La mucca che guarda passare il tempo (Bos primigenius)

Tertium est genus eorum, qui uri appellantur. Hi sunt magnitudine paulo infra elephantos, specie et colore et figura tauri. Magna vis eorum est et magna velocitas, neque homini neque ferae quam conspexerunt parcunt

Giulio Cesare, De Bello Gallico, 6.28

Le mucche appartengono alla specie Bos taurus e ci sembrano lente e stupide ma non e’ stato sempre cosi’. Non diamole per scontato perche’ persino loro, l’emblema della docilita’ domestica, riservano non poche sorprese.

Fino a qualche migliaio di anni fa gli antenati delle mucche pascolavano liberi in ampie foreste e praterie. All’epoca pero’ non si chiamavano mucche ma uri, erano molto piu’ grossi, feroci ed agili e un biologo li avrebbe chiamati Bos primigenius. Come tutte le creature imponenti, incutevano un timore reverenziale ai nostri avi, che le dipinsero in diverse occasioni, ad esempio nelle grotte di Lescaux

 

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Le grotte di Lescaux in Francia furono dipinte circa 17.000 anni fa, molto prima della domesticazione dell’Uro e questa immagine di un toro al galoppo rende bene l’impressione di forza e agilita’ che i nostri avi avevano di questi animali. Foto da: whytraveltofrance.com

In origine l’uro sembra si sia evoluto in India nel Pleistocene, intorno ai 2 milioni di anni fa. Da qui inizio’ la sua diffusione che lo porto’ ad occupare buona parte del Paleartico (Asia ed Europa) e il Nord Africa. Di conseguenza, ben presto si differenziarono tre sottospecie di uro: una in Asia (Bos primigenius namadicus) , una in Europa e medio oriente (Bos primigenius primigenius), ed una in Africa (Bos primigenius mauretanicus). Dalla sottospecie asiatica si sono evolute le mucche indiane o zebu’ (Bos indicus), quelle con la gobba che girano macilente per le citta’ indiane, per intenderci. Dalla sottospecie del medio-oriente, invece, si sono evolute le nostre mucche europee non gobbute. Il processo di domesticazione dei bovini e’ quindi avvenuto due volte indipendentemente, uno in India e l’altro in Mesopotamia, si pensa intorno agli 8500 anni fa. I bovini domestici africani invece pare siano stati introdotti solo dopo la domesticazione delle  due sottospecie asiatiche e quindi non discendono dalla sottospecie africana, ma sono dei mix di zebu’ e mucche con vario grado di purezza genetica, posto che il termine purezza genetica non sia un ossimoro. L’uro africano si e’ quindi estinto senza lasciare discendenti.

Pur essendosi estinto ufficialmente nel XVII secolo, in realta’ si sa molto poco degli usi e costumi dell’Uro. Morfologicamente, era molto piu’ grande di una mucca moderna (i tori di uro arrivavano a 1.80 m di altezza al garrese, cioe’ la testa di un uomo alto raggiungeva al massimo la spalla della bestia. Io suppongo gli sarei arrivata ad un ginocchio). Il peso arrivava alla tonnellata. Rispetto ai bovini domestici l’uro aveva delle altre differenze significative come ad esempio le corna: queste erano molto lunghe, anche 1.20 m, e avevano una forma di lira nelle femmine e di mezzaluna nei maschi. Il rischio di prendersi una cornata di uro nei gioielli di famiglia avrebbe fatto desistere qualunque torero dotato di un minimo di cervello, suppongo. I tori erano scuri, anche neri, e avevano una stria piu’ chiara sul dorso mentre le femmine erano piu chiare, sul grigio, e i vitellini sul marroncino. Un anello bianco circondava gli occhi in entrambi i sessi, Si muovevano agilmente spostandosi in foreste anche molto fitte ma utilizzavano anche a volte pascoli aperti, in piccoli gruppi di massimo una decina di individui. I gruppi erano composti da un maschio, da 4-5 femmine e dai vitellini, con il maschio che gelosamente badava che nulla accadesse al suo branco. Probabilmente la riproduzione avveniva nel corso di tutto l’anno, ma con picchi di nascita dei vitellini in primavera.Gli uro, maschi e femmine, erano bestie decisamente aggressive e si sono trovati scheletri di uro con ferite di cornate probabilmente inflitte durante combattimenti tra maschi.

