L’ameba mangia-cervello

Qui
http://lorologiaiomiope-national-geographic.blogautore.espresso.repubblica.it/

(uff, devo riuscire a scoprire come si fanno i redirect)

Published by tupaia on ottobre 29th, 2012 tagged annunci | 8 Comments »

Era Ora! Un post su NatGeo!

Il link http://lorologiaiomiope-national-geographic.blogautore.espresso.repubblica.it/2012/10/22/coralli-di-norvegia-lophelia-perthusa/

Per chi ancora non avesse aggiornato i feed, mi sono decisa a postare il primo articolo dell’Orologiaio miope su National Geographic

Published by tupaia on ottobre 22nd, 2012 tagged annunci | Comment now »

Di chi e’ l’occhio?

Il Cicap mi ha chiesto un parere sull’occhio misterioso trovato in Florida, cosi’ ho scritto un post sul loro blog invece che sul mio, in attesa di esordire su NatGeo.

http://www.queryonline.it/2012/10/15/l%E2%80%99occhio-misterioso-ritrovato-in-florida/

 

Published by tupaia on ottobre 15th, 2012 tagged anatomia, marini, misteri | 1 Comment »

L’orologiaio cambia pelle ma non il vizio

Grazie soprattutto a voi che leggete, l’Orologiaio miope in questi cinque anni di attivita’ e’ cresciuto.

Ha avuto modo di far conoscere qualche animale strano come da promessa, e di farsi conoscere, di arrivare in libreria e sui media.

Essendo cresciuto, come i serpenti cambia pelle. Quella vecchia, ovvero la URL qui sopra a cui magari qualcuno e’ abbonato tramite feed, resta esattamente dov’e', non cancellatela perche’ spero di bazzicarci ancora.

Il resto del serpente invece si riveste di una pelle gialla, gialla come la copertina del National Geographic.

L’orologiaio miope si trasferisce sulla piattaforma del National Geographic. Il direttore mi ha fatto una proposta che non potevo rifiutare, dopo che ho trovato la testa di una Sacculina nel letto.

Il nuovo indirizzo dove potrete trovare le mirabolanti avventure dell’evoluzione miope e’ il seguente:

http://lorologiaiomiope-national-geographic.blogautore.espresso.repubblica.it/

Il feed e’ http://lorologiaiomiope-national-geographic.blogautore.espresso.repubblica.it/feed/

A parte quello, il cuore monoventricolo e il cervello da rettile restano identici, lo stile non cambiera’ e mi hanno assicurato che chiuderanno un occhio sull’uso di turpiloqui. Del resto si puo’ dire cornuto a un bue no? E’ all’asino che non si puo’ dire, mi pare, quindi mi rivolgero’ altrimenti a chi dice che i blog sono solo accozzaglie di opinioni.

Quando un serpente cambia pelle, attraversa uno stadio che gli inglesi definiscono “blue”. Smette di mangiare, e’ nervoso, morde senza motivo e non scrive post. Fondamentalmente una sindrome pre-mestruale rettiliana. Io ho attraversato un periodo molto blue all’idea di dover cambiare pelle, che e’ uno dei motivi per cui non scrivevo da un po’. Pero’ sono anche molto eccitata dall’idea, e spero di non deludere le aspettative del gruppo del National che mi ha invitata (grazie), anche perche’ non vorrei trovare un’altra sacculina nel letto.

Mi tocchera’ fare meglio di quanto ho fatto finora. Ho deciso di accettare la sfida, ma non sara’ facile.

Rimanete pero’ fiduciosi che i post sugli animali inimmaginabili continueranno come (e spero meglio di come) li avete letti sinora, ma col bordino giallo intorno.

Appuntamento a presto su http://lorologiaiomiope-national-geographic.blogautore.espresso.repubblica.it/

Vi aspetto di la’.

Published by tupaia on ottobre 9th, 2012 tagged annunci | 10 Comments »

Science Camp 2012

Anche quest’anno ci sara’ il Blogfest, la riunione dei blogger italiani. Sara’ a Riva del Garda il 28-29-30 settembre.

E chissenefrega, direte voi: o lo sapevate gia’ o non lo sapevate perche’ non ve ne importa niente di queste cose. Posso capire.

Quest’anno pero’ c’e’ una novita’: ci sara’ il Science Camp, ovvero verra’ dato uno spazio ai blog scientifici (o meglio, ai loro autori), per confrontarsi in pubblico su argomenti di interesse comuni, questi qui. In un posto come l’Italia dove la gente in media pensa che la “scienza non sia cultura”, e’ un passo importante.

Chi scrive questo blog partecipa a questo incontro, a dire la verita’ non tanto perche’ brama dalla voglia di sapere chi vincera’ il premio dei premi dei blogger italiani, quanto perche’ le sembra una grande occasione per incontrare autori e  lettori di altri blog scientifici, per mettere una faccia sotto l’etichetta di un nome, per confrontarsi e magari per avere qualche utile suggerimento. E soprattutto per cazzeggiare un pochetto a Riva del Garda, che in fondo e’ un bel posto.

Sembra anche che, a loro rischio e pericolo, gli organizzatori (Stefano Dalla Casa, Marco Ferrari, Peppe LibertiBeatrice Mautino) mi facciano parlare in pubblico. Non so perche’ mi candido a fare queste cose, io sono terrorizzata dal parlare in pubblico, di solito il risultato e’ che comunico con un filo di voce con la punta delle mie scarpe. Vabe’, saro’ breve.

Il messaggio e’: se abitate a ragionevole distanza e avete un sabato pomeriggio libero lo Science Camp e’ li’ ad aspettare i curiosi dalle 18 alle 21. Spero che dopo ci sia del cibo in qualche forma, ma non so.

Seguira’ il premio dei premi, anche se non ho capito bene cosa si premia. So pero’ che nella marea di blog che non ho mai sentito nominare ce n’e’ uno che e’ stato candidato e che secondo me merita un riconoscimento. Un blog scientifico, ovviamente, quello di Dario Bressanini. Vale la pena di votarlo.

Published by tupaia on settembre 19th, 2012 tagged annunci | 1 Comment »

I corsi e ricorsi degli insetti stecco

Dei miei insetti stecco indiani (Carausius morosus) ne ho gia’ parlato in questo post di tanto tempo fa.

La colonia va oramai avanti da otto anni. In questo periodo sono stati a volte privati, per varie ragioni non dipendenti dalla mia volonta’, di acqua e di cibo; sono stati esposti a ragni grossi come barboncini capitati per caso nel terrario; sono stati esposti all’insetticida finale (lo spray antipulci) che ho usato per eradicare una colonia di formiche dalla stanza dove c’e’ il loro terrario. Sono stati predati da famelici onischi assassini che anziche’ mangiare detriti come da manuale mangiavano insetti stecco vivi. Non c’e’ nulla che li stermini. A volte non se ne vedono piu’ in giro, ma la colonia riparte dopo un po’ dalle uova rimaste nel terreno.

Quello che ho notato pero’, e che non riesco a spiegarmi, e’ che a fine agosto sistematicamente la popolazione crolla. Muoiono tutti, adulti e larve a uno qualsiasi degli stadi larvali, un’ecatombe totale che si ripete ogni anno, salvo poi ripartire dalle uova in tardo autunno.

L’evento e’ indipendente dall’abbondanza di cibo e dall’umidita’. Altri anni mi sentivo colpevole di averli lasciati a se’ stessi per periodi piu’ o meno lunghi mentre ero in ferie o a fare lavoro di campo ma quest’anno non mi sono mossa da casa, gli ho dato cibo fresco piu’ o meno ogni settimana (gli e’ sufficiente, di solito) e il terreno del terrario e’ sempre rimasto decentemente umido. Eppure c’e’ stato il solito crollo demografico totale. All’ultimo conteggio il numero di fasmidi presente era: 1, appena nato, ed e’ una buona media, in questo periodo, laddove invece ci sono momenti in cui sono costretta a fare un po’ di selezione perche’ sono troppi.

Non credo capiti solo a me, so di altri allevatori di fasmidi che ogni tanto hanno problemi analoghi ma non so se anche a loro capiti sistematicamente a fine agosto.

Non riesco a trovare una spiegazione del fenomeno. Tra le ipotesi che ho provato a formulare ci sono:

1) Malattia tipo un fungo che riesce a germinare solo in estate. Contro questa ipotesi c’e’ che di solito casa mia e’  calda anche in inverno, la temperatura e’ sempre intorno ai 20-22 gradi in inverno (riscaldamento a palla) e piu’ o meno lo stesso nelle docili estati britanniche.

2) le rosacee che mangiano in estate (rovi sino a due anni fa, rose non trattate ultimamente) potrebbero produrre qualche sostanza tossica verso la fine del loro periodo di fioritura. Le rosacee producono galloyl esteri e acido cianidrico (HCN) sotto forma di amigdalina. Non sono pero’ a conoscenza di aumento della produzione di queste sostanze a fine estate e il problema non e’ bioaccumulo in quanto muoiono anche le ninfe.

3) L’umidita’ dell’aria cambia e diventa piu’ secca ad agosto. A me pare che l’aria sia piu’ secca in inverno quando ci sono i termosifoni accesi, in quest’isola l’umidita’ e’ sempre relativamente alta, in estate. Fossimo stati in Italia avrei optato per questa opzione.

4) Orologio biologico di questi fasmidi, che muoino alla fine della stagione dei monsoni, o quando le condizioni di temperatura/umidita’ sono tali da richiamare una particolare stagione nella natia India. Possibile, anche considerando che sono animali partenogenetici e quindi con pochissima variabilita’ genetica, ma anche in questo caso non ho evidenze supportate dalla letteratura.

Se qualcuno ha esperienze analoghe o conosce la ragione dell’ecatombe ciclica di fasmidi a fine estate si faccia avanti

Published by tupaia on settembre 9th, 2012 tagged Insetti, misteri | 2 Comments »

Il caffe’ con la C di civetta (Kopi luvak)

Il caffe’ piu’ costoso del mondo si ottiene dagli escrementi di un viverride del sud-est asiatico, un piccolo carnivoro grosso quanto un gatto chiamato civetta delle palme. Il nome esatto sarebbe zibetto e non civetta, ma oramai tutti chiamano erroneamente l’animale civetta. La storia l’ho raccontata qui ma a dire la verita’ l’ho riscritta quasi per intero nel libro inserendo dettagli storici e zoologici.

Civetta [zibetto] delle palme (Paradoxurus hermaphroditus). Fonte

Il post sulla civetta chiudeva con la frase “prima o poi la curiosita’ uccidera’ il gatto, o meglio la tupaia, perche’ so che prima o poi quelle otto sterline le vado a spendere in nome della curiosita’ scientifico-gastronomica”.

Ho fatto di meglio, ho speso £16, circa 21 Euro, per 50 grammi di cacca macinata di civetta (420 euro/kg), da bere comodamente a casa. Caffe’ lungo all’americana perche’ oramai mi sono imbarbarita a forza di vivere in quest’isola.

 

Sorprendentemente ne’ l’odore ne’ l’aspetto ricordavano particolarmente la provenienza gastroenterica del caffe’, quindi il primo esame poteva dirsi superato.

