Il Monito del Monte ha detto… “no!” (all’estinzione) – Dromiciops gliroides

Chi l’ha detto che “strano” e’ necessariamente sinonimo di “orribile”?

In quanto a bizzarrie il Monito del Monte si difende benissimo: nel suo ordine, i Microbiotheria, c’e’ una sola famiglia, un solo genere, una sola specie: il Dromiciops gliroides, l’ultimo della sua stirpe; per giunta e’ uno degli animali piu’ graziosi che riesca ad immaginare: il misuratore di “effetto Bambi” va fuori scala davanti ad un monito.

dromiciops_gliroides_juvenile_malei_saqp3.jpg

Dromiciops gliroides, giovane maschio. foto: Copyright Andrea Quijano/ Discover Life

Monito significa “scimmietta”, per via dell’aspetto delle manine e dei piedini prensili e senza pelo di questo animale che ricordano quelli di una scimmietta. In realta’ si tratta di un piccolissimo marsupiale, grande poco piu’ di un topolino (il peso varia tra i 16 e i 30 grammi) che vive in Sud America. L’habitat del monito e’ unico e particolarissimo. Viene chiamato foresta temperata Valdiviana e si trova tra le Ande e l’Oceano Pacifico nel sud del Cile con qualche espansione in Argentina. Il bioma e’ isolato dal resto del mondo perche’ completamente circondato da deserti, montagne altissime e oceani. Si intuisce quindi come in un posto del genere il numero di endemismi sia incredibilmente alto (se si escludono alloctoni bizzarri come l’orso bruno). Ben il 90% delle piante presenti sono endemiche, cioe’ non si trovano in nessun altro posto al mondo, e un terzo di queste ha parenti piu’ o meno lontani in Oceania, ricordo dei bei tempi del Gondwana, il supercontinente che univa il Sud America all’Antardide e all’Australia.

Il monito vive tra il livello del mare e i 1850 m di altitudine in densissime foreste umide di faggi australi, i Nothofagus, e di bambu’ del genere Chusquea; in particolare e’ associato, poiche’ la usa per costruire il nido, alla Chusquea valdiviensis, la specie di bambu’ piu’ comune che si incontra in questa remota foresta isolata dal mondo da trenta milioni di anni. Visitarla dev’essere come fare un viaggio all’indietro nel tempo.

E allora facciamolo questo ideale viaggio nel tempo, alla ricerca delle radici di questo relitto evolutivo: perche’ il monito non e’ imparentato con nessun marsupiale vivente? E perche’, se proprio vogliamo cercare dei parenti lontani, dalle analisi del DNA risulta che il monito e’ piu’ imparentato con i mkolokolodistributionmap2.PNGarsupiali australiani che con quelli sudamericani? Quando la specie fu scoperta (1894) si pensava che fosse un opossum, ma lo studio dei caratteri morfologici fecero si che fosse invece classificato senza ombra di dubbio come un Microbiotheriomorphia, un ordine di piccoli marsupiali che si riteneva estinto dal Miocene dato che era noto solo per specie fossili.

Dai resti fossili sappiamo che questi minuscoli marsupiali, i Microbiotheriomorphia, si evolsero tra la fine del Giurassico e l’inizio del Cretaceo, circa 140-130 milioni di anni fa, e sin dall’inizio erano associati con le foreste fredde e umide di Nothofagus-Chusquea, di cui sembrano non poter fare a meno. L’avo dei Microbiotheria diede origine anche ai Didelphimorphia, ovvero gli opossum americani, per cui i due gruppi (monito e opossum sudamericani) non hanno piu’ niente a che spartire da almeno 130 milioni di anni e si sono evoluti in modo completamente indipendente. A quell’epoca la Pangea era in piena attivita’ di frammentazione ma era ancora possibile spostarsi da un lato all’altro del supercontinete, quindi non dobbiamo ricorrere a nessuna zattera di mangrovie per spiegare lo spostamento dal nord al sud America o viceversa. Non sappiamo se l’avo vivesse in Nord o in Sud America. Sappiamo pero’ che sono stati trovati resti di opossum del Cretaceo in Nord America mentre nessun fossile di Microbiotheria e’ stato trovato a nord dell’Equatore; cio’ puo’ significare o che l’avo viveva in Nord America ma non sono stati ancora trovati fossili dei Microbiotheria nordamericani, o che l’avo viveva in Sud America e gli opossum si spostarono a Nord, ipotesi chea me piace di piu’, ma e’ irrilevante. [a lato, l’attuale mappa di distribuzione]

