Il tessitore sordo (considerazioni sul koan dell’albero)

“Se un albero cade in una foresta senza che ci siano spettatori alla scena, l’albero produce un rumore cadendo?”

Contrariamente a quello che si potrebbe pensare, questo non e’ un koan zen. Il principio filosofico alla base e’ un parto del filosofo inglese George Berkeley e fu successivamente ripreso da diversi autori sino alla esposizione del concetto nella frase di cui sopra. L’idea era gia’ in precedenza stata considerata e accarezzata dallo zen, ovviamente, ma si dimostra che il Giappone, per venire fuori dal medioevo, ha dovuto lasciare i templi ai turisti e cominciare ad utilizzare il pensiero occidentale per diventare la terza potenza mondiale. Lasciamo quindi fuori i buddisti dell’ottavo secolo e concentriamoci sui filosofi inglesi del diciottesimo.

La risposta alla domanda sarebbe che se non ci sono spettatori allora l’albero non produce rumore, perche’ la realta’ non e’ oggettiva ma soggettiva, un parto della nostra mente ed e’ la nostra personale elaborazione degli aspetti fisici del mondo che permette loro di assurgere all’esistenza. Se questa fosse rimasta un’idea filosofica pazienza. Il problema e’ che nel 1884 la rivista Scientific American (quel che in italiano e’ “Le Scienze”)  accetto’ la sfida e diede una risposta “razionale” al perche’ l’albero che cade non fa rumore. Come mi ha anche spiegato qualche giorno fa un lettore di questo blog, segno che la spiegazione ancora vale, l’albero che cade produce delle vibrazioni dell’aria, ma sono poi il nostro orecchio e il nostro cervello che traducono queste vibrazioni in “suono”, per cui c’e’ da distinguere tra il fenomeno fisico e la sua interpretazione e in mancanza di chi interpreta non c’e’ suono.

Il nucleo dell’idea del reverendo Berkeley (un vescovo, non a caso) fu  spiegata meglio una ventina di anni dopo da William Fosset (Fossett, W. (1754) Natural States, R. & J. Dodsley, Pall Mall. London),  traduzione mia in mancanza di meglio:

“Strappa la trama [del mondo naturale] e lo schema di colori si dissolve. Il disegno risiede in come il tessitore sistema i fili: in questo modo o in quello, come detta la moda. [...] Dire che qualcosa ha senso significa dire che e’ cosi’ che noi lo organizzeremmo; il modo in cui ne comprendiamo la natura e cio’ che tu o io comprendiamo potrebbe differire da come lo comprende un gatto, ad esempio. Se un albero cade in un parco e non c’e’ nessuno in prossimita’, sara’ silenzioso ed invisibile e senza nome. Se noi scomparissimo, non ci sarebbe affatto albero; tutto il significato scomparirebbe con noi, a parte quello che ne trarrebbe il gatto, naturalmente.”

Fondamentalmente quindi, il mondo come noi lo conosciamo esisterebbe solo in funzione della nostra interpretazione. Non c’e’ organizzazione nello schema dell’universo se non c’e’ nessuno a comprendere quell’organizzazione.

Secondo il mio modesto punto di vista, siamo davanti ad un parente stretto della filosofia del reverendo Paley e del concetto dell’orologiaio creatore secondo cui la natura e’ cosi’ coerente ed ordinata che ci deve essere stato qualcuno a crearla. In questo caso, la natura sarebbe cosi’ coerente ed ordinata non perche’ esistono le leggi della chimica e della fisica ad ordinarla e regolarla, ma solo perche’ saremmo noi ad interpretarla cosi’. Il gatto la interpreterebbe in un modo differente, completamente caotico, suppongo, se appena capisco i gatti.

Secondo Fossett il tessitore esiste solo nella nostra mente, e ce ne sarebbe uno diverso per la mente dei gatti, o dei lombrichi, ma non c’e’ una trama oggettiva del mondo perche’ la fisica e la chimica sono dei concetti relativi. Fossett e’ morto troppo presto per inserirsi nel dibattito dell’evoluzione ma sospetto che avrebbe postulato che se non c’e’ nessuno ad osservare una specie che si evolve (e non ci puo’ essere nessuno, dato che e’ un processo che avviene in centinaia di migliaia di anni), allora l’evoluzione non esiste.

E’ un concetto pernicioso e sottile, esattamente come quello dell’orologiaio di Paley, perche’ guarda il mondo esclusivamente da un punto di vista antropocentrico e priva tutto quello che e’ al di fuori dell’esperienza piccola ed immediata, come appunto l’evoluzione, di credibilita’.

La nostra interpretazione dei fatti, o quella del gatto, sono irrilevanti in realta’. Se la mia vicina creazionista non vede nei fossili la prova dell’evoluzione questo non impedisce all’evoluzione di avvenire ugualmente. Sara’ “invisibile e senza nome” per lei, ma non per il batterio che diventa resistente agli antibiotici. Il suo “essere sorda” alle mutazioni del DNA non cambiera’ la possibilita’ di errori di trascrizione dei geni. Del resto, l’evoluzione e’ andata avanti per centinaia di milioni di anni prima che qualcuno ne capisse il disegno.

Siamo liberi di creare nella nostra mente tutte le trame e gli orditi che ci piacciono per interpretare la realta’, ma questa non smette di esistere. L’albero cade comunque, e fa rumore, anche se l’unico spettatore e’ sordo. Se ci sono due spettatori, uno sordo e uno no, l’albero cadra’ e fara’ rumore tanto quanto ne avrebbe fatto se ci fosse stato solo lo spettatore sordo, perche’ cio’ che conta sono le vibrazioni delle particelle d’aria, che per altro un sordo avverte benissimo.

 

Published by tupaia on gennaio 22nd, 2012 tagged evoluzione, riflessioni | 19 Comments »

Il canto del gundi (Ctenodactylidae)

C’e’ un grande silenzio dove non c’e’ mai stato suono,
C’e’ un grande silenzio dove suono non puo’ esserci,
Nella fredda tomba–nel profondo mare,
O nel grande deserto, dove non si trova vita,
Che e’ stata muta, e ancora giace addormentata;

[Silence, di Thomas Hood]

 

L’immagine di Thomas Hood del deserto dove non c’e’ vita e regna un eterno silenzio e’ bella ma e’ falsa. Nel deserto vita ce n’e’ in abbondanza, e dove c’e’ vita ci sono suoni, solo che non c’e’ nessuno ad ascoltarli.

Dal momento che ho un debole per le cause perse, come Rett Butler, dopo il gerbillo di Przewalski ecco la storia di un altro roditore dimenticato, il gundi, il cui canto rimane inascoltato.

La scoperta “ufficiale” della prima specie di gundi, il Ctenodactylus gundi, risale al 1774, quando M. Rothmann trovo’ e descrisse il primo “Mus gundi” (come lo chiamo’ lui, gundi e’ il nome locale dell’animale) 80 km a sud di Tripoli, in Libia. Dopodiche’ naturalmente i gundi furono dimenticati dagli occidentali per oltre un secolo e mezzo, salvo naturalmente il fatto che tutti i tuareg sapevano che erano li’ nel deserto e l’ occasionale esporatore ogni tanto portava qualche pelle a questo o quel museo. Per farla breve esistono cinque specie di gundi in quattro generi, vivono tutte ai bordi o nel deserto del Sahara e di almeno due di queste specie si sa davvero pochissimo.

 

Ctenodactylus gundi

 

Non e’ stato sempre cosi’. I Gundi sono parenti degli Hystricomorpha, cioe’ il gruppone di roditori che comprende gli istrici, le cavie e i chinchilla (e questo spiega il loro aspetto da porcellino d’india) pur stando per conto loro. Si sono separati prestissimo dalla linea ancestrale dei roditori, probabilmente qualcosa come 40 milioni di anni fa o prima, quando vivevano in Asia. Poi, pian pianino, si sono espansi e hanno conquistato l’Africa. Doveva anche essere un Ctenodactylide il fortunato vincitore della lotteria che prese un traghetto di mangrovie dall’Africa e fini’ in sud America circa 30 milioni di anni fa, dando origine a tutti i roditori sudamericani, dal capibara alle nutrie. All’epoca i roditori di questa famiglia non erano particolarmente specializzati a vivere in uno specifico ambiente, come oggi accade in sud America dove i caviomorfi sono molto diversificati, e ve n’erano decine di specie. I cinque gundi superstiti sono invece  delle specie relitte, e’ tutto quello che rimane di una grande famiglia. Come Ozymandias “Which yet survive, stamped on these lifeless things” , i gundi sono li’ a ricordarci che il tempo che passa porta alla caduta e all’estinzione.

I gundi superstiti devono probabilmente la loro sopravvivenza alla loro ultraspecializzazione da deserto dove non hanno molti competitori. Oddio, ci sarebbero gerbilli, gerboa, topi e ratti assortiti, ma se non altro le densita’ sono basse. Contrariamente agli altri roditori infatti, i denti dei gundi sono una fregatura e dovrebbero riportarli indietro alla fabbrica: mancano dello spesso smalto duro e protettivo di color arancione tipico di praticamente tutti gli altri roditori per cui rosicchiano poco e mangiano solo erbe, fiori e semi delle piante del deserto, che di solito sono succulente, nel senso botanico del termine, e quindi tenere (si pensi invece, per confronto, ad un castoro che tira giu’ le querce e se le sgranocchia).

A parte il bidone che hanno preso quando distribuivano i denti (giusto per non essere fraintesa dal creazionista di passaggio: ovviamente funziona nell’altro senso, evolutivamente parlando, il loro cibo e’ tenero e quindi hanno perso lo smalto protettivo), i gundi sono delle macchine da sopravvivenza nel deserto. Hanno dei reni ultramodificati con dei tubuli renali lunghissimi che riassorbono praticamente tutta l’acqua, fanno pochissima pipi’ e non hanno bisogno di bere perche’ prendono l’acqua di cui hanno bisogno unicamente dal cibo. Hanno inoltre un pelo densissimo e finissimo che li isola perfettamente sia dal caldo del giorno che dal freddo della notte. I gundi vivono tutti in strutture rocciose del deserto, su cui si arrampicano agilmente grazie ad unghie arcuate ed affilate. Unghiacce del genere rovinerebbero il pelo delicato e morbido, per cui per tenerlo in ordine hanno dovuto inventare uno stratagemma: dalle due dita centrali delle zampe posteriori (hanno solo quattro dita per zampa, avanti e dietro) sporgono numerose setole rigide che i gundi impiegano come un pettine per lisciarsi il prezioso mantello: Ctenodactylidae significa infatti “dalle dita a pettine”. Ci sono resoconti aneddotici dei primi esploratori “bianchi” di gundi che si pettinano dolcemente alla luce della luna. Peccato che non sia vero perche’ i gundi non sono notturni, come si pensava erroneamente per via degli enormi occhioni sognanti a perlina. A dire la verita’ non sono neanche diurni: hanno lo stile di vita di una lucertola. Non ci sono dati sulla loro capacita’ di mantenere la temperatura corporea ma sospetto che facciano parte di quella ristretta cerchia di mammiferi incapaci di mantenere costante la temperatura interna. All’alba i gundi escono dagli anfratti tra le rocce dove hanno passato la notte tutti ammassati per proteggersi dal freddo notturno del deserto  e prendono il sole come le lucertole. Quando la temperatura arriva intorno ai venti gradi si avviano alla ricerca di cibo e per trovare erba, fanno un breve pasto dopodiche’ si appiattiscono sulle rocce mettendo a contatto la pancia con le rocce che si intiepidiscono per attivare la digestione. Quando la temperatura dell’aria arriva intorno ai 32 gradi C i gundi si fermano nel primo anfratto roccioso a disposizione, all’ombra, e aspettano che la temperatura scenda, al tramonto. In ogni caso, non si allontanano mai piu’ di 100 m dalle rocce per evitare i predatori. Nel deserto l’erba scarseggia e a volte gli tocca percorrere anche un km per trovarne, che per un cosetto da 250 grammi e 20 cm di lunghezza e’ tanto. Camminare affatica e riscalda per cui di solito si avviano sotto il sole, quando si sono surriscaldati vanno all’ombra a rinfrescarsi, quando si sono raffreddati si riavviano, alternando, esattamente come i rettili. Per potersi infilare negli anfratti rocciosi piu’ stretti i gundi hanno la gabbia toracica disarticolata che si appiattisce all’occorrenza, per cui a riposo hanno sempre un po’ un’aria da topo investito da un tir. Insieme ad una gabbia toracica rigida i gundi hanno anche rinunciato alle tipiche orecchie da topo, grandi, mobili e portate alte sulla testa, per potersi infilare ovunque. Le orecchie di questi animali ricordano un po’ le nostre, sono piatte, ai lati della testa ed immobili. Nella specie piu’ deserticola di tutte, Massoutiera mzabi, le orecchie sono contornate da una frangia di pelo bianco che protegge il canale uditivo dalla sabbia. Nonostante le orecchie scadenti da umano i gundi ci sentono benissimo perche’ hanno un enorme orecchio interno, in proporzione molto piu’ grande del nostro. L’udito gli serve per avvertire l’avvicinamento di un predatore o per sentirsi tra di loro.

I gundi infatti cantano, a frequenze udibili anche da noi a distanza. In un luogo inospitale dove ci sono pochi uccelli canori (pochi ma buoni, ci sono infatti alcuni uccelli che cantano nel deserto) e’ bello pensare al cinguettio dei gundi all’alba, un suono che c’e’ ma nessuno sente, come il fottuto albero che cade nella fottuta foresta del fottuto coan zen che odio. Massoutiera mzabi e’ il gundi piu’ taciturno, perche’ e’ l’unico gundi solitario: nell’alto deserto algerino il cibo e’ troppo scarso per consentire una struttura sociale, ma anche lui di tanto in tanto cinguetta. Felovia vae, che vive nelle regioni aride e rocciose di Mauritania, Mali e Senegal, emette un secco “chee chee” , sonoro e persistente, quando e’ in pericolo per avvertire i conspecifici, che dura sinche’ il predatore e’ in circolazione. Pectinator spekei, che vive in Etiopia, Djibouti ed Eritrea, forma grandi colonie ed ha una vasta gamma di vocalizzazioni che vanno dal cinguettio al balbettio al fischio. E’ sicuramente il gundi piu’ canterino ed ha un richiamo per ogni occasione: ad esempio richiami brevi ed acuti avvisano della presenza di rapaci e permette a tutti i gundi a portata di udito di infilarsi al sicuro tra le rocce. Chi da’ l’avviso anziche’ scappare e’ il gundi che si espone piu’ al rischio, in un esempio da manuale di “kin selection” per cui il bene della comunita’ viene prima del bene del singolo individuo. Richiami piu’ lunghi avvisano della presenza di un predatore di terra e comunicano al predatore che e’ stato sgamato per cui gli conviene girare al largo. Ctenodactilus gundi e Ctenodactylus vali vivono entrambi in Marocco, Tunisia, Libia ed Algeria, in simpatria. Per evitare di incasinarsi e rispondere al richiamo della specie sbagliata hanno diversificato i suoni per cui la prima specie cinguetta, e la seconda fischia. Probabilmente all’inizio si trattava di un’unica specie di cui alcuni individui cominicarono prevalentemente a fischiare (o cinguettare), finirono col non capirsi come in una torre di babele murina e le due popolazioni, i cinguettanti e i fischianti, si separarono in due specie per mancanza di ibridi che capissero entrambe le lingue. In aggiunta ai richiami i gundi battono un piede per terra come i conigli se sono in pericolo, perche’ il suono si trasmette meglio e piu’ lontano se passa attraverso unmezzo compatto come il suolo anziche’ attraverso l’aria

Cosa si dicano i gundi tra loro rimane un segreto. I piccolini, uno o due di solito, hanno anche un richiamo particolare per chiamare la mamma. Questa, sebbene sia una madre premurosa e tenga caldi i baby la notte tenendoli intorno al collo, nella folta pelliccia, di giorno li abbandona alla ricerca di cibo. Dal giorno in cui lascia la tana per andare a cercare cibo la prima volta dopo il parto smette di allattarli, perche’ latte significa acqua, una risorsa che non si puo’ sprecare. In alternativa svezza i piccoli con vegetali semidigeriti ed in un mese sono pronti per affrontare il deserto e cercarsi il cibo da soli, cantando sotto la sabbia.

 

Referenze

Huchon, D, F M Catzeflis, and E J Douzery. 2000. “Variance of molecular datings, evolution of rodents and the phylogenetic affinities between Ctenodactylidae and Hystricognathi.” Proceedings. Biological sciences / The Royal Society 267 (1441) (February 22): 393-402. doi:10.1098/rspb.2000.1014.

Aulagnier, S. 2008. Ctenodactylus gundi. In: IUCN 2011. IUCN Red List of Threatened Species. Version 2011.2. <www.iucnredlist.org>. Downloaded on 20 January 2012.

Macdonald (Ed), Professor David W. (2006). The Encyclopedia of Mammals. Oxford University Press. ISBN 0-19-920608-2.

Published by tupaia on gennaio 20th, 2012 tagged Erbivori, mammiferi, roditori | 10 Comments »

Nicchie estreme

Innanzi tutto, cos’e’ una nicchia? La definizione breve di Wiki e’ “come vive un organismo. La nicchia ecologica descrive come un organismo o una popolazione risponde alla distribuzione delle risorse e dei competitori e come a sua volta altera questi fattori”. Una definizione che mi piace di piu’ pero’ e’ quella di C. S. Elton: “quando un ecologo dice: “ecco un tasso” dovrebbe includere nei suoi pensieri idee precise sul posto dell’animale nella sua comunita’, come se dicesse “ecco il vicario”". Litigo di continuo con un mio amico che sostiene che le nicchie vuote non esistono e le nicchie esistono solo in funzione di chi le occupa. Io penso che anche se nel mio paese non ci fosse un prete la nicchia del prete per eventuali persone disposte a credere ci sarebbe. Una nicchia potenziale che sarebbe occupata dal primo con il giusto curriculum  che arriva in zona.

Adesso che sappiamo cosa vuol dire nicchia, proviamo a rispondere alla domanda piu’ difficile: che vuol dire “estrema”? Questa e’ una domanda non da poco. Estrema nel senso che oltre quella non c’e’ piu’ niente, nel senso che e’ la migliore o la peggiore, nel senso che e’ un posto difficile dove vivere?

Prendiamo ad esempio le fumarole nere. Nessun dubbio che si tratti di un ambiente estremo, tecnicamente parlando. Niente luce, pochissimo ossigeno, energia ricavata dallo zolfo invece che dal sole, temperature elevatissime, pressioni di 250 atmosfere, adattamenti incredibili per vivere in quel posto. Eppure… eppure e’ possibile che la vita si sia creata in prossimita’ di una fumarola nera in tempi in cui non c’era ancora l’ossigeno nell’aria. Gli animali che vivono in prossimita’ delle fumarole sono perfettamente adattati a quella nicchia. Siamo NOI ad essere fuori posto li’, noi vertebrati che respiriamo ossigeno dall’aria (orrore! un temibile agente ossidante dei tessuti!), che ricaviamo energia dalla luce del sole (che ci danneggia coi suoi micidiali raggi UV),  che non deponiamo le uova in acqua come ogni creatura timorata di Cthulhu dovrebbe fare e che viviamo in condizioni di pressione ridicolmente basse. Chi occupa un ambiente estremo, loro che sono li pacifici dalla notte dei Tempi, o almeno da quella del Precambriano, o noi che ce ne siamo andati adattandoci ad un ambiente estremo come la terraferma? Loro hanno adattamenti incredibili per vivere nella loro nicchia estrema. E noi, invece?

Un altro esempio marino: i picnogonidi. Un tempo gli antenati degli aracnidi erano marini, come tutto del resto, poi un bel giorno uno di loro si arrampico’ fuori dall’acqua dando vita alla radiazione adattativa che ha portato alla grande diversita’ di ragni e scorpioni terrestri e inventando adattamenti come le ragnatele, le punture velenose e cosi’ via. I picnogonidi discendono anche loro da quel lontanissimo progenitore comune e hanno evoluto, in fondo al mare, altri adattamenti tipo il disfarsi del grosso degli organi interni e spostare lo stomaco nelle zampe e le vagine nelle ginocchia. Dal punto di vista di quel lontano progenitore comune di tutti gli aracnidi, un comune ragno crociato non vive in un ambiente meno estremo di un picnogonide, anche lui ha a che fare col temibile ossigeno per cui ha evoluto dei polmoni a libro, deposita uova che non si seccano senza acqua e deve lottare contro le vespe vasaio, gli uccelli, la mia gatta e chissa’ quant’altro. Non voglio neanche accennare ai camel spider che vivono nel deserto.