 

Oddio, l’odore era strano a dire la verita’, di caffe’  piuttosto leggero e con una strana nota che non riuscivo ad identificare in sottofondo, ma non cattivo. Tempo di procedere con la fase due dell’esperimento.

 

Il colore e’ decisamente piu’ chiaro di quello di un caffe’ regolare e di nuovo l’odore e’ quello di un caffe’ leggero con una strana nota in sottofondo, non di cacca o altra roba disgustosa, solo strana, direi qualcosa tipo “selvatico”. Tempo di passare alla fase tre del piano, facendo uno sforzo cosciente per non pensare alla parola “intestino” associata a “piccolo carnivoro onnivoro non troppo dissimile da un gatto” e all’idea platonica di “cassettina del gatto”.

Ed ecco l’espressione che si ottiene dopo il primo assaggio (l’uso di un assaggiatore volontario era doveroso per registrare i risultati dell’esperimento):

 

Perplesso ma non disgustato, e vagamente compiaciuto. Esperimento riuscito.

In realta’ e’ vero che ha un sapore molto particolare, assaggiandolo ho capito cosa volevano dire quelli che lo descrivevano come un gusto “rotondo” e senza neanche una punta di amaro. Adesso capisco anche il senso dell’operazione commerciale, e’ davvero ottimo e solo al costo di cercare nella piantagione i punti di marcatura con le feci degli zibetti , operazione che qualunque cane ben addestrato sa fare senza problemi.

La mia sola preoccupazione e’ che siccome e’ buono e sta diventando popolare, e anche un po’ trendy, chi abbia a rimetterci siano le civette e con loro quel che rimane del fragile ecosistema delle isole del sud-est asiatico per fare spazio ad ancora piu’ piantagioni e piu’ civette. La mia sola speranza e’ che l’origine del caffe’ sia ben chiara a tutti e che ci siano molte persone con lo stomaco piu’ delicato del mio.

 

Referenze:

ResearchBlogging.orgM.F. Marcone (2005). Composition and properties of Indonesian palm civet coffee (Kopi Luwak) and Ethiopian civet coffee Food Research International DOI: 10.1016/j.foodres.2004.05.008

Published by tupaia on agosto 19th, 2012 tagged mammiferi, moda, ricerca, Varie ed eventuali | 16 Comments »

La riconquista dell’Australia

Nel post precedentente abbiamo osservato un fenomeno interessante: gli animali che vivono in un determinato ambiente non sono fissi ed immutabili (bella novita’, direte voi, ma poi vacci a discutere coi creazionisti se ci riesci!). Nuove faune immigrate si sovrappongono a vecchie faune endemiche, in un continuo inseguirsi di corsi e ricorsi zoologici, adattamenti, convergenze ed estinzioni. Non importa quanto durera’ una biocenosi, prima o poi interverra’ qualcosa a perturbare il sistema. In sud America ad esempio, allo strato di proto-sorci (multitubercolati e Dryolestoidea) e ornitorinchi si sovrappone lo strato di marsupiali, xenartri e condilartri, a cui si sovrappone lo strato di scimmie e roditori, a cui si sovrappone lo strato di grossi mammiferi placentati del nord-America, a cui si sovrappone l’uomo e i suoi animali domestici. Sembra una riedizione in grande di “Alla fiera dell’Est”.

Una successione di faune stratificate quasi altrettanto bella la si osserva in un altro continente isolato, ancora piu’ isolato del sud America: mi riferisco ovviamente all’Australia, il cui motto dovrebbe essere “non solo canguri”, a dispetto di quello che molti pensano.

In principio c’era l’ornitorinco. I primi mammiferi australiani risalgono al Mesozoico, all’era dei dinosauri, quando il Gondwana aveva cominciato a separarsi. All’inizio del Cretacico, circa 140 milioni di anni fa, l’Australia era connessa a nord con l’India e a ovest con l’Antartide, connesso a sua volta col sud America. Il clima, per buona parte di quel periodo, era temperato-freddo perche’ l’Australia era situata quasi al polo sud e d’inverno gelava (la temperatura media era sui 12 gradi, abbastanza caldo a quanto pare da permettere a dinosauri “polari” di sopravvivere, chissa’ che carini tutti impiumati). Tutto cio’ non rende facilissimo trovare resti fossili di piccoli animali terrestri e quindi ne sappiamo poco. Sappiamo pero’ che fondamentalmente nel Cretacico in Australia vivevano tre gruppi principali di mammiferi, i monotremi, dei proto-sorci multitubercolati e dei proto-sorci placentati.

I monotremi, nonostante depongano le uova, sono davvero nella stessa linea evolutiva di noialtri mammiferi, solo che se ne sono separati prestissimo e si sono evoluti un po’ a modo loro, tipo hanno due peni e dieci cromosomi sessuali. Si sono probabilmente evoluti in Australia da un progenitore comune che girellava un po’ dappertutto per la Pangea ma, dal momento che l’Australia era la punta meridionale estrema del supercontinente, gli endemismi di questi proto-proto-mammiferi devono essere sempre stati notevoli da quelle parti. Ed ecco che da uno di questi endemismi son venuti fuori questi cosi anomali che depongono le uova e allattano i piccoli, e alcuni sono anche velenosi. Oggi rimangono solo sei specie di questo gruppo antichissimo, un ornitorinco e cinque echidne, ma nel Cretacico dovevano essere molto diversificati e diffusi al punto da diffondersi sino al sud America passando per l’Antartide. Il primo mammifero del Mesozoico trovato in Australia fu un ornitorinco, Steropodon galmani (= dente-bagliore-di-lampo), la cui mandibola fu trovata fossilizzata nell’opale in Nuovo Galles del Sud. Adoro gli opali, ma una mandibola fossile di ornitorinco appesa al collo mi sembrerebbe un gioiello un po’ vistoso, peccato.

Steropodon galmani. Fonte

Aveva le dimensioni di un gatto (cioe’ era molto grosso per la media dei mammiferi dell’epoca) e possedeva almeno tre denti, contro gli zero denti dell’ornitorinco adulto superstite oggi (ma il baby ce ne ha ancora uno). Dallo stesso giacimento fossile, e sempre fossilizzato nell’opale, vengono i denti di Kollikodon ritchieri (=dente a panino), un altro ornitorinco, o piu’ probabilmente un terzo gruppo di monotremi a fianco di ornitorinchi ed echidne, ancora piu’ grande del precedente. Gli e’ andata bene perche’ gli scopritori lo volevano chiamare ”hotcrossbunodon”, laddove un hot cross bun e’ questo. I denti a panino gli servivano per rompere i gusci di conchiglie e crostacei. Rimanendo tra i dolci, Kryoryctes cadburyi invece era un’echidna che viveva piu’ a sud, nell’odierno stato di Victoria, 106 milioni di anni fa. Kyro vuol dire freddo (per via del clima del Cretacico), oryctes vuol dire scavatore, Cadbury e’ la marca di cioccolata inglese che ha sostenuto i paleontologi durante il lavoro di campo, secondo quanto riferito dagli stessi nell’articolo che riporta la scoperta. Fate voi.

La mandibola opalizzata di Kollikodon ritchieri. Fonte

Poi c’erano i multitubercolati, gli stessi proto-sorci che, come abbiamo gia’ visto, vivevano in sud America (e anche sono stati trovati in Africa e Madagascar, confermando una diffusione Gondwaniana). Per la verita’ avrei dovuto scrivere IL multitubercolato, in quanto ne esiste un solo fossile, anzi, solo dei denti fossili trovati nello stato di Victoria da Corrie Williams e Mary Walters, in cui onore il proto-sorcio e’ stato chiamato Corriebaatar marywaltersae (bataar significa “eroe” in mongolo ed e’ un suffisso che viene misteriosamente applicato a questo gruppo di mammiferi non marsupiali, non placentati e non monotremi). Forse c’era anche un Dryolestoidea.

Ausktribosphenos nyktos. Immagine modificata da Rich (1997)

C’erano anche Ausktribosphenos nyktos (= mammifero tribosfenico Australiano del Cretacico notturno) e Bishops whitmorei, o meglio c’erano dei loro denti trovati da qualche parte in Australia. I nostri molari sono denti tribosfenici, a tre cuspidi, e i molari sono tipici di noi placentati. Se questi proto-sorci avevano dei molari, sono di conseguenza da considerarsi nella nostra linea evolutiva diretta e quindi  placentati o  avi di placentati. Solo che si pensava che i Theria (placentati e marsupiali) si fossero evoluti in Laurasia  dopo la separazione del Gondwana, il che apriva il problema di come la sfortunata bestia dal nome impronunciabile fosse arrivata in Australia. Poi per fortuna hanno scoperto Juramaya sinensis che risale al Giurassico in Cina e che quindi avrebbe fatto in tempo a disperdersi per la Pangea prima che i continenti fossero troppo lontani. Alles in ordnung, questa volta non e’ necessario coinvolgere trasferimenti alieni o zattere di mangrovie.

Fase I – Arrivano i canguri . Il regno assoluto dei monotremi e dei proto-sorci, durato una buona ottantina di milioni di anni, finisce quando all’inizio del Terziario arrivano i marsupiali e i pipistrelli. I pipistrelli volano e non pongono un grosso problema di biogeografia, e neanche di competizione per gli altri mammiferi, quindi non li consideriamo. I marsupiali invece si evolsero probabilmente in Cina o giu’ di li’, e invasero il resto della Laurasia ovvero si spostarono verso ovest in Asia, Europa e nord-America. Quando poi le due americhe si unirono, nel tardo cretacico, passarono in sud America e da li’ non ci volle molto ad arrivare in Australia passando dall’Antartide e chiudendo il giro del mondo: i primi fossili di marsupiali sono stati trovati in Queensland e risalgono a 55 milioni di anni fa. Tutti questi marsupiali sparsi per il mondo erano ovviamente diversificati in una miriade di specie per via della radiazione adattativa che ebbero passando dalla Cina all’Europa alle Americhe. Eppure, le specie che arrivarono in Australia erano poche, essenzialmente Microbiotheria, i parenti del piccolo monito dal monte. Tutti gli opossum, gli sparassodonti e cosi’ via che abbiamo visto in sud America non riuscirono a passare la barriera del salto delle isole che c’era tra il sud America e l’Antartide, e rimasero indietro. Cio’ significa che al loro arrivo in Australia, tra gli 80 e i 60 milioni di anni fa, i pochi microbioteria avevano un enorme continente tutto per loro in cui spaziare e diversificarsi reinventando i tilacini, i leoni marsupiali (Thylacoleo carnifex), e gli opossum, inventando i canguri, i koala, i bilby, i wombat, le talpe marsupiali, i marsupiali volanti e chi piu’ ne ha piu’ ne metta, 272 specie viventi e molte di piu’ estinte. Tra queste vale la pena di ricordare la fauna di marsupiali giganti come Diprotodon optatum, un wombat gigante formato ippopotamo, lungo tre metri e pesante due tonnellate e mezzo; Palorchestes azael, grosso come un cavallo e detto “tapiro marsupiale” per via della probabile proboscide, con unghioni per tirare giu’ i rami e una lingua lunga ed estensibile come quella di una giraffa per prendere le foglie; Procoptodon goliath, un canguro alto tre metri che si spostava saltellando su un dito solo, il medio, come fanno i cavalli con gli zoccoli , e il simile Sthenurus, anche lui tre metri di canguro zoccolato. Poi c’era il canguro carnivoro Propleopus oscillans, o meglio, era un potoroo grosso come un moderno canguro grigio (circa 70 kg), ma piu’ robusto e con zampe piu’ lunghe e che mangiava vegetali, carogne e piccoli animali come uccelli e mammiferi piccoli. Il suo unico parente moderno Hypsiprymnodon moschatus, molto piu’ piccolo, e’ completamente quadrupede anziche’ bipede, cosi’ come lo era probabilmente il suo cugino gigante.