Comunque sia, alla fine del Cretaceo le due Americhe erano lontanissime. Non cosi’ invece era l’Antartide, unito ancora al Sud America da acque basse e temperate e da isolotti. I cambiamenti climatici occorsi durante il Cretaceo, con un generale riscaldamento globale (flatulenze di dinosauro?), fecero si che le foreste temperate di Notophagus-Chusquea, indispensabili ai monitos, si spostassero sempre piu’ a sud, dalla Bolivia al Brasile all’Argentina. Nell’ Eocene i sorcetti marsupiali erano arrivati in Antartide, che all’epoca era molto piu’ a nord ed era ricoperta da immense foreste temperate e umide, esattamente come quelle che piacciono ai monitos e che oggi sono diffuse (con specie di piante affini o addirittura con le stesse) in Tasmania, Nuova Zelanda e sud dell’America Meridionale, mentre l’areale americano dei parenti del Dromiciops si era ristretto moltissimo.

L’Antartide e’ sicuramente stata popolata da due ordini di marsupiali sino all’Oligocene, una quarantina di milioni di anni fa: i Microbiotheria e i Polidolops (oggi tutti estinti ma sorciomorfi anche loro).  L’invasione dei marsupiali in Australia attraverso l’Antartide risale quindi a prima di quel periodo, nel Paleocene ed Eocene in un arco di tempo, si calcola, tra gli 80 e i 50 milioni di anni fa quando l’antenato comune dei marsupiali australiani, proveniendo dall’Antartide, si sposto’ verso est nel continente Oceanico, dove avvenne un immenso moltiplicarsi di nuove specie (quello che gli evoluzionisti chiamano radiazione adattativa) in questa nuova nicchia ecologica ancora non sfruttata. L’antenato comune in questione era appunto un microbiotheria:  in Australia e’ stato trovato il fossile di un marsupiale primitivo risalente a 55 milioni di anni fa, Djarthia sp., che altri non era se non un cugino del Monito del Monte. Cio’ significa che la linea dei Microbiotheria si e’ separata dai marsupiali australiani solo 60-50 milioni di anni fa, e spiega dunque come mai il monito, pur rimanendo unico e solitario, e’ piu’ affine ai marsupiali australiani che agli opossum sudamericani, da cui si e’ distaccato 130 milioni di anni fa. Fa impressione pensare che un monito sia piu’ affine ad un canguro da un quintale che ad un simile, piccolo opossum americano, ma e’ cosi’.

gliroides-1.jpg

Dromiciops gliroides. Foto:  edgeofexistence.org

Sfortunatamente la temperatura in Antartide cambio’,  sia perche’ il clima nel terziario stava effettivamente raffreddandosi, sia perche’ l’Antartide si spostava sempre piu’ a sud verso la sua attuale posizione. I fossili del Miocene di Microbiotheria ritrovati in Patagonia risalgono quindi a questa seconda ondata di colonizzazione del clade dall’Antartide verso il sud America, in risalita verso Nord per sfuggire al freddo: le foreste di Nothofagus-Chesquea stavano risalendo il sud dell’Argentina e cosi’ pure i piccoli, pelosissimi ed estinti parenti dei Dromiciops. Il sud del Cile fu anche colonizzato da questa associazione forestale particolare, nella posizione che occupa oggigiorno, per via delle piogge oceaniche lungo la costa che raffreddavano l’ambiente. La foresta Valdiviense tuttavia non pote’ espandersi verso nord piu’ di cosi’, anzi si contrasse ad est, in Argentina, per via delle praterie di savana che premevano verso sud spinte da climi piu’ aridi generati dalla barriera delle nascenti Ande.