In altre parole, qualunque ambiente fuori della nostra peculiare nicchia e’ estremo perche’ prevede una serie di adattamenti e di pre-adattamenti senza i quali moriremmo. In tempi geologici pero’ si puo’ fare, direte voi. Certo, ma anche in tempi brevissimi. Tutto quello che dovete fare per vedere un adattamento estremo e’ prendere cento specie diciamo, di insetti, dall’Italia e liberarli in, diciamo, Nuova Zelanda. Bambini, non fate questo a casa: si tratta di un esperimento teorico come il gatto di Shroedinger, che non ha mai rinchiuso felini dentro scatole avvelenate. Dicevo, prendete cento specie di insetti e le liberate. Secondo la regola dei dieci dell’ecologo inglese Williamson di queste cento specie dieci riusciranno a stabilirsi e sopravvivere in questo nuovo ambiente e di queste dieci una riuscira’ ad espandersi e addirittura prevaricare le altre diventando invasiva. In altre parole, spostando una specie da un posto all’altro la si introduce con tutta probabilita’ nel piu’ estremo possibile degli ambienti, tanto che al 90% si estingue, al 10% vivacchia e solo nell1% se la cava.

Immaginate di essere presi di forza da qualcuno e portati in Wyoming dopo un viaggio allucinante per nave, e lasciati nel mezzo di una foresta. Bel posto, per carita’, se vi hanno lasciato la carta di credito. Altrimenti siete li infreddoliti e affamati, non sapete se quelle bacche sono buone da mangiare o velenose, non sapete dove andare a trovare rifugio, non sapete se ci sono orsi o lupi nella foresta, e in caso ci siano cosa fare, e se incontrate qualcuno non parlate la lingua e non riuscite neanche a spiegare il vostro problema. Questa dev’essere stata piu’ o meno la sensazione provata dai daini che George Washington fece portare dall’Europa nel suo parco per cacciarli (non credo fosse in Wyoming, pero’). Ciononostante, i daini ci sono ancora e sono diventati una specie infestante negli USA. Come hanno fatto? Esattamente come i picnogonidi, si sono adattati. In tempi brevissimi.

Esempio opposto: i conigli europei portati in Australia. Chi ha detto che un ambiente estremo deve essere “estremamente sfavorevole”? Nel caso dei conigli e’ stato come prendere un mafioso dallo Zen di Palermo e lasciarlo alle Barbados o in qualunque altro posto dove non ha gang rivali, non e’ ricercato dalla polizia e puo’ riavviare il suo business senza che gli indigeni sospettino di che si tratti. Indubbiamente il cibo locale gli dara’ aria e rimpiangera’ gli arancini della nonna, ma per il resto e’ a cavallo. Questo e’ quello che succede a quell’1% che diventa invasivo.

L’esempio delle specie alloctone, ovviamente, serve solo a ribadire che qualunque ambiente e’ estremo, salvo una percentuale bassissima di casi fortunati, al di fuori di quello in cui ci siamo adattati. Il concetto di nicchia estrema e’ quindi a mio avviso piu’ una forzata antropocentrizzazione che vede come estremo quello che sarebbe estremo per noi piuttosto che un concetto ecologicamente valido.

Questo blog si contraddice, dopo duecento post sugli adattamenti estremi? Ebbene si’, si contraddice, si vede che, come Walt Witman, contiene moltitudini.

Williamson, M. H. (1996). Biological Invasions (p. 244). London: Chapman & Hall.

Published by tupaia on gennaio 6th, 2012 tagged alloctoni, Ecologia, riflessioni | 14 Comments »

L’enigmatico gerbillo di Przewalski (Brachiones przewalskii)

Ma non era un cavallo, quello di Przewalski?

Se e’ per questo c’e’ anche la gazzella di Przewalski, la capra di Przewalski, la lepre di Przewalski e almeno un’ottantina di piante di Przewalski. L’uomo era un grande esploratore, un grande naturalista, un grande geografo e un assoluto pezzo di merda nei confronti delle popolazioni asiatiche, che lui considerava inferiori e su cui faceva tiro al bersaglio:  “Qui (riferendosi all’Asia) possiamo ripetere gli exploits di Corez”, scrisse nel 1873 in una lettera ad un amico.

Comunque fosse, tra una fucilata a un Kirghiso e una frustata a un cinese, raccolse anche migliaia di campioni biologici. La collezione che porto’ indietro dai suoi quattro viaggi esplorativi in Siberia, steppe dell’Asia centrale, Tibet, Mongolia e Cina ammontava a 5000 piante. 1000 uccelli, 3000 insetti, 70 rettili e le pelli di 130 mammiferi. Veramente impressionante, ma non voglio sapere come ha preso le pelli. Porto’ in Russia inoltre anche alcuni cavallini mongoli vivi (che ora hanno il suo nome, e tutto sommato dobbiamo a questa sua spedizione se la specie esiste ancora) e osservo’ e descrisse i cammelli della Bactriana vivere allo stato brado.

Siccome Przewalski era un vero uomo, e i veri uomini non si ammalano, all’inizio del suo quinto viaggio esplorativo bevve da una pozza d’acqua che sapeva essere inquinata, si ammalo’ e mori’ di febbre tifoide. Poco male, anzi, bene, se eri un Tajiko, peccato solo per le specie che non ha avuto il tempo di scoprire e che si sono estinte nel vuoto esplorativo succeduto alla sua morte. Gli Uzbeki e i Tibetani pero’ ringraziano.

Fortunatamente, prima della morte (avvenuta nel 1888) Przewalsky cedette diversi campioni a un tale Dr. E. Büchner quando si incrociarono nella regione del Lob-Nor, in Turkestan e da questi campioni Büchner descrisse (nel 1889) un Gerbillus przewalskii. Scambio’ inoltre tre pelli col British Museum (tu mi dai tre gerbilli mongoli, io ti do due ornitorinchi. No l’ornitorinco celo. La volpe volante celo. Il tilacino manca. Si, ma quello e’ raro, io ti do un tilacino, tu mi dai tre gerbilli e un saiga. OK.). Nel 1925 Oldfield riesamino’ le tre pelli del British Museum e ridescrisse l’animale, classificandolo come un genere totalmente nuovo, Brachiones, per cui la specie si chiamo’ Brachiones Przewalskii. Büchner credeva infatti che si trattasse di un Meriones, un gerbillo delle steppe aride al cui genere appartiene anche il gerbillo che viene tenuto in occidente come animaletto da compagnia, il Meriones unguiculatus o gerbillo mongolo. Oldfield invece lo ridescrisse come un animale molto diverso da un gerbillo mongolo, con la testa tonda, il musino corto, la coda corta e le orecchie piccolissime, la meta’ di quelle che ci si aspetterebbe da un gerbillo.

Vorrei potervelo mostrare, ma sembra non ne esistano foto sul web, e neanche sui libri, e neanche sulle pubblicazioni scientifiche, e anche se la specie non e’ classificata come a rischio dalla IUCN nulla si sa sui numeri effettivi. In realta’ dopo la riclassificazione di Oldfield, una mezza paginetta scritta sulla rivista del museo, il gerbillo di Przewalski sembra essere stato dimenticato da tutti e virtualmente nulla si sa su di lui.

Uno dei motivi per cui sul gerbillo di Przewalski si sa pochissimo e’ che vive nelle regioni fredde e desertiche e di alta quota del Nord della Cina come Gansu, Nei Mongol e Xinjiang. Preferisce zone di dune semi-permanenti coperte da cespugli o dune vicino ad aree alberate, in cui si scava semplici tane. Vista l’asperita’ del suo habitat, subito a sud del deserto del Gobi e non piu’ piacevole di quest’ultimo, questa specie e’ solitaria e vive a bassissime densita’: nel deserto c’e’ poco cibo e non si possono sfamare grandi comunita’. Fondamentalmente questa specie condivide l’habitat e i numeri bassi con il gerboa dalle lunghe orecchie ed e’ curioso che i due roditori abbiano uno orecchie grandi il doppio del normale rispetto alle proporzioni corporee e l’altro la meta’. Invece che spartirsi le nicchie si saranno spartiti le orecchie.

Esistono veramente poche o nulle notizie su questo animale, che pure e’ affascinante. Ad esempio, gli arti anteriori sono poco adattati allo scavo e infatti non costruisce tane complicate (il gerboa dalle lunghe orecchie, invece, e’ un ottimo scavatore e costruisce diversi tipi di tane, e anche il gerbillo mongolo se la cava bene in quanto a scavi, quindi la friabilita’ della sabbia non e’ una buona motivazione). Come si difende allora dai predatori e dal clima terribile del deserto? Cosa mangia? Mistero. Sappiamo che il pelo e’ corto e folto, color sabbia sul dorso e bianco candido sulla pancia, e la codina e’ pelosa. Gli incisivi, anziche’ essere ricurvi all’indietro come quelli degli altri roditori, vanno giu’ quasi verticalmente, e questo infittisce il mistero sulla sua dieta: sara’ vegetariano o sara’ anche lui carnivoro come il gerboa dalle lunghe orecchie? I gerbilli e i gerboa (la differenza e’ che i gerboa saltano tipo topo-canguro, i gerbilli assomigliano a criceti con la coda) di solito sono vegetariani ma nel deserto tutto e’ possibile. La letteratura scientifica in questo non aiuta. Due studi cinesi ci dicono che le povere bestioline sono infettate da batteri tipo l’Helicobacter e da un virus che da’ una forma di febbre emorragica anche agli uomini. Come si infettino, date le scarse densita’, e’ anche un mistero. Null’altro. I libri lo menzionano a stento, dicono piu’ o meno solo che esiste.

Sara’ un complotto antimperialista per cancellare il ricordo di Przewalski, e insieme anche quello delle specie da lui scoperte? Sara’ che chi lo studia finisce nei campi di “rieducazione” cinesi? Perche’ c’e’ un cover-up sul gerbillo di Przewalski? Sara’ solo che non riescono a scrivere correttamente il nome quando compilano i progetti? Piu’ probabilmente si tratta semplicemente di una commistione tra scarso interesse (Oh, no, l’ennesimo roditore! Ci vuole una bella specie come la tigre siberiana per ottenere fondi, che ce ne facciamo di un sorcio?), habitat impervio e complicazioni politiche nel recarsi in Cina in una regione politicamente instabile e turbolenta.

E in tutto questo il gerbillo di Przewalski continua indisturbato a condurre la sua misteriosa esistenza. Forse, tutto sommato, e’ meglio cosi’ per lui.

 

Referenze

Oldfield, T. (1925) LXVIII.- The generic position of Gerbillus przewalskii, Büchner. Journal of Natural History Series 9, 16(95): 548

Smith, A.T. & Johnston, C.H. 2008. Brachiones przewalskii. In: IUCN 2011. IUCN Red List of Threatened Species. Version 2011.2. <www.iucnredlist.org>. Downloaded on 01 January 2012.

 

 

Published by tupaia on gennaio 2nd, 2012 tagged misteri, rari, roditori | 4 Comments »

L’orologiaio non va piu’ in etere

E’ con tristezza che annuncio la fine dei post dell’Orologiaio Miope raccontati sulla Rete 3 Svizzera, nella trasmissione 42 condotta da Marco Cagnotti.

La trasmissione era un piccolo cameo di scienza divulgativa, non certo grazie alla presenza della sottoscritta ma perche’ era pensata bene da chi la organizzava. Camei sporadici, ma in ogni caso interessanti.

La rete ha deciso di sopprimere la trasmissione perche’ Marco monopolizzava la radio con la sua mezz’ora ogni sei settimane, e basta, non se ne poteva piu’ di sentire la sua voce! Non ci credete? Qui c’e’ tutta la storia in dettaglio.

I piu’ smaliziati di noi sospettano si tratti di un trucco da parte dell’emittente per tagliare i costi. Precisiamo, la sottoscritta lavorava gratis e su base strettamente volontaria, ma c’erano indubbiamente dei costi di gestione.

L’emittente ha persino cancellato i vecchi podcast, per cui delle orribili creature di questo blog raccontate con la mia orribile voce non rimane piu’ nulla, il che sinceramente e’ la parte che mi dispiace di piu’.

Forse pero’ non tutto e’ perduto, e sicuramente a far sentire la propria voce non c’e’ niente da perdere.

Su Stukhtra c’e’ la possibilita’ di mandare un messaggio elettronico ai responsabili della rete. Se vi va, mandate un messaggio per chiedere il ripristino di 42 (e quindi dell’orologiaio in etere).

Nel frattempo, qui c’e’ il link al podcast dell’ultima puntata di 42

Published by tupaia on dicembre 21st, 2011 tagged annunci, Estinti! | 2 Comments »

Un’apologia di Erode: l’infanticidio tra i primati

Questo post e’ stato scritto per il Carnevale della Biodiversita’, VI edizione, Dicembre 2012, dal tema: “Parenti, serpenti”. Qui trovate la review degli altri post di questa edizione. Il riferimento ad Erode mi sembrava appropriato per entrare nello spirito del Natale.

Per gli Homo sapiens dell’emisfero occidentale degli ultimi 2-3 secoli l’infanticidio e’ uno dei principali tabu’, insieme al cannibalismo e all’incesto. Questo pero’ non vale necessariamente per gli altri primati piu’ o meno antropomorfi e, per dirla tutta, non vale neanche per gli Homo sapiens. Gli infanticidi di solito finiscono ai nostri giorni in prima pagina sui giornali come pazzi pericolosi. C’e’ da chiedersi pero’ se, sotto sotto, questo avviene perche’ sono davvero inadatti psicologicamente o se hanno semplicemente infranto un tabu’ culturale che impone al sapiens di comportarsi secondo etica e non secondo il suo istinto di primate aggressivo.

I primati infanticidi piu’ studiati sono i langur Presbytis entellus, una specie di Colobine che vive nel subcontinente indiano. Questi primati sono abbastanza rigidamente vegetariani ed hanno una struttura sociale basata su un gruppo di femmine imparentate tra loro che fanno da harem per un maschio dominante. A volte uno o due maschi giovani sono tollerati, ma di solito prima della maturita’ il maschio allontana tutti i potenziali concorrenti. I giovani maschi si riuniscono allora in gruppi erratici che contano da 2 a 60 individui e che possono entrare in conflitto con i gruppi riproduttivi con le femmine. A volte alcuni di questi maschi erratici scacciano via il maschio dominante di un gruppo di femmine ed un nuovo maschio si insedia al suo posto. Quello che succede e’ che il nuovo maschio uccide a morsi tutti i piccoli non svezzati, anche se nati dopo il suo insediamento. Il motivo di questa brutale strage di innocenti e’ stato chiarito abbastanza in dettaglio ed e’ in comune con altre specie di mammiferi che hanno una struttura sociale simile come i leoni e, in minor misura, i gatti. L’usurpatore ha fretta, non sa quanto riuscira’ a rimanere in quella posizione di dominanza prima che il precedente leader o un nuovo maschio gli sottraggano la possibilita’ di riprodursi. Una femmina in allattamento non va in estro, quindi per generare i suoi primi cuccioli l’usurpatore deve aspettare che il piccolo sia completamente svezzato e che la madre sia abbastanza in forma da entrare di nuovo in estro per lui, e cio’ puo’ richiedere molti mesi o addirittura 2-3 anni. Uccidendo il piccolo la madre torna in estro entro pochi giorni e puo’ accoppiarsi con lui, garantendogli successo riproduttivo e la possibilita’ di tramandare i propri geni.


Langur, femmina con cucciolo. Fotolink

E’ interessante notare che le femmine di langur sono madri devote e sono state viste tenere tra le braccia il loro piccolo anche per giorni dopo che e’ morto, in circostanze normali. Nel caso di piccoli feriti dai morsi del nuovo maschio, invece, le femmine si sono limitate ad abbandonarli al loro destino. Non per crudelta’ ovviamente, questa e’ un’antropizzazione. Semplicemente, in termini puramente evolutivi, devono investire in una nuova generazione se vogliono tramandare il loro DNA, perche’ per i figli non svezzati del vecchio capo non ci sono comunque speranze. A loro discolpa c’e’ da dire che cercano comunque, per quanto possibile, di difendere il piccolo dagli attacchi del maschio sino a che il baby-langur non viene ferito. Se il vecchio maschio torna in possesso del branco uccide a sua volta tutti i nuovi nati, i potenziali  figli del rivale, per le stesse ragioni. In periodi di instabilita’ del maschio dominante e’ quindi facile che il grosso dei piccoli soccomba.

Gli albori degli studi sulla socialita’ e sul comportamento dei primati, intorno alla meta’ del XX secolo, erano principalmente condotti da esperti in scienze sociali umane piu’ che da primatologi con un background da biologi. Per almeno un ventennio, quindi, le ripetute segnalazioni di infanticidio vennero ignorate o, nei casi migliori, interpretate come casi di patologia sociale dovuti a stress, sovraffollamento, deforestazione, urbanizzazione o altro. La colpa dell’infanticidio insomma sarebbe stata nostra e non delle scimmie, perche’ “ogni societa’ sana deve avere una struttura sociale intrinsecamente integrata”. Una revisione primatologica del mito del buon selvaggio, insomma, con l’infanticidio visto come una patologia e non come un meccanismo evolutivo.

Il dibattito sull’infanticidio nei langur, oltre ad essere stato sviante per l’etologia di questa specie, ebbe anche lo spiacevole effetto collaterale di distrarre l’attenzione del mondo scientifico dal crescente numero di evidenze che suggerivano che l’infanticidio e’ un elemento comune nell’organizzazione sociale dei primati.

E’ ad esempio considerato frequente tra le scimmie urlatrici ed e’ stato studiato in particolare per le scimmie urlatrici rosse del Venezuela (Alouatta seniculus), quando vi sono variazioni nella composizione maschile del branco o cambiamenti nel loro stato riproduttivo. Queste scimmie hanno una struttura sociale piu’ aperta rispetto ai langur e in un branco vi possono in alcuni casi essere piu’ maschi adulti che fecondano le femmine. I maschi possono anche essere non imparentati e gli invasori possono inserirsi in un branco in modo piu’ o meno forzato. Le femmine, dal canto loro,  si accoppiano con piu’ maschi ma sembra che le chances di paternita’ siano piu’ alte per il maschio residente e dominante che per quelli di passaggio. Gli infanticidi osservati erano praticati dai maschi solo su figli di altri maschi, mai sui loro, ma come facciano a sapere chi e’ il padre, visto che le femmine si accoppiano con piu’ maschi, non e’ chiaro. A volte anche giovani non riproduttivi uccidono i neonati, e le madri spesso non si accoppiano con l’infanticida; in alcune occasioni sono state osservati uccisioni di piccoli gia’ in svezzamento, quando la madre era gia’ in estro. Tutto questo porta alla conclusione che l’infanticidio  a scopo di vantaggio riproduttivo non si applica alle scimmie urlatrici del Venezuela e le cause sono da ricercare altrove. Si ipotizza di fatto che l’infanticidio per queste scimmie sia dovuto a pura e semplice competizione per le risorse: il cibo e’ il fattore limitante per queste scimmie di savana, non altrimenti stressate, non ad alta densita’ e non disturbate dagli uomini. Uccidere un cucciolo non tuo che diventera’ presto un competitore alimentare e’ una buona mossa strategica che garantisce non solo a te, maschio piu’ o meno dominante, la possibilita’ di sopravvivere, ma anche ai tuoi cuccioli, sempre posto che sopravvivano all’infanticidio perpetrato da altri maschi. L’accoppiarsi ‘ndo’ cojo cojo delle femmine potrebbe essere di fatto una manovra strategica per confondere la paternita’ e garantire al cucciolo di non essere ucciso perche’ non e’ chiaro chi sia il padre.

Scimmia urlatrice rossa del Venezuela. Fotolink

I langur e le scimmie urlatrici del nuovo mondo sono nostri cugini, certo, ma non sono scimmie antropomorfe. L’unica antropomorfa che ha una struttura sociale ad harem con un maschio dominante e’ il gorilla. Non sorprendentemente, il pattern e’ lo stesso. Le osservazioni di Dian Fossey e di altri ricercatori ci dicono che se muore il silverback e’ facile che i cuccioli siano uccisi da altri maschi per far si’ che le femmine tornino feconde, ma e’ anche possibile, sebbene piu’ raro, che i cuccioli muoiano durante scontri tra maschi non imparentati per la dominanza di un gruppo. Complessivamente, l’infanticidio da parte di conspecifici causa un terzo delle morti infantili tra i gorilla. Le femmine non hanno modo di opporsi all’uccisione dei gorillini, che deve essere una cosa veramente frustrante per animali cosi’ intelligenti e che portano in braccio per settimane il figlio morto. Nei gorilla vale la spiegazione classica dell’infanticidio per vantaggio riproduttivo: dato il lungo periodo di svezzamento dei cuccioli e la struttura ad harem il nuovo maschio dominante ha fretta che alle femmine ricominci il ciclo mestruale. Un piccolo aneddoto a riprova di cio’: Lo zoo di Londra era riuscito ad ottenere un maschio riproduttivo di gorilla per le tre femmine residenti, ma il maschio mori’ lasciando una delle femmine in attesa di un piccolo, e fu presto rimpiazzato da un altro maschio. La nascita del piccolo fu accolta con orgoglio dai keepers, quest’anno (2011) e i visitatori accorsero numerosi per vedere il piccolo Tiny, che significa “Piccolo”. Il nuovo silverback fu tenuto fisicamente separato dal cucciolo per sette mesi, sebbene lo avesse potuto vedere da dietro un vetro e annusarlo, ma poi i keepers decisero di mettere Kesho in contatto con madre a cucciolo. Al secondo contatto diretto, ovviamente, il maschio ha caricato Tiny ed e’ passato sull’inerme cucciolotto, il figlio di un altro maschio. Il piccolo non e’ sopravvissuto alle lesioni ed e’ morto nonostante l’intervento dei veterinari.

