Il prezzo della liberta’. Dramma in tre atti (Equus ferus przewalski)

Et par le pouvoir d’un mot
Je recommence ma vie
Je suis né pour te connaître
Pour te nommer
Liberté.

Paul Eluard

Personaggi, in ordine di apparizione:

Equus ferus przewalski (cavallino selvatico mongolo)

Equus ferus ferus (suo parente)

Equus caballus (un discendente di Equus ferus ferus)

Hans Schiltberger, nobile bavarese

John Bell, medico scozzese

Orde di Mongoli, tra cui quelle di Modu Shanyu e Gengis Khan

Nikolai Mikhaylovich Przhevalsky (colonnello dell’esercito russo, geografo ed esploratore)

Lutz e Heinz Heck, scienziati nazisti

Soldati nazisti

Scienziati della ZSL

Atto 1- Gli albori

Il luogo sono le grandi steppe eurasiatiche, il tempo circa 2.4 milioni di anni fa.  A quel tempo un cavallo primitivo diede origine ad almeno due sottospecie, il tarpan e il cavallo di Prezwalsky Przewalski. La speciazione avvenne in allopatria (separazione geografica): il tarpan a ovest degli Urali, il cavallo di Przevalsky Przewalski a est.

Il tarpan era un cavallo tozzo, con le gambe corte, le orecchie da mulo e  il naso a banana, ma era pur sempre un cavallo. Era (secondo il famoso naturalista Gmelin che lo osservo’) color grigio topo ma con le estremita’ delle zampe nere . Viveva in piccoli branchi formati da un maschio dominante, lascaux-tarpan.JPGalcune giumente e i loro puledrini, galoppando nelle foreste dell’Europa preistorica, come i numerosi dipinti rupestri lasciatici dai nostri antenati testimoniano: se appartieni alla megateriofauna (i mammiferi grossi) e non hai il ritratto a Lescaux non sei nessuno, peggio che non essere su Who is Whom. Forse esistevano almeno tre diverse popolazioni, di colori diversi.

Il tarpan a Lascaux

Il tarpan era una bestia furba e si lascio’ avvicinare dall’uomo: sappiamo infatti dalle analisi genetiche che il cavallo domestico discende dal tarpan e studi archeologici recentissimi  dimostrano che la domesticazione e’ avvenuta per la prima volta in Kazakisthan 5500 anni fa presso la cultura Botai.  Lo scopo del legame tra l’uomo e il cavallo e’ evidente: il cavallo non solo fornisce carne, ma anche latte, forza lavoro e trasporto e  uccidere gli animali selvatici per mangiarli e’ molto meno conveniente che compiere lo sforzo della domesticazione e della selezione artificiale, posto di trovare del buon materiale genetico -consenziente- da cui partire.

Il cavallo di Prevalsky Przewalski, da qui in avanti chiamato col suo nome mongolo, Takhi (che significa “spirito”), per incompatibilita’ di chi scrive con lo spelling del polacco, invece assomiglia quasi piu’ ad un asino che a un cavallo: muso bianco, criniera ritta da skinhead, pancia gonfia e gambe sproporzionatamente corte (al garrese sono alti circa 1.20-1.30 m, poco piu’ di un pony). Il mantello e’ fulvo con una stria scura dorsale e delle strisce nere sulle zampe. Sopra ogni altra cosa, pero’, il takhi ha un carattere ancora piu’ di merda di quello di un asino, per cui la sua domesticazione non e’ mai stata possibile: e’ rimasto nei secoli uno spirito libero e indomabile, insofferente fino all’estremo alla soma e alla monta. Il suo habitat e’ quello delle steppe brulle dell’Asia centrale, e anch’esso (come il tarpan e i moderni cavalli rinselvatichiti) forma piccoli gruppi poligamici che riuniscono un maschio dominante, alcune femmine e i puledrini.

przewalski.jpg

 Cavallo di Przewalski. Foto: animaldiversity.ummz.umich.edu

Sembrerebbe facile e lineare quindi la tassonomia dei tre grandi gruppi equini (tarpan, takhi e cavallo domestico), ma non e’ cosi’. Si premetta che il cavallo domestico e il tarpan hanno 64 cromosomi ed erano liberamente interfecondi, mentre il cavallo di Pretzwalsky Przewalski  ne ha 66. Gli ibridi hanno 65 cromosomi MA sono fertili. Se ibridati ancora con i cavalli perdono un cromosoma (64) e anche il grosso delle caratteristiche ferali, assomigliando ad un cavallo domestico.

