Moda e follia: l’antilope tibetana (Pantholops hodgsonii)

Triste e’ l’uomo
che ama le cose
solo quando si allontanano
(Baolian, Libro dei pensieri baol, 1,vv.1240-1242)
Stefano Benni

Il chiru (Pantholops hodgsonii) e’ un’antilope che vive sugli altopiani dell’Himalaya, sopra i 4000 m di quota, in zona arida e stepposa. In inverno le temperature possono scendere sotto i -20 ^C, la piovosita’ media annua si aggira sui 40o mm (la media italiana e’ sui 1000). L’ambiente e’ brullo, piatto, senza vegetazione arborea o arbustiva e non ci sono ripari. E’ cosi’ inospitale che non ci sono neanche predatori, salvo l’occasionale lupo al nord.

Complessivamente, l’home range del chiru si estende dal Tibet alle province cinesi dello Qinghai e Xinjiang, dal Nepal alla provincia indiana del Ladakh, e questi animali lo percorrono lungo rotte migratorie annue da sud a nord periodicamente, solitamente seguiti dalle popolazioni nomadi mongole che li cacciano ottenendo pelli, corna, carne etc. La pressione venatoria delle popolazioni nomadi tuttavia e’ esigua e sostenibile. Le greggi possono essere numerosissime. Racconta l’esploratore Rawling, nel 1905:

“Quasi dai miei piedi verso nord e verso est, sino a dove l’occhio poteva raggiungere, c’erano migliaia e migliaia di antilopi femmine coi loro cuccioli… Tutti nel campo si girarono ad ammirare questo spettacolo e provarono, con vari risultati, a stimare il numero degli animali in vista. Cio’ era tuttavia estremamente difficile, soprattutto perche’ potevamo vedere in distanza un flusso continuo di nuove greggi che si avvicinavano ininterrottamente: non ce ne potevano essere meno di 15.000 o 20.000 visibili allo stesso tempo.” [Traduzione dall’inglese di chi vi scrive]. Le stime indicano che vi fossero almeno un milione di animali sugli altopiani, forse di piu’.

Del chiru non si sa molto. La maggior parte delle informazioni sono state raccolte da Schaller negli anni ‘9o del secolo scorso, giusto un attimo prima che fosse troppo tardi per questa specie. Le analisi genetiche mostrano che il chiru e’ piu’ affine ai caprini che ai bovidi, quindi la sua classificazione come antilope e’ in realta’ da rivedere. Come le capre, mangia sia foglie, se ne trova, che erba. Il maschio in primavera forma harem di circa 10-20 femmine, che difende strenuamente dagli altri maschi con le lunghe e dritte corna (circa 60 cm). Dopo l’accoppiamento, tuttavia, le femmine coi piccoli cominciano la migrazione verso i pascoli settentrionali, mentre i maschi in parte restano nei pascoli invernali e in parte si disperdono sugli altopiani. Ad agosto le femmine ed i cuccioli tornano verso sud e si riuniscono ai maschi.

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Maschi di antilope tibetana. Foto da National Geographic

Fino a qui tutto ok. Ed ora, come in ogni favola che si rispetti, arriva l’orco cattivo. Per proteggersi dal freddo, il chiru ha sul petto e sulla gola un sottopelo finissimo, sottile una decina di micron, il 30% meno della seta e il 50% in meno della lana, nonche’ 8 volte piu’ sottile del capello umano medio (che pero’ ha un diametro molto variabile). Questo pelo non e’ mai stato considerato utile a scopo tessile, perche’ troppo sottile, fino a che non e’ venuto nelle mani degli espertissimi tessitori del Kashmir e dell’attigua regione di Jammu, allenati a tessere la pashmina, la lana finissima di una capra (domestica) che vive da quelle parti. Fino a qui, pero’, ancora tutto bene, perche’ venivano tessute e prodotte solo poche sciarpe, per le famiglie di alto rango: la stoffa che se ne ricava (detta shahtoosh) e’ cosi’ morbida e sottile che una intera stola puo’ passare attraverso una fede matrimoniale (shahtoosh in persiano significa “calore del re”).