Tiny con la sua mamma Mjukuu, prima dell’assalto infanticida del silverback Kesho allo zoo di Londra. Fotolink

La facenda non si complica di molto nel caso di scimmie a struttura sociale complessa in cui maschi e femmine condividono lo stesso gruppo. Nei babbuini ad esempio, scimmie a gruppo misto ma con un maschio dominante, l’infanticidio ricorrente (il 37% dei casi di mortalita’ infantile) viene spiegato con l’ipotesi del vantaggio riproduttivo del nuovo maschio alfa, che di solito e’ un estraneo al gruppo e deve sbrigarsi ad eliminare l’amenorrea da lattazione nelle femmine per generare figli suoi prima di cambiare status sociale. Bisogna dire che non tutti i babbuini sono infanticidi. Nello studio di Palombit et al (2000), ad esempio, solo tre maschi alfa su otto erano infanticidi (e cannibali: alcuni dei piccoli uccisi sono stati divorati dai maschi uccisori). La differenza in questo caso e’ che le femmine adottano una controstrategia per difendere i loro piccoli: stringono “amicizia” con un determinato maschio che, pur non essendo il padre, aiuta la femmina a salvare il piccolo se questo viene preso da un maschio in scalata sociale.

Che dire dei nostri stretti cugini scimpanze’, con cui condividiamo il 98% del patrimonio genetico e con cui eravamo interfecondi sino a 5 milioni di anni fa? Non c’e’ ovviamente neanche bisogno di chiederlo, gli scimpanze’ sono i piu’ complicati (tra i primati non umani). E sono, naturalmente, anche cannibali (due tabu’ in uno) perche’ spesso (ma non sempre)  il piccolo ucciso finisce divorato. Il problema con gli scimpanze’ e’ che le cause dell’infanticidio, comune e osservato direttamente in diversi casi, non sono sempre chiare. Non solo i maschi sono infanticidi, infatti, ma anche le femmine, e c’e’ almeno un caso osservato direttamente di un cucciolo ucciso da una coppia, maschio e femmina. La femmina,madre di un cucciolotto di sei settimane a sua volta, all’inizio simpatizzava con la madre vittima ma dopo essere stata attaccata dal maschio ha cooperato attivamente nell’uccisione del piccolo, mentre suo figlio guardava appeso sotto la sua pancia. La madre aggredita, invece di ritornare al suo gruppo da cui si era allontanata, e’ stata vista in giro col maschio infanticida almeno per un anno, segno che l’infanticidio in questo caso e’ da interpretarsi con l’ipotesi del vantaggio riproduttivo. Il pattern di infanticidio e’ estremamente variabile. Puo’ essere perpetrato sia da individui di gruppi differenti che tra individui dello stesso gruppo; sia da gruppi che da individui singoli; le madri o stringono i legami con gli infanticidi o scompaiono; i piccoli o sono mangiati o abbandonati.

Il comportamento infanticida delle femmine si puo’ spiegare, secondo Jane Goodall,  in termini di eliminazione di competitori per le risorse e come fonte di proteine. Per i maschi c’e’ indubbiamente un vantaggio riproduttivo, ma nel caso riportato sopra di attacco di una coppia su un cucciolo lui era probabilmente il padre del piccolo. La madre pero’ si era allontanata dalla zona per un po’ e l’incertezza della paternita’ puo’ avere agito come causa scatenante.

Bisogna dire, comunque, che anche tra altri primati e’ possibile l’infanticidio da parte di altre femmine ma le cause sono completamente differenti. In quelle scimmie infatti in cui i legami tra femmine del gruppo non sono strettissimi e’ possibile che una femmina senza figli rapisca un cucciolo per puro istinto materno. Se la rapitrice e’ dominante non ci sono speranze che la madre recuperi il cucciolo, che muore di fame perche’ la madre adottiva non e’ in lattazione. Tra i primati infatti le “nurseries” sono rare, ovvero quei contesti sociali in cui una femmina si occupa di cuccioli non suoi mentre le madri biologiche cercano cibo. Questo comportamento e’ molto comune tra i pipistrelli,  tra i gatti e tra alcuni canidi, ma e’ piuttosto raro tra i primati perche’, diciamocelo, di noi non ci si puo’ fidare. Il rapimento con conseguente morte dei cuccioli e’ stato osservato tra i macachi, le scimmie-scoiattolo, i colobi e i cercopitechi. Le colobine come i langur e le femmine umane sono le uniche scimmie che affidano tranquillamente i loro piccoli alle nonne e alle zie per via della struttura sociale tra femmine, piu’ rilassata rispetto ad altre scimmie ad elevata struttura gerarchica.

Che dire di noi umani? L’infanticidio e’ ovviamente parte della nostra struttura sociale e lo e’ sempre stato, da Sparta, a Erode, alle campagne cinesi d’oggigiorno, ma forse e’ piu’ prudente se a trattare l’argomento sia un sociologo che parla di patologia sociale e non uno zoologo che parla di vantaggi evolutivi nell’infanticidio, quindi mi ritiro in buon ordine per non scandalizzare nessuno.

 

Referenze:

Hrdy, Sarah Blaffer (1977) Infanticide as a Primate Reproductive Strategy: Conflict is basic to all creatures that reproduce sexually, because the genotypes, and hence self-interests, of consorts are necessarily nonidentical. Infanticide among langurs illustrates an extreme form of this conflict. American Scientist , Vol. 65, No. 1, pp. 40-49

Agoramoorthy, G. and Rudran, R. (1995), Infanticide by Adult and Subadult Males in Free-ranging Red Howler Monkeys, Alouatta seniculus, in Venezuela. Ethology, 99: 75–88. doi: 10.1111/j.1439-0310.1995.tb01090.x

 

Watts, D. P. (1989), Infanticide in Mountain Gorillas: New Cases and a Reconsideration of the Evidence. Ethology, 81: 1–18. doi: 10.1111/j.1439-0310.1989.tb00754.x

 

Palombit, R., Cheney, D., Seyfarth, R., Rendall, D., Silk, J., Johnson, S., and Fischer, J. (2000). Male infanticide and defense of infants in chacma baboons. In van Schaik,C., and Janson,C. (eds.), Infanticide by Males and Its Implications, Cambridge University Press, Cambridge, pp. 123–152.

ResearchBlogging.org
Arcadi, A., & Wrangham, R. (1999). Infanticide in chimpanzees: Review of cases and a new within-group observation from the Kanyawara study group in Kibale National Park Primates, 40 (2), 337-351 DOI: 10.1007/BF02557557

Published by tupaia on dicembre 11th, 2011 tagged Carnevale della Biodiversita', comportamento, primati | 9 Comments »

Carnevale della Biodiversita’ – VI edizione: Parenti serpenti

E’ arrivato Dicembre, e come tutti sapete sta per arrivare una data importantissima. Natale? Ma no! Qualcosa di molto piu’ interessante e che comporta molti meno regali: la VI edizione del carnevale della Biodiversita’ si terra’ infatti tra pochissimo, il 12 Dicembre

Una caratteristica in comune col Natale pero’ questo carnevale ce l’ha: ha a che fare coi parenti.

Il tema, come sempre provocatorio per stimolare l’inventiva di chi scrive e la curiosita’ di chi legge, sara’ infatti:

PARENTI SERPENTI.

e il blog ospite sara’ il popolarissimo Oggiscienza

Sssssssiamo molto curiosi di vedere cosa ci aspetta in questa sssssesta edizione!

Ecco intanto i link alle passate edizioni:

I – Infinite forme bellissime

II -Biodiversita’ e adattamenti

III – Le dimensioni contano

IV – Alieni tra noi

V – Nicchie estreme.

FAQ:

D. Ho un blog in cui parlo di biologia e vorrei partecipare, come faccio?

R. Semplice, manda una email di adesione a questo indirizzo e il comitato direttivo valutera’ la candidatura (per mantenere alti gli standard siamo costretti a fare una minima selezione, della qual cosa ci sentiamo comunque molto in colpa). Chi ha gia’ partecipato   verra’  invece contattato in privato dal Comitato.

D. Non ho mai partecipato alle precedenti edizioni, posso partecipare a questa?

R. Certamente, tutti i bio-blogger sono benvenuti

D. A chi mando il mio post dopo che l’ho scritto?

R. I contributi al Carnevale vanno inviati a Stefano della Casa, uno degli autori di Oggiscienza, a questo indirizzo

D. Entro quando posso mandare la mia candidatura per partecipare?

R. Possibilmente entro il 5 Dicembre

D. Entro quando posso mandare il mio post a Theropoda per l’inclusione nella rassegna del Carnevale?

R. Entro e non oltre il 12 Dicembre, per dare tempo a Stefano di leggere il post e recensirlo nella rassegna.  Ritardi nell’invio del post potrebbero portare all’esclusione dal Carnevale

D. Ho una domanda sul Carnevale e vorrei discuterne in privato, con chi posso parlarne?

R. Puoi rivolgerti ad uno qualsiasi (o a tutti e tre in CC) del comitato direttivo, Livio Leoni, Marco Ferrari o Lisa Signorile

 

Published by tupaia on dicembre 2nd, 2011 tagged annunci, Carnevale della Biodiversita' | 1 Comment »

La creatura e’ ancora viva!

Il blog ha subito una pausa per via di impegni personali e del server che l’ha “ucciso” per circa 24 ore.

Ora tutto questo, si spera, e’ storia e l’orologiaio tornera’ prestissimo con bestie sempre piu’ inquetanti

Published by tupaia on novembre 25th, 2011 tagged annunci | 1 Comment »

Rapporto preda-predatore in cucurbitacee stagionali (Buon Halloween)

Come l’anno scorso, mi alleno a fare altro per quando non riusciro’ a trovare contratti come zoologa

Published by tupaia on ottobre 31st, 2011 tagged auguri, Varie ed eventuali | 3 Comments »

Un voto per lo hihi

Ricordate lo hihi, l’uccellino dalla torbida vita sessuale della Nuova Zelanda? Se non lo ricordate qui c’e’ il link su questo rarissimo e morboso passeriforme.

Ebbene, se vi piacciono le storie torbide e volete fare qualcosa per dare una mano a salvare la rara bestiola dall’estinzione basta qualche click. La versione neozelandese della LIPU ha bandito la competizione annuale  per nominare “l’uccello dell’anno”, il link e’ questo: http://www.birdoftheyear.org.nz/

Far vincere lo hihi potrebbe aiutare ad aumentare la visibilita’ dell’occulta bestiola e di conseguenza si potrebbe fare di piu’ per proteggerlo: al momento le autorita’ neozelandesi, e soprattutto gli abitanti delle zone interessate non sembrano particolarmente coinvolti nel problema.

Votare e’ facile, cliccate e lasciate il vostro indirizzo email e quando vi arriva la mail di risposta cliccate sul link ed il gioco e’ fatto. Ho provato e non arriva spam, almeno non ne e’ arrivato per il momento.

Visto che i nostri passeriformi finiscono con la polenta possiamo almeno provare ad aiutare quelli degli antipodi

Published by tupaia on ottobre 27th, 2011 tagged annunci, rari, Uccelli | 9 Comments »

Conversazioni nell’oscurita’ (Arachnocampa luminosa)

Questo post e’ stato scritto per il Carnevale della Biodiversita’, 5^ edizione: Nicchie estreme.

Qui potete trovare gli altri post scritti per questa rassegna.

 

Maringanui aveva vissuto sino ad allora una pacifica esistenza. Era uno dei piu’ anziani ed autorevoli del suo gruppo, non saltava mai i pasti, evitava gli incidenti molesti, odiava i pesci, e se avesse potuto avrebbe avuto una porticina rotonda all’ingresso di casa.

Quando la metamorfosi comincio’, quindi, Maringanui non ne fu particolarmente contento, non essendo un grande amante dei cambiamenti e delle avventure. Aveva pero’ gia’ tre settimane e il destino e’ ineluttabile. Saluto’ quindi amici e parenti, mangio’ un ultimo, abbondante pasto e si imbozzolo’ per bene, aspettando paziente i cambiamenti.

Quando Maringanui si sveglio’ si sentiva confuso. Aprendo gli occhi si rese conto che intorno a se’ era buio, ma non era il buio normale della notte. Era un buio profondo, penetrante e in qualche modo anomalo. In lontananza si vedevano le stelle, ma non erano le solite stelle a cui era abituato, erano disposte in modo completamente diverso. Se avesse potuto provare angoscia avrebbe usato questa parola per descrivere il suo stato d’animo. Si libero’ del bozzolo e verifico’ paziente tutti i cambiamenti, non sapendo esattamente cosa fare e dove andare. Passo’ quindi in rassegna tutte le varie parti, indolenzite, del suo nuovo corpo. “Testa ok, c’e’ ancora. Cosa c’e’ su? Devono essere antenne, frivolamente piumate. Torace ok, arti credo ci siano tutti. Cos’ho sulla schiena?” si chiese distrattamente “devono essere le ali”, penso’ e ando’ avanti nella rassegna. Dopo un tempo che a Maringanui parve interminabilmente lungo le ali si asciugarono. “Tornare indietro al fiume?” penso’. “Neanche per sogno! Andare di lato sulla terra ferma? Troppo pericoloso! Andare avanti in alto? E’ la sola cosa da fare! Dunque, in marcia!” Cosi’ si alzo’ in volo e caracollo’ un po’ traballante, all’inizio, verso il cielo stellato alieno, col cuore che era tutto un frenetico tic-tac. Come tutti i membri adulti della sua specie, anche Maringanui si sentiva infatti attratto dalle luci.

La volta di Waitomo. Foto da: minouette.blogspot.com

Maringanui era un Maoridiamesa intermedia, un moscerino endemico del gruppo dei  chironomidi la cui larva abita i ruscelli montani e la cui pupa doveva essere stata accidentalmente trasportata sino al fiume che scorre nella caverna Waitomo, in Nuova Zelanda.

Quel giorno Marama non era particolarmente affamata, la caccia era andata bene e aveva gia’ mangiato tre Macropelopia debilis, un Chironomus zealandicus (Chironomidi in entrambi i casi) e un’effimera che non le aveva voluto declinare il suo casato tassonomico. L’eterna luce che brillava sulla sua coda si era pertanto affievolita un pochino e lei se ne stava pigramente sulla sua amaca di seta, persa in una reverie di luci, ombre ed emolinfa. Marama e i suoi parenti erano antichi, vivevano in quella grotta da sempre, per quello che ne sapeva lei, e lei conosceva perfettamente la posizione di ognuno dei suoi cugini e fratelli. Non per spirito di pettegolezzo, ma per puro istinto di sopravvivenza: sconfinare nel territorio di un’altra Arachnocampa luminosa infatti puo’ voler dire la morte perche’ le larve, se si incontrano nel loro reticolato di fili di seta sospesi sulla volta della grotta, combattono sino alla morte e il vincitore divora l’altro. Mangiare i nemici sconfitti in battaglia, del resto, e’ sempre stata una acclamata tradizione anche tra i Maori. Se la caccia va male, non e’ improbabile che le larve si dedichino ad una dieta cannibale, tanto basta seguire la luce per sapere dove sono i conspecifici.

Marama era nel corso dell’equivalente entomologico di un sogno junghiano, sognava di quando il suo uovo si era schiuso e lei ne era emersa, e la sua coda si era illuminata per la prima volta, aggiungendo una stella nel firmamento della volta di Waitomo. L’uovo di Marama era stato fatto aderire alla volta della grotta da sua madre tramite una sostanza collosa di cui era ricoperto ed era rimasto li’ per una ventina di giorni, mentre l’embrione vi si sviluppava all’interno, nel buio eterno della caverna. Non tutti i suoi fratelli, comunque vivevano nella grotta: alcune uova erano state deposte nel buio della foresta, dove di giorno la luce del sole riesce ad arrivare, o nei tunnel di comunicazione tra le caverne di Waitomo, nei quali la luce del sole filtra. Al contrario di lei, luminosa per 24 ore al giorno, i suo fratelli “esterni” brillavano quindi solo di notte. Dato che la luce serve ad attirare le prede, i fratelli “esterni” di solito crescono meno perche’ di giorno devono fermare la caccia e non sarebbero mai riusciti ad arrivare ai suoi quattro centimetri. Le Arachnocampa sono ditteri come le zanzare e quattro centimetri per una larva sono veramente notevoli. Dopo sei mesi e centinaia di chironomidi ed effimere, la grassa Marama era ormai vicina ad impuparsi, le bastava solo qualche altra preda. Marama ricordava, nel sogno, di quando, piccola larva tutta tubuli malpighiani brillanti, era strisciata lontano dall’uovo e si era costruita il suo primo nido di seta.

Foto da: artsonearth.com

Una ragnatela costruita da una mosca che brilla come una lucciola nel profondo di una caverna, nella piu’ isolata delle terre del pianeta.

Costruito il supporto per se’ stessa, la giovane Marama aveva cominciato a filare fili di seta che appendeva verticali sotto la sua amaca di supporto, uno dopo l’altro, in una fila ordinata. Ad ogni filo, meticolosamente, Marama aveva aggiunto goccie della sua saliva velenosa, costruendo alcune decine di mortifere collane di perle, appiccicose e velenose, che pendevano verticali nella grotta, dove il vento che le scompiglierebbe non arriva mai. Con la luce brillante al massimo, si era messa quindi trepidante in attesa di una sventurata creatura attirata dalla sua luce. Ricordava ancora la prima preda, un tricottero grasso e saporito. Ma che fatica era stata ucciderlo con un morso, per l’inesperta creatura!

Arachnocampa luminosa, larva. Foto: milknosugarblog

Una vibrazione improvvisa scosse Marama da questi sogni e ricordi. Con la perizia dovuta alla lunga esperienza, la mosca sapeva gia’ esattamente a quale filo si era impigliato qualcosa. Striscio’ quindi lentamente dalla sua tana per raggiungere il filo e con l’abilita’ di un pescatore esperto comincio’ a riavvolgere la lunga lenza: i fili di Marama raggiungevano anche i 50 centimetri. Quando era affamata, marama li rimangiava con una velocita’ anche di due mm al secondo, il che significa che impiegava circa 4 minuti per tirare su la preda. In questo caso pero’ se la prese comoda e mentre riavvolgeva il filo diede un’occhiata alla sua nuova vittima.

“Cosa saresti tu?” disse, con voce tonante. “Mi chiamo Maringanui”, rispose la preda, intimorita”sono un Maoridiamesa intermedia. Potrebbe darmi una mano a liberarmi? Ho due zampe impasticciate dentro qualcosa di appiccicoso, e non me le sento piu’, si sono completamente intorpidite” “Maoridiache?” chiese Marama. “Mai sentito. Sei buono da mangiare?”

In condizioni normali di solito non si curava di questi dettagli, ingoiava e basta, ma dato che non era particolarmente affamata poteva perdere un po’ di tempo in conversazione. Al sentire questa domanda il povero Maringanui si senti’ perso, era finito nella trapola di un qualche predatore che non vedeva, li’ nell’oscurita’. Cerco’ di guadagnare tempo e, ingenuamente, di bluffare: “ehm, sono un chironomide, tutti sanno che viviamo in ambienti inquinati e poveri di ossigeno, quindi suppongo di essere velenosissimo. Posso chiedere invece con chi, ehm, ho l’onore di intrattenermi in conversazione?”"Se sei un chironomide sei buono, ne ho mangiati centinaia sinora, son piu’ dell’80% delle mie prede. Uhm, non mi dire che non hai mai sentito parlare di me. Io sono la Signora di questa grotta, la Grande Predatrice, la Luce nel Buio, la Divoratrice di Cugini, la Tessitrice Instancabile, l’Avvelenatrice, la Mosca Brillante. Questi sono i nomi che mi danno. I maori mi chiamano “Titiwati”, che significa “proiettata sull’acqua”. I turisti mi chaimano anche “Ooooh, com’e’ romantico qui”, ma quando arrivano di solito io spengo la luce perche’ ce n’e’ troppe delle loro”. Gli scienziati invece mi chiamano Arachnocampa luminosa, della famiglia dei Keroplatidae e dell’ordine dei Ditteri”.