Tutto cio’ apre un problema: si tratta di sottospecie diverse della stessa specie o di tre specie diverse? Tutto sommato sono popolazioni interfeconde a progenie fertile anche laddove il numero di cromosomi e’ diverso (anche l’antenato dell’uomo e’ stato interfecondo con l’antenato dello scimpanze’ per almeno due milioni di anni pur avendo un numero diverso di cromosomi, e all’epoca avremmo potuto dire che si trattava ancora della stessa specie di primate) . I tassonomi, come al solito, non concordano. Alcuni quindi riconoscono Equus caballus (il cavallo domestico), Equus ferus (il tarpan) e Equus przewalski (il takhi); altri dicono che la specie e’ la stessa, ma a questo punto si litiga per il nome scientifico: per le regole della tassonomia vale il primo nome assegnato, quindi dovrebbe valere Equus caballus per tutti, assegnato da Linneo. Ma nel 2003 la Commissione Internazionale per la Nomenclatura Zoologica ha deliberato che per 17 specie domesticate si puo’ usare una nomenclatura differente rispetto al loro corrispettivo selvatico, per cui Equus ferus rimane per il tarpan e per il takhi, (che diventano rispettivamente Equus ferus ferus e Equus ferus przewalski), mentre il cavallo domestico e’ Equus caballus (e anche i mustang (i cavalli americani rinselvatichiti), quelli australiani, e quelli della Camargue). Sfortunatamente, non tutti i tassonomi concordano con questo “strappo alla regola” e la posizione tassonomica dei cavalli rimane nebulosa.

Atto II – La disfatta

Il tarpan si e’ estinto con la morte dell’ultimo esemplare nel 1887 allo zoo di Monaco. L’ultimo tarpan selvatico fu una femmina che mori’ ad Askania Nova, in Ucraina, nel 1879. Da molto tempo comunque se la passava male: la caccia per la carne, l’inquinamento genetico col cavallo domestico e la distruzione del suo habitat forestale a beneficio delle colture ne avevano minato la sussistenza gia’ da molti secoli. Gli ultimi branchi selvatici abitavano la foresta di Bialowieza nel XVIII secolo. Alcuni esemplari catturati furono portati nel 1770 nel giardino zoologico del conte Zemoyski a Bilgoraj in Polonia, ma il tentativo non fu sufficiente e il branco si estinse. Di questo animale ci resta una sola foto, un po’ di ossa fossili e i gia’ nominati dipinti rupestri. E i suoi geni nella variante del cavallo domestico, ovviamente.

 kherson_tarpan.jpg

L’ultimo tarpan dello zoo di Mosca, un ibrido probabilmente, a giudicare dalla lunga criniera . Foto: licenza creative commons

Il cavallo di Prtzezwalskji Przewalski invece e’ miracolosamente arrivato sino ai giorni nostri, ma non per mancanza di impegno da parte nostra nello sterminarlo, solo per un inatteso colpo di fortuna.

Le prime descrizioni del takhi giunte a noi europei le dobbiamo ad un tale Hans Schiltberger, un nobile tedesco, nel XV secolo. Secondo le cronache, costui fu ferito e preso prigioniero dagli ottomani nella battaglia di Nicopoli (1396) poi, dopo la battaglia di Ankara, nel 1402, passo’ al servizio di Timur (Tamerlano il Grande) e alla morte di questi visse in Armenia con uno dei suoi nipoti. Dopodiche’ fu ceduto ad un principe tartaro, Chekre, con il quale viaggio’ in Siberia. Fu in occasione di questo viaggio che osservo’ e descrisse i cavallini selvatici delle steppe mongole. Al suo ritorno in patria, dopo trent’anni (Marco Polo era un dilettante in confronto a Schiltberger), scrisse un libro sui suoi viaggi sfortunatamente mai pubblicato (Reisebuch, oggi custodito nella biblioteca di Monaco), in cui la descrizione dei cavalli di Przewalski e’ estremamente accurata. Disgraziatamente pochissimi europei ebbero la fortuna di leggerla.