In alto a sinistra: Diprotodon optatum, in alto a destra: Palorchestes azael, al centro: Thylacoleo carnifex, in basso a sinistra: Propleopus oscillans, in basso a destra: Procoptodon goliath. Spiegazioni nel testo. Le immagini sono prese da varie fonti, principalmente questa.

Tutti gli altri marsupiali, quelli che si erano gia’ diversificati nel resto del mondo per circa 60 milioni di anni (il primo marsupiale noto, Sinodelphys szalayi, risale a 125 milioni di anni fa e i marsupiali erano piu’ o meno tutti in declino nel Paleocene 60 milioni di anni fa, tranne in sud America), si sono estinti per sempre sotto la pressione dei mammiferi placentati, e di molti non sapremo mai nulla. Per fortuna esiste l’Australia. Per vendetta, l’arrivo dei marsupiali causo’ l’improvvisa estinzione di tutti i proto-sorci preesistenti, placentati, multitubercolati e cosi’ via.  Non riusci’ invece a colpire i monotremi, che continuarono a prosperare (Zaglossus hackettii era un’echidna del Pleistocene grossa quanto una pecora, ad esempio, il piu’ grande monotremo esistito poiche’ anche i monotremi rientravano in questa peculiare megafauna.

Nell’Eocene in Australia non c’erano pero’ solo marsupiali e monotremi. C’erano anche condilartri placentati (ungulati), arrivati anche loro dal sud America. Che fine hanno fatto? Se i piccoli microbiotheria ebbero un successo incredibile e si diversificarono in una marea di forme nuove, non si puo’ dire altrettanto degli ungulati placentati, che invece si estinsero sotto la pressione dei grandi erbivori marsupiali. Mentre quindi nel resto del mondo i placentati soppiantavano i marsupiali, in Australia i marsupiali riuscirono ad eliminare per competizione tanto i placentati pre-esistenti quanto quelli arrivati contemporaneamente e occuparono tutte le nicchie disponibili da quella della talpa a quella dell’ippopotamo, passando per lo scoiattolo volante.

Fase II – Il ritorno dei placentati. Pochi sanno che circa il 25% della fauna di mammiferi terrestri australiani e’ costituita da ratti placentati e solo i rimanenti 3/4 sono marsupiali. I ratti arrivarono a partire da 4.5 milioni di anni fa dall’Asia usando come ponte gli archi di isole vulcaniche che si andavano via via sollevando per via dello spostamento del continente , saltando di isola in isola with a little help from my mangroves, in diverse ondate. Sono tutti Muridae, la stessa famiglia a cui appartengono il ratto grigio e il topolino delle case. All’arrivo dei roditori l’Australia era ricca di ambienti semi-aridi ma i marsupiali non erano riusciti ad occupare la nicchia dei piccoli mangiatori di semi, ovvero esattamente quello che topi e ratti sono specialisti nel fare, e ovviamente si ebbe una enorme radiazione adattativa, consentendo ai topi di diversificarsi in oltre una cinquantina di specie e occupare una grande varieta’ di nicchie, da quella acquatica (ultima occupata con un arrivo piu’ recente) a quella del deserto e avere dimensioni che vanno dai 10 grammi al chilo abbondante. Bisogna ammettere che fondamentalmente sono rimasti, inequivocabilmente, topi nell’aspetto, non esistono roditori formato rinoceronte o leone, ma non aveva senso diversificarsi in quella direzione, perche’ quelle nicchie erano gia’ occupate dai marsupiali. Il meglio che sono riusciti a fare e’ occupare la nicchia delle lontre con Hydromys chrysogaster.

Hydromys chrysogaster. Fonte

E’ interessante che mentre tra Australia e Nuova Guinea ci sono sempre stati interscambi, molti degli ordini e generi di ratti australiani non hanno piu’ un equivalente asiatico, essendosi “endemizzati” in Oceania. Gli ordini che arrivarono per primi sono Conilurini, Hydromyini and Uromyini e tra questi ci sono gli pseudomys che sono topi senza molto altro da aggiungere, i Notomys che sembrano gerboa per convergenza evolutiva: sono bipedi, saltano come cangurini sono adattati a vivere nel deserto e non bevono. Poi ci sono i ratti d’acqua Xeromys (arrivati nel Pliocene) e Hydromys (arrivati successivamente) che sono completamente carnivori, mangiano insetti, crostacei, rane e roba acquatica e hanno rinunciato alla dieta da roditore; da non dimenticare i ratti dei nidi appiccicosi, anonimi nell’aspetto ma che costruiscono bizzarri nidi circa 2m x1m di tutti i residui organici animali e vegetali che riescono a trovare nei paraggi, ovvero delle miniere di DNA per paleontologi quando questi nidi fossilizzano; poi ci sono i ratti delle rocce e i ratti arboricoli che si capisce dove vivono e cosa fanno, pur nelle loro individuali singolarita’ come Pseudomys glaucus, un topolino di colore celeste, oggi probabilmente estinto. E poi ci sono alcuni ratti del genere Rattus, gli ultimi arrivati dal sud-est asiatico di cui due specie sono diventate endemiche e deserticole, tipo Rattus villosissimus. L’invasione dei roditori non sembra essere stata un problema per i preesistenti marsupiali e monotremi, visto che hanno occupato una nicchia vuota.

Le apparenze ingannano: salta come un gerboa, ha la coda e le orecchie come un gerboa, vive nel deserto come un gerboa… ma non e’ un gerboa, e’ Notomys fuscus, uno dei ratti saltatori australiani. Convergenze, ancora convergenze. Fonte

Fase III – Arrivano i Nostri. jhhhhhhhhhhhhhhhhhhhhhhhhhhhhhhhhhhhhhhhhhhhhhhhhh. Questo era il contributo della mia gatta saltata sulla tastiera, non lo cancello perche’ mi sembra appropriato alle circostanze. Effettivamente, tra 60.000 e 40.000 anni fa arrivo’ il solito primate invasivo, di cui si e’ gia’ parlato qui. Dando il via ad uno stereotipo che si ripetera’ molte altre volte, il primate si porto’ dietro i suoi accoliti sotto forma di animali domestici e nella fattispecie cani. I cani diventarono dingo. Grazie ai dingo si sono estinti i tilacini e i diavoli di Tasmania in Australia (entrambe le specie sopravvissero in Tasmania solo perche’ non vi arrivo’ mai il dingo), e probabilmente alcuni marsupiali di media taglia tipo wallabies, sotto la pressione della competazione e della predazione. L’arrivo di Homo sapiens ebbe conseguenze ecologiche disastrose. Questo primate infatti predava i marsupiali, che erano tutti piuttosto lenti, e coevoluti con predatori altrettanto poco efficienti, ma soprattutto alterava l’ambiente. La tecnica del taglia e brucia si intersecava male con i frequenti incendi spontanei del continente e il risultato fu che tutta, ma proprio tutta la megafauna marsupiale si estinse, dal Thylacoleo ai canguri giganti, i wombat giganti, i potoroo giganti e cosi’ via. Persino l’echidna gigante, quella formato pecora, si estinse, e con lei molte specie di monotremi. Il marsupiale piu’ grande esistente oggi e’ il canguro rosso Macropus rufus che arriva massimo agli 85 kg, contro le tonnellate dei marsupiali della megafauna, e il marsupiale predatore piu’ grande in assoluto e’ il diavolo di Tasmania che pesa massimo 9 kg (il quoll dalla coda maculata, il piu’ grande nel continente australiano, pesa appena 4 kg). Si estinsero anche gli uccelli giganti a dire la verita’, ma esulano da questa storia. Non e’ politicamente corretto prendersela con le popolazioni indigene, e ci sono stati molti tentativi di attribuire la scomparsa della fauna ad altre cause, tipo cambiamenti climatici localizzati piuttosto controversi. La scomparsa della megafauna coincide pero’ perfettamente con l’arrivo delle popolazioni aborigene e il ritmo di estinzioni aumenta parallelamente con la densita’ di popolazione umana e col raffinarsi delle tecniche di caccia e di coltivazione. Penso che sia scorretto mettere la testa sotto la sabbia e negare l’evidenza. La predazione su altre specie e l’alterazione dell’ambiente e’ sempre stata una specialita’ di Homo sapiens, nel bene e nel male, e siccome Cavalli Sforza e gli altri genetisti ci confermano che la variabilita’ all’interno della specie umana e’ bassissima, non vedo perche’ alcune popolazioni dovrebbero essere migliori o peggiori di altre nell’esercitare una prerogativa tutta umana, quella di modificare l’ambiente a proprio beneficio causando direttamente o indirettamente l’estinzione di altre specie

Questa e’ una scena che dev’essere stata molto comune 5000 anni fa: il dingo aiutava l’uomo a cacciare quel che rimaneva della megafauna. Fonte

Fase IV – L’interscambio. Circa 300 anni fa arrivarono gli europei. Continuando un processo gia’ iniziato dagli aborigeni proseguirono col trasformare l’ambiente dedicandolo a pascolo, coltivando, tagliando, bruciando e frammentando, ma anche introducendo nuove specie che mai sarebbero potute arrivare altrimenti. Le nuove specie sono topolino delle case, ratto nero, ratto grigio,  e scoiattolo delle palme tra i roditori (che ovviamente competono coi roditori endemici, soprattutto i primi due elencati che sono oramai diffusi ovunque), il gatto, la volpe, i cani domestici tra i carnivori, i conigli e  le lepri tra i lagomorfi, le capre, i cammelli, le mucche, i maiali, le pecore, due specie di bufalo, sei specie di cervo, i cavalli e gli asini tra gli ungulati. La fauna australiana era depauperata anche prima dell’arrivo dell’uomo e di sicuro l’arrivo di predatori e competitori non migliora la situazione. Solo considerando i roditori, uno studio del 1974 conta 44 specie in Australia, 171 in nord America, 110 in Africa meridionale e le proporzioni dei marsupiali di oggi sono altrettanto basse comparate coi mammiferi placentati in altri continenti. Siamo nella fase grigia di transizione in cui i nuovi immigrati non hanno ancora cominciato a speciare, con l’unica eccezione del cane poiche’ dingo che fa sottospecie a se’, e la fauna endemica e’ in forte declino. Negli ultimi 50.000 anni in Australia si sono estinte 65 specie di mammifero, di cui 20 negli ultimi 200 anni, e molte sono a grave rischio di estinzione. Per rimpiazzarle occorreranno almeno altri 50.000 anni, certamente di piu’. In compenso i marsupiali sono tornati in Europa, dal momento che nel Regno Unito ci sono wallabies semi-selvatici. Non un granche’ come interscambio, ma almeno non e’ stato completamente unidirezionale.