Un maschio adulto di Arachnocampa luminosa. Foto: metafysica

Maringanui sentiva che il filo a cui era appesa la sua vita diventava sempre piu’ corto, e cerco’ di pensare sul come fare a liberarsi, ma aveva bisogno di capire con chi aveva a che fare, cosi’ chiese ancora: “ma allora le stelle non sono stelle? Da dove viene la luce?” Marama cominciava a stancarsi di tutte queste domande, ma penso’ che magari un po’ di conversazione le avrebbe messo appetito, cosi’ rispose: “noi Arachnocampa produciamo la luce col nostro corpo, ogni stella che vedi e’ una di noi, larva, pupa o adulto, tutti produciamo luce. I maschi adulti un po’ meno, a dire la verita’, si spengono poco dopo la metamorfosi ma noi femmine continuiamo a brillare tutta la vita, da larve per attivare voi stupidi, da pupe e da adulte per attirare i maschi. I maschi ci cercano sin da quando siamo pupe e aspettano che emergiamo. Quando cio’ accade, lottano tra loro e noi ci accoppiamo col vincitore, celebrando il banchetto nuziale col corpo degli sconfitti” “Si’, ma la luce? Incalzo’ Maringanui “come fate a produrre la luce? Io anche volendo non ci riuscirei” “I nostri antenati erano zanzare non troppo diverse da te. E’ stato il tempo, il buio e la vostra stupida attrazione verso la luce a far si che sviluppassimo questa capacita’. Ci siamo evoluti in solitudine, lentamente, ed efficientemente. La nostra pelle e’ trasparente e i nostri reni si sono modificati: e’ dalla parte terminale dei tubili malpighiani che viene emessa la luce. C’e’ una reazione chimica che la produce: una sostanza, chiamata luciferina, si attiva in presenza di ossigeno, magnesio e un enzima chiamato luciferasi. Il legame con l’ossigeno porta la luciferina in una condizione chimicamente eccitata. Quando decade da questa condizione viene emessa energia sotto forma di luce. Il meccanismo e’ in comune con altri insetti luminosi detti “lucciole”, ho sentito uno degli scienziati spiegare questa faccenda a una guida. Ah, prima che tu me lo chieda c’e’ del veleno nella mia saliva, quindi sei spacciato comunque.” Mentre diceva queste parole Marama era oramai arrivata a tirar su tutto il filo e Maringanui vide contro la luce della volta due immense mandibole pronte a divorarlo in pochi bocconi. Sfortunatamente non aveva palpebre per chiudere gli occhi, ma degluti’ con forza.

Quando le mandibole stavano ormai per richiudersi sulla sua testa senti’ la tensione del filo allentarsi e Marama sussultare e cacciare un urlo: qualcuno si era accorto che lei era distratta in orgogliose spiegazioni anatomiche. Maninganui, con quel filo di vita che ancora gli rimaneva per via del veleno, vide nettamente contro lo sfondo brillante della volta il nuovo arrivato: Due occhi enormi e pallidi sotto otto zampe lunghissime stavano divorando Marama: la Grande Predatrice non e’ al vertice della catena alimentare del suo Regno. Megalopsalis tumida, un opilione troglobio, e’ infatti tra i predatori dell’Arachnocampa insieme a Hendea myersi, un altro opilione, una vespa parassitoide che depone il suo uovo nella larva ed un fungo che ne distrugge le uova. Mentre le luci si spegnevano piano, negli occhi di Maringanui, questi pensava che la vita tutto sommato e’ uno scherzo di cattivo gusto, e non ci sono mai ne’ vinti, ne’ vincitori.

Alcune fonti:

Tolkien, J.R.R. (1937) Lo hobbit o la riconquista del tesoro. Adelphi, Milano. (Trad. italiana Adelphi 1973)

Richards M. A. (1960) Observations on the New Zealand Glow-worm Arachnocampa luminosa (Skuse) 1890. Transactions of the Royal Society of New Zealand, 88: 559-574

Green, L. F. B. (1979). The fine structure of the light organ of the New Zealand glow-worm Arachnocampa luminosa (Diptera: Mycetophilidae). Tissue and Cell, 11(3), 457-465.

Winterbourn,M.J. ; Gregson,K.L.D. (1981) Guide to the aquatic insects of New Zealand. ENTOMOL. SOC. N.Z. BULL.: 5:1-80

Meyer-Rochow, V. B., & Liddle, A. R. (1988). Structure and Function of the Eyes of Two Species of Opilionid from New Zealand Glow-worm Caves (Megalopsalis tumida: Palpatores, and Hendea myersi cavernicola: Laniatores). Proceedings of the Royal Society B: Biological Sciences, 233(1272),

ResearchBlogging.org
Babu, B., & Kannan, M. (2002). Lightning bugs Resonance, 7 (9), 49-55 DOI: 10.1007/BF02836185

Published by tupaia on ottobre 12th, 2011 tagged Carnevale della Biodiversita', Insetti, invertebrati, notturni, predatori | 7 Comments »

L’uomo coi colibri’ nelle mutande

Non e’ il titolo di un romanzo porno, e’ una storia tristemente vera. Un ecotrafficante olandese ha cercato di contrabbandare una dozzina di colibri’ vivi e _non sedati_ avvolgendoli in uno straccio bloccato con nastro adesivo, in modo che stessero fermi, e tenendoli in tasche cucite nei pantaloni all’altezza delle mutande.

 

Foto dal Dailymail.

L’uomo, che era gia’ stato arrestato in passato per lo stesso crimine, e’ stato fermato a fine settembre (2011) all’aeroporto Rochambeau a Cayenne, in Guiana Francese, grazie al body scanner, ufficialmente, ma secondo me perche’ andava in giro con le mani nelle mutande: i colibri’ hanno un becco lungo e affilato. La stampa non riporta quante delle sfortunate creature si siano salvate.

Le mutande degli ecotrafficanti pero’ sembrano un posto molto affollato. Un mese prima, il 30 agosto, un altro uomo e’ stato arrestato a Miami, diretto in Brasile, mentre esportava illegalmente sette serpenti e tre tartarughe, tutti nascosti nelle mutande dentro sacchetti di plastica, e di nuovo sgamato col body scanner dopo una segnalazione, oppure perche’ sembrava un superdotato e volevano vederglielo. Non se i serpenti fossero velenosi o se e’ meglio avere un colibri’ o un serpente nelle mutande, ma quello che so e’ che questo traffico frutta 20 milioni di dollari l’anno a spese solo di qualche beccata al proprio di uccello e soprattutto a spese delle sfortunate bestiole.

Il giorno prima una donna diretta in Cina e’ stata arrestata a Los Angeles con due pappagalli dentro calze a tubo, uno legato al petto e l’altro alla coscia. Suppongo che all’acquirente avrebbe chiesto se preferiva petto o coscia. Gli angry birds, comunque, sono sopravissuti.

Nel 2010 un tedesco fu beccato in Nuova zelanda con 44 tra gechi e scinchi, sempre nelle mutande, in una tasca opportunamente cucita.

Nel 2009 un americano fu beccato con 14 uccelli da canto vietnamiti legati al calzini da un complicato sistema di calze. Fu sgamato per via della pioggia di escrementi e piume che gli cadevano sulle scarpe. Era al secondo tentativo, almeno che si sappia. Gli uccelli gli avrebbero fruttato 400 dollari l’uno.

Sempre nel 2009 un australiano fu sgamato in patria, mentre tornava da un viaggio in estremo oriente, con due piccioni vivi nelle mutande, legati alle gambe con delle calze e bloccati dentro sacchetti a bolle. Aveva anche due uova in uno scatolo di vitamine e dei semi nel portafogli. I piccioni sono sopravissuti al viaggio.

Nel 2010 un messicano proveniente dal Lima, in Peru’, e diretto in patria fu arrestato perche’ portava 18 (dico, 18!) scimmie nelle mutande. Ok, erano Titi monkeys che sono molto piccole ed erano state messe in una speciale cintura dotata di tasche e legata alla vita, sotto i pantaloni, solo per non farle passare sotto i raggi x. L’uomo si fece beccare perche’ ad un controllo sembrava molto nervoso. Chi non lo sarebbe con 18 scimmie piene di dentini aguzzi che si agitano all’altezza dei gioielli di famiglia? Due titi monkeys non sono sopravissute al viaggio.

Nel 2003 uno svedese proveniente da Bangkok fu fermato in Australia con otto serpenti, quattro boa e quattro cobra reali (baby) nelle mutande. I cobra reali sono tra i piu’ velenosi serpenti che ci siano ma purtroppo morirono durante il viaggio, mentre i boa sopravvissero. I serpenti erano legati alle gambe e sarebbero serviti a finanziare una vacanza, mentre finanziarono solo un soggiorno nelle auguste prigioni di Sidney.

Si, insomma, avete capito il concetto. Le mutande dei passeggeri sono uno dei posti con la maggiore biodiversita’ al mondo e se il vostro vicino, in aereo, vi sussurra che ha un grosso uccello nelle mutande beh… potreste anche dovergli credere. La prossima volta che vi perquisiscono in areoporto o vi fanno un body scan siate pazienti. Pensate che questa pratica, ogni tanto, salva anche la pelle a qualche sfortunata bestia tropicale.

Agli animali che viaggiano nel bagaglio dedichero’ un post a parte perche’ l’elenco e’ ancora piu’ lungo e pazzesco.

 

Hat tip: grazie, Bernardo, per tutte le interessanti conversazioni fatte al posto di lavorare

 

 

Published by tupaia on ottobre 10th, 2011 tagged alloctoni, deliri, Uccelli | 3 Comments »

Se l’orologiaio e’ miope, gli scoiattoli non sono da meno

Una prova evidente della fallacia del disegno intelligente e’ che gli adattamenti degli animali sono sempre funzionali, ma non sono quasi mai ottimali. Sono come l’A112 su cui ho imparato a guidare, che non aveva quasi piu’ un pezzo originale, sostituiti nel corso del tempo da varie parti di Renault 5, Fiat 126, Panda e Maggiolini vari,  ma ciononostante tirava i cento all’ora in autostrada.

I mammiferi si sono evoluti a partire da animali notturni e di conseguenza l’antenato comune aveva gli occhi adattati per vedere al buio. L’antenato comune, a sua volta, discendeva da rettili mammalomorfi diurni ma oramai il danno era fatto, non si puo’ tornare indietro nell’evoluzione e i mammiferi restano tra i vertebrati con la peggiore vista diurna, e in molti casi anche quella notturna non e’ un granche’.

Ad esempio, in media i mammiferi hanno solo due tipi di fotorecettori per il colore (i coni), quello con un picco nel verde e quello con un picco nel blu. Uccelli e rettili, che tendenzialmente sono sempre rimasti diurni, ne hanno quattro in media (oltre al verde al blu c’e’ il fotorecettore con picco nel rosso e quello con picco spostato nell’ultravioletto). Noi scimmie antropomorfe, tutte spiccatamente diurne,  siamo riuscite a reinventare il fotorecettore col picco nel rosso, per fortuna, rendendo la nostra percezione dei colori leggermente piu’ vivida rispetto agli altri mammiferi.

Anche gli scoiattoli, come i primati, si sono dovuti adattare alla vita diurna, in entrambi i casi perche’ per saltare da un ramo all’altro e’ meglio avere quel tanto di luce da evitare di prendere craniate contro i rami, ma le soluzioni che hanno “inventato” per sistemare i “pezzi mancanti” sono state in molti casi differenti dalle nostre. Bisogna anche dire che gli Sciuromorpha (scoiattoli e ghiri) sono stati tra i roditori che per primi si sono separati dal loro progenitore comune e a fianco di caratteri ancora primitivi hanno anche caratteri peculiari che si sono evoluti indipendentemente da tutti.

Gli occhi degli scoiattoli sono pittosto interessanti dal punto di vista degli adattamenti funzionali. Una delle specie meglio studiate e’ lo scoiattolo grigio orientale americano (Sciurus carolinensis), che vive ora anche in Italia per via di scelte sconsiderate. Il motivo per cui e’ molto studiato e’ purtroppo l’abbondanza di cavie dovuta ai vari programmi di contenimento di questa specie nelle isole britanniche. Non molto tempo fa mi ha telefonato un ricercatore che voleva da me occhi di scoiattoli appena estirpati perche’ la retina si degrada molto velocemente subito dopo la morte dell’animale. Mi ha fatto senso, e comunque non dispongo di occhi freschi di scoiattoli, per cui temo di essere stata un po’ brusca al telefono.

In ogni caso, si tratta di occhi peculiari. Innanzi tutto, gli scoiattoli grigi non possono accomodare. Mi spiego meglio: negli occhi di noi umani c’e’ un muscoletto che comprime o allarga la lente del cristallino a seconda che sia richiesto di vedere da vicino o da lontano, come muovere la ghiera dell’obiettivo di una macchina fotografica per mettere a fuoco. Negli scoiattoli questo muscolo e quasi atrofico per cui il cristallino rimane sempre della stessa forma e gli scoiattoli vedono a fuoco fisso, il che negli umani operati di cataratta di solito crea problemi a vedere da vicino. Un minimo di messa a fuoco, comunque, avviene dilatando o restringendo la pupilla e agli scoiattoli non e’ richiesto di leggere righe piccole, per cui sono a posto. A pupilla ristretta, comunque, vedono circa cinque diottrie contro le 10/11 umane, il che significa che a distanza vedono in teoria meno bene di noi. Ad un animale arboricolo, tuttavia, non e’ richiesto di vedere bene da lontano come occorre ad un animale bipede evolutosi nella savana, gli serve solo scorgere una noce sull’albero vicino. In breve gli scoiattoli sono un po’ miopi e anche un po’ presbiti ma se la cavano ottimamente.

D’altro canto, noi primati e gli scoiattoli condividiamo una caratteristica che ci adatta ad un’esistenza prettamente diurna. Il cristallino degli scoiattoli e’ molto simile a quello dei giovani umani nel contenere una sostanza detta N-acetyl-3-OH-L-kynurenina che colora il cristallino di giallo. Questo filtro giallo assorbe la luce blu e ultravioletta e migliora la visione, eliminando le lunghezze d’onda brevi che da un lato producono aberrazioni cromatiche, e dall’altro causano lesioni alla retina. Probabilmente questi occhiali da sole ante-litteram erano gia’ posseduti dal progenitore comune degli Euarchontoglires (il superordine che raggruppa insieme primati, roditori, tupaie e cinocefali), il che fa supporre che l’avo fosse diurno e che i topi son tornati solo secondariamente ad essere notturni. Gli scoiattoli vivono pochi anni ma negli umani il pigmento giallo si accumula con l’eta’ e cio’  limita l’acuitezza visiva con l’andare del tempo.

Gli scoiattoli sono tecnicamente daltonici: come il grosso dei mammiferi hanno solo i coni per il blu e per il verde e complessivamente hanno una retina (come anche noi, del resto) con un picco di assorbimento nel verde. Non e’ un caso, considerando che foreste e savane sono verdi. Tutto quello che deve vedere uno scoiattolo sono gli alberi, le noci, i conspecifici e i predatori, e nel loro caso non fa molta differenza avere un’estensione nella gamma del rosso. Ecco come suppongo appaia un albero ad uno scoiatotlo (foto a destra), comparato con la nostra visione tricromatica (a sinistra)

C’e’ un lieve spostamento della gamma, ma lo spettro di assorbimento del cono chiamato “verde” e di quello chiamato “rosso” sono simili e cio’ che viene penalizzato e’ per lo piu’ un’acuitezza nella visione delle tonalita’ di rosso a maggiore lunghezza d’onda. Non che vedere il rosso ad uno scoiattolo grigio serva molto: il suo fegato e’ capace di detossificare i tannini delle ghiande e il sapore aspro non li disturba per cui possono mangiare la frutta acerba senza problemi, al contrario di noi umani che abbiamo bisogno di vedere il rosso per capire quand’e’ che la frutta e matura. Si aggiunga anche che gli scoiattoli mangiano per lo piu’ ghiande, mature o no che siano, quindi a loro il cono del rosso proprio non serve.

D’altro canto gli scoiattoli grigi hanno una retina formata in gran maggioranza da coni (il 60% di coni e il 40% di bastoncelli). I coni sono sensibili ai colori e i bastoncelli all’intensita’ luminosa per cui gli animali notturni hanno quasi solo bastoncelli e a quelli diurni con un antenato notturno tocca riadattare le proporzioni in modo da avere piu’ coni possibile. Noi umani abbiamo risolto il problema inventandoci la fovea, una fossetta in cui addensiamo i nostri pochi coni (circa il 5% di tutti i fotorecettori, abbiamo 120 milioni di bastoncelli e solo 6-7 milioni di coni) e su cui arriva la parte centrale dell’immagine. Nella nostra fovea, tra l’altro, abbiamo solo coni rossi e verdi quindi nella parte centrale dell’immagine siamo meno sensibili alle lunghezze d’onda brevi (blu). In pratica abbiamo una buona visione a colori al centro, e vieppiu’ meno definita e colorata nella parte periferica dell’immagine. Si fa quel che si puo’ con quel che si ha.

Gli scoiattoli invece non avranno il cono del rosso, ma hanno una quantita’ mostruosa di coni sparsi per tutta la retina. I coni sono molto meglio dei bastoncelli nel creare un’immagine dettagliata: infatti ad ogni cono corrisponde una fibra nervosa che porta al cervello la luce captata da quel singolo recettore. I bastoncelli invece si ammucchiano in tanti sulla stessa terminazione nervosa quindi al cervello arriva, da quella fibra nervosa, un’immagine piu’ grossolana captata da tanti recettori. La differenza e’ quella che c’e’ tra una foto scattata col telefonino avuto coi punti del detersivo e quella scattata con una Nikon D90 da 12.300.000 pixel. L’immagine che arriva al cervellino da 7 grammi dello scoiattolo e’ mostruosamente dettagliata, molto piu’ che quella che arriva al nostro cervello che fabbrica macchine fotografiche, almeno nella parte periferica dell’immagine (centralmente ce la caviamo benino anche noi, altrimenti avreste difficolta’ nel leggere queste righe).

Che se ne fa lo scoiattolo di tutti questi coni? Compensa probabilmente i difetti di accomodamento, per cui il risultato finale e’ che anche se otticamente non sono eccezionali, dal punto di vista della pellicola gli scoiattoli sono top-of-the-line e alla fine abbiamo bestie con una vista perfettamente funzionale e adattata alle loro necessita’. Non la migliore possibile, sicuramente, anche se l’essere in grado di captare la luce 7.5 volte meglio di noi e’ un grande aiuto al buio, a scorno delle martore, ma se si parte da un’A112 difficilmente si avra’ una Ferrari anche con tutte le modifiche possibili.

Referenze:

ARDEN, G. B., & SILVER, P. H. (1962). Visual thresholds and spectral sensitivities of the grey squirrel (Sciurus carolinensis leucotis). The Journal of physiology, 163, 540-57.

Zigman, S., & Paxhia, T. (1988). The nature and properties of squirrel lens yellow pigment. Experimental eye research, 47(6), 819-24.

ResearchBlogging.org
McBrien NA, Moghaddam HO, New R, & Williams LR (1993). Experimental myopia in a diurnal mammal (Sciurus carolinensis) with no accommodative ability. The Journal of physiology, 469, 427-41 PMID: 8271206

Published by tupaia on settembre 30th, 2011 tagged uncategorised | 2 Comments »

Il ritorno del Carnevale – V Edizione

Dopo la pausa estiva rieccoci qui a riproporvi la nostra iniziativa, il Carnevale della Biodiversita’, in cui i principali bio-blogger italiani si cimentano su uno specifico tema, che sviluppano sulla base delle loro inclinazioni e competenze. Sinora i risultati sono stati superiori a tutte le aspettative, del che  siamo molto soddisfatti, e speriamo di poter continuare a stimolare la curiosita’ e gli interessi di chi partecipa sia leggendo che scrivendo.

Ecco I link alle passate edizioni:

I – Infinite forme bellissime

II -Biodiversita’ e adattamenti

III – Le dimensioni contano

IV – Alieni tra noi

Torniamo ora alla carica proponendovi un tema che sara’ ancora una volta una sfida e una provocazione:

AI CONFINI DELLA REALTA’: NICCHIE ESTREME

Il blog ospite questa volta sara’ Theropoda, e la data di pubblicazione di questo carnevale sara’ una difficile da dimenticare, il

12 Ottobre 2011 , data in cui tutti i post verranno pubblicati simultaneamente dai blogger

Perche’ e’ una data difficile da dimenticare? Perche’ e’ la data della scoperta dell’America, e vorremmo che questo Carnevale ci parli di scoperte grandi e piccole nel campo della biodiversita’.

FAQ:

D. Ho un blog in cui parlo di biologia e vorrei partecipare, come faccio?

R. Semplice, manda una email di adesione a questo indirizzo e il comitato direttivo valutera’ la candidatura (per mantenere alti gli standard siamo costretti a fare una minima selezione, della qual cosa ci sentiamo comunque molto in colpa). Chi ha gia’ partecipato   verra’  invece contattato in privato dal Comitato.

