questo cibo abrasivo, consentendogli di divenire sempre piu’ abbondanti verso la fine del Miocene per mancanza di predatori.

Prolagus sardus. I Prolagus garganici non dovevano essere molto diversi nell’aspetto. Fonte

Delle tre specie di ghiro una era gigante, pari a circa il doppio di un ghiro attuale (praticamente era grande quanto uno scoiattolo rosso), una media e l’altra piccola ma la scala temporale e le parentele tra loro sono poco chiare. Fenomeno strano, i ghiri del Gargano non presentano il fenomeno dell’ipsodontia, ovvero l’ingrossamento della corona e la riduzione della radice che serve a limitare l’abrasione quando il cibo e’ molto duro, caratteristica dei roditori moderni. Evidentemente le protonocciole e le ghiande dei pochi alberi rimasti erano molto tenere nonostante il clima arido.

Sul Gargano vi erano anche diverse specie di criceto, animali che amano i climi aridi. L’antenato (o gli antenati) arrivo’ probabilmente anche lui nel Messiniano, quando si abbassarono le acque, e come avrete gia’ intuito comincio’ ad aumentare di dimensioni. Il solito Freudanthal riconosce una successione di tre specie che vanno da Hattomys beetsi, grosso quanto un moderno Cricetus cricetus, a H. nazarii di dimensioni intermedie a H. gargantua che come il nome lascia intuire era un bestione grosso circa il doppio del suo antenato, praticamente quanto un gatto di piccola taglia. Poi c’erano altre specie di criceto in compresenza, un Megacricetodon,  un Cricetulodon e un “normale” Cricetus che evidentemente prendeva sberle da tutti gli altri, conoscendo il “caratterino” dei criceti. I criceti sono stati i primi della fauna a Microtia ad estinguersi  e non sono arrivati neanche alla fine del Pliocene. Forse perche’ la ruota non era ancora stata inventata?

Contrariamente a quello che uno potrebbe immaginarsi i Microtia arrivarono tardi sull’isola, contemporaneamente ai Prolagus. Il motivo per cui si chiama “fauna a Microtia” e’ che Freudenthal trovo’ resti di Microtia in tutte le fessure, ma solo a partire da un certo punto in poi e quindi, conoscendo la data di arrivo dei microtia e la loro evoluzione poteva calcolare l’eta’ degli altri resti in base a se fossero sopra o sotto lo strato dei microtia. Anche l’antenato dei Microtia, che si chiamava Stephanomys, arrivo’ dai Balcani circa 5-6 milioni di anni fa quando il Mediterraneo si prosciugo’. La storia dei microtia e’ un po’ complicata: negli strati piu’ profondi (piu’ antichi) si riconoscono 3 specie di dimensioni diverse ma col tempo le specie piu’ piccole scompaiono lasciando il posto alla specie piu’ grande che era riuscita ad evolvere una dentatura piu’ adatta alle piante dure da mangiare (e la taglia grande in questo aiuta, poiche’ rende il morso piu’ potente). Questa specie rimane da sola per un po’ sul Gargano, continuando ad ingigantirsi e a evolvere in solitudine denti sempre meglio adattati; in realta’ si trovano rarissimi resti di una specie piu’ piccola ma non e’ chiaro se fossero immigranti da isole vicine o se fossero i residui delle due specie piu’ piccole diventate rare. All’improvvisano spuntano fuori dal nulla altri due lignaggi di microtia, uno piu’ piccolo e uno molto piu’ grande, che probabilmente si erano evoluti su altre isole (forse sulla vicina isola della Murgia): il livello del Mediterraneo nel frattempo si era di nuovo alzato e l’isolone appulo-dalmato abruzzese si era frammentato in un arcipelago dove ogni specie si evolveva per conto suo sviluppando caratteri peculiari. Di solito se la niccha ecologica e’ gia’ occupata e’ difficile che un animale con una nicchia analoga riesca a conquistare un’isola ma in questo caso le differenze di dimensioni aiutarono e le tre specie riuscirono a coesistere e coadattarsi pur competendo per le risorse.