 

http://austhrutime.com/cretaceous_lower_mammals.htm

http://home.alphalink.com.au/~dannj/non-rept.htm

Rich TH (1997) A Tribosphenic Mammal from the Mesozoic of Australia. Science, 278, 1438–1442.

CHS Watts – 1974 – The native rodents of australia- A personal View. In: Australian Mammal Society symposium, Adelaide, 1974

Johnson CN, Wroe S (2003) Causes of extinction of vertebrates during the Holocene of mainland Australia: arrival of the dingo, or human impact? The Holocene, 13, 941–948.

Johnson, Chris (2006) Australia’s Mammal Extinctions: a 50000 year history. Cambridge University Press, Port Melbourne, Australia, pp. 1-278.

ResearchBlogging.orgPridmore PA, Rich TH, Vickers-Rich P, Gambaryan PP (2005). A Tachyglossid-Like Humerus from the Early Cretaceous of South-Eastern Australia Journal of Mammalian Evolution DOI: 10.1007/s10914-005-6959-9

Published by tupaia on agosto 18th, 2012 tagged alloctoni, Ecologia, Estinti!, mammiferi, marsupiali | 4 Comments »

In diretta su Radio3 Scienza

Domani, giovedi’ 9 Agosto, ore 11.15 in diretta su Radio3 Scienza (Qui info su come ascoltare Radio3)

E’ quasi ferragosto, fa caldo ed e’ il clima ideale per argomenti scottanti.

Silvia Bencivelli coraggiosamente mi intervista sul rapporto tra la conservazione delle specie e la gente che vive fianco a fianco a queste specie, che non sempre apprezza di avere un orso in cantina, uno squalo sulla spiaggia o uno scoiattolo alloctono in meno. E’ giusto spendere soldi per proteggere (o eradicare) questi animali? Dobbiamo lasciare la natura a fare il suo corso o abbiamo il dovere di intervenire?

La risposta e’ dentro di me ed e’ sbagliata, ovviamente. Se volete sentirla, sintonizzatevi mentre andate al mare.

Published by tupaia on agosto 8th, 2012 tagged annunci | 2 Comments »

La riconquista dell’America

Questa storia comincia circa 175 milioni di anni fa, quando la Pangea comincio’ a frammentarsi. Si spezzo’ prima in due continenti, la  Laurasia a Nord e il Gondwana a sud (vedi gif animata). Il Gondwana si frantumo’ ulteriormente circa 130 milioni di anni fa, e tra l’Africa e il sud America si formo’  l’oceano Atlantico. Questo vuol dire che il sud America e’ rimasto piu’ tempo unito all’Africa che al Nord America, e cosi’ accadde anche per gli animali che vivevano su queste terre.

 

Il continente americano quindi, dal punto di vista della fauna, e’ formato tutt’ora da due gruppi completamente diversi, i laurasiateri al nord, che sono sempre stati liberi di muoversi tra America, Asia ed Europa, e quelli sud americani, che invece si sono dovuti evolvere in solitudine, dato che negli ultimi 130 milioni di anni o quasi il sud-America e’ stato un’isola gigante. E’ bene ribadire pero’ che i mammiferi hanno tutti un antenato comune le cui origini si perdono nella notte del Mesozoico. Questi mammiferi primitivi erano variamente diffusi sulla Pangea in un continuus di specie, ma lo spezzarsi in due del supercontinente causo’ anche lo spezzarsi in due della fauna, e ancora oggi e’ possibile tracciare questa demarcazione evolutiva, dopo quasi 150 milioni di anni.

Gli albori: El Theropode pasa- Sappiamo pochissimo dei mammiferi primitivi che vissero in sud America nel Cretacico perche’ le tracce fossili sono rare e frammentarie. Sappiamo pero’ che alcuni di questi erano animali affascinanti e misteriosi. Gli ordini attualmente viventi di mammiferi sono Theria, che include i placentati e i marsupiali, e  Monotremata, ovvero ornitorinchi ed echidne. Esisteva pero’ un terzo ordine che era una via di mezzo tra i due, anche se piu’ vicini ai Theria, ed erano i multitubercolati, degli animali dall’aspetto di topo ma che topi non erano affatto, ad esempio perche’ partorivano i piccoli immaturi come fanno oggi i moderni marsupiali (ma non abbiamo idea se avessero un marsupio o che altro). I multitubercolati dovevano essere molto comuni in Sud America 65 milioni di anni fa, e occupavano varie nicchie ecologiche, da quelle dei topi a quelle dei castori. Altri mammiferi interessanti erano i Dryolestoidea, un altro ramo estinto dei mammiferi e piu’ imparentato coi Theria che coi monotremi. E’ stato di recente scoperto il cranio di uno di questi misteriosi mammiferi (se ne sa pochissimo per mancanza di fossili), Cronopio dentiacutus, che era praticamente uno scoiattolo insettivoro dai denti a sciabola: somigliava moltissimo a Scrat, lo scoiattolino psicopatico del cartone animato l’Era Glaciale, incluso il muso lungo e appuntito e due misteriosi canini lunghi a sciabola, che non e’ chiaro a cosa servissero. Complessivamente i Dryolestoidea facevano parte di un gruppo piu’ ampio chiamato Sudamericidae. E poi c’erano i monotremi, o almeno c’era un ornitorinco in Patagonia 62 milioni di anni fa, Monotrematus sudamericanum, ma forse era un emigrante proveniente dall’Antartide. Se vi state chiedendo chi si mangiasse tutti questi sorci, la risposta e’ semplice: prima del meteorite i dinosauri, e subito dopo c’erano comunque uccellacci grossi e carnivori e un bel po’ di rettili.

A sinistra: ricostruzione di Cronopio dentiacutus; a destra: Scrat.

 

Il grande interscambio

Fase I: Yankee Doodle. Tra la fine del Cretacico e l’inizio del Paleocene il sud America si riavvicino’ al nord America e lo spostamento verso Est dei Caraibi e la grande attivita’ vulcanica conseguente crearono, per la prima volta dalla fine della Pangea, dopo quasi 100 milioni di anni,  un ponte di isole tra i due continenti. La depauperata, misteriosa e squittente fauna di mammiferi sudamericani rimase dov’era, mentre tre grandi gruppi di mammiferi migravano dal nord: i marsupiali, gli Xenarthra e i Condylarthra, alla faccia di Noe’ e della sua barchetta anti-idrodinamica. I marsupiali spero che sappiate cosa sono, e non vi annoiero’ ancora su di loro, anche perche’ l’ho gia’ fatto in passato, gli Xenarthra sono quelli che prima venivano chiamati edentati, ovvero i formichieri, gli armadilli e i bradipi, e in piu’ c’erano anche i gliptodonti, oggi estinti.

Gliptodonte (Doedicurus clavicaudatus) Foto

I Condylarthra erano un ordine di mammiferi relativamente molto poco specializzato che approfitto’ dell’assenza di dinosauri per evolvere dal loro primitivo aspetto topomorfo e avere una immensa radiazione adattativa in tutto il mondo, ad eccezione dell’Australia. Diedero origine tanto ai moderni ungulati come le mucche, i cavalli, le pecore, i maiali o i cammelli quanto ai Meridioungulata, gli strani mammiferi che si evolsero in sud America “in meraviglioso isolamento”, come disse Simpson, uno dei primi studiosi di questa fauna. Eccone descritti alcuni.

Gli Astrapotheria (= mammiferi fulminanti, chissa’ perche’: Ameghino, che fu il primo ricercatore che descrisse questa fauna, era un po’ esuberante con la nomenclatura) erano ungulati di grandi dimensioni caratterizzati dall’avere le zampe anteriori forti e robuste e quelle posteriori  graciline, incisivi da mucca che li rendevano adatti a brucare erba, forti molari per masticare piante dure e quattro immensi canini che continuavano a crescere per tutta la vita formando delle zanne. Forse avevano anche la proboscide. Non avevano gli zoccoli come i moderni ungulati ma un piede plantigrado con cinque dita. Un esponente tipico era Astrapotherium magnum, che era un incrocio tra un elefante piccolo e un tapiro grosso, essendo lungo due metri e mezzo e pesante circa una tonnellata. A differenza di questi animali, pero’ aveva il collo relativamente lungo. Forse era semi-acquatico e occupava la nicchia ecologica di un moderno ippopotamo, con in piu’ la proboscide.

Astrapotherium magnum

Se un esploratore del XIX secolo si fosse imbattuto in un Litopterna vivo (= col tallone liscio) lo avrebbe scambiato quasi certamente o per un equino o per un cammello. Pur non essendo imparentati ne’ con gli uni ne’ con gli altri (infatti sono Meridioungulata, il taxon che include tutti questi strani ungulati estinti sudamericani), evoluzione convergente e abbondanza di pianure modellarono il corpo di questi animali rendendoli erbivori corridori per eccellenza. Lungo tutto il Terziario il piede di quasi tutti i Liptoterna perse via via le dita laterali riducendosi a tre dita o in casi estremi a uno solo, esattamente com’e’ accaduto ai cavalli, che camminano sul dito medio. Avevano il collo lungo e la struttura corporea complessiva dei cavalli o dei cammelli moderni. L’unica differenza e’ che molte specie avevano una proboscide, caratteristica che si puo’ arguire dalla posizione delle narici nel cranio. Il riferimento all’esploratore non e’ casuale; Charles Darwin ebbe l’opportunita’ di vedere i resti fossili del rappresentante piu’ noto dei Liptoterna, Macrauchenia, nel 1834. Noto’ immediatamente la somiglianza del fossile con lama e guanaco (che sono camelidi) che popolano oggi la Patagonia, ma per via del numero dispari di dita associo’ Macrauchenia ai Perissodattili (equini, tapiri e rinoceronti, tutti con un numero dispari di dita), ma fu uno dei tasselli che aiutarono a mettere insieme la teoria dell’evoluzione.

Macrauchenia

Se i liptoterni erano l’equivalente corridore di quel che si trovava nel resto del mondo, i Notoungulata (= animali con lo zoccolo meridionali) erano il compenso endemico dei non-corridori. Una definizione indubbiamente molto generica e dovuta al fatto che i Notoungulata erano un ordine molto diversificato che comprendeva almeno 150 generi in 13 famiglie (certamente di piu’). C’erano notoungulata piccoli che sembravano conigli (es. Pachirukhos) e notoungulata grandi (es. Trigodon) che sembravano rinoceronti, con tutte le sfumature intermedie di lunghezza, struttura delle zampe, del cranio e di nicchia ecologica, incluso uno che sembrava una talpa e viveva sottoterra. Li accomunava la struttura dei molari, il che indica che erano tutti dipendenti da una dieta vegetariana, e dell’orecchio. Erano divisi in due gruppi, i Toxodontiae, i pesi massimi, e i Typotheria, quelli piu’ piccoli.

Toxodon

Riassumendo, sinora abbiamo gli equivalenti di ippopotami, cavalli, cammelli, conigli, rinoceronti, ma anche maiali, iraci e via cosi’. Si direbbe che le analogie con la moderna fauna africana si sprechino, quindi giusto per rilanciare mettiamoci anche gli elefanti, che erano rappresentati dai Pyrotheria (= mammiferi di fuoco;  questa volta il nome ha quasi senso perche’ i resti del primo Pyrotheria scoperto furono trovati in sedimenti di ceneri vulcaniche). Per il resto, niente da aggiungere, la somiglianza di Pyrotherium con gli elefanti e’ davvero impressionante, zanne proboscide, zampe colonnari e tutto.