Il secondo occidentale che ammiro’ e descrisse questi cavallini selvatici fu un medico-avventuriero scozzese, John Bell, che fu inviato da Pietro il Grande come ambasciatore in Cina. Nel corso del suo viaggio attraverso le steppe mongole fino alla Cina, Bell vide i cavallini selvatici e li descrisse nel suo diario di viaggio: “Journey from St. Petersburg to Pekin, 1719 – 1723“. Questa la sua descrizione [traduzione mia]:

“C’e’ inoltre un certo numero di cavalli selvatici, di colore marrone, che non si possono domare neanche se catturati da puledri. Questi cavalli non differiscono da quelli comuni nelle forme, ma sono le creature viventi piu’ circospette. Uno di loro aspetta sempre eretto per avvisare gli altri e, al minimo segnale di pericolo, corre verso il branco facendo tutto il rumore possibile; dopodiche’ tutti corrono via, come tanti cervi. Lo stallone rimane in retroguardia nitrendo, mordendo e scalciando quelli che non corrono abbastanza veloci. A dispetto di questa meravigliosa sagacia, questi animali sono spesso sorpresi dai Kalmucchi che corrono in mezzo al branco montando cavalli veloci e li uccidono con lance larghe. La loro carne e’ reputata essere un cibo eccellente e le pelli sono usate per dormirci sopra, al posto dei pagliericci”.

Il terzo occidentale che osservo’ e descrisse i cavallini selvatici mongoli fu, finalmente, il colonnello Nikolai Mikhaylovich Przhevalsky (Przewalski e’ lo spelling polacco del cognome, piu’ “semplice”), al servizio dello zar Alessandro III. Ai tempi del colonnello il numero dei cavallini mongoli era gia’ cosi’ esiguo che di questa specie si sentivano oramai solo racconti aneddotici. Prewalski Przewalski quindi, che era un membro della Societa’ Geografica Russa e aveva compiuto per conto di questa gia’ numerosi viaggi esplorativi nei territori tartari, organizzo’ una spedizione coronata da successo per trovare i cavalli, che portano quindi il suo nome.

Alla fine del XIX secolo oramai restavano solo poche decine di cavallini mongoli, sterminati dalla caccia indiscriminata descritta da Bell, e la specie era condannata all’estinzione, come gia’ era successo al suo cugino europeo, il tarpan.

Atto III – La speranza (?)

Il tarpan e’ estinto, ma i suoi geni no.  In Polonia, in particolare, dove il tarpan ha resistito piu’ a lungo, esiste una razza di cavalli chiamata Konik che presenta ancora delle caratteristiche fenotipiche da tarpan, come la piccola taglia e il colore grigio. Sono certamente cavalli domestici, non si discute, discendenti di antenati selvatici catturati da cow boys polacchi del seicento e fatti incrociare con cavalli domestici. Da questo pool genico, tuttavia, alcuni pensano che si possa ripartire.

Questi “alcuni” erano due fratelli un po’ raccomandati, un po’ pazzi e po’ tanto nazisti, Lutz e Heinz Heck, il primo direttore dello Zoo di Berlino e il secondo dello Zoo di Monaco (improbabile che due fratelli diventino casualmente direttori dei due zoo piu’ importanti di una nazione, non vi pare?). Inseguendo un sogno “ariano”desideravano riportare alla luce gli animali cacciati dai biondi guerrieri germanici e nel 1928 diedero vita ad un programma di selezione artificiale per “rigenerare” sia il tarpan che l’uro. Credevano infatti che i geni si potessero riorganizzare come le tesserine di un puzzle per “riestrarre” dal cilindro quelli giusti. Per riottenere il tarpan prima incrociarono i Konik polacchi con cavalli della foresta di Bialowieza, pony islandesi e Gotland svedesi (il tutto e’ molto ariano), poi fecero incrociare le cavalle cosi’ ottenute con i cavallini mongoli di przewalski (hops! reato genetico?). Gli Heck pensavano infatti che i geni del takhi avrebbero fatto da “catalizzatore” per tirar fuori le caratteristiche del tarpan dormienti nei cavalli moderni. Il primo “tarpan” nacque allo zoo di monaco nel 1933 (guarda caso). Altri incroci poi eliminarono le caratteristiche “mongole” dei takhi e negli anni ’60 si ottenne il primo “tarpan” con caratteristiche scheletriche simili a quelle dei veri tarpan, sebbene non avessero la criniera eretta. Si tratta ovviamente di un tentativo propagandistico: una volta che una specie e’ estinta, nulla porta’ riportare alla luce il particolare pool di geni che la caratterizzava. Gli americani tuttavia dopo la guerra hanno importato negli USA alcuni di questi cavalli, detti cavalli di Heck (Heck horses) e si fanno gran vanto di avere degli autentici cavalli selvatici (visto che i mustang non lo sono). Gli esseri umani a volte mi fanno un po’ pena.