Poi arrivarono, nel XVIII e soprattutto XIX secolo, gli occidentali, che scoprirono questo tessuto straordinario e, come sempre, ne fecero un business. Negli anni ’80 del XX secolo esplose la moda: non eri nessuno, se non potevi permetterti una stola di questa lana, prezzo base da 2000 a 8000 dollari: nessun V.I.P. avrebbe potuto resistere al richiamo e vivere senza.

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Il problema e’ il seguente: il chiru non si puo’ allevare e non si puo’ tosare (morirebbe di freddo). Non si puo’ raccogliere a mano il pelo naturalmente perso dagli animali in primavera, perche’ viene disperso dal vento. Per avere il pelo, bisogna uccidere gli animali. E ora, un po’ di matematica: Per tessere una sciarpa media da donna (1×2 m) del peso di 100 g sono necessari circa 3-400 g di lana grezza. Da un’antilope si ricavano circa 150 grammi di pelo. Occorre quindi il pelo di tre chiru. Per una sciarpa da uomo (3×1.5 m) occorre invece il pelo di 5 animali. Ad un recente sequestro in india, sono stati trovati 250 kg di lana shahtoosh. Lascio come utile esercizio per il lettore calcolare quanti animali sono stati uccisi per ottenere questa quantita’.

Sciarpe di shahtoosh

Il numero di antilopi tibetane e’ andato quindi di colpo drammaticamente diminuendo. Si calcola che ogni anno ne vengano uccisi circa 20.000, e che al momento ne restino solo 75.000, o meno. Siamo insomma sulla strada per replicare quello che successe al colombo migratore americano: all’attuale tasso di uccisione, tra meno di cinque anni la specie sara’ estinta.

Dal 1979 la specie e’ protetta dalla convenzione CITES che ne blocca l’esportazione e il commercio delle pelli e dei manufatti, ma il problema sono i bracconieri, che uccidono gli animali in Tibet e li fanno passare attraverso il Nepal alla volta del Kashmir e di Jammu, dove vengono tessuti, e poi venduti agli occidentali. Da poco tempo anche la Cina ha messo un bando all’uccisione, vendita ed esportazione dell’antilope, e probabilmente sara’ uno dei cinque animali simbolo delle olimpiadi di Pechino del 2008 per cercare di sensibilizzare il mercato ed evitare lo sterminio. In India qualunque attivita’ collegata al chiru e’ vietata e, se scoperta, severamente punita. In Kashmir invece, essendo una “regione a statuto speciale” non e’ illegale tessere questa lana ma tutti i prodotti devono essere dichiarati e corredati di certificato, pena 6 anni di carcere. Del resto i tessitori possono tranquillamente tessere la pashmina, che e’ bella ugualmente e costa altresi’ un occhio. Si pensa anche di mettere una specie di marchio DOC alle pashmine del Kashmir per proteggere e aiutare i tessitori, in modo che non si vendano al mercato illegale. Del resto, un bracconiere ricava circa 50 dollari per ogni animale ucciso. Un grossista di shahtoosh, che rischia la galera, per un chilo di lana (10 animali) guadagna circa 1200 dollari. Per una stola, in occidente, si e’ arrivati a pagare anche 17.600 dollari (circa 12.000 euro, il costo di un’utilitaria). Come sempre, il vero giro di soldi e’ qui da noi.

“La moda e’ una forma di bruttezza cosi’ intollerabile che occorre cambiarla ogni sei mesi”, secondo Oscar Wilde. Il problema e’ che, per quando lo shahtoosh sara’ passato di moda, i chiru saranno estinti, se andiamo avanti di questo passo.

Published by tupaia on marzo 10th, 2008 tagged Erbivori, moda


12 Responses to “Moda e follia: l’antilope tibetana (Pantholops hodgsonii)”

  1. danilo Says:

    E’ bizzarra questa cosa della migrazione parziale determinata dal sesso. Voglio dire, ci sono un mucchio di esempi di specie in cui non tutti gli individui migrano, ma non ho mai sentito di casi in cui la discriminante sia il sesso.
    Qualcuno ha altri esempi?

  2. Marco Ferrari Says:

    La migrazione di branchi di renne incinte verso i territori di nascita non ti basta eh? No, presumo di no…
    Beh, ci penso.