Si trattava tuttavia di montagne di carne in movimento e posso capire che facessero gola ad un uomo delle caverne affamato. Le tecniche di caccia all’uro suppongo variassero in base alle zone e agli usi e costumi dei popoli. Giulio Cesare cosi’ descrive la caccia agli uro da parte dei Germani nel De Bello Gallico:

Hos studiose foveis captos interficiunt. Hoc se labore durant adulescentes atque hoc genere venationis exercent, et qui plurimos ex his interfecerunt, relatis in publicum cornibus, quae sint testimonio, magnam ferunt laudem. Sed adsuescere ad homines et mansuefieri ne parvuli quidem excepti possunt. Amplitudo cornuum et figura et species multum a nostrorum boum cornibus differt. Haec studiose conquisita ab labris argento circumcludunt atque in amplissimis epulis pro poculis utuntur.

Se anche il vostro latino risiede, come nel mio caso, in quella zona del cervello dove pascolano le trilobiti, eccovi la traduzione: ” Uccidono questi (gli uri) dopo averli presi con cura in fosse. I giovani si irrobustiscono con questa fatica e si esercitano con questo genere di caccia; e quelli che ne hanno ucciso il maggior numero, portate le corna in pubblico che ne siano testimonianza, riportano grande lode. Ma neppure se catturati da piccoli si possono abituare all’uomo ne’ addomesticare. L’ampiezza e la forma e l’aspetto delle corna differiscono molto dalle corna dei nostri buoi. Queste, ricercate con cura, le cerchiano di argento all’orlo e se ne servono come bicchieri in ricchissimi banchetti” (traduzione da qui).

Quel che e’ certo e’ che la caccia indiscriminata e probabilmente la deforestazione a scopo agricolo ha portato lentamente al declino di questa specie. Nel medioevo  era gia’ scomparso da tutta l’Europa occidentale (in tempi neolitici era riportato addirittura nella foresta di Dean, nel sud dell’Inghilterra, e in Scandinavia), mentre le sottospecie asiatica ed africana erano gia’ scomparse da tempo nelle pance di genti affamate. Nel tredicesimo secolo l’areale dell’uro era infatti limitato alle foreste piu’ inestricabili (e meno abitate) della Polonia, Lituania, Moldavia, Transilvania e Prussia. Qui si salvarono perche’ bizzarramente i nobili, dopo essersi riservati il diritto di cacciarli, notando il declino della specie smisero del tutto di cacciarli e punivano i bracconieri con la morte. Sforzo inutile, comunque. L’ultimo uro, una femmina, fu bracconata nel 1627 nella foresta reale di Jaktorowski in Polonia.

I geni dell’uro tuttavia non sono persi, essendo rimasti nel DNA dei bovini domestici, soprattutto quelli piu’ primitivi.

Tecnicamente infatti le docili brunalpine degli alpeggi altoatesini e gli uri appartengono  alla stessa specie in quanto rimasero interfecondi  anche dopo la domesticazione delle mucche; un po’ quello che e’ successo al lupo divenuto cane e al gatto selvatico libico divenuto micio di casa: i tempi di separazione non sono stati sufficientemente lunghi per far si che le due genealogie (selvatico e domestico) evolvessero limiti fisici all’accoppiamento. La molto discussa e imprecisa definizione di specie recita infatti che: “due individui appartengono alla stessa specie se producono prole fertile”. Questa definizione quindi calza bene agli uro e alle mucche, ai lupi e ai cani, e ai gatti selvatici e ai gatti domestici.

Pero’ c’e’ un pero': siccome non ci piace pensare che una stolida mucca sia uguale ad un nobile uro, i tassonomi inglesi della ICZN (Commissione Internazionale della Nomenclatura Zoologica) hanno deciso che bisogna usare due nomi scientifici differenti per la mucca e per l’uro, essendo “ruled under the plenary power to be not invalid by reason of being pre-dated by a name based on a domestic form (Mammalia)“. Cosa questa frase sibillina stia a significare esattamente non lo so, non la capisco. La versione ufficiale e’ che siccome il nome di Bos primigenius era stato dato all’Uro prima di scoprire, nel XIX secolo, che si trattava della stessa specie, allora resta valido il nome. Cio’ pero’ non vale per molti altri animali che vengono invece sottoposti a revisione tassonomica poiche’ si scopre in seguito che sono della stessa specie. La mia interpretazione di questa frase e’ dunque che ci sono i raccomandati pure nella classificazione tassonomica. Per i tassonomi americani dell’ITIS, invece, Bos primigenius e Bos taurus sono sinonimi e se proprio uno vuole specificare che la mucca e’ una sottospecie di uro deve scrivere Bos primigenius taurus. Roba da chiodi: oramai i tassonomi sono in guerra anche tra loro, oltre che col resto del mondo che deve correre dietro alle loro fantasie.