C’erano anche altre variazioni sul tema, come Xenungulata e Trigonostylopoidea, sempre grossi ungulati tozzi e pesanti, ma non vi annoiero’ oltre, le descrizioni erano solo per dare qualche pennellata allo sfondo del quadro.

Tutta questa ciccia semovente doveva pur essere mangiata da qualcuno, adesso che i dinosauri erano spariti, e mentre gli ungulati crescevano di dimensioni, parallelamente crescevano i predatori. I sorci e gli ornitorinchi preesistenti male si adattavano nel ruolo e gli Xenarthra erano troppo rincoglioniti e soprattutto mancavano di denti, che possono far comodo ad un predatore, quindi gli unici candidati idonei ad occupare la nicchia dei predatori erano i marsupiali e gli uccelli (ma ahime’ abbiamo deciso di lasciar fuori i pennuti da questa storia). I moderni marsupiali sudamericani sono tutti piccoli, carini e dall’aria sognante, ma non e’ stato sempre cosi’. Nel terziario i marsupiali sudamericani erano molto diversificati e occupavano nicchie ecologiche che andavano da quella del topo a quella della tigre e potevano mangiare erba, carne o entrambe. I carnivori si evolsero da antenati arrivati dal Nord america, piccoli e poco specializzati e somiglianti a manguste, come Cladosictis (= donnola ramificata), piu’ o meno arboricoli. A loro volta questi derivavano da creature come Alphadon, simili a opossum. Tutti gli estinti marsupiali carnivori sudamericani apparteneveno all’estinto ordine degli Sparassodonti, ora visto come un gruppo parallelo rispetto agli altri marsupiali non carnivori.

I resti dei primi sparassodonti grandi sono stati trovati in Brasile e risalgono a meta’ del Paleocene (55 milioni di anni fa). Includono un animale di media taglia del genere Patene, che significa “volpe” in una delle lingue indigene dell’Amazzonia e un predatore dalla taglia di lupo non meglio chiarito,  poiche’ spesso l’unico resto che si trova sono i denti. A proposito di denti, pur conservando le mandibole e i muscoli della mandibola ultrapotenti comuni a tutti i marsupiali, la conformazione dei denti si evolse, per convergenza evolutiva, in modo da essere molto simile a quella dei carnivori placentati, anche se avevano 4 paia di incisivi invece di tre. La differenza principale semmai risiedeva nella struttura delle zampe, che non si adatto’ mai alla corsa veloce: gli sparassodonti erano piu’ o meno tutti plantigradi, poggiavano il peso del corpo sulle cinque dita e sul palmo come gli  orsi moderni, non esattamente noti per correre come Usain Bolt. I carnivori placentati, al contrario (orsi a parte), poggiano il peso del corpo solo sulla punta delle dita, il che gli conferisce molto piu’ sprint nella corsa, e hanno anche le zampe lunghe e mancano di clavicola, tutti adattamenti alla corsa assenti negli sparassodonti. Evidentemente per acchiappare tutte quella montagna di carne elencata sopra non occorreva un velocista. I carnivori marsupiali di grossa taglia appartenevano a tre gruppi principali,  i Thylacosmilidae, le Borhyaenidae e le Proborhyaenidae, ma poi c’erano anche quelli tipo lontre, manguste, volpi etc. Dio non gioca a dadi, ma non perde neanche troppo tempo ad inventare nuove forme. C’e’ da chiedersi come passi il tempo. Al primo gruppo apparteneva Thylacosmilus, la tigre dai denti a sciabola marsupiale, una bestia che accudiva i piccoli ben dopo che avevano lasciato il marsupio e  canini che continuavano a crescere per tutta la vita formando per l’appunto i denti a sciabola. Cosi’ lunghi che la mascella inferiore aveva dei supporti ossei per quando l’animale teneva la bocca chiusa e cosi’ larghi da non esserci spazio per gli incisivi. N0n era un animale enorme, a dire la verita’, era grande piu’ o meno quanto un tilacino, il lupo marsupiale che si e’ estinto in Tasmania nel XX secolo, non arrivava ai 30 kg di peso.  Piu’ grandi erano invece alcune Borhyaenae: le  dimensioni di questo gruppo, il piu’ diversificato tra i predatori marsupiali, andavano dalla volpe all’orso. Alcuni sembravano vagamente lupi, altri a diavoli di Tasmania, altri chissa’. Ancora piu’ grandi eraqno le Proborhyaenae, tutte piu’ o meno di foma e dimensioni compatibili con un orso moderno.

Cranio di Thylacosmilus

 

Per riassumere  nell’Eocene, diciamo ad occhio 40 milioni di anni fa e circa 25 milioni di anni dopo che ci fu il primo, breve contatto tra le due Americhe, la biodiversita’ era enormemente aumentata (almeno per quello che ne sappiamo) grazie al fortuito arrivo di alcuni animali (marsupiali, Xenarthra e Condilarthra) che ebbero una immensa radiazione adattativa diversificandosi in centinaia di nuove specie endemiche per via del nuovo isolamento del sud America.

Che ne fu degli altri, di quelli che c’erano prima? Gli ornitorinchi probabilmente furono i primi a non reggere la pressione dei nuovi arrivati, ma abbiamo un solo fossile di 62 milioni di anni fa ed e’ difficile a dirsi. Il fatto di non averne trovati altri comunque e’ un buon indizio. I multitubercolati e i Dryolestoidea seguirono immediatamente e per la meta’ del Paleocene non rimaneva assolutamente piu’ nulla della fauna originale, Mesozoica, del sud America.

Fase II. Out of Africa. Tra i 40  i 30 milioni di anni fa, tra la fine dell’eocene e l’inizio dell’oligocene, accadde un fenomeno strano, uno di quelli per cui farebbe comodo poter rispolverare dall’Armenia l’arca di Noe’, se la logica ce lo consentisse. In quel periodo infatti arrivarono dall’Africa  i roditori caviomorfi e le scimmie. Non ci arrivarono passando dal Nordamerica (le scimmie oggi presenti in America Centrale vengono dal sud), e neanche passando dall’Antartide. L’anatomia e la paleontologia ci dicono che vengono proprio dall’Africa, passando attraverso l’Oceano Atlantico. Se si sia trattato di ponti di isole, zattere di mangrovie, di intervento alieno o che altro e’ difficile a dirsi ma l’ho gia’ discusso qui e non mi dilunghero’ oltre.

Comunque siano arrivati, da pochi se ne ottennero molti: anche in questo caso ci fu, per entrambi i gruppi, una enorme radiazione adattativa che porto’ tanto alla differenziazione di moltissime specie di scimmie, quanto a una immensa diversificazione dei roditori. I roditori in questione, va sottolineato, non sono topi o ratti: se proprio vogliamo trovargli un parente Del Vecchio Mondo dovremmo cercarlo tra gli istrici. Comunque sia i moderni cincilla’ possono vantarsi di avere avuto come nonno Phoberomys pattersoni, il mostruoso roditore lungo tre metri e pesante 600 kg, o Telycomys gigantissimus, grosso quanto un rinoceronte, o il piu’ grosso di tutti, Josephoartigasia monesi, un sorcio gigante da una tonnellata. Adattamenti necessari a difendersi dall’attacco di coccodrilli e tartarughe giganti, ma anche da quello delle tigri dai denti a sciabola, che infestavano le acque di quello che era all’ora un enorme sistema fluviale che connetteva l’Orinoco al rio delle Amazzoni.

Non si sa se arrivarono insieme o fecero il viaggio separatamente. La cosa strana, pero’, e’ che mentre i roditori si differenziarono subito, ci sono pochi fossili di scimmie sino a tempi relativamente recenti, quando finalmente cominciarono a diversificarsi nel Miocene. L’arrivo di questi nuovi immigrati clandestini non sembra abbia drammaticamente sconvolto l’assetto della fauna endemica, ne’ che abbia causato grandi estinzioni. Fondamentalmente quelli che patirono di piu’ furono i piccoli marsupiali che occupavano nicchie simili, e che si spostarono piu’ a sud. La boriene e i protilacini invece si chiesero a chi mandare un biglietto di ringraziamenti per l’apertura del nuovo fast-food.

Fase IIIA. To the Halls of Montezuma. All’inizio del Pliocene, 6 milioni di anni fa, arrivarono dal Nord America i primi carnivori placentati, una famiglia di Procionidae chiamati Cyonasua, che somigliavano a moderni coati e da cui si evolse Chapalmalania, un procione gigante  simile ad un panda. Arrivarono anche i primi roditori a forma veramente di topo,  ad occupare una nicchia che fino ad allora era stata dei Caenolestidae, un gruppo di piccoli marsupiali. Per tutto questo tempo la fauna endemica del sud America si era evoluta in santa pace e per i fatti suoi, con le sue normali estinzioni e speciazioni, ed era diversificata e ricca, ricca almeno quanto quella africana. Ovviamente, non si riesce mai a stare in pace quanto si vorrebbe e prima o poi arriva qualcuno a rompere gli equilibri (scusate il luogo comune, non volevo scrivere “rompere i coglioni”). Non lasciamoci ingannare dal punto caldo di biodiversita’ che e’ la foresta amazzonica, la moderna fauna sudamenricana e’ depauperata, ad esempio mancano tutti i grossi ungulati e molti  grossi carnivori. Avere tante specie tutte simili significa che c’e’ biodiversita’, ma non che la biocenosi e’ stabile (geologicamente parlando).

Fase IIIB. Il grande interscambio:  When Johnny comes marching home. La rottura degli “equilibri” fu di natura geografica: 3 milioni di anni fa le due Americhe si avvicinarono per la seconda volta dall’inizio dell’era terziaria, e il Canale Bolivar che le separava si chiuse, formando l’Istmo di Panama, ovvero un’autostrada per mammiferi in cerca di nuove avventure. Questo e’ il migliore e piu’ completo esempio di quel che accade quando due biocenosi completamente diverse vengono in contatto, e c’e’ piu’ di una lezione da imparare da questa storia.

Al momento della formazione dell’istmo  c’erano 8 ordini di mammiferi in 26 famiglie in nord America e 7 ordini in 26 famiglie in sud America. In nordamerica 7 ordini e 16 famiglie parteciparono all’interscambio mentre al sud furono 5 ordini e 16 famiglie.

Dal nord al sud migrarono: cervi, cammelli, peccari, tapiri, cavalli, mastodonti, conigli, scoiattoli, toporagni, topi, canidi, orsi, mustelidi, felidi, puzzole e smilodon.

Le famiglie meridionali invece ebbero meno successo e inizialmente solo 7 riuscirono a migrare a nord e rimanerci, almeno per un certo tempo: due armadilli, un gliptodonte, due bradipi di terra, un porcospino, un capibara, due coccodrilli ed un orango-tango.  Altri ci provarono in seguito, ma con scarsi risultati. Le cose non andarono cosi’ per gli uccelli e gli altri vertebrati, ma questa e’ un’altra storia.

