Dal giappone con furore: ecologia

Arashiyama, foresta di Bambu’

E’ improbabile che delle isole vulcaniche abbiano una biodiversita’ comparabile a quella giapponese. Quello che rende l’arcipelago cosi’ unico, dal punto di vista della biodiversita’, sono le sue caratteristiche geografiche: le sue 6852 isole vulcaniche si susseguono lungo un arco lungo 3000 km che si estende dalla Siberia al sud-est asiatico, passando per la Cina e la Corea, in un susseguirsi di climi diversi che variano dall’alpino al temperato freddo sino al tropicale, e che danno luogo ad una miriade di ecosistemi diversi. Foreste pluviali si alternano a precipizi montani, spiagge tropicali a scogliere profondissime, distese di bambu’ a risaie, laghi caldi vulcanici a ghiacciai, paludi di mangrovie a pinete.

L’isolamento di alcuni ecosistemi confinati in isolotti lontani ha poi aiutato ulteriormente il processo di diversificazione e speciazione.

Come se cio’ non fosse sufficiente, il Giappone e’ sempre stato connesso alla terraferma da ponti di isole o da strisce di terra, a ondate alterne, in base al livello delle calotte polari e quindi degli oceani, il che ha permesso accumuli di specie che poi si diversificavano via via, in isolamento. Nonostante la popolosita’ (130 milioni di abitanti, il doppio dell’Italia, confinati per lo piu’ nelle citta’ e nelle zone di pianura) e l’industrializzazione dell’arcipelago molti ecosistemi sono ancora in un ottimo stato di conservazione, aiutati dall’ambiente montagnoso e quindi poco edificabile, un po’ come anche accade in Italia che, per quanto si stenta a crederci e nonnostante i molti sforzi compiuti per rimediare a questo inconveniente, e’ un altro punto caldo di biodiversita’.

Ad aiutare la biodiversita’ del Giappone sono state pero’ anche alcune propensioni umane. Durante il periodo Edo (1603-1868), ovvero all’arrivo delle armi da fuoco portate dagli europei, mentre altrove i dodo si estinguevano, in Giappone la caccia a mammiferi e uccelli era strettamente limitata e controllata e questo ha sicuramente preservato molte specie. La riprova e’ che, quando nel periodo Meiji dopo il 1868 i controlli sulla caccia si alleviarono, diverse specie si estinsero. Oltretutto, la religione shinto ha sempre predicato la comunione con la natura e il rispetto per la stessa, e questo e’ stato indubbiamente un altro notevole aiuto per la preservazione degli ecosistemi, perche’ non tutto veniva trasformato in risaie e campi allagati (venivano sempre mantenute zone di foresta anche laddove si coltivava e allagava).

Lo zen pero’ sembra permeare non solo gli umani, ma anche gli altri animali: perso il loro ambiente, molte specie si sono riadattate con stoica pazienza a vivere in aree urbane o nelle risaie, almeno sino a che l’introduzione massiccia di pesticidi e la canalizzazione profonda delle acque di superficie non ha cominciato a fare stragi.

Oggigiorno da un punto di vista ecologico si riconoscono due tipi di fauna completamente differenti tra loro: gli animali provenienti in origine dalla Siberia, prevalentemente confinati nell’isola di Hokkaido al Nord, e la fauna del sud-est asiatico nelle isole piu’ meridionali, provenienti da Taiwan e dalla Corea, con punte di specie tropicali nelle isole piu’ meridionali.

Per quanto riguarda le specie marine, la biodiversita’ e’ altrettanto impressionante: 33,629 specie sono state identificate, il che ammonta a qualcosa come il 14.6% di tutte le specie marine esistenti, una cifra da capogiro in proporzione alla dimensione delle acque territoriali giapponesi (e che non gli impedisce di venire a pescare tonni nel Mediterraneo, ma questa e’ un’altra storia…). Anche la biodiversita’ marina e’ imputabile all’enorme differenziazione degli ecosistemi acquatici, che vanno dalle barriere coralline alle scarpate oceaniche, dalle acque glaciali alle fumarole vulcaniche.

Tutto cio’ permette di passare da un habitat all’altro, da un tipo di fauna ad un altro, semplicemente cambiando isola dello stesso arcipelago.

Sull’architrave di tutte le cappelle shintoiste c’e’ sempre una corda ondulata, un ricordo di uno dei kami ko-shinto degli Jomon, i primi abitanti neolitici, cacciatori-raccoglitori del Giappone e che rappresenta un serpente, a testimonianza del legame tra queste popolazioni e l’ambiente. La fonte di questa informazione e’ il signore che prega nella foto, naturalista di professione ma storico per passione.

[To be continued]

Published by tupaia on maggio 19th, 2012 tagged Ecologia, Giappone

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