Man mano che il clima cambiava, alcune specie di Microbiotheria si estinguevano per lasciar spazio ad altre piu’ adattate. A tutt’oggi se ne conoscono una quindicina in tre generi (tutte estinte) , ma sicuramente erano molte ma molte di piu'; il monito e’ l’unico che e’ riuscito a sopravvivere e non estinguersi: e’ l’unico Microbiotheria infatti che ha avuto la fortuna di trovarsi in un ecosistema completamente isolato e in stasi evolutiva, e questo ha fermato (o almeno rallentato) anche la speciazione del monito, che ha conservato la forma e le abitudini dei suoi antichissimi avi sin dalla notte dei tempi. In Australia, al contrario, i discendenti di Djarthia hanno dovuto adattarsi ad ambienti diversissimi ed esplodere in una varieta’ di forme e colori  per sopravvivere in ambienti diversi dalla foresta valdiviana, assente oggi in Australia: i riformisti hanno battuto i conservatori, appena ne hanno avuto la possibilita’, e il monìto rappresenta quasi letteralmente un fossile vivente, e magari anche un mònito per tutti noi.

Anche se vive in foreste di bambu’, il monito non se ne nutre: la specie e’ fondamentalmente insettivora (come quasi tutti i mammiferi piu’ antichi), nutrendosi di larve e pupe, ma integra la dieta con un po’ di frutta. In particolare il monito ha una relazione speciale con una specie di vischio, il Tristerix corymbosus, di cui e’ l’unico dispersore dei semi: se si estingue il monito, si estingue anche la pianta. Il vischio e’ una pianta semiparassita che vive a spese di alberi ed un paio di specie si trovano anche da noi in Italia (e’ quello che si vende a Natale). Le bacche del T. corymbosus sono verdi, e quindi sono poco appetibili per gli uccelli che di solito si basano sulla vista per riconoscere il cibo. I mammiferi invece hanno una visione dei colori piuttosto scadente e di solito si basano sull’olfatto, quindi il colore per loro non e’ importante e la pianta puo’ permettersi di non colorare i propri frutti.

Perche’ il T. corymbosus ha sviluppato questa simbiosi esclusivamente col nostro topolino con gli occhioni enormi e  non con un uccello? Il nostro vischio europeo, in fondo, usa gli uccelli come dispersori dei semi. Sara’ che il monito e’ arrivato storicamente prima degli uccelli nell’associazione forestale valdiviana? La storia e’ questa: due ricercatori della National University of Comahue, Argentina, Guillermo Amico e Marcelo Aizen, stavano facendo ricerche di campo nella foresta valdiviana quando si accorsero che c’erano lunghe strisce di semi di quel particolare vischio attaccate ai tronchi e ai rami degli alberi. Non potevano essere stati uccelli poiche’ questi lasciano in genere cadere le loro deiezioni al suolo piu’ o meno a casaccio, ed i semi erano verdi. Intuirono allora che si trattava di un mammifero arboricolo risalendo infine al monito. Al vischio conviene, poche’ il marsupiale incolla i semi appiccicosi direttamente al tronco degli alberi mentre si arrampica, dove poi questo parassita mette radici; al monito conviene perche’ e’ cibo zuccherino a buon mercato di cui si fa grandi abbuffate prima del letargo, quando raddoppia il proprio peso in circa una settimana.

Ebbene si, il monito e’ un marsupiale che va in letargo, per superare i rigori invernali del suo habitat temeprato. Questa e’ una caratteristica piuttosto insolita nei marsupiali e gli unici altri a farlo sono gli opossum pigmei Burramis parvus e Cercartetus spp e lo scoiattolo volante Acrobates pygmaeus, tutta robetta piccola e tutti australiani. Prima dell’autunno australe, verso marzo, il monito deve accumulare riserve per poter affrontare l’ibernazione, e lo fa in un modo relativamente insolito: invece che venirgli le maniglie dell’amore sui fianchi, gli si ingrossa la base della lunga coda. In realta’ non e’ un vero e proprio letargo come quello delle marmotte, quanto piuttosto dei lunghi periodi di quiescenza che durano qualche giorno, cinque al massimo. Nessuno stupore in cio': il carattere deve essere stato acquisito per sopravvivere agli inverni in Antartide ed e’ stato mantenuto laddove ce n’era la necessita’, negli animali piccoli che vivono al sud dell’Australia e nel monito che continua a vivere in foreste fredde.