La ragione di questa disparita’, secondo Patterson & Pascual (1968), e’ da ricercarsi nel clima: gli invasori da nord erano preadattati a climi caldi, dovendo passare comunque per l’America centrale, e si adattavano bene al clima tropicale del sud. I migranti meridionali invece, arrivati al Nord, si trovavano a dover fronteggiare intermittenti periodi di glaciazione, che erano molto piu’ severe a nord che a sud, e quindi avevano home ranges che si contraevano periodicamente. Inoltre secondo i due autori le Ande offrivano un corridoio per gli animali non adattati al freddo. Entrambe le ipotesi non mi convincono. Altre ipotesi che sono state fatte per spiegare l’asimmetria includono una maggiore resistenza all’estinzione e piu’ elevati tassi di colonizzazione e diversificazione degli animali del nord, massa corporea come fattore di resistenza all’estinzione, l’istmo come fattore di selezione che escludeva animali adattati a climi aridi e tante altre ancora. A farla breve come al solito gli americani (del nord) l’hanno fatta da padroni, e non si capisce neanche bene perche’.

Game of thrones. Quando giochi al gioco dell’evoluzione, o vinci o ti estingui. Mentre la fauna nordamericana si limitava ad aumentare la sua biodiversita’ aggiungendo Xenarthra, roditori e anche un toxodonte, al sud una sanguinosa guerra per la sopravvivenza stermino’ una buona percentuale della fauna endemica vissuta per oltre 50 milioni di anni in (quasi) completo isolamento. Dei 153 generi documentati di mammiferi di terra, il 37% (56) si estinse in breve tempo di cui 54 (il 96%) erano mammiferi di taglia grande. Il gruppo che ne risenti’ di piu’ fu quello degli Sparassodonti, i predatori marsupiali, che scomparvero completamente sotto la pressione e la competizione degli smilodon, dei felini e dei canidi. I Meridioungulata si trovarono improvvisamente faccia a faccia con dei predatori grandi, agili e adattati ad avere a che fare con prede molto piu’ scaltre come i cavalli, e fu un massacro. Astrapotheria, Condilarthra, Xenungulata, Pyrotheria, Trygonostylopoidea perirono tutti nello scontro anzi, nell’incontro. Macrauchenia fu l’unica superstite tra i Liptoterna e anche tra i diversissimi notoungulati la strage fu quasi totale. Si salvarono solo alcuni toxodonti, i Mesotheridia (una roba che ricordava vagamente i moderni wombat, ma adattati a scavare e con denti da roditore), gli Hegetotheriidae (uno di quegli ungulati piccoli tipo coniglio). Anche gli arrivi piu’ recenti dovettero pagare pesanti tributi: tutti i roditori giganti si estinsero, quelli formato ippopotamo, e i procioni Cyonasua incluso lo pseudo-panda gigante. Tra i marsupiali sopravvissero solo quelli di piccola taglia. A sorpresa, il gruppo che riusci’ a cavarsela meglio fu quello degli Xenarthra, formichieri, armadilli, bradipi arboricoli e di terra, gliptodonti e pampateri. Lenti e stupidi, ma evidentemente troppo ben corazzati/armati/grossi/mimetici per essere appetibili da predatori distratti da ben piu’ succulente prede.

Fase IV – Arrivano i nostri. La quarta fase dell’invasione del sud America comincia circa 12.000 anni fa, nel Pleistocene, con l’arrivo di un altro gruppo di primati della specie H. sapiens. Dalla chiusura del canale Bolivar erano passati circa tre milioni di anni e le specie che erano passate dell’istmo di Panama avevano trovato grandi foreste e pianure relativamente libere dalla fauna precedente, il che aveva permesso tanto a loro quanto ai superstiti di diversificarsi molto. La nicchia dei Meridioungulata era ad esempio stata presa dai bradipi giganti di terra, gliptodonti e quel che rimaneva dei toxodonti. I carnivori si erano differenziati andando verso il gigantismo, con orsi da una tonnellata e mezzo (Archtotherium angustidens) e uno smilodon da 600 kg (S. populator). La specie di scimmia che passo’ dallo stretto di Bering (questa volta non occorrono zattere di mangrovie, piu’ o meno sappiamo com’e’ andata) era una specie altamente invasiva che si diffuse nell’arco di solo un migliaio di anni dall’Alaska alla Patagonia minando immediatamente tutti gli ecosistemi che occupava. Sotto la pressione di questa scimmia predatrice si estinse Macrauchenia, tutti i gliptodonti, i pampateri, tutti i bradipi di terra, tutti gli smilodon,  tutti i notoungulati superstiti, toxodonti inclusi, e anche quasi tutti i carnivori di grossa taglia, con l’eccezione di qualche gatto e pochi orsi. In compenso, al seguito della scimmia arrivarono altri ungulati ad occupare la nicchia che era stata del liptoterni, come cavalli e bovini, pecore e maiali e anche cani, gatti, ratti, pollame e castori. Nei prossimi milioni di anni anche questa nuova fauna si diversifichera’ in una miriade di nuove specie, soprattutto visto che la nicchia dei grandi ungulati e dei grandi predatori e’ pressoche’ vuota, come e’ sempre successo negli ultimi 100 milioni di anni, per poi estinguersi per l’arrivo di altri animali ancora. L’unico dubbio che rimane e’ cosa ne sara’ del pericolosissimo scimmione invasore, speriamo che si diversifichi in specie piu’ intelligenti.

 

Alcune referenze consultate

ResearchBlogging.orgRougier, G. W. , Apesteguia, S., Gaetano, L. C. (2011). Highly specialized mammalian skulls from the Late Cretaceous of South America Nature

Krause, D.W., Prasad G. V. R., von Koenigswald W., Sahni A. & Grine F. E. (1997) Cosmopolitanism among Gondwanan Late Cretaceous mammals. Nature, 390 (4) 504-507

Pascual, R. & Jaureguizar, E.O. (1992) Evolutionary pattern of land mammal faunas during the Late Cretaceous and Paleocene in South America: a comparison with the North American pattern. Ann. Zool. Fennici 28:245-252

Patterson, B. Pascual, R. (1968) The fossil mammal fauna of South America. The Quarterly Review of Biology. 43 (4): 409-451

http://scienceblogs.com/tetrapodzoology/2008/07/04/borhyaenoids-part-three/

Lessa EP, Van Valkenburgh B, Fariña RA (1997) Testing hypotheses of differential mammalian extinctions subsequent to the Great American biotic interchange. Palaeogeography, Palaeoclimatology, Palaeoecology, 135, 157-162.

Published by tupaia on agosto 1st, 2012 tagged Ecologia, Erbivori, Estinti!, evoluzione, mammiferi, marsupiali, predatori, primati, roditori | 16 Comments »

L’orologiaio e i media (egotrip)

E’ un po’ che non aggiorno il blog, gli impegni di lavoro mi prendono quasi tutto il tempo, e quel pochissimo che avanza alla cura di casa e famiglia lo sto dedicando ad un post lunghissimo, difficile per me da scrivere (ma spero non per chi lo leggera’) e che richiede la consultazione di tantissime fonti.

Per compensare il mio silenzio, per fortuna, altri parlano di me, e incredibilmente ancora nessuno mi ha accusato di analfabetismo di ritorno o di perniciosa diffusione di concetti scabrosi, tipo “i pidocchi ci si accoppiano in testa”. Il Vaticano ancora non mi ha mandato una scomunica ufficiale.

Dall’uscita del  libro dell’Orologiaio Miope a maggio la copertura dei media e’ stata al di sopra di ogni mia aspettativa:

  • Due interviste radio, una su Rai 1 nella trasmissione Baobab e una su Rai 3 Radio3Scienza
  • Ancora un’intervista si Rai radio 1 Baobab a qualcuno che aveva letto il libro e lo recensiva
  • Una recensione, due paginone a colori, sul venerdi’ di Repubblica
  • Articolo su Internazionale
  • Articolo sulla Lettura del Corriere della Sera a firma di Antonio Pascale
  • Segnalazione sul National Geographic Italia tra i libri consigliati
  • Segnalazione su Science Illustrated (Italia) a corredo di un articolo sugli eterocefali a cui ho collaborato
  • Segnalazione su YouTube Heos.it channel
  • Puntata monografica ai “Giardini di Albert”, RSI Rete 2 Svizzera
  • Intervista su Rete 1 RSI
  • Paginone su Focus, manco le pin-up a pagina 3 su the Sun hanno tanto spazio (grazie, Marco)

Dovrebbero ancora uscire un’intervista sul Gazzettino di Venezia e una sul Giornalino.

Sul lato no Vanity Fair, dopo avermi intervistata in teleselezione internazionale per quasi un’ora, ha deciso che non sono abbastanza trendy e non ha mai pubblicato l’intervista. Famiglia Cristiana, davvero non capisco come mai, mi ignora.

Credo ci siano stati diversi altri articoli e segnalazioni (Libero e L’Unione Sarda, ad esempio) ma non ne ho ricevuto copia.

Grazie a tutti i lettori del blog che mi hanno segnalato recensioni che mi erano sfuggite.

Last but not least, c’e’ una mia intervista corredata da foto in colori onirici con sguardo da psicopatica e sorriso tipo il cattivo di Batman sul sito di Codice, qui (Grazie, Federica, ma ti prego, cambia la foto!)

 

Published by tupaia on luglio 24th, 2012 tagged annunci | 13 Comments »

La Commissione Europea mi vuole in tacchi a spillo

Un post di pausa dagli animali, ho bisogno di incazzarmi con qualcuno, preferisco farlo con la tastiera.

La Commissione Europea pensa che dovrei andare in laboratorio o a fare attivita’ di ricerca sul campo indossando tacchi a spillo, minigonne, rossetto e ridendo come un’oca. Non ci credete?

Questo e’ il video

Se non e’ abbastanza, qui c’e’ il relativo sito, tutto pagato con le Vostre tasse.

Tutto rosa e cuoricini. L’unica informazione “scientifica” suggerisce di mangiare sedano nelle diete perche’ consuma calorie.

No, davvero, vorrei sapere chi e’ il burocrate di Bruxelles che crede, in accordo con un esperto di marketing con la licenza elementare e un pubblicitario con la laurea al DAMS, che per invogliare le donne verso la carriera scientifica e abbassare il glass ceiling bisogna presentare anni e anni di lacrime, sudore e sangue a trappolare sorci in mezzo al niente come se fosse una sfilata di moda.

Uno sforzo utile, sensato e che sicuramente invogliera’ decine di wannabe veline verso l’astrofisica o la biologia molecolare.

Vuoi darti un tono? Basta dire a tutte le tue amiche che stasera non puoi venire in discoteca perche’ devi finire un esperimento per trovare la cura del cancro. Indossa il paio di scarpe coi tacchi a spillo piu’ panoramici che possiedi, infila il vestitino nuovo, quello con minigonna ascellare e la scollatura da grand-canyon, truccati da mignotta e corri in laboratorio a sperimentare il protocollo per vincere il Nobel. Ah, e naturalmente devi essere anoressica e avere meno di 18 anni.

Un ottimo modo per spendere soldi in tempo di crisi.