Su wikipedia conto 236 razze di mucca, ma sospetto che questo numero vari un po a seconda di come si preferisce suddividere i gruppi e non faccio fatica a pensare che questo numero si possa estendere ancora.

Tra tutte queste razze ce ne sono alcune definite “rustiche”, o piu’ in generale “primitive”, laddove primitivo significa che hanno piu’ caratteri fenotipici dell’uro. Tra queste c’e’ ad esempio la razza Highlander, quel simpatico bovino rossiccio, peloso e con la frangetta con cui la menano tanto gli scozzesi e che in realta’ non somiglia affatto ad un uro quanto piuttosto ad un grosso pelouche. Si sa pero’ che al mondo la vince chi ha un miglior marketing.

Tra tutte le mucche che ho visto in vita mia, quella che in assoluto piu’ assomiglia ad un uro e’ la razza podolica.

 

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 Foto: (C) Adriano Sofo

Il termine podolico significa proveniente dalla Podolia, che e’ una regione della Ucraina, ovvero guarda caso piu’ o meno la zona dove erano sopravissuti gli uri. L’origine di questa mucca tuttavia non e’ chiara: non si sa infatti se  fu portata in Italia dagli Unni nel V sec d.C. o se invece proviene da Creta. Resta il fatto che la Podolica e’ molto diversa dai bovini dei romani, che avevano le corna corte ed erano tozzi, e quindi la sua origine di sicuro non e’ italiana. Nel medioevo bovini rustici, agili e con le corna lunghe, adattati a pasti frugali  e ambienti poveri erano diffusi in tutta la penisola ma gradatamente il loro areale si ridusse sempre piu a sud poiche’ a nord, dove il suolo era meno arido, potevano essere allevate razze piu’ produttive. Nel suo confinamento a sud, tuttavia, la Podolica (un tempo chiamata anche Pugliese) ha lasciato indietro altre razze “primitive” come la Romagnola e la Maremmana. Oggi e’ diffusa con alcune decine di migliaia di capi in Puglia, Campania, Molise, Basilicata e Calabria ed e’ considerata uan razza da proteggere.

 Cos’ha dunque di particolare la podolica? Le corna, innanzi tutto, molto lunghe in proporzione, a lira nelle femmine e a semiluna nei maschi. Il mantello, scuro nei tori e grigio chiaro (a volte tendente al bianco) nelle femmine, con i vitellini fromentini (che ho scoperto significa del colore del frumento). A volte c’e’ anche una striscia di colore diverso sul dorso, come si vede nel vitello della seconda foto. L’adattamento alla vita in foresta (vivono benissimo in Foresta Umbra, dove incredibilmente si arrampicano e arrivano nei macchioni piu’ inestricabili con un incredibile passo felpato per la loro mole). La struttura sociale, piccoli branchi (sempre o quasi allevati bradi) di massimo una decina di individui, composti da un toro, 4-5 femmine e i vitellini. La giogaia ben sviluppata, come l’aveva l’uro. Il carattere bellicoso (mi e’ stato raccontato di una podolica che ha sfondato il finestrino dell’auto di un passante e di proprietari incornati da tori podolici). Lo sguardo stranamente vispo e attento per una mucca, fisso sul malcapitato trekker e pronte a scattare se ci si mette tra la madre e il vitello. Uri, insomma. Piu’ piccoli, ma uri. Nessun dubbio. Ed in piu’ dal poco latte prodotto da questi mini-uri si ottiene anche un formaggio a quanto pare pregiatissimo, il caciocavallo podolico. Non fatelo sapere agli scozzesi e alle loro mucche di pezza che gli ultimi uri sono rimasti nel sud dell’Italia.