D. Non ho mai partecipato alle precedenti edizioni, posso partecipare a questa?

R. Certamente, tutti i bio-blogger sono benvenuti

D. A chi mando il mio post dopo che l’ho scritto?

R. I contributi al Carnevale vanno inviati ad Andrea Cau, l’autore di Theropoda, a questo indirizzo

D. Entro quando posso mandare la mia candidatura per partecipare?

R. Possibilmente entro il 2 Ottobre

D. Entro quando posso mandare il mio post a Theropoda per l’inclusione nella rassegna del Carnevale?

R. Entro e non oltre il 10 Ottobre, per dare tempo ad Andrea di leggere il post e recensirlo nella rassegna. Ritardi nell’invio del post potrebbero portare all’esclusione dal Carnevale

D. Ho una domanda sul Carnevale e vorrei discuterne in privato, con chi posso parlarne?

R. Puoi rivolgerti ad uno qualsiasi (o a tutti e tre in CC) del comitato direttivo, Livio Leoni, Marco Ferrari o Lisa Signorile

 

Vi aspettiamo!

Published by tupaia on settembre 12th, 2011 tagged annunci, Carnevale della Biodiversita', uncategorised | 9 Comments »

La placenta e’ una malattia dei marsupiali

I mammiferi, lo dice la parola stessa, sono quegli animali dotate di mammelle e che allattano i propri piccoli. Come i suddetti piccoli vengano dati alla luce, per questa definizione, e’ irrilevante e i tre gruppi di mammiferi, Monotremi, Marsupiali e Placentati, adottano tre strategie completamente diverseper nutrire l’embrione: uova, sacca e placenta. Nonostante questa diversita’ i tre ordini esistenti piu’ alcuni estinti tipo i Triconodonta discendono da un unico antenato comune, un rettile di quelli chiamati mammalomorfi, rettili a forma di mammifero, che circa 250 milioni di anni fa sviluppo’ la capacita’ di nutrire i suoi piccoli con secrezioni ghiandolari. Come si e’ arrivati pero’ ad un sistema in cui gli embrioni vengono direttamente nutriti tramite il corpo della madre senza bisogno di gadgets tipo uova e marsupi? In altre parole, come ci siamo evoluti a partire dai marsupiali (non discendiamo dai canguri, sia chiaro!)? Semplice: basta un virus ed il gioco e’ fatto. Prima di discutere di questa bizzarria cerchiamo  di capire esattamente come ci siamo evoluti a partire dai rettili.

Una baby-echidna appena uscita dall’uovo. Foto

Tra le caratteristiche che accomunano tutti i mammiferi, incluso lo sfigatissimo ornitorinco che depone le uova, e’ di essere capaci di regolare la temperatura corporea dall’interno senza dipendere da fattori climatici (i Monotremi, l’ornitorinco e l’echidna, hanno una temperatura un po’ piu’ bassa, 32 gradi in media, contro i 35 dei Marsupiali e i 37-38 dei Placentati). Hanno inoltre un tasso metabolico uniformemente elevato per cacciare meglio, tre ossicini (staffa, incudine e martello) nell’orecchio medio per sentire meglio, la mandibola fatta di un unico pezzo e il palato osseo per masticare meglio. Hanno inoltre il pelo per scaldarsi meglio, come lo avevano anche molti rettili mammalomorfi incluso l’antenato comune: i fossili “pelosi” piu’ antichi  sono  Juramaia sinensisCastorocauda, entrambi vissuti a meta’ del Giurassico di cui pero’ la prima e’ nel lignaggio dei veri mammiferi, il secondo invece si e’ ramificato prima dell’antenato comune tra Monotremi, Marsupiali e Placentati e quindi non e’ considerato un mammifero a tutti gli effetti pur essendo peloso. I geni per la cheratina, d’altronde, risalgono a circa 300 milioni di anni fa e sono in comune tra tutti i vertebrati terrestri. Solo i Therapsidi pero’ hanno usato la cheratina per costruire il pelo e le vibrisse. I mammiferi, inoltre. sono caratterizzati dall’avere un cervello grande rispetto agli altri vertebrati, che inizialmente si e’ sviluppato per affinare l’olfatto del progenitore comune, notturno. Hanno inoltre sviluppato la neocorteccia in cui vi sono complicate mappe senso-motorie e il corpo calloso, quella struttura in cui le fibre dei due emisferi si incrociano per scambiare informazioni (e che e’ responsabile dei deja-vu quando il sincrono nello scambio fallisce). Queste funzioni negli altri vertebrati non e’ che manchino, e’ solo che sono compiute in altre zone del cervello.

Albero filogenetico dei mammiferi, modificato da Luo et al. (2011). Ho evidenziato Eomaia in Verde, Sinodelphis in rosa e Juramaia in giallo per sottolinearne le posizioni.

La linea che porto’ ai Monotremi si separo’ dalla linea dell’antenato comune dei mammiferi circa 220 milioni di anni fa. Se vi siete chiesti, come mi sono chiesta io, come sarebbe una frittata di uovo di ornitorinco sappiate che le uova sono tenute nel corpo della madre per un  certo tempo prima di essere deposte, quindi quando arrivano in pentola c’e’ gia’ dentro un embrione parzialmente sviluppato, il che significa che la frittata, ahime’, non si puo’ fare. Dopotutto, sono mammiferi.

Dopo la fuoriuscita dei Monotremi rimasero in concorso solo i Theria, ovvero i marsupiali e i placentati o, come li chiamano i tassonomi, i Metatheria e gli Eutheria, che si separarono in qualche momento non ben chiaro nel Mesozoico. Bisogna specificare ancora una volta che la distinzione tra i due gruppi non e’ nel modo in cui “fabbricano” i bambini, quanto piuttosto in caratteristiche anatomiche e molecolari. Le caratteristiche anatomiche consistono perlopiu’ in differenze nelle articolazioni della spalla e delle caviglie, nella dentatura, nella muscolatura delle mandibole molto piu’ forte nei marsupiali e nel metabolismo piu’ lento di questi. C’e’ stato un momento, nel Cretacico, in cui gli Eutheria erano anatomicamente gia’ differenziati ma partorivano i piccoli molto immaturi, come i marsupiali, perche’ la placenta si stava evolvendo, e questo ci porta al nocciolo di tutto il discorso: chi, come, quando e perche’ ha “inventato” la placenta? Chi e’ il nostro progenitore o meglio, la nostra progenitrice, che per prima ha rivoluzionato il sistema di generare figli?

 

Una decina circa di anni fa ci fu in Cina una scoperta rivoluzionaria che consisteva nel fossile meravigliosamente ben conservato di Eomaia scansoria (alba-madre che si arrampica), un piccolo mammifero (una dozzina di cm e 25 g di peso, piu’ o meno le dimensioni di un topolino) dall’aspetto simile a quello di uno scoiattolo o di una moderna tupaia. Il fossile, risalente a 125 milioni di anni fa, e’ cosi’ ben conservato che e’ rimasta l’orma degli organi interni e l’alone del pelo. Quello che rende Eomaia cosi’ speciale e’ di avere, anatomicamente parlando, caratteristiche delle ossa e delle articolazioni delle caviglie intermedie tra quelle dei marsupiali e quelle dei placentati, pur essendo decisamente piu’ vicina agli Eutheria che ai Methateria, il che ci permette di dare una data (almeno 125 milioni di anni) alla separazione tra i due gruppi. Come si riproduceva Eomaia? La pelvi e le ossa del bacino sono strette, il che indicherebbe che l’animale dava alla luce piccoli molto immaturi come accade oggi nei marsupiali, non c’era spazio per partorire cuccioli grandi. In aggiunta l’osso epipubico e’ presente. Si tratta di due ossa presenti oggi nei monotremi e nei marsupiali che si proiettano in avanti a partire dalle ossa pelviche e aiuterebbero nella locomozione ma nei placentati non ci sono piu’ perche’ ostacolerebbero l’ingrandimento dell’utero durante la gravidanza. La presenza in Eomaia indica che non le veniva il “pancione” quando era incinta. E’ quindi possibile che dopo un certo tempo, placenta o non placenta, i piccoli nascessero e rimanessero a stretto contatto col corpo della madre, ad esempio appesi sotto la pancia, attaccati ai capezzoli, o in un proto-marsupio. L’Eomaia occupava la nicchia ecologica di un ghiro e si spostava sui rami tra gli arbusti, anche se era piu’ generalista di un ghiro per il cibo. La dentizione e’ ibrida ma piu’ vicina agli Eutheria quindi in pratica anche se non partoriva cuccioli grandi possiamo considerare l’Eomaia la nostra bis-bis-bis-nonna, o almeno la nostra pro-pro-pro zia.

Bisogna anche sottolineare che contemporaneamente all’Eomaia e sempre in Cina viveva anche il piu’ antico marsupiale di cui si abbia traccia, Sinodelphis szalayi, trovato nella stessa cava dell’Eomaia ma con caratteristiche indubbiamente da marsupiale. 125 milioni di anni fa esistevano quindi fianco a fianco, nella stessa foresta, proto-marsupiali e proto-placentati, entrambi arboricoli ma con i due lignaggi che si stavano differenziando sempre di piu’.

Juramaia sinensis. Disegno da Luo et al. (2011)

Lo stesso team di scienziati cinesi che nel 2000 ha scoperto l’Eomaia e nel 2003 il Sinodelphis ha quest’anno (2011) scoperto un’altra bestia proveniente da una cava nella stessa provincia cinese (Liaoning) dell’Eomaia. L’animale e’ stato chiamato Juramaia sinensis (madre giurassica cinese) e risale a 160 milioni di anni fa, al Giurassico, come dice il nome. Juramaia somigliava ad un toporagno e si arrampicava anche lei. In comune con Eomaia ha soprattutto di avere caratteristiche ibride tra Metatheria ed Eutheria. Manca sfortunatamente il bacino del fossile ma ho forti sospetti che non sarebbe stato dissimile da quello di Eomaia, stretto e con l’osso epipubico.

Siamo dunque al punto in cui ci sono tutti questi mammiferi Giurassici arrampicatori, con una probabile grande biodiversita’, che servivano da cibo ai dinosauri (protouccelli?) cinesi e che avevano caratteristiche intermedie tra marsupiali e placentati, quindi adesso che sappiamo chi ha inventato la placenta (uno tra i tanti cugini dell’Eomaia o della Juramaia) e quando (nel Giurassico) resta da scoprire il come e il perche’.

Sul perche’ dobbiamo dare un’occhiata alla fisiologia dei mammiferi e soprattutto porci una domanda: perche’ il cangurino viene espulso dall’utero materno dopo solo un mese di gestazione? Chi glielo fa fare? Non potrebbe rimanere nell’utero al sicuro, al caldo e ben nutrito? Il problema e’ che no, non puo’ per due ottime ragioni:

1) La madre sviluppa anticorpi nei confronti dell’embrione, che ha meta’ dei geni (e quindi delle proteine prodotte) paterni e diversi da quelli della madre, quindi si genera una reazione immunitaria che porta all’espulsione del “corpo estraneo”. Nei placentati questo non avviene perche’ la placenta fa da barriera nei confronti degli anticorpi materni.

2) i marsupiali hanno una placenta detta coriovitellina, meno vascolarizzata e non sprofondata nei tessuti dell’utero materno. Una piccola quantita’ di nutrimento (latte uterino) diffonde dalla madre all’embrione ma il grosso del nutrimento deriva dal sacco vitellino dell’embrione stesso. Finito questo conviene uscire a cercare del latte.

Il problema quindi e’ nella struttura della placenta e il salto tra i marsupiali e noi avvenne quando si passo’ da una placenta di tipo coriovitellina ad una di tipo corioallantoidea come quella dei moderni placentati, che blocca gli anticorpi e nutre l’embrione perche’ e’ sprofondata nell’utero e ricca di vasi sanguigni che portano nutrimento dalla madre al feto. Facile a dirsi, ma evidentemente non a farsi dal momento che si e’ evoluta solo due volte indipendentemente tra i vertebrati, in noi e nei bandicoot (Peramelidae), dei piccoli marsupiali australiani, nel corso degli ultimi 300 milioni di anni.

E ora arriviamo alla parte stupefacente di questo post: la placenta era una malattia dei marsupiali!

In qualche momento nel Giurassico o nel Cretacico un retrovirus muto’ e infetto’ una Juramaia o chi per lei. I retrovirus sono virus come quelli dell’AIDS, capaci di fondersi col DNA dell’ospite e di rimanere quiescenti per molto tempo o di cominciare a replicarsi quando decidono che e’ il momento. Il virus era forse presente nell’ovulo o infetto’ direttamente un embrione. Fattosta’ che la replicazione virale modifico’ il trofoblasto, lo strato esterno dell’embrione di 4 giorni (detto blastocisti), rendendolo capace creare cellule che crescono all’impazzata e si infiltrano aggressivamente nella mucosa uterina e di creare chilometri di nuovi vasi sanguigni. Lo strato esterno del trofoblasto va incontro a degenerazioni e le cellule sono tutte fuse tra loro formando un unico cellulone multinucleato e ricco di spazi vuoti. Tutte caratteristiche che si riscontrano anche in alcune cellule tumorali. L’utero della madre di solito reagisce producendo sostanze che bloccano l’invasione e l’espansione si ferma ad un punto di equilibrio. Ma a quel punto i vasi sanguigni dell’embrione sono fusi con quelli dell’utero materno, che puo’ quindi passare nutrimento al piccolo per tutto il periodo della gravidanza, e la placenta continuera’ a svilupparsi man mano che il feto cresce.

Il retrovirus e’ ancora li bello piazzato nel nostro DNA e in quello di tutti gli altri mammiferi placentati, sebbene spezzettatotra i cromosomi, e di solito sta li buono Si attiva pero’ proprio durante le prime fasi di vita dell’embrione e solo nelle cellule che formeranno la placenta, solo che ovviamente si e’ coevoluto insieme a noi ed ora non e’ piu’ capace di formare una particella virale e far danno. Un gene del virus ad esempio era responsabile della produzione dello strato esterno di proteine che rivestono il virus, ed e’ anche oggigiorno responsabile della fusione delle cellule del trofoblasto nella placenta degli esseri umani e la sequenza del gene e’ conservata in tutti i primati.

Bisogna dire che questo particolare retrovirus (che si chiama HERV-W) e’ in buona compagnia, perche’ l’incredibile cifra dell’8% del DNA umano e’ fatto di retrovirus che un bel giorno si sono integrati e trasposoni (DNA che si fa i fatti suoi e non appartiene al proprietario dei cromosomi, probabilmente rimanenze di virus), ma questo virus ha avuto un significato evolutivo enorme per noi perche’ lo sviluppo del nostro cervello e’ possibile solo con un apporto nutritivo grande come quello che si ha per via transplacentale. Certo, il sapere che noi siamo virus per l’8% non e’ esattamente un pensiero edificante e soprattutto fa venire facilmente crisi di identita’, ma rimane sicuramente un’idea molto affascinante. Non e’ impossibile che tra x generazioni l’HIV si integri nel nostro genoma, come pare abbiano gia’ fatto altri virus della stessa famiglia dell’HIV, e la smetta di darci fastidio ma l’ardua sentenza spetta ai posteri, sia i nostri che quelli del virus. Io mi chiedo pero’ l’Eomaia che sintomi aveva quando veniva infettata dal virus, sospetto che la specie (o le specie) abbiano subito una bella decimazione prima che il virus mutasse ancora integrandosi nel genoma e formasse una placenta funzionale perche’ immagino che provocasse qualche tipo di teratoma.

Un virus di un minuscolo e insignificante protomammifero da 15 grammi di 150 milioni di anni fa ha permesso che oggi fossimo qui. Le vie dell’evoluzione sono veramente infinite e bellissime!

 

Alcune Referenze consultate

Blond J-L, Lavillette D, Cheynet V, Bouton O, Oriol G, Chapel-Fernandes S, Mandrand B, Mallet F, Cosset FL. An envelope glycoprotein of the human endogenous retrovirus HERV-W is expressed in the human placenta and fuses cells expressing the type D mammalian retrovirus receptor. J. Virol.2000;74:3321-3329

Blaise S, de Parseval N, Benit L, Heidmann T. Genomewide screening for fusogenic human endogenous retrovirus envelopes identifies syncytin 2, a gene conserved on primate evolution. Proc. Natl Acad. Sci. USA2003;100:13013-13018

Ji, Q. et al. The earliest known eutherian mammal. Nature 416, 816–822 (2002).

ResearchBlogging.org
Luo ZX, Yuan CX, Meng QJ, & Ji Q (2011). A Jurassic eutherian mammal and divergence of marsupials and placentals. Nature, 476 (7361), 442-5 PMID: 21866158

Published by tupaia on settembre 9th, 2011 tagged anatomia, Estinti!, evoluzione, Insettivori, mammiferi | 23 Comments »

Risolto il mistero della falena della pianta carnivora

Immancabile, precisa e puntuale e’ arrivata la risposta dell’esperto in microlepidotteri del Museo di Storia Naturale di Londra, Kevin Tuck, che ringrazio qui ufficialmente per avere identificato la sfacciatissima falena che infesta la mia pianta carnivora. Ecco cosa scrive:

“Thank you for your enquiry to my colleague Florin, which was passed on to me. Judging by the image of the adult moth on your blog site, the species that has been infesting your Drosera plant is the so-called Carnation Tortrix moth, Cacoecimorpha pronubana (Hübner, 1799). This is a common and widespread species in the UK. I have not heard of it feeding on Drosera before, but I am unsurprised, as it has been recorded from an extremely wide range of hostplants from a number of plant families. The moth that you figure appears to be a small male; the female is larger and has a paler and less distinctly marked forewing. A characteristic feature of this species is the bright orange hindwing, unfortunately not visible in your image. A brief summary of the life-history of this species, including images of the adults and larva, is given on the UK Moths website at http://ukmoths.org.uk/show.php?id=788″

In Italiano Cacoecimorpha pronubana e’ chiamata tortricide del garofano perche’ da noi infesta, tra le altre specie, questi fiori. E’ anche un problema per gli ulivi, molte specie arboree e chi piu’ ne ha piu’ ne metta, molto opportunista, insomma, al punto che riesce a mangiare le piante carnivore invece di esserne mangiata! Secondo Wikipedia vive anche in Sud Africa, quindi magari qualche tipo di pre-adattamento alla Drosera ce l’ha, chissa’!

Published by tupaia on agosto 18th, 2011 tagged uncategorised | 3 Comments »

HELP! Il mistero della falena della pianta carnivora

Drosera capensis e’ una pianta sudafricana parente della nostra rosolida (Drosera rotundifolia), che e’ diffusa piu’ o meno in tutta Europa ovunque ci siano torbiere o suoli acidi, inondati e poveri di nutrienti. Per ricavare le sostanze di cui hanno bisogno, non potendo ricavarle dal terreno troppo povero, le piante del genere Drosera le estraggono dagli insetti che catturano, per cui vengono archiviate sotto la categoria di “piante carnivore”, anche se di fatto si nutrono di moscerini, anche 2000 nel corso di un’estate. Il meccanismo di cattura e’ semplice: le foglie sono dotate di peduncoli all’estremita’ dei quali una ghiandola produce un essudato dolce e appiccicoso che sembra rugiada. I moscerini vengono attratti da questo liquido e rimangono intrappolati tra i peduncoli. D. capensis e’ la piu’ veloce delle Drosere nel muoversi, ma tutte piu’ o meno sono capaci di movimenti inaspettatamente veloci: i peduncoli si piegano verso il centro trascinando con se’ la preda e secernono enzimi digestivi che liquefano il malcapitato moscerino. Al centro della foglia altre ghiandole sono responsabili dell’assorbimento dei liquidi (e dei nutrienti) cosi’ ottenuti. Nel corso di 24 ore del moscerino non resta quasi piu’ traccia.

Il mio terrario degli insetti stecco e’ da qualche tempo fastidiosamente infestato da Sciaridi del genere Bradisia sp., moscerini le cui larve si nutrono di funghi, alghe e materiale in decomposizione nel suolo e gli adulti non si nutrono affatto. Gli adulti spesso riescono a sfuggire al telo protettivo che impedirebbe (in teoria) agli insetti stecco di scappare e considerano la mia scrivania il loro personale cimitero degli elefanti. Di solito se manco per qualche giorno al mio ritorno trovo il tavolo disseminato di cadaverini, o in generale mentre sono al PC a scrivere di qualche orrida bestia per questo blog mi sfrecciano sotto il naso delicati insettini diretti verso la finestra. A volte non mancano neanche di popolare il mio the’. Che fare? Non posso ovviamente usare insetticidi perche’ questo ucciderebbe gli insetti stecco, e per la stessa ragione non posso lasciare che il suolo si secchi, cosa che ucciderebbe le larve. Ho deciso allora di curare i sintomi anziche’ le cause e ho comperato una Drosera capensis che ora troneggia allegra sul davanzale di fianco alla scrivania e sono molto soddisfatta dei risultati: anziche’ lasciarsi morire sulla scrivania ora i moscerini fanno altri trenta centimetri e si buttano a corpo morto sui peduncoli rosso fiamma della drosera, e siamo tutti contenti: i moscerini muoiono sazi, la drosera mangia felice e il mio the’ ora e’ molto piu’ al sicuro.