    Marco

  3. falecius Says:

    “Shahtush” significherebbe “calore del re” in persiano moderno.
    Comunque è improbabile che la parola venga dal persiano “antico” (la lingua poco nota delle iscrizioni reali cuneiformi), dato che si parla di “persiano moderno” per la lingua letteraria iranica (nata in realtà negli attuali Afghanistan ed Uzbekistan, anche se sulla base della lingua parlata in Iran)a partire da circa 800 d.C.

  4. tupaia Says:

    uhm… “calore” e “lana” possono essere parole interconnesse. sicuro che tush significhi solo calore? non avrebbe molto senso…

  5. falecius Says:

    Tupaia: mi baso sul miglior dizionario persiano-italiano disponibile (il Coletti)
    ma naturalmente non sono sicuro.
    Anzi, tendo a pensare che in effetti esista una relazione, anche considerando che che “tushak” (parola che il Coletti registra come prestito dal turco, a differenza di “tush”=calore/forza)significa “materasso”.
    Il mio persiano è piuttosto scarsino, devo dire, l’ho studiato solo tre anni e non lo tocco da altrettanti.

  6. tupaia Says:

    falecius: ma perche’ il persiano? in kashmir che lingua parlano? non potrebbe essere un vocabolo di origine persiana che ha leggermente cambiato significato in kashmir?

  7. tupaia Says:

    Danilo: cosi’ come e’ insolita la migrazione senza maschi adulti, e’ insolito anche un habitat al limite della sopravvivenza. Se al sud non ci sono predatori e fa piu’ caldo, che motivo c’e’ di muoversi per i maschi? Semmaila domandae’ un’altra: perche’ le femmine migrano? non ne vedo francamente la necessita’.

  8. falecius Says:

    Il persiano l’hai nominato tu, comunque è stata per secoli la lingua della cultura e dell’amministrazione dell’India musulmana.
    In kashmir parlano la lingua kashmiri, che è una lingua indoiranica (così come il persiano) anzi in realtà si colloca a metà tra le lingue indiane (sanscrito, hindi urdu, bengali eccetera) e quelle iraniche (persiano, pashto, kurdo eccetera).
    Comunque il Kashmir come tutta l’India musulmana risentiva fortemente dell’influenza culturale e linguistica del persiano e se lo shahtoosh era un prodotto per l’esportazione è probabile che avesse un nome nella lingua franca della regione piuttosto che nella lingua locale (la kashmiri non ha certamente la tradizione e la notorietà del persiano o dell’urdu).
    Che il termine persiano possa avere avuto spostamenti di significato passando in kashmiri è piuttosto plausibile, come anche che la composizione sia avvenuta tra una parola di origine persiana (shah) ed una kashimiri (tush nel senso di lana). Considera che parliamo di lingue imparentate. Il persiano ed il turco sono pieni di parole composte in cui un elemento è arabo ed uno persiano, o uno persiano ed uno turco… non perché la stessa cosa non possa essere accaduta in kashmiri, almeno in questo caso. Ma googlando credo di poter scoprire cose più salde.

  9. falecius Says:

    Mah… tutti sembrano concordare sull’origine persiana del nome, ma le traduzioni che vengono date sono le più svariate, da “re della lana” (che mi lascia perplesso, dovrebbe essere “tushshah”, ma non è impossibile) a “piacere del re”.
    Non saprei.

  10. falecius Says:

    Pare che la tecnica stessa della tessitura di sciarpe e scialli sia arrivata in Kashmir dalla persia (con la relativa terminologia). Il che ha senso: “pashmina” viene evidentemente dal persiano “pashm” che significa “lana” nell’uso corrente.

  11. tupaia Says:

    Avevo notato anche io che su google c’erano le traduzioni piu’ disparate di shahtoosh, e allora avevo messo quella che mi sembrava piu’ plausibile. A questo punto, aggiudichiamo il calore del re, che almeno linguisticamente e’ corretto, come mi spieghi: modifico il post, cosi’ aggiungiamo alla babele internettiana un altro significato ;-P

  12. Giuliana Bianchi Says:

    Che barbarie!

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