Gargano, moderno “ponte di isole”. Fonte

I Microtia erano roditori dalle abitudini interessanti: erano infatti animali che vivevano in tane sotterranee scavate coi denti, come fanno tutt’oggi le arvicole e gli eterocefali glabri. Non sappiamo se avessero sviluppato eusocialita’ come gli eterocefali o se fossero grosso modo solitari come le arvicole. Sappiamo pero’ che si nutrivano di radici e tuberi e che non somigliavano ad arvicole, che sono parenti dei criceti, ma piuttosto a ratti. Considerando che il teschio dell’olotipo della specie piu’ grossa, Microtia magna, misura 8 cm, se le proporzioni corporee erano le stesse di un ratto nero ci troviamo in presenza di un zoccolone da 30 cm. Per fortuna era vegetariano. Non sappiamo gli altri caratteri esterni, ma sappiamo che per distinguerlo da un ratto sarebbe bastato guardare il muso, lunghissimo in Microtia. Nota di colore interessante, man mano che negli strati le dimensioni dei Microtia aumentano, aumentano parallelamente anche quelle dei rapaci. La fine dei Microtia arrivo’ quando arrivarono le arvicole alloctone attraverso il neoemerso Tavoliere delle Puglie, nel Pleistocene: non riuscirono a sopravvivere alla competizione con una specie che occupava la loro stessa nicchia ecologica, un po’ come accade tutt’oggi quando introduciamo specie alloctone sulle isole.

I rapaci erano infatti gli unici potenziali predatori per i roditori. La lontra endemica, che si chiamava Paralutra garganensis era… indovinate un po? di dimensioni molto grandi e mangiava bivalvi e non pesci come le altre lontre. Visto che le lontre sono mustelidi piuttosto grandi sulla media della loro famiglia mi sarei aspettata che l’endemismo insulare portasse ad una riduzione delle dimensioni rispetto a una comune lontra europea o alla coeva lontra miocenica diffusa un po’ in tutta Europa e da cui deriva (P. jaegeri), invece no, anche la lontra segue il trend collettivo e cresce di dimensioni, pur non essendo un predatore dei vari sorcioni giganti. L’unica spiegazione che riesco a darmi e’ che il microclima del Gargano, allora come oggi, fosse micidiale e che la lontra fosse grande per proteggersi dal freddo delle acque in inverno. Oppure che anche i bivalvi fossero giganti.

Ed infine veniamo a lui, l’unico animale che nella terra di Brobdingnag, la terra dei giganti dei viaggi di Gulliver, e’ rimasto piccolo. Hoplitomeryx aveva le dimensioni e l’aspetto complessivo di un muntjac (Muntiacus reevesi), uno di quei piccoli cervi cinesi di cui e’ piena l’Inghilterra, ovvero piu’ o meno le dimensioni di un capriolo, ma non era un cervo, pur essendo un Artiodattilo. E’ infatti da considerarsi alla base dei lignaggi dei bovidi, dei cervidi e delle giraffe, un parente indifferenziato dell’antenato comune di tutti gli artiodattili. L’Hoplitomeryx arrivo’ relativamente presto sul Gargano, gia’ nell’Oligocene, e si diffuse rapidamente anche in Abruzzo, ma rimase isolato dal resto del mondo. Cosi’, mentre in Africa e in Asia nel Miocene si evolvevano  le mucche, le giraffe, i cervi e le antilopi, Hoplitomeryx rimaneva in stasi evolutiva prigioniero della sua isola, un fossile vivente, come e’ accaduto anche al suo cugino tragulo incredibilmente tutt’ora in giro su questo pianeta.

Cranio di Hoplitomeryx. Da Leinders, 1983

La caratteristica piu’ bizzarra di Hoplitomerys matthei, la prima specie descritta, sono le corna che sono oggettivamente un po’ troppe: un corno tipo unicorno sul naso, due corna piu’ grandi sulla testa (non ramificate, come quelle dei caprioli) che puntano verso dietro e due corna piu’ piccole sulle arcate orbitali che puntano in avanti. Come se cio’ non bastasse, i canini sono a sciabola e lunghissimi come quelli del tragulo, appunto, o del cervo muschiato. Non essendoci nemici naturali, tutto questo ambaradan di corna doveva essere rivolto verso i conspecifici e le competizioni tra i maschi dovevano essere feroci. Per la verita’, non e’ stato trovato nessun cranio con tutte le corna, le 4 sulla testa, quello sul naso e le due zanne. E’ anche possibile che le varie corna e zanne fossero variamente distribuite in specie diverse che si differenziarono nei vari ambienti dell’isola appulo abruzzese, come confermerebbero notevoli variazioni nella proporzione degli arti e alcune altre importanti variazioni anatomiche. Tutte le specie, comunque, seppure variabili tra lo snello e il massiccio, non diventarono mai piu’ grosse di un pastore tedesco.