Il problema e’ che e’ avvenuto un imprevisto. Al mio ritorno dopo un’assenza di qualche giorno ho trovato che la piantina aveva molte foglie marroni ed avizzite. Ho attribuito la cosa alla mancanza di acqua e non ci ho pensato troppo, ma dopo qualche giorno ho visto che il fenomeno peggiorava nonostante l’acqua e ho guardato bene. Rovistando fra le foglie ho trovato un bruchino verde, esattamente del colore delle foglie, che produceva dei fili di seta sparsi tra le foglie vicino alla base della pianta. Dopo un inseguimento feroce sono riuscita a catturare (e fotografare) il bruco – un lepidottero, ovviamente, e l’ho lasciato impuparsi in pace in una scatolina con un fazzolettino imbevuto d’acqua al fondo per l’umidita’ e le foglie marroni e marcescenti della drosera, piu’ qualche foglia verde.

La temperatura nella scatolina penso fosse piuttosto alta perche’ la finestra induce effetto serra. Un paio di giorni dopo ho notato un’altra pupa, coi suoi fili di seta sparsi, tra il fiore della pianta, e questo mi ha spiegato perche’ i fiori sono avvizziti e non si sono aperti, e ho deciso di lasciarlo li’. La mia impressione e’ che questo lepidottero anziche’ mangiare le foglie ne succhi la linfa, o che produca qualche sostanza che fa marcire le foglie e si nutra poi delle foglie marcescenti.

Il mio problema e’ che questa e’ una pianta alloctona e non dovrebbe avere parassiti specializzati. Se e’ vero che esistono in questa Nazione delle Drosere rotundifolia selvatiche, e’ anche vero che vivono in torbiere a centinaia di km da me. Le altre piante in casa stanno bene, quindi si tratta a mio avviso di un parassita specializzato. Non potrei spiegarmi altrimenti come mai il bruco mangia la pianta anziche’ esserne mangiato. Quella che mi sembra l’eventualita’ piu’ probabile e’ che la pianta sia arrivata gia’ infestata dal vivaio e che oltre alle piantine siano stati importati anche i loro parassiti dal Sud Africa, contribuendo al lancio di un nuovo alloctono in Europa, evviva!, come se ce ne fosse stato bisogno.

Ieri finalmente, dopo un paio di settimane di trepidante attesa, ho aperto la scatolina e una falena marrone ha fatto il suo primo volo, eccola:

Credo anche che mi abbia deposto delle uova sui residui di vegetazione, ma non ho un microscopio abbastanza potente per esserne certa:

Anche l’altra pupa, quella nel fiore, e’ felicemente svolazzata via lasciandomi la crisalide, ma questo significa sfortunatamente che c’e’ una di queste bestie in casa pronta a deporre nuove uova sulla mia sfortunata piantina.

Mi chiedevo: c’e’ mica in ascolto un entomologo specializzato in lepidotteri che sa dirmi di che falena si tratta? Autoctona o alloctona? Penso di poter fornire campioni in alcol tra breve, se occorre, temo che l’infestazione non finisca qui. L’adulto allevato nella scatolina e’ volato via perche’ aveva una quinta colonna in casa a difenderlo prima che io riuscissi ad arrivare all’etanolo.

Published by tupaia on agosto 7th, 2011 tagged alloctoni, Insetti, misteri, parassiti | 11 Comments »

hihi (Notiomystis cincta)

Lo hihi (Notiomystis cincta) e’ un passeriforme endemico della Nuova Zelanda, bellino, colorato, ma abbastanza insignificante per un osservatore occasionale non appassionato di bird-watching. Ciononostante e’un uccello praticamente unico al mondo per un paio di caratteristiche davvero peculiari, anche se non parla come il tui, non e’ sfigato come il kiwi e non e’ stato pubblicizzato da Douglas Adams come il kakapo, anche loro uccelli endemici della terra piu’ remota del mondo.

Hihi maschio. Foto da: ibc.lynxeds.com

Innanzi tutto bisogna dire che lo hihi e’ quasi estinto, ne restano poco piu’ di duemila esemplari disseminati su tre isolotti al largo della Nuova Zelanda e due riserve sull’Isola del Nord. La specie sopravvive fondamentalmente grazie ad un intenso programma di riproduzione, reintroduzione e ripopolamento che va avanti da oltre un decennio. L’ultima popolazione di hihi era infatti sopravissuta su un isolotto al largo dell’isola del Nord, Little Barrier Island, mentre tutti gli altri hihi si erano estinti sotto la pressione predatoria dei soliti noti, ratti, gatti, cani, donnole etc introdotti dai coloni europei: essendosi evoluto in assenza di mammiferi predatori lo hihi e’ infatti completamente incapace di difendere i suoi nidi.

Gli hihi fanno generalmente coppia, il maschio e la femmina stabiliscono il nido dentro le cavita’ degli alberi ed entrambi i genitori si prendono cura dei pulcini. Il particolare interessante e’ che il 35% dei pulcini non e’ figlio del maschio della coppia ma e’ stato concepito col vicino, col lattaio, con l’idraulico, con uno qualunque dei maschi del quartiere, insomma, non importa se single o accoppiati a loro volta, una caratteristica condivisa con altri uccellini nostrani come le cince. Se state pero’ pensando che la femmina dello hihi e’ un po’ ninfomane vi sbagliate di grosso. La poveretta di suo sarebbe virtuosa e fedele, ma appena entra nel territorio di un altro maschio qualunque che non sia il suo partner viene affiancata da questi, buttata a terra, girata pancia su e praticamente stuprata. Si, avete letto bene, girata pancia su: lo hihi e’ l’unico uccello al mondo capace di accoppiarsi come noi umani, faccia a faccia. Col partner ufficiale per la verita’ gli accoppiamenti avvengono come nel resto del mondo piumato, con lei in piedi e lui che le sale sopra e la monta schiena contro pancia. Ma siccome la femmina dello hihi e’ virtuosa, strilla e si dibatte quando subisce questi tentativi non richiesti di accoppiamento (senza antropomorfizzare, lei il maschio che ritiene adatto lo ha gia’ scelto e non desidera accoppiarsi con un altro partner che magari trasmette geni meno efficienti alla progenie), per il maschio e’ piu’ comodo bloccare la femmina a terra pancia su, in modo che non riesca a volar via. Del resto i maschi sono molto piu’ grossi e forti delle femmine ed e’ facile per loro avere buon gioco della malcapitata e giocare al kamasutra con l’amante occasionale.

Hihi femmina. Fonte

Mentre la sua compagna viene stuprata il maschio dello hihi che fa? Lungi dal giurare faide di sangue per le prossime generazioni in genere e’ occupato a guardarsi intorno per vedere se trova anche lui una femmina qualunque di passaggio da violentare. Sull’enciclopedia alla voce “ruffiano” dovrebbero mettere la foto del maschio dello hihi.

Il sistema pero’ evoluzionisticamente funziona e contribuisce ad aumentare la diversita’ genetica della progenie della coppia, quindi in un certo senso conviene anche alla femmina perche’ i suoi piccoli, coi suoi geni, avranno in mano piu’ biglietti per vincere la lotteria della sopravvivenza. Questo spiega perche’ le femmine non abbiano mai evoluto una fialetta di peperoncino incorporata da spruzzare negli occhi dello stupratore ma preferiscano subire.

Dal canto loro invece i maschi hanno evoluto una serie di meccanismi per assicurarsi la paternita’ di quanti piu’ figli possibile. Innanzi tutto hanno dei testicoli enormi in proporzione alle dimensioni dell’animale (interni), per aumentare la competizione spermatica e avere piu’ corridori in gioco nella gara di velocita’ per la fecondazione tra il compagno ufficiale e l’amante occasionale. In secondo luogo hanno evoluto un pene funzionale tutto da soli. I passeriformi di solito si limitano al “bacio cloacale”, giustappongono le due cloache per il trasferimento degli spermatozoi, laddove la cloaca e’ l’apertura unica degli uccelli dove sboccano l’apparato genitale, quello escretore e  quello riproduttore. Negli uccelli che hanno un pene come le anatre (qui ci sono maggiori dettagli) il fallo e’ un tubo derivante dalla parte superiore della cloaca e contenuto all’interno della stessa, che viene estroflesso al momento della copula. Nello hihi invece (e con minore intensita’ in altri passeriformi) la porzione di cloaca dove sboccano i tubuli seminiferi (protuberanza cloacale)  si gonfia enormemente durante la stagione riproduttiva, anche grazie ad un enorme accumulo di spermatozoi “pronti per l’uso”  e cambia angolazione: la cloaca di solito e’ orientata verso la coda in modo da facilitare l’espulsione delle feci. Nella stagione riproduttiva invece si orienta in posizione quasi perpendicolare all’addome, esattamente come se fosse un pene in erezione, in modo da facilitare gli accoppiamenti forzati. Anche nella femmina la cloaca si gonfia ma non cambia angolazione e lo hihi e’ l’unico passeriforme che ha funzionalmente un’erezione.

Il secondo fatto interessante relativo allo hihi e’ che questi uccellini non sono imparentati con nessuno. Il loro nome scientifico, Notiomystis, significa “mistero meridionale” segno che gia’ da molto tempo questo uccellino inquietava. Sin dalla sua scoperta tuttavia lo hihi fu classificato nella famiglia dei Meliphagidae, che significa mangiatori di miele, una famiglia non endemica alla Nuova Zelanda in quanto uccelli di questa famiglia si trovano in altre zone dell’Oceania tra cui l’Australia. La scoperta dell’unicita’ dello hihi e’, come spesso accade, del tutto casuale. Nel 2001 Amy Driskell, una studentessa di dottorato americana, stava lavorando per la sua tesi ad un albero filogenetico dei Meliphagidae e si fece mandare dalla Nuova Zelanda, tra gli altri, dei campioni di DNA dello hihi. Si rese conto pero’ che il DNA dello hihi non assomigliava per nulla a quello degli altri componenti della famiglia e quindi fu necessario riguardarne tutta la posizione tassonomica. Oggi lo hihi e’ classificato da solo in una famiglia tutta sua, quella dei Notiomystidae. Gli unici parenti, seppure alla lontana, dello hihi, sono altri passeriformi della Nuova Zelanda della famiglia dei Callaeidae che comprende due sole specie (la terza nota e’ estinta): i kokako e i tieke. Non si ha idea da quale ramo dei passeriformi si siano distaccate queste due famiglie 80 minioni di anni fa, quando la Nuova Zelanda si separo’ dal Gondwana, ne’ di chi siano i loro parenti piu’ prossimi al di fuori della Nuova Zelanda: non sono ne’ corvoidea ne’ passerida. Fatto sta che per convergenza evolutiva gli hihi assomigliano molto ai Meliphagidae, sia come forma del becco e struttura generale sia come abitudini alimentari.

Nota di Folklore: i maori cacciavano gli hihi per l’equivalente maori della polenta e osei, nel senso che pur essendo molto piccoli li mangiavano egualmente cuocendoli in forno. Walter Buller (1888) riporta che ai suoi tempi lo hihi era gia’ molto raro nell’isola del nord (mentre non e’ a conoscenza della sua presenza nell’isola del sud). Il capo Topine Te Mamaku dei Wanganui, tuttavia, gli racconto’ che ai tempi della sua gioventu’ con la parte gialla delle piume dello hihi era stato decorato un mantello indossato da un capo dell’epoca. Considerando che i mantelli dei maori erano interamente ricoperti di piume, che lo hihi e’ grosso piu’ o meno quanto un passero, che il piumaggio giallo e’ presente solo sulle ali e che le piume sono piccolissime, significa che ci son voluti centinaia di hihi per fabbricare il mantello. Fortunatamente per lo hihi i mantelli piu’ pregiati erano quelli di kiwi (il che ha fatto quasi estinguere il poveretto), ma questo mantello era cosi’ degno di rispetto che il capo lo chiamava in segno di distinzione kahu-hihi. Hihi del resto significa “luce del sole”, o una cosa del genere, in una delle lingue maori.

Hat tip:  Patricia Brekke

Alcune referenze

ResearchBlogging.org
Low, M., Castro, I., & Berggren, �. (2005). Cloacal erection promotes vent apposition during forced copulation in the New Zealand stitchbird (hihi): implications for copulation efficiency in other species Behavioral Ecology and Sociobiology, 58 (3), 247-255 DOI: 10.1007/s00265-005-0935-5

J.G. Ewen et al.  Molecular Phylogenetics and Evolution 40 (2006) 281–284

Buller, Walter L. (1888): Fam. TIMELIPHGIDÆ — Pogonornis Cincta. — (Stitch-Bird.), in his A History of the Birds of New Zealand, Second Edition. London

Driskell, A.C., Christidis, L., 2003. Phylogeny and evolution of the Australo-Papuan honeyeaters (Passeriformes, Meliphagidae). Mol. Phylogenet.Evol. 31, 943–960.

Published by tupaia on agosto 1st, 2011 tagged rari, Uccelli | 5 Comments »

Esperimenti casalinghi

Niente a che fare con gli animali, voglio solo fare cinque minuti di concorrenza a Bressanini. Le bolle sono dovute alla tensione superficiale causata dalle proteine del latte e sono bianche perche’ piene della CO2 del ghiaccio secco. E la verita’ e’ che ognuno si diverte come puo’…

Published by tupaia on luglio 30th, 2011 tagged Varie ed eventuali | 15 Comments »

Tyrannobdella rex & co: le sanguisughe delle mucose

Disclaimer: si sconsiglia la lettura di questo post alle persone facilmente impressionabili (poi non dite che non vi avevo avvisati).

 

Ci sono creature belle e creature meno belle. Quando pero’ un animale e’ nero, viscido, lungo cinque centimetri e dentro una delle cavita’ del nostro corpo l’Orrore si tinge di incubo. Incubi peggiori di quelli descritti  da Lovecraft, da Poe o da King, perche’ questi incubi sono veri, perche’ questi incubi possono accadere a noi.

E’ sicuramente quello che deve aver pensato la ragazzina peruviana a cui e’ stata estratta dalla cavita’ nasale una nuova specie di sanguisuga che infesta le cavita’ nasali dei mammiferi, con una particolare predilezione per gli esseri umani. Per via degli enormi denti e’ stata chiamata Tyrannobdella rex, ma in comune col T. rex (il dinosauro) direi che ha piuttosto la capacita’ di spaventarci. Sinora sono stati rinvenuti solo tre esemplari di T. rex (la sanguisuga), e tutti e tre infestavano il naso di bambini peruviani che si erano incautamente bagnati in acque infestate.

Il primo caso risale al 1997, un bambino di sei anni portato in ospedale nella provincia di Lamas, in Peru’ per via di una cefalea frontale continua. Una sanguisuga nera di due cm e mezzo gli fu estratta dalla narice destra e il mal di testa scomparve. Il bambino era solito fare il bagno nei torrenti.

Sempre nel 1997 un altro bambino, questa volta di soli 16 mesi, proveniente dalla provincia di Yochegua fu portato in ospedale per cefalea e gli fu estratta dal naso una sanguisuga di ben sei cm. Anche in questo caso non c’erano altri sintomi e il bambino faceva il bagno in laghetti locali. Dopo la rimozione della sanguisuga il naso continuo’ a sanguinargli per due giorni.

Dieci anni piu’ tardi, nel 2007, una bambina di nove anni della provincia di Satipo, sempre Peru’, fu portata in ospedale perche’ lamentava cefalea frontale, dolore al naso con una sensazione “di scivolamento”. I genitori avevano visto un verme nero muoversi nel naso della bambina e cercarono l’intervento dei medici. Una sanguisuga nera di 6.5-7 cm le fu rimossa, con qualche sforzo, dalla narice destra e i sintomi scomparvero. Immagino che la ragazzina abbia smesso da allora di fare il bagno nei torrenti locali.

Tyrannobdella rex, la sanguisuga dei nasi umani. Foto da Phillips et al.(2010)

In tutti e tre i casi i medici avevano avuto l’accortezza di conservare la sanguisuga in formalina quindi si e’ potuto comparare gli esemplari e arrivare a descriverli come nuova specie. La caratteristica piu’ peculiare di Tyrannobdella rex e’ di avere pochi denti (solo otto) e disposti su una sola fila, ma molto grandi (0.13 mm l’uno). Il morso e’ quindi imputato delle cefalee ma sospetto che avere un grosso verme che si agita nel naso e succhia il sangue dalle delicate mucose nasali non possa essere indolore.

T. rex e’ decisamente una bestia antipatica, ma non e’ l’unica sanguisuga ad avere propensione per le mucose nasali: Pintobdella chiapasensis ad esempio vive in Messico ed e’ specializzata a succhiare il sangue dal naso dei tapiri. Queste due specie sono filogeneticamente molto imparentate tra loro (sister taxa), solo che T. rex ha furbescamente optato per un ospite piu’ stupido, diffuso e comune rispetto ai tapiri.

Nel Vecchio Mondo esistono altre sanguisughe con una propensione per le cavita’ umane, alcune specie in modo solo fortuito e accidentale, altre sembrano essere invece piu’ specializzate. Di queste la peggiore sembra essere Dinobdella ferox, che significa “terribile sanguisuga feroce”, un nome sicuramente non ambiguo. La simpatica bestiola infatti ha una predilezione per le cavita’ umane ed e’ stata trovata negli occhi, nella vagina, nel retto, nel naso e nella faringe. Il naso e la faringe sembrano essere le cavita’ piu’ gettonate. Se vi state chiedendo dove non andare in vacanza vive nel sud-est asiatico ma ha un areale piuttosto ampio. Tecnicamente e’ adattata ad infestare le cavita’ nasale dei primati, il 4% dei macachi di Taiwan ne sono affetti a livello nasofaringeo, ma sembra che non vada troppo per il sottile e tutte le scimmie e tutti i buchi sono buoni. Nel 1987 ad esempio un uomo fu infestato in Giappone facendo il bagno in una di quelle pozze calde montane in cui i giapponesi tanto amano bagnarsi. La sanguisuga era, ancora una volta, nel naso e l’uomo lamentava sangue dal naso e sensazione di corpo estraneo (e ci credo!)

Myxobdella annandalei che sporge dalla mucosa nasale di un cane. Foto da Phillips et al.(2010)

Il mio resoconto medico preferito pero’ e’ un paper che si intitola: “Raucedine causata da ingestione di sanguisuga” in cui si riporta di un uomo Yemenita che aveva una Dinobdella ferox attaccata alla trachea da due mesi. Voglio dire, secondo me se hai un orrendo vermone nero di cinque cm e mezzo che ti vive e ti succhia il sangue DENTRO la gola da due mesi (il sogno proibito di qualunque vampiro) la raucedine e’ veramente l’ultimo dei tuoi problemi! L’uomo, poveraccio, tossiva sangue e aveva mal di gola, e alla fine ha espettorato (!) la sanguisuga.

Diversi casi di infestazione della faringe sono riportati in Africa ad opera di un’altra sanguisuga delle mucose, Myxobdella africana, di cui uno mortale per blocco respiratorio ed emorragia e due casi di gravissima anemia. I pazienti riportavano tutti la sensazione di corpo estraneo in gola e sputavano copiosamente sangue. Cio’ insegna a non bere da dove si abbevera il bestiame, se non si desiderano brutte sorprese: le sanguisughe, in tutti e sei i casi, erano state ingerite con l’acqua.

Il naso e la faringe sono sicuramente due punti molto delicati, e sicuramente i preferiti delle sanguisughe delle mucose per la facilita’ di accesso, ma sfortunatamente c’e’ di peggio: se portate vostro figlio in Bangladesh non fategli fare il bagno nei ruscelli, non senza un costume da bagno a chiusura ermetica. Alam et al, (2008), riportano infatti ben 43 casi tra il 1998 e il 2008 di sanguisughe entrate nella vescica tramite l’uretra a ragazzini tra i 7 e i 10 anni, eta’ che per qualche motivo sembra favorita forse perche’ a quell’eta’ imparano a nuotare. I rischi sono principalmente dovuti alla copiosa perdita di sangue a cui sono sottoposti i pazienti e al blocco dell’uretra. Sorprendentemente, avere una sanguisuga da 10 cm che ti risale lungo il pisello nell’uretra e striscia allegramente nella vescica non sembra causare grandi sofferenze, oppure l’emorragia e’ tale che il titillamento dall’interno passa in secondo piano. Le sanguisughe infatti producono e secernono con la saliva un potente antiemorragico e l’acidita’ dell’urina previene ancor di piu’ la coagulazione. Di buono c’e’ che per eliminarle sembra che basti la perfusione via catetere di soluzione salina per tre ore: nell’arco delle successive 24 ore vedrete la testa della deliziosa bestiolina spuntare dall’orifizio esterno del gioiello di famiglia, e il gioco e’ fatto. Non e’ chiaro quale o quali specie siano da imputare perche’ i medici che scrivono questi articoli non sono zoologi, ma in Bangladesh le specie acquatiche piu’ comuni sono Hirudinaria granulose, Hirudinaria viridis, Hirudinaria javanica e Hirudinaria manilensis.