steppentarpan.jpg

Cavallo di Heck. Foto: wikipedia

Al cavallo di Przewalski e’ andata un po’ meglio. Una volta che il colonnello Przewalski dimostro’ al mondo l’esistenza di questi cavalli, diverse spedizioni partirono alla loro ricerca ma la maggior parte furono infruttuose per via del temperamento sospettoso dei cavallini. Quattro tuttavia, organizzate tra il 1897 e il 1902, andarono a buon fine: 53 puledrini raggiunsero vivi l’occidente ma la loro cattura era costata la vita delle loro madri. Tra il 1930 e il 1940 altre spedizioni catturarono un modesto numero di cavallini, la maggior parte dei quali pero’mori’  prima di arrivare a destinazione. L’ultimo cavallo di Przewalsky libero (uno stallone) e’ stato avvistato in Mongolia nel 1969 dal naturalista mongolo N. Dovchin. Nel 1945 rimanevano solo pochi esemplari di questa specie: il branco principale, allevato in Askania Nova (la stessa riserva dove era morto l’ultimo tarpan) fu sterminato dai soldati nazisti durante l’occupazione dell’Ucraina. Tutti i cavallini mongoli attualmente esistenti discendono da 14 esemplari, 11 dei quali erano ospitati negli zoo di Monaco e Praga, uno fu catturato libero negli anni 40 del secolo scorso e due erano incroci tra selvatici e domestici (fonte: IUCN).

Fortunatamente questi esemplari si sono riprodotti con successo e cio’ ha consentito un programma di allevamento tra diversi zoo del mondo. Nel 2008, secondo la IUCN, il numero censito di cavallini era di 1872. Nel 1992 16 cavallini, grazie a una sponsorizzazione della ZSL, furono rilasciati in Mongolia in un’area che dal 1998 e’ diventata il Khustain Nuruu National Park e qui si stanno riproducendo piuttosto bene. Al momento il numero di cavallini allo stato brado (reintrodotti) e’ di 325 e’ cio’ ha consentito di cambiare il loro stato da “Extingued in the wild” a “seriously endangered”.

Speriamo bene. L’indipendenza e la liberta’ sono state pagate a carissimo prezzo dai cavalli selvatici, sarebbe bello se almeno una specie sopravvivesse ancora un po all’estinzione.



Published by tupaia on marzo 8th, 2009 tagged Erbivori, Estinti!, mammiferi, rari


21 Responses to “Il prezzo della liberta’. Dramma in tre atti (Equus ferus przewalski)”

  1. restodelmondo Says:

    “se appartieni alla megateriofauna (i mammiferi grossi) e non hai il ritratto a Lescaux non sei nessuno”

    ROTFL. Ora riprendo a leggere.

    […]

    Letto, molto interessante (come sempre).

  2. Miles Says:

    Nel sito della IUCN è scaricabile l’action plan degli equidi è del 2003, ma molto bello.

    Miles

  3. falecius Says:

    “Nicosia (1396)” probabilmente volevi dire Nicopoli?

  4. tupaia Says:

    Falecius: si, grazie, c’e’ anche un altro errore che devo correggere, ma se ci provo questo e’ quello che ottengo:

    Network Error (tcp_error)

    A communication error occurred: “”
    The Web Server may be down, too busy, or experiencing other problems preventing it from responding to requests. You may wish to try again at a later time.

    sigh!

  5. danilo Says:

    Bel post. Beh, come al solito.

  6. falecius Says:

    Non so se ho sgamato l’altro errore, ma in varie fonti ho trovato che la data per la domesticazione del cavallo sarebbe sul 3500 a.C., e quindi 5500 anni Before Present.