monito-del-monte2.JPG

Monito del monte. Foto: ciencias.uach.cl

Riguardo le abitudini di vita, non si sa moltissimo dell’etologia di questo animale: e’ timido, elusivo, mimetico e notturno, e vive in posti freddi e irraggiungibili, quindi studiarlo e’ un incubo. Come il suo nome scientifico dice (nome che, per altro, e’ cambiato di recente in gliroides, sino a pochi anni fa era australis e qualcuno mi dovrebbe spiegare perche’ e’ cambiato, visto che non c’e’ il rischio di confusione con specie affini), il monito ha una convergenza adattativa con i nostri ghiri, a cui assomiglia parecchio: anche il monito, come il ghiro, si costruisce un nido di una ventina di cm in diametro, perfettamente rotondo, sugli alberi o anche a terra, sotto le rocce o sotto alberi caduti, ma il marsupiale astutamente usa le foglie idrorepellenti della Chesquea per dormire pulito e asciutto, che fodera con foglie tenere e muschio e in cui si appallottola durante il torpore (il nostro ghiro Glis glis, invece, ha un letargo completo); si arrampica meravigliosamente bene sugli alberi ma spesso foraggia a terra; e’ solitario e notturno; ha anche la mascherina nera intorno agli occhioni enormi, e le orecchie pelose, esattamente come un ghiro. La coda e’ pelosa in entrambi e in piu’ quella del monito e’ anche parzialmente prensile, il che non e’ affatto male per una specie arboricola (buffo, caratteristica condivisa con gli opossum americani ma non con i marsupiali australiani).

dromiciops_gliroides_juvenilei_saqp8.jpg

Dromiciops gliroides, cucciolo. foto: Copyright Andrea Quijano/ Discover Life

L’accoppiamento avviene tra Ottobre e Dicembre e la femmina da alla luce da 1 a 5 piccoli tra Novembre e Maggio: come in tutti i marsupiali la gestazione e’ brevissima, dato che il resto dello sviluppo avviene nel marsupio. Sfortunatamente se nascono 5 piccolini il quinto e’ destinato a morire, dato che la monita ha solo quattro capezzoli a cui si attaccano permanentemente i piccini fino allo sviluppo. Quando sono sufficientemente grandi da non entrare piu’ nel marsupio, la monita li lascia in un nido rotondo sugli alberi mentre va a foraggiare e quando i piccoli sono abbastanza forti da aggrapparsi se li porta a spasso sul dorso. Una madre davvero premurosa. A due anni i piccoli diventano sessualmente maturi ma la vita media di queste adorabili ma poco prolifiche creature si suppone sia di 3-4 anni.

E’ quasi superfluo dirlo che se viene danneggiato l’habitat del monito scompare anche la specie, che e’ riuscita ad arrivare sino a noi attraverso immensi cambiamenti geografici e climatici. Adesso pero’ bastano le motoseghe e l’inquinamento ambientale per far sparire interi ettari di foresta in pochi giorni. Va da se che la specie e’ segnalata nella IUCN red list come Near Threatened e la popolazione e’ in declino -guarda un po’- per via della perdita di habitat. Non e’ chiaro tuttavia quanti animali restino al momento e la specie e’ monitorata dal programma EDGE della ZSL.

Nota di folklore: il Monito delMonte nella lingua locale si chiama colocolo. Per qualche motivo la bestiolina non e’ simpatica ai residenti cileni e argentini che sul colocolo hanno moltissime leggende. Una di queste dice che il suo morso e’ velenoso e provoca convulsioni (assolutamente falso, ha cinquanta denti ma sono piccoli e li usa per masticare gli insetti, quindi il suo morso non e’ neanche doloroso). Un’altra sostiene che il colocolo porti sfortuna e che e’ cattiva sorte avvistarlo. Addirittura in alcune localita’ cilene e’  presagio di sciagura trovare un colocolo in casa propria e per liberarsi della malasorte e’ necessario bruciare la casa dalle fondamenta, cosa che a quanto pare avviene regolarmente e in modo documentato: evidentemente il monito, come il nostro ghiro, ama i solai e i tetti per svernare. Capisco il ragionamento circolare: se avvisti un colocolo in casa ti tocca bruciarla, e questa si che e’ una sfortuna!