Se gli uomini se la passano molto male, neanche il gentil sesso ha da festeggiare: le sanguisughe nella vagina infatti possono essere molto insidiose perche’ l’emorragia che causano puo’ essere confusa con sangue mestruale e quindi l’aiuto medico puo’ essere richiesto molto in ritardo. Aggiungiamo anche il fatto che per razazzine e bambine l’esame medico puo’ risultare piuttosco complicato per motivi anatomici e il vedere un ginecologo se non sei una donna sposata (e a volte anche se lo sei)  puo’ risultare a volte pressoche’ impossibile per problemi culturali e religiosi. Viene da chiedersi quante persone, soprattutto bambini e adolescenti, muoiono ogni anno per emorragia, blocco urinario o soffocamento conseguente ad un’infestazione da sanguisughe semplicemente perche’ non viene cercata assistenza medica per pregiudizio o ignoranza o perche’ il raggiungimento di un ospedale nelle zone piu’ depresse e’ impresa troppo ardua. I pochi casi di infestazione da sanguisuga nella vagina riportati in letteratura medica si riferiscono ad episodi sparsi per il mondo, India (due bambine di 5 e 7 anni dopo bagno in ruscelli), Malesia (una bambina di 9 anni), una donna di 50 anni post menopausa in Etiopia per cui inizialmente si pensava ad un carcinoma e, preoccupantemente, due casi in Europa, uno in Bulgaria nel 1968 e uno in Spagna nel 1998, entrambi accaduti a donne postmenopausa dopo un tuffo nel posto sbagliato. Sarebbe molto interessante sapere quanti casi non vengono riportati in letteratura medica e quanti altri non vengono affatto riportati ai medici, causando se non la morte almeno enormi sconforti alla paziente.

Nessun orifizio e’ dunque al sicuro da queste bestie infide, vi starete chiedendo a questo punto? La buona notizia e’ che non ci sono casi riportati di sanguisughe nelle orecchie (ma un paio di infestazioni agli occhi, uno ad una donna in Giappone, una piccola sanguisuga locale, ed uno ad un soldato americano infestatosi in Asia). Il canale digerente invece e’ ovviamente preso di mira da ambo i lati ma sono sicura che a questo punto non ne potete piu’ e non volete conoscere i dettagli. Sembra pero’ molto piu’ probabile che l’infestazione avvenga nel tratto superiore (faringe ed esofago) che in quello inferiore (retto, solo due casi riportati), e sicuramente nella faringe possono essere molto piu’ pericolose, al punto di causare facilmente la morte per emorragia, il che probabilmente spiega anche perche’ ci sono piu’ casi riportati in letteratura.

Il grosso di questi spiacevoli incidenti occorre nella fascia tropicale, dove le sanguisughe sono piu’ numerose e le condizioni igieniche e la disponibilita’ di acqua potabile piu’ scarsa. Se abitate a Livorno e andate in vacanza a Piombino, tuttavia, non sara’ la mancanza di sanguisughe che infestano le mucose a salvarvi da una sanguisuga nel naso, quanto piuttosto l’evitare di bagnarvi nel laghetto dove si abbeverano le pecore. In Italia infatti abbiamo Limnatis nilotica, diffusa in tutto il bacino del Mediterraneo e il vicino e medio Oriente, detta anche sanguisuga dei cavalli, che e’ una di quelle sanguisughe che anziche’ bucare la pelle preferisce succhiare il sangue dalle mucose e quindi si insinua nelle cavita’ corporee, di solito narici ed esofago, del bestiame. Ci sono diversi casi di infestazione delle cavita’ nasali umane in Spagna, in Nord Africa e nel medio Oriente da parte di questa sanguisuga. Io personalmente le ho viste in Italia tanto nel Subappennino Dauno in Puglia che nel parco reale del castello di Racconigi (CN), quindi ai lati opposti d’Italia, da cui deduco che sia diffusa piu’ o meno in tutta la penisola. Non ho trovato notizie recenti in letteratura medica di infestazioni umane da L. nilotica, per fortuna, quindi possiamo tutti rilassarci un pochino.

E ora veniamo alla domanda cruciale: Perche’ alcune sanguisughe si sono specializzate nell’entrare nelle cavita’ corporee dei mammiferi, un’area sicuramente complicata da raggiungere ed infestare? Evidentemente perche’ conviene: perforare non dico la pelle di un cavallo o di una pecora, spessa e protetta da folta pelliccia, ma anche la nostra delicata pellicina glabra richiede dei denti grandi, una grossa esposizione ai predatori e naturalmente il rischio di esposizione ad ambiente secco e assolato che non piace molto a questi animali acquatici. Le cavita’ corporee invece sono perfette: diventa impossibile rimuovere la sanguisuga sia da parte dell’ospite che di altri predatori e il parassita e’ in un ambiente umido, caldo e ombreggiato, praticamente perfetto. Se poi l’ospite muore di emorragia pazienza, la sanguisuga deve solo sperare che cio’ accada nei pressi di un corso d’acqua. L’adattamento principale delle sanguisughe delle mucose e’ una perdita dei denti: mentre le sanguisuche che perforano la pelle hanno tre “mandibole” ognuna anche con un centinaio di denti ciascuna, T. rex ha solo otto denti su una sola fila. Questo significa che le sanguisughe delle mucose non sono pericolose perche’ non riescono a bucare la pelle, almeno sino al momento in cui trovano la loro via verso una cavita’ corporea (di solito il naso, perche’ entrano quando l’animale beve). Non e’ un problema se l’evento e’ improbabile, una sanguisuga puo’ sopravvivere benissimo sei mesi a digiuno, tra un pasto e l’altro. Quando riesce a nutrirsi pero’ si gonfia tanto da aumentare anche di cinque volte il proprio volume, il che rende poi complicato estrarle e le fa diventare molto pericolose in posizioni come la faringe e l’uretra.

Guardandola da un punto di vista squisitamente antropocentrico, e’ una fortuna che nella maggior parte dei casi gli esseri umani siano solo ospiti occasionali, come nel caso di L. nilotica, ma cio’ non toglie che ci siano sanguisughe come T. rex e D. ferox che si sono invece specializzate nell’infestare le cavita’ corporee dei primati con una predilezione per gli umani.

Tecnicamente le sanguisughe sono anellidi come i lombrichi e come questi sono ermafroditi ovvero sono sia maschi che femmine allo stesso tempo, ma per riprodursi ci vogliono due individui che si scambiano una spermatofora contenente gli spermatozoi. Lo scambio avviene quando due sanguisughe ricettive si incontrano, si appaiano parallele testa contro coda e si lanciano reciprocamente un dardo che perfora il clitello (la parte ispessita che si vede bene nei lombrichi e serve per la riproduzione). Una volta nel clitello gli spermatozoi dovranno farsi strada alla ricerca delle ovaie. Sorprendentemente, diverse specie di sanguisughe (anche alcune specie italiane) hanno cure parentali, trasportano le uova nel clitello e si prendono cura delle baby-sanguisughe, il che e’ quasi commovente. Tutte le sanguisughe hanno due ventose, una ad ogni estremita’, che servono tanto per la locomozione sulla terraferma quanto per attaccarsi saldamente all’ospite. C’e’ pero’ da dire che non tutte le sanguisughe sono parassite, molte sono predatrici di invertebrati che ingoiano interi. Esistono anche sanguisughe giganti che si nutrono di lombrichi, che catturano e divorano interi. Qui potete vederne una in azione.

Le sanguisughe parassite (una minoranza) per poter succhiare il sangue piu’ facilmente, producono e secernono con la saliva diverse sostanze come l’irudina, che e’ un potentissimo anticoagulante, dei vasodilatatori che simulano l’effetto dell’istamina (da cui il male dopo un po’ che la sanguisuga e’ li’), un enzima chiamato ialuronidasi che scioglie i tessuti connettivi e la calina, un inibitore dell’aggregazione delle piastrine. Per via di queste potenti proprieta’ anticoagulanti le sanguisughe medicinali (Hirudo medicinalis) sono state usate per almeno due millenni e mezzo in medicina, sebbene con risultati a volte discutibili: se vanno benissimo in caso di rischio di infarto o di pressione alta, sono pero’ pericolosissime in pazienti con difficolta’ di coagulazione del sangue, pressione bassa e molte altre patologie. Curiosamente, dopo un periodo in cui sono state dimenticate, negli ultimi anni sono state riscoperte dai medici: vengono infatti utilizzate per trattare congestioni venose per la loro abilita’ di rimuovere il sangue in eccesso e aumentare il flusso sanguigno nei tessuti compromessi e in chirurgia plastice e riscostruttiva, poiche’ rimuovendo i coaguli aiutano nella cicatrizzazione.

A dispetto della fama e della fortuna di Hirudo medicinalis, tuttavia, le altre sanguisughe sono molto poco comprese e conosciute dagli zoologi. La loro classificazione e’ confusa e ci sono pochi studi tassonomici e di filogenia. La scoperta di T. rex, se non altro, ha aiutato a portare un po’ di chiarezza, aiutando a riorganizzare le specie delle sanguisughe delle mucose: tramite l’analisi del DNA mitocondriale infatti gli scopritori di T. rex hanno ristrutturato la famiglia Praobdellide, un gruppo monofiletico di sanguisughe che mostra una predilezione per le mucose interne dei mammiferi e di cui fanno parte tutte le sanguisughe delle mucose menzionate in questo post, piu’ alcune altre specie (vedi grafico).


Analisi filogenetica delle sanguisughe delle mucose (Fam. Praobdellide) ottenuta con l’analisi del mtDNA. Grafico tratto da Phillips et al.(2010)

Se ancora non ne avete avuto abbastanza di sanguisughe consiglio infine a grandi e piccini la visione di questo atroce B-movie degli anni ’50: L’attacco delle sanguisughe giganti

Una ristretta scelta di referenze usate per scrivere questo post:

A. Al-Hadrani , C. Debry , F. Faucon andA. Fingerhut (2000) Hoarsness due to leech ingestion. Journal of Laryngology & Otology

Phillips, A., Arauco-Brown, R., Oceguera-Figueroa, A., Gomez, G., Beltrán, M., Lai, Y., & Siddall, M. (2010). Tyrannobdella rex N. Gen. N. Sp. and the Evolutionary Origins of Mucosal Leech Infestations PLoS ONE, 5 (4) DOI: 10.1371/journal.pone.0010057

Shadrul Alam, Mrigen Kumar Das Choudhary, Kabirul Islam (2008) Leech in urinary bladder causing hematuria. Journal of Pediatric Urology 4, 70-73


 

Published by tupaia on luglio 17th, 2011 tagged uncategorised | 9 Comments »

L’effetto gatto spiaccicato

Supponiamo che io sia indecisa se parlarvi, in questo post, di una nuova specie di sanguisuga che scava coi denti in corrispondenza degli orifizi dei mammiferi o se, in alternativa, sarebbe invece meglio scrivere un post sulla necessita’ evolutiva della macchiettatura del pelo del cucciolo di Odocoileus virginianus, per gli amici Bambi. L’esperienza maturata in quattro anni di vita di questo blog (buon compleanno, Orologiaio) e molte altre esperienze piu’ o meno professionali non mi lasciano dubbio alcuno: se desidero che il post abbia traffico devo scrivere della sanguisuga, perche’ Bambi non se lo filerebbe nessuno. Si, certo, tutti si intenerirebbero a guardare questa foto:

Ma alla fine il testo sarebbe accolto tiepidamente e dopo una lettura veloce (se pure) tutti se ne dimenticherebbero.

D’altro canto, un post sulla sanguisuga che  infesta gli orifizi umani (tutti), corredato di foto, mi farebbe facilmente saltare in testa alle classifiche dei blog scientifici, se riuscissi ad entrarvi, perche’ tutti i vari Tumbir, Facebook, liste di discussione etc se lo reimpallerebbero, come e’ gia’ successo per il candiru’, per la Sacculina carcini e per un sacco di altre bestie schifose di cui questo blog vi ha intrepidamente raccontato negli ultimi quattro anni.

Questo e’ un fatto accertato, ma e’ curiosamente in contrasto con quello che io chiamo l’effetto Bambi, una inconscia “scala naturae” che ci fa preferire alcune bestie piuttosto che altre, Bambi ai nematodi, il volpacchiotto al topo, la coccinella al ragno e per cui si e’ “specisti” se si mangia agnello arrosto ma non se si fa derattizzazione.

Non c’e’ dubbio alcuno che dovendo scegliere se salvare la vita a Bambi o alla sanguisuga chiunque sceglierebbe Bambi, ma se si tratta di leggerne notizie in proposito tutti vogliamo saperne di piu’ della sanguisuga trovata a vivere nel naso di una ragazzina, per buona pace di Bambi.

Se poi la scelta fosse tra andare a vedere le sanguisughe delle mucose (ce ne sono diverse specie) e andare a vedere Bambi e’ probabile che ce ne resteremmo a casa, ma se ci imbattessimo nello stesso momento casualmente in Bambi e nella sanguisuga non ho dubbio alcuno su dove si formerebbe il capannello di passanti: Bambi ci rimarrebbe malissimo e la ragazzina peruviana che ospita la sanguisuga nel naso avrebbe la prima pagina di tutti i quotidiani locali.

Questo e’ quello che io chiamo “effetto gatto spiaccicato”, la controparte dell’effetto Bambi, quel misterioso (almeno per me) e insondabile impulso a guardare il gatto investito sul bordo della strada. Lo abbiamo intravisto con la coda dell’occhio, guidando, e lo sappiamo che lo spettacolo ci fara’ star male e ci fara’ tornare a casa con una sensazione spiacevole in sottofondo. Eppure non riusciamo a non guardare, gli occhi, che sino ad un secondo prima erano fissi sulla strada, vengono magicamente calamitati da quella cosetta sbudellata senza che riusciamo a controllarci: abbiamo bisogno di guardare, abbiamo bisogno di SAPERE e di vedere quanto le budella siano sparpagliate sull’asfalto. Questa misteriosa leva psicologica e’, in fondo, quella che induce molta gente a passare da qui nella inconscia speranza che io abbia parlato della sanguisuga piuttosto che del cervo, e tutto sommato e’ quello che spinge anche me a scrivere molti dei post di questo blog. Il terrificante ci attira, piuttosto che respingerci, contrariamente a quello che sarebbe logico aspettarsi.

Io non so nulla di psicologia e di antropologia, purtroppo sono solo una modesta biologa, e ignoro se la forza che ci costringe a guardare il gatto investito e ci fa tornare a leggere degli animali orrendi di cui parla questo blog abbia un nome tecnico e sia parte integrante di qualche meccanismo psicologico ben studiato.

Tutto quello che so e’ che tutti tendono a guardare l’incidente sulla carreggiata opposta, meglio se c’e’ sangue, il gatto sbudellato, il ragno grosso quanto un barboncino alle mostre organizzate dal grande Francesco Tommasinelli e a inquietarsi su questo blog leggendo della pulce penetrante.

La mia personale interpretazione dell’effetto gatto spiaccicato e’ la seguente, per semplice che possa essere:

Se siamo in una foresta, chi e’ piu’ probabile che sopravviva, quello che guarda affascinato le tarantole e cerca di capire come e quando attacchino, o chi le rifugge a priori? Se troviamo un animale morto nella stessa foresta, la conoscenza di come e’ morto puo’ tornare molto utile, soprattutto il sapere se cio’ che l’ha ucciso possa uccidere anche noi. Quello che voglio dire e’ che l’effetto gatto spiaccicato e’ la conseguenza di una carattere positivamente selezionato dall’evoluzione in quanto la conoscenza della pericolosita’ dell’ambiente e’ sicuramente un’informazione utile per uno scimmione curioso, intelligente e soprattutto senza pelo e senza armi naturali di difesa. Bambi non e’ un pericolo, la sanguisuga da orifizio potenzialmente si: su chi conviene focalizzare la nostra attenzione?

Published by tupaia on giugno 26th, 2011 tagged comportamento, misteri, riflessioni | 29 Comments »

Alieni ai Caraibi

Questo post e’ stato scritto per la quarta edizione del Carnevale della Biodiversita’  dal tema: Alieni tra noi. Su Erba Volant  c’e’ la rassegna degli altri post.

Se vuoi sentire la colonna sonora di questo post clicca qui (primo bottone a sinistra, primo brano “opening theme-Inntroduction”).

Chiamatemi Toussaint. Alcuni secoli fa – non importa quanti esattamente – avendo pochi o punti frutti sugli alberi e nulla di particolare che m’interessasse a terra, pensai di darmi alla navigazione e vedere la parte acquea del mondo. Ebbi modo cosi’ di scoprire le altre isole che formano le Antille e con esse le incredibili specie di animali che vi vivevano. La mia famiglia oggi non vive piu’ in Giamaica, e neanche io, la mia specie, Xenothrix mcgregori, e’ estinta per sempre, e cosi’ pure le altre specie di primati delle Antille, e tutti i bradipi, molti pipistrelli, l’unica specie di foca, l’unico dugongo, tutti gli insettivori tranne due specie e tutti i roditori salvo una manciata di specie. Con gli altri vertebrati e gli invertebrati non vi staro’ neanche ad annoiare.

Questo e’ il mio procugino Miguel che fu portato a Londra intorno al 1860, dove gli fecero questo brutto ritratto.

Ma non voglio ancora parlarvi della fine, perche’ mi prende la malinconia e poi mi tocca saltare sulla prima zattera di mangrovie a disposizione.

Vi parlero’ invece dell’inizio, di come tutto e’ cominciato e la mia casa, i Caraibi, furono creati. In principio era il mare, e i vulcani erano presso il mare e i vulcani erano i Caraibi. Tutto cio’ avveniva circa 100 milioni di anni fa, quando la Pangea si separo’. Non male, direte voi, sei una scimmia e sai tutte queste cose. Vero, ma anche tu che leggi sei una scimmia tutto sommato, e queste cose probabilmente non le sai, quindi non interrompere e andiamo avanti. Dicevo, la Pangea si separo’ e  nel Cretaceo medio si formo’ la placca dei Caraibi sotto forma di un piccolo arco insulare vulcanico tra quelle che sarebbero diventate le due Americhe, molto simile a quelle che sono oggi le Piccole Antille.


Una delle possibili ricostruzioni della storia geologica dei Caraibi, modificato da Briggs (1994). Tavola gentilmente messa a disposizione da Iacopo Leardini, che si e’ masochisticamente offerto di collaborare con questo blog per la parte iconografica

L’arco insulare si sposto’ verso Nord Est e nel suo cammino la placca si arrampico’ sulla placca Aord-americana, piu’ pesante. La collisione con la placca delle Bahamas e altri eventi geologici complessi nel Cenozoico portarono a ulteriore subduzione, spostamenti, inabissamenti, creazione di altre isole e archi vulcanici (le Piccole Antille). Insomma la faccenda fu molto complicata e in questo tormentato giro di danza di isole gli animali ad un certo punto saltarono a bordo.

Non e’ chiaro come i miei antenati arrivarono nei Caraibi per formare la fauna caraibica, che contava circa 1300 specie di vertebrati. Di sicuro siamo antichi e ci siamo evoluti in solitudine per almeno 30 milioni di anni, il che ci ha reso quello che voi chiamate endemismi. Rispetto al resto del mondo sicuramente noi animali (e piante) dei Caraibi siamo diversi, molto diversi. Alcuni vertebrati, come le due specie di solenodonte, la lucertolina cubana Cricosaura typica, che passa tutta la vita nello stesso buco o fessura e partorisce al massimo 1-2 figli in tutta la sua lunga vita, la rana Eleutherodactylus e i pesci gar di acqua dolce cubani , si sono separati dai loro simili prima dell’estinzione dei dinosauri, 65 milioni di anni fa. Non sappiamo se arrivarono a piedi perche’ le Antille erano vicine alla terraferma o su una zattera di mangrovie, ma poco importa: cadde il meteorite, e furono cazzi per tutti (perdonate il mio francese): e’ vero che cadde nello Yucatan, ma e’ anche vero che allora le Antille erano a un tiro di schioppo dallo Yucatan e furono le prime ad essere investite dagli immensi tsunami causati dall’impatto. Probabilmente tutti gli animali che allora vivevano alle Antille, vertebrati e invertebrati, furono sterminati dall’impatto e furono ricolonizzate in seguito anche dalle specie antiche come i solenodonti, o magari le specie che ho nominato prima si salvarono, ma poco importa. La parte importante e’ che le emergenti e naviganti Antille rimasero vuote o quasi vuote di animali e pronte ad essere ricolonizzate. Sicuramente larga parte della ricolonizzazione avvenne via zattere di mangrovie e ci sono delle evidenze a supporto di cio’:

1) siamo quella che voi alieni chiamate una fauna depauperata e noi scimmie  chiamiamo un paradiso terrestre, niente carnivori predatori, niente ungulati, conigli e marsupiali a competere per frutti e foglie e niente salamandre e cecilie che fanno semplicemente un po’ schifo da mangiare. Sicuramente pochissimi animali grossi sono arrivati sulle isole, o almeno animali il cui peso sarebbe stato insostenibile dalle mangrovie.