Che ne e’ stato di tutti questi animali? Alla fine del Pleistocene il livello delle acque si alzo’ ancora e copri’ molte delle isole dell’arcipelago pugliese. Il colpo di grazia pero’ fu l’invasione delle specie aliene quando il Tavoliere congiunse la zolla Abruzzo-Pugliese con l’Appennino circa 2 milioni di anni fa, tra la fine del Pliocene e l’inizio del Pleistocene. I resti di questo periodo contano infatti, a parte le gia’ menzionate arvicole: elefanti, diversi carnivori, un cavallo, rinoceronti, un bisonte primitivo, il bue muschiato, un daino primitivo, una forma gigante di Megaceroides (cervo gigante). Accadde quello che accadde quando si unirono le due Americhe e scomparvero moltissimi  marsupiali dal Sud America: tutte le specie endemiche si estinsero, cancellate in un batter d’occhio geologico dalla faccia della terra per via dell’intrusione degli alieni. Un fenomeno naturale, certo, ma anche una lezione che sembra non abbiamo ancora imparato.

Referenze:

http://web.me.com/uriarte/Earths_Climate/4._Tertiary_Era.html

http://www.searchanddiscovery.com/documents/97020/memoir43.htm

http://historyofgeology.blogspot.com/2010_10_01_archive.html

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Giuli, C, and Torre, D.  “Species interrelationships and evolution in the pliocene endemic faunas of apricena (Gargano Peninsula-Italy).” Geobios 17 (1984): 379-383.

Leinders, J., 1983. Hoplitomerycidae fam. nov. (Ruminantia, Mammalia) from Neogene fissure fillings in Gargano (Italy). Part.1: the cranial osteology of Hoplitomeryx gen. nov. and discussion on the classification of pecoran families. Scripta Geologica 70, 1–68.

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Anonimo: La paleobiogeografia del Gargano

Mazza, P., & Rustioni, M. (2008). Processes of island colonization by Oligo–Miocene land mammals in the central Mediterranean: New data from Scontrone (Abruzzo, Central Italy) and Gargano (Apulia, Southern Italy) Palaeogeography, Palaeoclimatology, Palaeoecology, 267 (3-4), 208-215 DOI: 10.1016/j.palaeo.2008.06.018

Published by tupaia on gennaio 17th, 2011 tagged Estinti!, evoluzione, mammiferi


4 Responses to “L’incredibile fauna dell’isola del Gargano, arcipelago Puglia”

  1. claudio Says:

    sarò ripetitivo ma…bell’articolo! in una cava simile in puglia, vidi delle orme di dinosauro, per la precisione orme di adrosauri :-)

  2. networm Says:

    Se ci fosse una via d’acqua potrei usare una zattera di mangrovie per andare al lavoro…

  3. kosmiktrigger23 Says:

    proto cervo mucca dai denti a sciabola è la più bella combinazione di parole che abbia mai letto in tutta la mia vita

  4. Ghedo Says:

    Spettacolare il blog (che seguo da anni, anche se in silenzio), spettacolare l’articolo. La prima volta che sentii parlare della fauna assurda del Gargano fu in un articolo del Corriere della Sera del 1989/90 (avevo 12 anni), scritto da Danilo Mainardi, che si intitolava “Quando il Gargano era un’isola ci vivevano alche i coccodrilli”. Insomma, il titolista aveva scelto proprio le bestie meno spettacolari per introdurre l’articolo…
    Fortuna che poi rimediava con la presentazione del Deinogalerix e di due rapaci giganti, Tyto gigantea e Garganoaetus freudenthali. Peccato non ci fosse Hoplitomeryx… :)

    Diego

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