Referenze:

R T Loftus, D E MacHugh, D G Bradley, P M Sharp, and P Cunningham (1994) Evidence for two independent domestications of cattle Proc. Nadl. Acad. Sci. USA Vol. 91, pp. 2757-2761, March 1994

Published by tupaia on gennaio 25th, 2009 tagged Erbivori, Estinti!, mammiferi, tassonomia


22 Responses to “La mucca che guarda passare il tempo (Bos primigenius)”

  1. Clauido Says:

    ciao, il così detto “mucco pisano” http://www.avanzi.unipi.it/comunicazione/visita_fotografica/images_visita_fotog/piaggia/IMG_0711.JPG

    secondo te ci assomiglia un pochino all’uro?

  2. falecius Says:

    Il banteng indonesiano invece è una specie completamente diversa?

  3. Cla Says:

    ieri avevo messo un commento ma ora è sparito…mah!
    ti chiedevo se secondo te, la razza detta “mucco pisano” ci assomiglia un pò all’uro (non per le corna, ma per il resto apparte l’occhio cerchiato)
    metto un link da google
    http://www.avanzi.unipi.it/comunicazione/visita_fotografica/images_visita_fotog/piaggia/IMG_0711.JPG

  4. danilo Says:

    Credo di aver letto che in Asia siano state domesticate tre (o quattro?) specie diverse di bovini.

  5. falecius Says:

    allora: almeno lo zebù, lo jak ed il bufalo. con il banteng fanno quattro.

  6. Miles Says:

    WILDLIFE TRANSPORT FROM THE NETHERLANDS TO LATVIA:
    HORSES AND AUROXEN FOR ECOLOGICAL RESTORATION

    Sul sito di Large Herbivorous Foundation trovate notizie sulla “reintroduzione” di bovini “antichi”, penso che l’Auroxen sia una ricostruzione dell’Uro.

    Miles

    Geographic distribution and frequency of a taurine Bos taurus and an indicine Bos indicus Y specific allele amongst sub-Saharan African cattle breeds

  7. Marco Ferrari Says:

    Il banteng è un’altra specie, (Bos javanicus) anch’essa addomesticata e interfertile con i banteng selvatici. Lo zebù è una mucca (anch’essa genere Bos) lo yak è Bos grunniens, il bufalo è un altro genere, Bubalus, mentre il bufalo africano, non addomesticato (e provaci tu!) è Syncerus.
    Guarda cosa dice Wiki sulla disputa dei nomi latini.

    In 2003, the International Commission on Zoological Nomenclature resolved a long-standing dispute about the naming of those species (or pairs of species) of Bos that contain both wild and domesticated forms. The commission “conserved the usage of 17 specific names based on wild species, which are pre-dated by or contemporary with those based on domestic forms”, confirming Bos primigenius for the aurochs and Bos gaurus for the gaur. If domesticated cattle and gayal are considered separate species, they are to be named Bos taurus and Bos frontalis; however, if they are considered part of the same species as their wild relatives, the common species are to be named Bos primigenius and Bos gaurus. Insomma, è un casino.

  8. falecius Says:

    Marco: alla luce di tutto ciò, le voci di wiki in italiano sono spaventosamente malmesse (ma non mi sento di avere la competenza per metterci mano).

  9. falecius Says:

    Allora, avevo dimenticato il gaur domestico. Fanno cinque, di cui quattro del genere Bos.

  10. tupaia Says:

    Claudio: il tuo bue pisano ha le corna corte e il muso idem, ma con tutto il macello che c’e’ sulla genetica delle mucche da una foto non mi sento di esprimere un’opinione sulle parentele.

    La podolica mi ricorda l’uro non solo per l’aspetto ma anche, e soprattutto, per il comportamento agile, bellicoso e “selvatico”. Le podoliche corrono, e molto, ad esempio, cosa che non si puo’ dire della maggior parte delle mucche.

  11. tupaia Says:

    Falecius: le voci in italiano di wiki sulla zoologia sono terribili, ma questo e’ abbasdtanza risaputo, ahime’.

    Tutti: grazie ai vostri spunti sto cercaqndo di fare delle aggiunte al post ma wordpress non collabora e si rifiuta di salvare le modifiche :(
    Spero di riuscirci nei prossimi giorni, grazie per la discussione

  12. cla Says:

    i miei commenti si vedono allora?
    meglio così…
    in effetti sono un pò apatiche come vacchette (le allevano in un azienda allo stato semi brado, ma stanno quasi sempre sdraiate a ruminare) avevo pensato all’uro, visto il loro colore scuro e la linea marrone chiara sulla schiena. in oltre sono abbastanza grosse.