Alcune referenze:

Monito Del Monte: Microbiotheria – Physical Characteristics, Habitat, Behavior And Reproduction – GEOGRAPHIC RANGE, DIET, MONITOS DEL MONTE AND PEOPLE, CONSERVATION STATUS

Published by tupaia on luglio 13th, 2009 tagged Estinti!, Insettivori, mammiferi, marsupiali, notturni, rari


17 Responses to “Il Monito del Monte ha detto… “no!” (all’estinzione) – Dromiciops gliroides”

  1. Marco Ferrari Says:

    Tre cose.
    Questo post è addirittura meglio degli altri.
    Il ghiro europeo non si chiamava Myoxus, o hanno ancora cambiato nome?
    C’è una squadra di calcio cilena che si chiama Colocolo. C’entra il monito?

    Marco

  2. tupaia Says:

    Marco
    1) grazie :)
    2) no, avevo lo stesso dubbio qualche mese fa e chiesi a Sandro Bertolino che e’ l’autorita’ assoluta in materia; lui conferma che e’ tornato Glis glis dopo la breve parentesi di Myoxus, che evidentemente non reggeva le regole della nomenclatura
    3) si, suppongo che il monito c’entri, e’ un animale-simbolo per il cile

  3. tupaia Says:

    Marco: mi sono appena ricordata che c’e’ anche un qualche tipo di piccolo felino endemico della foresta valdiviana che si chiama colocolo, mi sembra piu’ probabile che la squadra di calcio si chiami come il felino che come il sorcio sfigato

  4. enrico Says:

    La squadra di calcio di santiago prende il nome dal capo dei mapuche colocolo che combatte’ contro gli spagnoli di pedro de valdavia. Il nome in lingua mapuche significava gatto di montagna appunto per l’abilita’ di colocolo a colpire e sparire in montagna e si riferisce chiaramente al felino (L. colocolo). In una di queste battaglie de valdavia rimase ucciso. Invece il marsupiale ha lo stesso nome perche’ esisteva anche una divinita’ malefica della mitologia aracauna che si chiamava colocolo e che portava malattie e morte.

  5. Alessandra Says:

    Nelle pazze ricerche che di tanto in tanto faccio in rete delle creature piu’ strane lo avevo gia’ incontrato tempo fa… e mi era parso delizioso. Adesso ho potuto leggere anche un insieme organizzato di informazioni. Grazie, ottima scelta !!!
    Beh,anche a me,come semplice ma accanita fan dei gliridi, risulta che attualmente il nostro ghiro sia universalmente Glis glis.

  6. tupaia Says:

    Enrico: la mitologia araucana ha niente a che vedere con la conifera Araucaria araucana che proviene da quelle parti? Perche’ gli inglesi la chiamano Monkey puzzle?

  7. enrico Says:

    Per la mitologia non saprei perche’ la pianta e’ di recente scoperta. Sicuramente il nome della specie prende il nome dagli araucani e se non ricordo male e’ diventata anche la pianta nazionale del cile. Gli inglesi la chiamano cosi’ perche’ la disposizione dei rami e delle foglie “spinose” impedirebbe alle scimmie di salire. Il problema e’ che nella zona di diffusione originale di questa piante le scimmie non dovrebbero proprio esserci. Di sicuro i mapuche ne mangiavano i semi.

  8. Formalina Says:

    “Un’altra sostiene che il colocolo porti sfortuna e che e’ cattiva sorte avvistarlo.” …Beh facendo un ragionamento filologico, mi verrebbe da dire, altro che monito=scimmmietta!… Piuttosto “monito” come sinonimo di “ammonimento”! =)
    “Nomina sunt consequentia rerum”!