Dopo l’ondata di proteste il video e’ stato per il momento ritirato ed e’ visibile solo su You Tube, ma il sito e’ rimasto li’ inossidabile

Published by tupaia on giugno 27th, 2012 tagged deliri, Varie ed eventuali | 18 Comments »

Il micio di Iriomote, il coniglietto di Amami e la capretta Kamoshika (Per fortuna Heidi non aveva gli occhi a mandorla) Parte II

Quello che ci intenerisce dei conigli sono di solito gli occhi e le orecchie grandi, la testa grande in proporzione e il musetto tondo, tutti caratteri marcatamente infantili. Quando vediamo la foto di uno degli ultimi conigli di Amami, quindi, non riusciamo a non pensare che e’ brutto.

Fotosource

Amami e’ una delle isole dell’arco insulare di Ryukyu, tra il Giappone e Taiwan, e appartiene, come del resto anche la piu’ meridionale Iriomote, al Giappone. Su quest’isola e sul vicino isolotto di Tokuno vive un peculiare ed endemico coniglio, Pentalagus furnessi, detto appunto coniglio di Amami.

Cio’ che rende questo coniglio cosi’ peculiare e’ che e’ uno di quegli animali che possono essere considerati “fossili viventi” per cui l’evoluzione sembra essersi fermata. Non e’ cosi’, ovviamente, il coniglio di Amami si e’ ben evoluto per adattarsi al suo ambiente insulare, ma conserva ancora caratteristiche primitive in comune col protoconiglio Pliopentalagus, vissuto in Eurasia 4 milioni di anni fa, la madre di tutti i conigli oggi viventi che si separo’ dai pika nel Pliocene. Il nostro lanoso fossile vivente ha infatti, come li aveva l’antenato comune dei conigli, le orecchie piccole, gli occhi piccoli, il muso lungo e un po’ da topo, le zampe corte e gli artigli lunghi adatti allo scavo. D’altro canto ha evoluto un fitto pelo nero per adattarsi a vivere nella folta e buia foresta primaria che c’era sull’isola, di notte.

C’era, purtroppo, e non c’e' quasi piu’. La foresta vergine e’ stata allegramente abbattuta per ricavare legname a partire dagli anni ’80 del secolo scorso e sparendo l’habitat sono scomparsi anche questi misteriosi coniglietti.

Un tempo l’antenato dei conigli di Amami era molto diffuso in tutta l’Asia ma fu soppiantato dai piu’ anatomicamente moderni lepri e conigli attuali. Sul suo lontano ed isolato scoglio in mezzo al Pacifico, tuttavia, il coniglio di Amami, lontano da predatori e competitori troppo scaltri, e’ riuscito a sopravvivere e prosperare. Quando l’antenato dei conigli di Amami si separo’ dal resto dei conigli apparteneva infatti gia’ ad un gruppo a parte, piu’ “primitivo” degli altri. Immagino che i conigli di Amami che vivevano su Iriomote si siano estinti in breve tempo dopo l’arrivo dei gatti,  ma almeno una manciata di questi conigli preistorici, l’equivalente umano di un ominide come l’austalopiteco Lucy, in termini di distanza genetica, e’ arrivato sino a noi.

Sfortunatamente, la popolazione e’ in forte declino per via sia della perdita di habitat che dell’introduzione di predatori come gatti e manguste di Java che hanno un facile buongioco su una bestiola rimasta isolata dal mondo per 100.000 anni. Perche’ introdurre volontariamente le micidiali manguste di Java sull’isola? Si pensava fosse un buon sistema di lotta biologica contro i velenosissimi crotali Trimeresurus flavoviridis. Ma se voi foste una mangusta, preferireste passare la mattinata a lottare con una vipera o digerire all’ombra l’inerme e succulento coniglietto? Il governo ha messo vincoli sulla specie dichiarandolo monumento nazionale giapponese, ma programma di costruire una strada che passi attraverso la foresta e che portera’ i predatori nel cuore della zona dei proto-coniglietti. Per quanto se la cavino anche in foresta secondaria, hanno bisogno di foresta matura specialmente in inverno, quando la loro sopravvivenza dipende dalle ghiande cadute. Al momento rimangono circa 3000-5000 animali su Amami e meno di 500 su Tokuno, in costante declino.

I camosci giapponesi (Capricornis crispus) sono un’eccezione rispetto agli animali visti sinora: anziche’ essere relitti confinati su un remoto isolotto, sono relitti confinati sulle tre delle isole principali dell’arcipelago (Honshu, Shikoku e Kyushu), e non sono particolarmente a rischio, giusto per un cambio in positivo.

L’albero genealogico della sottofamiglia dei caprini e’ una roba complicata, ma tocca dargli un’occhiata per capire di che si parla. La sottofamiglia e’ divisa in tre tribu’, i rupicaprini, gli ovibovini e i caprini veri e propri. Tutti questi animali hanno vari gradi di caratteri antichi o moderni a seconda della specie (le pecore ad esempio sono molto moderne, anche se sono stupide). Tra i caratteri piu’ primitivi ci sono le corna piccole, il pelo di colore variabile, la statura piccola, le abitudini solitarie con un territorio piccolo e copiose ghiandole lacrimali per marcare il territorio. Ovviamente il nostro camoscio giapponese ce le ha tutte, non si e’ fatto mancare niente. Sia chiaro, io l’ho appena ribattezzato “camoscio” in mancanza di un termine piu’ idoneo. I rupicaprini infatti comprendono tanto i camosci veri e propri quanto roba asiatica che gli anglosassoni chiamano goral (gen. Nemorhaerus) e serow (genere Capricornis). Il “camoscio” giapponese e’ appunto un serow, una delle tre specie esistenti insieme al serow di Sumatra e a quello di Taywan (Formosa). Insomma, per capirci, stiamo parlando di un lontano cugino nipponico dei camosci, solitario, col pelo tabby (bandeggiato) corna piccole etc. Come da copione, tutto molto antico e al solito separato dal resto del mondo da almeno 100.000 anni. Si arrampica molto meno bene di un camoscio nostrano (caratteristica evolutasi col tempo) e bruca foglie di latifoglie, la sua dieta comprende 114 specie di piante piu’ un fungo.

Non staro’ ad annoiarvi oltre, anche perche’ nonostante la specie non sia a rischio (forse proprio per quello) ci sono poche pubblicazioni e poche notizie eclatanti su questo animale, se non che e’ una tale collezione di malattie epizootiche e parassitosi da fare gola a qualunque epidemiologo che si rispetti. Dubito abbia piu’ parassiti del selvatico medio, francamente, ma essendo parente di una specie domestica e’ ovvio che gli studi (almeno quelli in una lingua a me intellegibile, quindi escludiamo il giapponese) si concentrano sui possibili rischi di contagio piuttosto che sulla genetica, l’etologia, la fisiologia etc. Peccato.

Prima di chiudere voglio pero’ riprendere lo spunto di un discorso lasciato in sospeso nella prima parte di questo post ma che mi sta a cuore. Abbiamo intuito che il Giappone e’ grosso modo isolato dalla fine del Pleistocene, circa 100.000 anni fa. Per vicarianza (l’insorgere di barriere geografiche che separano il flusso genico di popolazioni contigue) gli animali rimasti isolati sono diventati nuove specie, il camoscio, il coniglio, gli scoiattoli etc. Non pero’ i gatti, che sono rimasti sottospecie dei parenti della terraferma indipendentemente dall’habitat diverso, dall’isolamento e dalla deriva genetica conseguente. Accade di fatto che i felini sembrano essere in stasi evolutiva, non speciano. Ad esempio, tutte le tigri esistenti sono sottospecie della stessa specie (con un dubbio proprio per la tigre giapponese, ma solo un dubbio), molti dei felini di piccola taglia (gatti) sono interfecondi tra loro, il che all’atto pratico vuol dire che sono la stessa specie, i due leoni asiatico ed africano sono la stessa specie etc. Per fare ad esempio le analisi genetiche dei ghepardi, cosi’ come delle tigri o dei giaguari, si usano marcatori di micio di casa che tanto vanno benissimo. Non so perche’ questo accada, o il taxon e’ molto recente o semplicemente hanno raggiunto delle condizioni inalterabili e tutto cio’ che varia dallo standard e’ meno adatto: ho sempre guardato con timore la perfezione della natura felina. Noi primati antropomorfi abbiamo la stessa difficolta’ a speciare dei gatti, ma nel nostro caso, lungi dalla perfezione, dobbiamo la cosa all’essere filogeneticamente recenti, per cui per noi non si puo’ parlare neanche di sottospecie: rimaniamo per ora in solitudine.

Published by tupaia on giugno 13th, 2012 tagged Ecologia, evoluzione, Giappone, mammiferi, rari | 11 Comments »

Il micio di Iriomote, il coniglietto di Amami e la capretta Kamoshika (Per fortuna Heidi non aveva gli occhi a mandorla) Parte I

Questo blog parla di creature brutte e poco simpatiche, ma la coerenza non e’ mai stata il suo forte.

Animali che ci inteneriscono e con cui siamo familiari, d’altro canto, hanno dei loro corrispettivi selvatici con cui siamo meno familiari, e che hanno potenzialmente caratteristiche ecologiche ed evolutive interessanti che sarebbe un peccato ignorare solo perche’ si tratta di specie ad elevato effetto Bambi.

Ci sono almeno quattro mammiferi endemici giapponesi che rispondono a queste caratteristiche (certamente di piu’) e che  hanno corrispettivi domestici con cui siamo molto familiari.

La fauna degli isolotti a sud del Giappone proviene tendenzialmente dal sud-est asiatico e vi e’ arrivata in tempi in cui il livello dei mari era molto piu’ basso e le isole erano connesse alla terraferma, ovvero durante una delle varie ere glaciali. L’arcipelago di Ryukyu forma per la precisione un arco insulare vulcanico che si estende da Kyushu, l’isola grande piu’ meridionale del Giappone, sino a Taiwan. Iriomote e’ una delle isole piu’ vicine a Taiwan ed e’ un paradiso tropicale di cui il 90% dei suoi 289 Km2 sono coperti da foresta tropicale e paludi di mangrovie, che guardano verso incontaminate barriere coralline. Non ci sono piste per gli aerei, strade, dighe o altri manufatti, se si escludono i villaggi costieri che ospitano circa 2000 residenti. Il problema semmai e’ che il posto e’ cosi’ bello che attira 150.000 turisti l’anno, ma non riesco a condannarli perche’ vorrei poter essere una di loro.

In questo piccolo paradiso vive il gatto di iriomote, per i tassonomi Prionailurus bengalensis iriomotensis , per i giapponesi Iriomote Yamaneko. Questo felino, delle dimensioni e struttura corporea generale di un gatto di casa, e’ cosi’ ben integrato nel suo ambiente da essere stato scoperto solo nel 1965 e descritto alla scienza due anni dopo, nel 1967, quando due esemplari vivi e diversi crani e pelli furono portati al museo di scinenze naturali di Tokyo. Il suo scopritore ufficiale, Dr Y. Imaizumi, lo descrisse come “a very ancient species, a missing link nearer to the common root of the cat tribe than any other extant species” [una specie molto antica, l' anello mancante piu' vicino alla radice comune dei felidi, rispetto a qualunque altra specie esistente].