  13. Stefano Says:

    “posto che il termine purezza genetica non sia un ossimoro”

    Questa frase di per sé vale un intero corso di genetica…
    Long live Tupaja

  14. tupaia Says:

    Claudio: il filtro antispam blocca i commenti contenenti dei link e li sottopone prima alla mia approvazione, tutto qui, c’e’ voluto un po prima che vedessi che c’erano commenti da moderare

  15. giona Says:

    cito:
    Il rischio di prendersi una cornata di uro nei gioielli di famiglia avrebbe fatto desistere qualunque torero dotato di un minimo di cervello, suppongo.

    al contrario i tori selvatici del centro europa erano una delle attrazioni più amate dei venatoria circenses (i combattimenti tra uomini e animali al circo)

  16. tupaia Says:

    Giona: si, ma non si supponeva, come invece accade nelle moderne corride, che vincesse sempre il torero… ;-)

  17. Adriano Says:

    Buono il caciocavallo podolico… Appena vado a Potenza spendo mezzo stipendio per comprarne uno!

  18. Ankou6 Says:

    Ciao, ottimo sito, me lo sto oziosamente leggendo a scendere dall’ultimo post pubblicato. Ti segnalo una teoria interessante sulla domesticazione dell’ uro, che parte sia da ritrovamenti archeologici sia da considerazioni sulle analogie tra il nebuloso progresso della domesticazione della mucca dall’uro e la domesticazione del Mithan dal Gaur. In sostanza si suppone che i primi tentativi di allevamento nel vicino oriente siano stati fatti non tanto per finalità di alimentazione, perchè avevano già capre, pecore e maiali, ed ovviamente gli adulti non erano ancora in gran parte in grado di produrre lattasi per bere il latte bovino senza pericolo. Inoltre, come hai detto tu, si trattava di una bestia bella grossa e incazzosa, chiuderla in piccoli recinti vicino a dove abiti non sembra intelligentissimo. Quindi l’idea è che si sia inizialmente tentato di allevare l’uro perchè aveva una grande importanza religiosa, essendo una specie di controparte maschile al culto neolitico della grande madre (le cui tracce le trovi ancora adesso!). Senza scomodare i cretesi se ne trovano ampie tracce in più o meno tutte le culture neolitiche della mezzaluna fertile, in particolare in Anatolia. L’idea è che ci facessero tauromachie e li legassero a dei carri per fare parate sacre in onore della Dea. Solo poi hanno scoperto quanto era buono il cacio con le pere.

  19. Ankou6 Says:

    wow, sorry per la pessima scrittura (bisogna rileggere PRIMA di schiacciare il pulsante per inviare il commento…)

  20. Se la brucellosi è un caso politico « VOCE DEL REVENTINO Says:

    […] http://www.lorologiaiomiope.com/?p=464 […]

  21. LAMBERTO RANIERI Says:

    HO LETTO CON PIACERE LA STORIA DELL’URO,SONO CONVINTO CHE LA RAZZA PODOLICA ABBIA MOLTO DEL DNA DELL’ANTICO BOS TAURUS PRIMIGENIUS ALLEVATA NEL SUD ITALIA,NEL NORD POSSIAMO TROVARE SEMPRE DI DERIVAZIONE PODOLICA LA RAZZA ROMAGNOLA CHE GRAZIE AD UNA AZIONE INTELLIGENTE DI SELEZIONE HA LE CARATTERISTICHE DI UN BOVINO DA CARNE MODERNO,MA CON UN PATRIMONIO GENETICO ANTICHISSIMO CHE CE LO INVIDIANO TUTTI, E NOI FACCIAMO POCO PER CONSERVARLO
    SALUTI RANIERI LAMBERTO

  22. antonio stola Says:

    cerco materiale sui bovini podolici pugliesi, per un lavoro,e posso fornire copia gratuita e provvisoria.peralcuni ,l’uro, attraverrso migrazioni,sarebbegiubnto in italia dalla podolia,molto prima di cesare.le pitture rupestri,lasciate per i posteri, preistoriche,potrebbero riguardare non bovini cacciati,ma allevati-cacciati?in quel periodo le ossa umane erano poche,el’Uomo stava sparendo o quasi.vero?

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