2) tutti i nostri parenti piu’ prossimi si trovano in sud e non in nord America, e le correnti spingevano proprio nella direzione giusta.

L’unico che da’ fastidio in questo quadro e’ il rinocerontoide Giamaicano Hyrachyus, vissuto circa 50 milioni di anni fa e che viene dal centro o nord America e non puo’ aver galleggiato sulle mangrovie, e neanche il bradipo gigante cubano, in realta’, quindi o sono arrivati a nuoto o in qualche modo Giamaica e Cuba erano piu’ vicine alla terra ferma di quel che pensate voialtri, e magari facevano da ponte con i continenti.

Si, avete letto bene, il rinocerontoide giamaicano. Chi vi ha detto che i rinoceronti debbano vivere per forza solo in Africa ed in Asia? Questo per giunta e’ nel sottordine che include rinoceronti e tapiri, quindi era probabilmente piu’ simile ad un tapiro che ad un rinoceronte bianco, qualcosa di simile ad un antenato comune. Vi avevo chiesto di non interrompere,  adesso lasciamo perdere immagini di rinoceronti con le trecce rasta e una canna che penzola sotto il corno: non abbiamo idea del suo aspetto perche’ ne e’ stata trovata solo una mandibola, e nella mandibola non c’era una canna.

Direi anzi che e’ piu’ probabile che il bradipo gigante Megalocnus rodens, coi suoi duecento chili di peso, era piu’ grosso del “rinotapiroide”. Sicuramente non il piu’ grosso dei bradipi di terra mai vissuti, ma si difendeva discretamente. Oggi rimangono solo cinque specie di bradipo in due generi, tutte arboricole e grosse quanto un cocker, piu’ o meno. Nelle Antille c’erano almeno sedici specie di bradipo sia di terra che arboricole in cinque generi, tutti estinti 4-5000 anni fa, sulle cause discutiamo dopo. Tra queste oltre al bestione di cui sopra c’era anche la piu’ piccola specie di bradipo conosciuta, l’arboricolo Neocnus toupiti di Hispaniola che pesava appena 4 kg, 50 volte meno del suo cugino cubano e 1000 volte meno del piu’ grosso bradipo mai esistito.

E ora direi che e’ il momento di parlarvi della mia famiglia, che voi chiamate Xenothrix mcgregori ed io chiamo fratelli e sorelle. Avevo anche due diversi tipi di cugini con cui ai bei tempi prima dell’arrivo degli alieni sognavamo di riunirci: le Paraluatta varonai a Cuba e le Antillothrix bemensis ad Hispaniola, mentre noi vivevamo in Giamaica. Bisogna dire che non avendo ne’ competitori tranne qualche stupido bradipo ne’ predatori terrestri degni di questo nome (ci predavano pero’ qualche volta le enormi civette del genere Ornimegalonyx come O. oteroi) noi Xenothrix eravamo decisamente di buon carattere, specie se paragonate ai nostri parenti piu’ prossimi sulla terraferma, le titi monkey del genere Callicebus che oggi ancora vivono in America del Sud. Narra una nostra leggenda che un bel giorno, all’inizio del Miocene, un nostro antenato comune, la piu’ intelligente delle femmine, prese un traghetto di mangrovie e se ne ando’ in vacanza ai Caraibi lasciando i suoi fratelli e sorelle a vivere in un postaccio pieno di giaguari e altra roba pericolosa. Da quell’ardimentosa e vacanziera scimmia discendiamo tutte noi scimmie caraibiche. L’eta’ dell’oro purtroppo comincio’ e fini’ e oggi tutte e tre le specie di scimmie delle Antille sono estinte. Noi Xenothrix siamo quelle che hanno resistito di piu’ e siamo riuscite ad arrivare sicuramente al XVIII secolo, forse anche al XIX come il disegno del procugino Miguel lascia sospettare. Devo ammettere pero’ che starsene tutto il giorno in vacanza sdraiati sotto una palma in un’isola tropicale a guardare il mare, mangiare papaie ben mature o larve grasse e molli e sognare di ululare la musica reggae al cielo (siamo nel gruppo delle scimmie urlatrici)  ha i suoi innegabili vantaggi, ma anche qualche svantaggio. Come metterla giu’… ci siamo un po’ “abbradipate”, e siamo diventate le uniche scimmie arboricole completamente quadrupedi e lente (tardigrade). Abbiamo perso l’abilita’ di saltare e ci muovevamo di ramo in ramo leeeeeeente, come oggi fanno i bradipi superstiti. Caratteristica molto utile quando arrivano i rapaci o gli alieni, perche’ non ci vedono, ma insomma rende la vita un po’ monotona. Avevamo gli occhi grandi, la bocca piccola e la faccia piatta, un po’ come la vostra ma decisamente molto piu’ bella. Eravamo anche di dimensioni giuste, piu’ o meno come un gatto, senza gli eccessi di peso e lunghezza che avete voi. Potrei dirvi che eravamo notturne come oggi sono i nostri cugini di terraferma Aotus, ma non ve lo dico perche’ non lo so, in fondo quando uno e’ in vacanza ai Caraibi giorno, notte, non e’ che faccia molta differenza, e poi non avevamo predatori da cui nasconderci durante il giorno… So anche che voi avete questa cosa dei colori, gli uccelli hanno provato a spiegarmela un sacco di volte ma ancora non ho capito di che si tratta, dev’essere qualcosa che noi abbiamo perso facendo le ore piccole tra una festa e un succo di cocco fermentato.

Parlando di uccelli, oltre alla gia’ menzionata civetta gigante di Cuba Ornimegalonyx oteroi, alta circa un metro e forse incapace di volare, c’erano anche O. minor, O. gigas and O. acevedoi, tutti rapaci notturni enormi ed estinti. C’era poi anche l’enorme gufo Bubo osvaldoi e due specie di barbagianni giganti, Tyto noeli e T. riveroi, oltre ad un grande numero di rapaci piu’ piccoli. Si noti che sto usando i verbi al passato. Tutti questi enormi rapaci notturni cacciavano bradipi, hutia, solenodonti (ecco una buona ragione per il veleno del solenodonte!) e scimmie. Bestiacce, insomma, e troppo grosse per volare decentemente, ma tanto noialtri eravamo tutti lenti.

Ornimegalonyx oteroi che preda un solenodonte, in un disegno di Peter Trusler, da tetrapodzoology

Sulle isole maggiori c’erano una buona dozzina di specie di animali insettivori, forse piu’, mai contati, di cui ne sopravvivono solo due, gli stranissimi e antichissimi solenodonti di Cuba e Hispaniola. Esistevano altre due specie di solenodonte, un’altra a Cuba, Solenodon arredondoi ed un’altra ad Hispaniola, Solenodon marcanoi. S. arredondoi e’ particolarmente notevole in quanto era lungo quanto un gatto (circa 50 cm) e pesava sino a due Kg, il che lo rende uno dei piu’ grossi soricomorfi, se non il piu’ grosso, mai esistiti. Due chili di bestia stupida, incazzosa, velenosa e piena di denti non dovevano essere piacevoli da averci a che fare. Degli altri soricomorfi che c’erano nelle Antille, i Nesophontidae, voi umani sapete pochissimo ma io me li ricordo bene: erano… toporagni, piuttosto simili a quelli che vivono attualmente in Nord America e con cui sicuramente condividono un antenato comune. Le principali differenze e’ che erano piu’grossi (piu’ o meno quanto uno dei vostri ratti da laboratorio) e avevano il muso lunghissimo e la coda lunga. Ce n’erano tra 8 e 12 specie diffusi sia tra le isole maggiori che nelle isole Cayman, ed erano tutti velenosi, le carogne, i morsi me li ricordo ancora. A differenza dei loro parenti solenodonti, che iniettano il veleno col secondo incisivo inferiore, i Nesophontidi avevano il canino superiore canalicolato. Ciononostante, sono tutti estinti.

Tavola pubblicata per gentile concessione di Iacopo Leardini (C)

L’ultimo gruppo di cui vorrei parlarvi prima di avviarmi verso la triste fine della mia storia e’ quello dei roditori, sicuramente il piu’ numeroso per cui non entrero’ troppo nei dettagli.

Nelle Antille ho visto cose che voi umani non potreste immaginarvi. Arvicole delle dimensioni di un gatto (Megalomys desmarestii) nuotare al largo delle spiagge della Martinica. E ho visto topi spinosi essere mangiati nel buio vicino ai porti di Hispaniola (Brotomys voratus o ratto edibile di Hispaniola o Mohuy). E ho visto hutia giganti pesanti 200 Kg e grandi quanto un orso bruno (Amblyrhiza inundata), il che non e’ male per un roditore. E ho visto cavie attraversare l’Oceano Atlantico, evolversi in hutia, imparare a nidificare sugli alberi,ed essere mangiati nella base navale di Guantanamo dai soldati Americani (Capromyidae).

E tutti quei momenti andranno perduti nel tempo
Come lacrime… nella pioggia…
È tempo di estinguersi…

[cambia la colonna sonora: clicca qui se vuoi sentirla, ma apri in un altro tab se vuoi continuare a leggere]

Parliamo della fine. Negli ultimi 5000 anni, delle circa 76 specie di mammifero terrestre evolutesi in isolamento nelle Antille se ne sono estinte 67: rimangono due solenodonti e una manciata di hutia piccoli. Agli estinti si aggiungano anche nove specie di pipistrelli (su 59), la foca monaca delle Antille e tutti i rapaci giganti, rettili, anfibi, insetti, millepiedi, lumache, piante, etc etc.

Che e’ successo?

Secondo la tradizione orale della mia tribu’ una notte di 5000 anni fa un mio bis-bis-bis nonno vide una luce brillare sul mare. La luce era rossa e meravigliosa, e lui rimase sulla spiaggia incantato a guardare, e vide un incredibile vascello alieno toccare terra, carico di misteriose creature che portavano la luce rossa con loro. Lo sbarco degli alieni segno’ la fine.

I primi alieni fecero piazza pulita di tutti i bradipi, delle due specie cugine di scimmie, di tre specie su quattro di Hutia giganti, di molte specie di hutia piccoli e di qualche pipistrello molto legato alle caverne. Erano inesorabili: colpivano a distanza con le loro armi aliene fatte di legno, pietra e corda, tagliavano gli alberi, davano fuoco alle foreste, e noi ne eravamo terrorizzati, ma il peggio doveva ancora arrivare.

La seconda volta arrivarono di giorno, e i loro vascelli alieni erano ancora piu’ grandi, e le loro armi ancora piu’ mortifere. Sconfissero, piegarono e in alcuni casi estinsero i primi alieni, che evidentemente venivano da un pianeta diverso. Scoprirono immediatamente che gli hutia sono buoni per loro da mangiare, e anche il loro capo alieno, un tale Colombo, se ne cibo’, e la caccia’ segno’ la fine di molte specie di hutia, dell’ultimo hutia gigante superstite (Quemisia gravis di Hispaniola) della foca monaca e delle arvicole (ratti delle canne, in realta’) giganti Megalomys. Noi Xenothrix ci estinguemmo perche’ le foreste quasi scomparvero, tagliate per far posto alla canna da zucchero ed altre piante aliene e misteriose per noi. E ancora non era finita: gli alieni non arrivarono soli, come la prima volta. Insieme a loro arrivarono altre specie di alieni, quasi tutte letali per noi sempliciotti delle isole: cani, gatti, ratti e manguste fecero piazza pulita di tutti i Nesophontidae, di due specie su quattro di solenodonti che pure vivevano qui da sempre, dei ratti spinosi e di alcuni pipistrelli.

Le Antille che ho conosciuto io non esistono piu’. Oramai gli alieni sono ovunque, hanno invaso e distrutto praticamente ogni foresta, ogni spiaggia, ogni corso d’acqua dolce, ogni montagna e si stupiscono ancora di quanto noi fossimo alieni per loro.

[Musica per i titoli di coda]

 

Referenze:

John C. Briggs (1994) The Genesis of Central America: Biology versus Geophysics. Global Ecology and Biogeography Letters Vol. 4, No. 6, pp. 169-172
Daryl P. Domning, Robert J. Emry, Roger W. Portell, Stephen K. Donovan and Kevin S. Schindler (1997) Oldest West Indian Land Mammal: Rhinocerotoid Ungulate from the Eocene of Jamaica; Journal of Vertebrate Paleontology, Vol. 17, No. 4, pp. 638-641
David W. Steadman, Paul S. Martin, Ross D. E. MacPhee, A. J. T. Jull, H. Gregory McDonald, Charles A. Woods, Manuel Iturralde-Vinent, Gregory W. L. Hodgins and William R. Dickinson (2005) Asynchronous Extinction of Late Quaternary Sloths on Continents and Islands Proceedings of the National Academy of Sciences of the United States of America Vol. 102, No. 33 (Aug. 16, 2005), pp. 11763-11768

ResearchBlogging.org


Blair Hedges, S. (2006). PALEOGEOGRAPHY OF THE ANTILLES AND ORIGIN OF WEST INDIAN TERRESTRIAL VERTEBRATES
Annals of the Missouri Botanical Garden, 93 (2), 231-244 DOI: 10.3417/0026-6493(2006)93[231:POTAAO]2.0.CO;2

Published by tupaia on giugno 22nd, 2011 tagged Carnevale della Biodiversita', Ecologia, Estinti!, mammiferi, primati | 14 Comments »

Solenodonte reloaded

Ho quasi interamente riscritto, inserendo oltre al nuovo testo anche immagini e il verso della bestia, il post sul solenodonte, uno dei primissimi post pubblicati su questo blog. Se vi va di rinfrescare la memoria sul piu’ incredibile tra tutti i mammiferi placentati cliccate qui.

Diciamo che ora sono relativamente piu’ soddisfatta dei risultati (figuriamoci prima!).

Published by tupaia on giugno 20th, 2011 tagged uncategorised | 4 Comments »

Wikio follow-up

Il mio post su Wikio sembra aver stappato una bottiglia piena di malcontenti ed e’ stato prontamente seguito gia’ da due post sullo stesso tono ed argomento, uno di Dropsea e l’altro di Stukhtra, che vi segnalo, e In Minoranza mi ha detto a voce (*) di avere avuto un problema analogo.

Per quel che serve, sarebbe carino se qualcuno nell’amministrazione di Wikio avesse voglia di passare da qui a spiegarci perche’ il servizio di Wikio sia in molti casi cosi’ scadente o, per citare Stukhtra, a che cazzo serve Wikio.

Peccato solo che non lo faranno.

(*) per fortuna ancora non comunico vie email col consorte

Published by tupaia on giugno 9th, 2011 tagged uncategorised | 11 Comments »

Wikio and me

Questo blog parla di animali strani, lo so, ma vorrei stiracchiare il concetto di animale anche ad un portale per blog che, per quanto virtuale, e’ decisamente una creatura strana, o almeno incomprensibile per me.

Circa un annetto fa ho cercato di iscrivere il blog che state leggendo a Wikio ma qualcosa ando’ storto nel processo di registrazione ed il blog non compariva nella classifica dei blog scientifici italiani. Sinceramente ignorai il problema ma dopo alcuni mesi, sollecitata da una domanda in proposito di Leucophaea, scrissi una mail a Wikio chiedendo di rettificare il problema. Non ottenendo alcuna risposta reinviai la seguente email, datata 2 Marzo 2011:

“Gentili signori,
si direbbe che io e Wikio abbiamo grossi problemi di incomprensione.
Tecnicamente l’url e il feed del mio blog (www.lorologiaiomiope.com, http://www.lorologiaiomiope.com/feed/) sono registrati dal marzo 2010 ma c’e’ qualche problema nelle categorie e non c’e’ associazione tra la mia scheda personale e il mio blog. Il blog era registrato come “L’orologiaio miope”, con spazi e punteggiatura, compare nella classifica generale ma non nella categoria “scienza”, dove si suppone debba stare e dove ricordo di averlo registrato.
Qualche settimana fa ho provato a ricominciare da zero, url e rss sono gli stessi ma l’ho registrato come “lorologiaiomiope” senza punteggiatura, visto che di solito viene cercato cosi’. Ho rispecificato la categoria scienza, ho rimesso tutti i dati, ma ancora la mia scheda e’ dissociata dal blog. Ancora non esiste nella categoria scienza di febbraio. Ho inserito anche il bottone di wikio nel blog, ma per qualche mistero il codice che ho ricevuto da wikio fa si che il bottone sia in francese (s’abonner). Le categorie degli argomenti recenti che vedo sotto il blog, se lo cerco nella classifica generale sono del tutto inventate e fuorvianti (non credo di aver mai parlato di registi o di feste sul blog, che e’ strettamente scientifico)
A questo punto aspetto di sentire voi per capire cos’e’ che sbaglio e perche’ wikio non associa il mio blog ne’ a me ne’ alla categoria “scienza”, e sembra invece credere che sia un blog francese che parla di registi.
Per inciso, questa e’ la seconda mail che vi mando a questo proposito, la prima e’ caduta nel vuoto. Ma ce l’avete con me o e’ solo una lunga serie di coincidenze negative?
Attendendo un vostro riscontro vi invio cordiali e vanamente speranzosi saluti”

Questa e’ la risposta che ho ricevuto:

“Ciao Lisa,

I cambiamenti sono presi in conto. La prova qua : http://www.wikio.it/sources/www.lorologiaiomiope.com-x2GJ

La mia replica (ho tagliato i nomi), che non ha ottenuto risposta di sorta; la mail era datata 21 Marzo:

“Grazie della molto attesa risposta. Sfortunatamente io direi che i cambiamenti non vengono presi in considerazione dal sistema, come puoi vedere dallo screenshot che ti allego: wikio non trova nessun blog chiamato lorologiaiomiope, ne’ nella sezione generale ne’ in quella delle scienze.
Un intervento tecnico da parte vostra per risolvere la faccenda sarebbe estremamente apprezzato, possibilmente in tempi ragionevoli.
Grazie
P.S. apprezzo moltissimo che le parole chiave principali che individua siano Montana e Registi piuttosto che animali ed evoluzione. Complimenti!

Effettivamente vedo che finalmente oggi (5 Giugno 2011) il blog compare nella classifica (avevo controllato meno di una settimana fa ed era ancora missing in action!). Evviva, qualcosa laggiu’ nelle profondita abissali si e’ mosso!

Sfortunatamente non tutte le ciambelle riescono col buco: dopo solo un anno e tre mesi dall’iscrizione il blog compare effettivamente (e finalmente) nella categoria “Scienze”, ma Wikio sostiene che l’unico argomento trattato dal blog sia “Ufo e alieni”. Ok, alienata lo saro’ anche un pochino, ma gli unici UFO che vedo da queste parti sono dei ditteri che ancora non riesco ad identificare. Per rincarare la dose, cosi’ Wikio ripartisce le tematiche trattate dal blog: Esteri: 30% (evviva le zattere di mangrovie!), Societa’ 20% (mmm… avro’ scritto si e no’ 5-6 post su animali eusociali), Cultura 20% (lo diceva anche Croce che la Scienza non e’ cultura), Scienza 30% (Ah beh, ed io che mi stavo preoccupando!).

Io non so se sia strano Wikio o se sono io che non riesco a cominicare col portale. Il tutto mi sembra molto user-unfriendly, il supporto mi sembra inesistente e le informazioni rilasciate sul blog completamente inventate. A questo punto non voglio suggerire nulla sull’attendibilita’ della classifica perche’ sembrerei di parte, ma se tanto mi da’ tanto l’unica cosa che ci si puo’ fare con i numeri di quella classifica e’ tentare il superenalotto. Voi direte: ma se pensi questo perche’ ti sei data tanta pena per registrarti? Semplicemente perche’ io lo penso, ma chi compulsa la classifica probabilmente no, almeno posso esibire sportivamente un ventinovesimo posto sulla ruota di Wikio piuttosto che starmene fuori dal villaggio che poi sembra che sono spocchiosa.

Ma siccome sono anche tignosa, scrivere questo post mi e’ sembrato necessario per dovere di cronaca.

 

 

Published by tupaia on giugno 6th, 2011 tagged Blogroll, siti utili al riconoscimento | 5 Comments »