  9. tupaia Says:

    formalina: l’ho gia’ usato io questo gioco di parole, mettendo gli accenti pero': sulla I nel marsupiale, sulla prima O nel senso di avvertimento

  10. Cla "Lutra lutra" Says:

    Mio malgardo ho scoperto questo blog, ricco di contenuti validi e completi,da poco…(ma ho recuperato con un full immersion veramente piacevole!)

    Mi allineo con il primo commento, questo post li batte tutti!!! Complimenti!

    PS
    Una piccola richesta personale…a quando una ricerchina sul Chupacabra? Creatura Misti-Mitologica dal sentore molto Lovecraftiano!

    Aloha

    Cla

  11. tupaia Says:

    Cla: prometto un post sul chupacabra appena me ne fanno vedere due esemplari adulti (maschio e femmina) e un cucciolo, possibilmente corredati di analisi genetica

  12. Cla "Lutra lutra" Says:

    Eh…ma così si perde parte della poesia!

    ;)

  13. danilo Says:

    Poesia in una foto di cane rognoso spiaccicato da una macchina?

    Voglio dire, com’è che il QI medio è 100, e la maggior parte delle persone sono sul sessantacinque?

  14. Tom Tomburo Says:

    Riscaldamento globale da metano intestinale… se penso a una scoreggia da due metri cubi e poi a una mandria di sauropodi, e poi a cento mandrie, non mi sembra impossibile. Chissà perché poi, dell’articolo, questa battuta mi è rimasta impressa su tutte… probabilmente questione di QI. :)

    Mi associo al commento di non ricordo chi e dove: se decidessi di pubblicare su carta, un sacco di gente (me compreso, ovvio) si getterebbe in libreria senza pensarci.

  15. tupaia Says:

    Tom Tomburo: scherzavo in verita’, i grossi cambiamenti climatici sono dovuti essenzialmente all’inclinazione dell’asse terrestre e alle distribuzione delle terre emerse sul pianeta. Ma chissa’, un piccolo contributo dai dinosauri magari c’e’ stato davvero. Giro la palla a Marco, e’ lui l’esperto di riscaldamento globale da queste parti.
    Grazie per il tuo commento, dovrei cominciare a raccoglierli e allegarli ad un eventuale manoscritto :)

  16. Tom Tomburo Says:

    Ahahah… certo scherzavo anche io, ma non sul libro.

  17. Cercoletto Says:

    Bella questa bestiolina! E’ difficile pensare che si tratta di un mini-canguro australiano piuttosto che di un opossum. Prima di cadere in quella specie di semiletargo, gli si ingrossa la coda, come deposito di grasso: ma questo non lo fa anche una specie di geco? Vedo che si lascia prendere in mano, ma come sarà il suo carattere, con i suoi 50 dentini? Non sarà isterico e mordace come il koala? Forse è inviso alla popolazione locale per il fatto di essere notturno ed elusivo e di avvicinarsi senza autorizzazione ai solai delle case. Tranne quest’ultimo punto, succede anche all’Aiè aiè di essere oggetto di tabù. Ed era già successo, a partire da qualche imprecisata data del nostro Medioevo, ai gufi e alle civette, anche loro notturni, anche loro di difficile avvistamento e con il vizio di posarsi vicino ai camini (per trovare calore?) senza autorizzazione. Un trattamento altrettanto ostile colpiva i rapaci diurni, tanto che il Fabre descrive, indignato, come alcuni suoi compaesani inchiodassero le poiane e i barbagianni sui portoni di stalle e fienili. Chissà se i cileni sono soliti uccidere il Monìto, quando ne trovano uno. Anche se stiamo parlando di una foresta fredda, credo che boscaioli e cacciatori vadano anche lì e bisognerebbe che acquistassero la consapevolezza dell’unicità di questa specie e dell’importanza di salvaguardarla. Per il momento sembra che non corra il pericolo di estinguersi, ma se i cileni dovessero intravedere qualche vantaggio economico nello sfruttamento della foresta, penso che il destino del piccolo marsupiale sarebbe segnato, come avviene sempre in questi casi. L’economia innanzi tutto, nelle menti dell’uomo ordinario. Auguri, piccolino! Che gli dei araucani tengano lontane le motoseghe!

Leave a Comment