  7. tupaia Says:

    Falecius: ho corretto il nome della battaglia, finalmente. L’altro errore riguardava la data di “fabbricazione” degli heck horses (non si poteva oggettivamente fare in 5 anni, ma me ne sono resa conto dopo che ho inviato il tutto) e ho corretto anche li. Per la domesticazione del cavallo c’e’ il link all’articolo sui 5500 anni b.C., poi 3500 o 4000 anni b.C non ci vedo tanta differenza. Grazie mille per le utilissime puntualizzazioni.

  8. falecius Says:

    Tupaia, non vorrei sembrare insistente, ma nell’articolo che linki io leggo “5,500 years ago”.

  9. falecius Says:

    Grazie mille a te per i bellissimi post.

    OT: sai niente di un animale (immagino che sia un bovide) le cui corna crescono in modo da trafiggere la cervice se arriva ad un’età sufficientemente avanzata?

  10. tupaia Says:

    falecius: hai ragione, naturalmente, ho corretto il testo. Grazie.
    Per il bovide: cosi’ su due piedi no, non so, dovrei compulsare i sacri testi ;)

  11. rosalux Says:

    Scusa la domanda totalmente OT : ci chiedevamo con Giulietta di Psicocafè se fosse una leggenda, la storia che i cani “sentono” l’odore della paura delle persone…

    il post è questo
    “http://psicocafe.blogosfere.it/2009/03/lodore-della-paura-nel-sudore-maschile.html”

    ciao neh

  12. danilo Says:

    Lo sento io! Perchè non lo dovrebbe sentire un cane?

  13. rosalux Says:

    cioè, distingui l’odore della paura??? Io no (e dicono che le donne hanno più “naso”)

  14. danilo Says:

    Varia _parecchio_ da persona a persona. Indipendentemente dal sesso. Ma ti giuro che se qualcuno è spaventato, e se è da un po’ in una stanza chiusa, non ho difficoltà ad accorgermene. Che poi io sia in grado di comportarmi di conseguenza, beh, immagino sia un problema mio :-)

  15. rosalux Says:

    sì, ma se te ne accorgi hai individuato un odore – o una gamma di odori – specifico, però. Non è che qualsiasi odore lo interpreti così…

  16. Giulio Says:

    Questo blog è semplicemente fantastico, io studio biologia all’università e zoologia è la mia passione!! Complimenti per il post sui cavalli, è molto ben fatto, come tutti gli altri…certo che tra i nazisti ce n’erano di casi clinici!!
    Blade87

  17. falecius Says:

    Tupaia, mi confondevo, per il bovide, trattavasi dei denti del babirusa (che non è uno bovide e non ha le corna, lo so).

  18. danilo Says:

    Falecius: e non sono neanche sicuro che non si tratti di una leggenda metropoli…uh, forestapluvialica.

    Rosalux: beh, ovvio che se senti un odore è perchè senti un odore, come dire. Quello della paura assomiglia al sudore, ma è un sudore acido, strano. E la gente non sta sudando, quando lo sparge in giro. E’ qualcosa che ti fa sentire a disagio prima di accorgerti che stai annusando. E se lo senti su di te, è peggio.

  19. tupaia Says:

    Rosalux: lo sento anche io, e’ un odore “rancido”, lo sentivo sempre sul mio ex-padrone di casa che era terrorizzato all’idea che lo denunciassi alla finanza perche’ mi teneva in nero. Non lo percepisco in tutte le persone e tutte le situazioni, ma mi succede. La capacita’ di percepire gli odori e’ molto soggettiva e persone diverse sono sensibili ad odori differenti, quindi non stupirtene. Chiedi a Mr Tupaia, ti dira’ che io sono una specie di cane da tartufo bipede, cosa che lo secca sempre parecchio perche’ lui e’ quasi anosmico

  20. tupaia Says:

    Giulio: grazie :)

    Falecius: temo che abbia ragione danilo sulla leggenda

  21. falecius Says:

    Tupaia: ho verificato meglio, ed in effetti, si parla tipo di un cranio che sì, c’è forse, ma anche no, e comunque se qualcuno l’ha visto non lo dice in giro, m’ha detto mio cuggino che…

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