Nonostante le prese di posizione di alcuni, nonostante il gatto di Iriomote mostri caratteristiche primitive (ad esempio, gli manca un premolare superiore,  gli artigli non sono completamente retrattili e usa latrine in vista per marcare il territorio invece di seppellire gli escrementi) e nonostante viva completamente isolato almeno da 100.000 anni, le analisi molecolari mostrano che in realta’ deve essere considerato una sottospecie del gatto leopardo Prionailurus bengalensis che vive in Asia dall’India alla Corea e non una specie tutta a se’ (quello che una volta si chiamava semplicemente Felis bengalensis, il gatto del bengala, e dai cui incroci coi mici di casa si ottiene la razza Bengal di micio da esposizione). Il fatto che sia interfecondo coi mici di casa secondo me la dice lunga, ma su questo ritornero’ nella seconda parte di questo post.

Gatto di Iriomote Fotosource

In ogni caso, ne rimangono solo un centinaio in tutto, minacciati dalla perdita di habitat sino a che non sono stati istituiti i parchi nazionali, dalla competizione coi mici di casa portati dagli umani, dall’incrocio con i medesimi e dalle auto che ne investono almeno due all’anno. La popolazione oggi e’ ultraprotetta e monitorata ma questo gatto e’ cosi’ elusivo che viene raramente visto, quindi i censimenti vengono effettuati con fototrappole, e i dati restano dubbi. Non esistono programmi di riproduzione in cattivita’ e no, come pet non va bene. Una caratteristica peculiare del gatto di Iriomote (in comune con altri gatti leopardo tipo il gatto pescatore, Prionailurus viverrinus) e’ che ama l’acqua, caccia granchi e pesci in acqua ed e’ stato visto attraversare i fiumi a nuoto (il che potrebbe spiegare come e’ arrivato in origine sull’isola). Sono sicura che non vorreste un gatto che vive nel vostro lavandino e salta nella vasca da bagno per azzannarvi la paperella di gomma (e altro) quando fate il bagno. Sicuramente non vorreste una bestia di quattro chili nelle cui feci si trovano resti (lo 0.6%, ma e’ comunque notevole) dell’endemica (e a rischio di estinzione) sottospecie di cinghiale, Sus scrofa riukiuanus che, per quanto nano e pesante “solo” 45 chili (il maschio), pesa comunque 10 volte il nostro adorabile micetto leopardato. Mangia anche aironi, volpi volanti endemiche, una incredibile quantita’ di uccelli piu’ o meno endemici, ha una predilezione per una specie endemica di scinco, ma non disdegna i ratti neri alloctoni (23% della dieta, tutto sommato i topi sono il primo amore dei gatti) e occasionalmente Trimeresurus elegans, un crotalo endemico dannatamente velenoso per un gatto (letale per l’uomo, che pesa molto di piu’, nel 3-6% dei casi). Secondo una delle mie fonti, questo gatto quando mangia non mantiene il cibo con le zampe anteriori come fanno tutti i gatti, forse un adattamento a una vita arboricola in paludi di mangrovie. Mi chiedo allora come fa a sbranare i cinghiali o spennare gli aironi. I micetti sono molto piu’ precoci dei mici di casa e a tre mesi devono gia’ essere completamente indipendenti.

Gatta di Tsushima con micetto. Fotosource

Il gatto di Iriomote non e’ l’unico gatto selvatico giapponese. Esiste infatti un’altra sottospecie (specie?) di gatto leopardo sull’isola di Tsushima, tra il Giappone e la Corea (e quindi molto lontana da Iriomote) il gatto di Tsushima, appunto, o Prionailurus bengalensis euptilurus o Tsushima Yamaneko. Tsushima ha un clima diverso da Iriomote, e’ subtropicale fortemente influenzato dai monsoni, e di conseguenza anche la vegetazione e’ diversa: niente mangrovie, ci sono solo foreste di conifere e latifoglie sia decidue che sempreverdi succulente, piu’ cerpuglieti di bambu’. Anche qui pero’ la foresta copre quasi il 90% dell’isola. Il bellissimo gatto giallo a pallini di Tsushima sembra pero’ piu’ vulnerabile di quello di Iriomote: mentre nel primo caso la popolazione e’ stabile, nel secondo e’ in declino e su un’isola decisamente piu’ grande (la quinta del Giappone) rimangono circa un centinaio di gatti, sterminati piu’ o meno dalle stesse cause di rischio di Iriomote con in piu’ FIV e FELV, l’AIDS felino, portato dai mici di casa, che manca ancora ad Iriomote. Anche in questo caso siamo in presenza di una sottospecie del gatto leopardo Prionailurus bengalensis e anche in questo caso la divergenza sembra essere avvenuta circa 100.000 anni fa, quello che doveva essere un periodo di forte espansione. Del gatto di Tsushima si sa ancora meno che di quello di Iriomote. Preferiscono le foreste sempreverdi ovunque la qualita’ dell’habitat sia elevata. Geneticamente sono anche loro una sottospecie di A. bengalensis, molto simili geneticamente alle popolazioni coreane (pur essendo considerati una sottospecie differente).

 

 

 

Leyhausen, P. and Pfleiderer, M. (1999), The systematic status of the Iriomote cat (Prionailurus iriomotensis Imaizumi 1967) and the subspecies of the leopard cat (Prionailurus bengalensis Kerr 1792). Journal of Zoological Systematics and Evolutionary Research, 37: 121–131. doi: 10.1111/j.1439-0469.1999.00111.x

Shinichi Watanabe, Nozomi Nakanishi, Masako Izawa (2003) Habitat and prey resource overlap between the Iriomote cat Prionailurus iriomotensis and introduced feral
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Masako Izawaa,Teruo Doi, Nozomi Nakanishi, Ayumi Teranishi (2009) Ecology and conservation of two endangered subspecies of the leopard cat (Prionailurusbengalensis)
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ResearchBlogging.org
Tamada, T., Siriaroonrat, B., Subramaniam, V., Hamachi, M., Lin, L., Oshida, T., Rerkamnuaychoke, W., & Masuda, R. (2008). Molecular Diversity and Phylogeography of the Asian Leopard Cat, Felis bengalensis, Inferred from Mitochondrial and Y-Chromosomal DNA Sequences Zoological Science, 25 (2), 154-163 DOI: 10.2108/zsj.25.154

Published by tupaia on maggio 27th, 2012 tagged uncategorised | 4 Comments »

La solitudine di Godzilla (Dal Giappone con furore 3)

Il paese che ha dato i natali a Godzilla, Rodan, Anguirus, Megalon, Megaguirus, Destroyah, King Ghidorah, Gamera e compagnia ruggente conta in realta’ relativamente pochi fossili di dinosauri. La solitudine di Godzilla, povera bestia, e’ dovuta alla biogeografia del Giappone, molto del quale giaceva sotto il livello del mare durante il Giurassico (e infatti Godzilla e’ acquatico, peccato solo che non siano mai esistiti dinosauri acquatici veri) ed era relativamente lontano dalla terraferma durante il Cretacico (il Giappone, non Godzilla).

Tra i dinosauri piu’ grandi trovati in Giappone c’erano gli spinosauri, dinosauri teropodi T-rex style lunghi 17 metri e pesanti sei tonnellate, ma i piu’ famosi Fukuiraptor e Fukuisauro erano entrambi sui quattro metri, forse poco piu’, robetta tutto sommato in confronto ai grandi sauropodi delle aree continentali, e al loro “olotipo” Godzilla. I dinosauri piu’ grandi erano ovviamente sauropodi erbivori simili a brontosauri, tipo il Tanbaryu e il Mamenchisaurus. Il mamenchisauro, in particolare, era lungo una ventina di metri ed era il piu’ grande e uno dei piu’ antichi dinosauri vissuti in Giappone, circa 120 milioni di anni fa, nella prefettura di Fukui. Un buon candidato come pietanza abituale di King Ghidorah (nella foto mentre gioca con Godzilla).

Se i dinosauri erano scarsi, comunque, la biodiversita’ complessiva anche allora si difendeva bene. Solo nell’area fossilifera di Kuwajime, nella prefettutra di Ishikawa, sono stati trovati teropodi, ipsilophoodonti e iguanodontidi tra i dinosauri, tritilodonti (che sono rettili mammalomorfi parenti dei cinognati, che sono pro-cugini di noi mammiferi), anuri, tartarughe, lucertole, pterosauri, pesci, uccelli e Choristodera (una roba estinta simile a coccodrilli). I mammiferi non mancavano, i fossili piu’ antichi risalgono a circa 140 milioni di anni fa e appartengono a creature simili a toporagni.

Estinti i dinosauri (con, naturalmente, la dovuta eccezione di Godzilla & friends), arrivarono i mammiferi dall’Asia, seguendo o la rotta settentrionale dalla Siberia, giungendo sull’isola di Hokkaido o quella meridionale dalla Corea saltellando di isola in isola nella parte centro-meridionale del Giappone.

In particolare animali come i mammuth, gli orsi bruni, i cani-procione e gli scoiattoli piu’ o meno volanti giunsero dalla Siberia. Gli alci giganti, gli elefanti (Elephas naumanni, una specie endemica), i macachi, le capre selvatiche, le tigri (una sottospecie locale, piu’ piccola) e gli orsi dal collare giunsero dalla Corea e dalla Cina. Alcune rane, i conigli, i gatti selvatici giunsero dal sudest asiatico.

Dipinti nel palazzo dello shogun a Kyoto

Che fine hanno fatto tutte queste bestie? Molti sono rimasti e hanno dato vita ai tanti endemismi ma quelli piu’ grandi come gli elefanti, i mammuth, le tigri e gli alci irlandesi (quelli locali bevevano sake’ invece di Guinness)  si sono estinti alla fine dell’ultima era glaciale. Le tigri in particolare erano molto piccole, cosa che accade spesso agli endemismi insulari, e si sono evolute in totale solitudine per quasi 100.000 di anni, probabilmente diventando una specie a se’ stante, laddove tutte le tigri moderne, dalla siberiana a quella di sumatra, sono sottospecie della stessa specie. Le cause dell’estinzione ovviamente, le solite: arrivo degli uomini e caccia sfrenata, cambiamenti climatici e perdita di habitat.

Complessivamente pero’ i mammiferi giapponesi se la sono cavata splendidamente e il grosso non solo e’ ancora li’, ma e’ anche presente in piu’ specie e sottospecie endemiche, come e’ il caso delle ben due sottospecie di cinghiale, delle due specie di orso e delle sei specie di scoiattolo.

I giapponesi non si sono mai completamente rassegnati alla perdita delle tigri, che conoscevano (insieme ai leoni) perche’ presenti nelle vicine Cina e Corea, e ancora all’epoca dello shogunato li dipingevano nei loro palazzi. Le tigri in particolare erano considerate le femmine, e i leoni i maschi, della stessa specie, per cui venivano spesso raffigurati insieme come coppia.

I leoni marini giapponesi hanno invece resistito tutto questo tempo, ma si sono estinti dopo la seconda guerra mondiale per caccia e perdita di habitat, i lupi di Hokkaido e quelli di Honshu, due sottospecie endemiche, si sono estinti nel periodo Meiji (dopo il 1868) pare per un’epidemia di rabbia unita alla caccia, e anche un paio di colombi endemici e un pipistrello si sono estinti nel corso dell’ultimo secolo.

Quel che rimane pero’ e’ davvero eccezionale, e se ne parlera’ nella prossima puntata.

 

 

 

 

Published by tupaia on maggio 23rd, 2012 tagged uncategorised | 2 Comments »

Media

Sfortunatamente non ho ne’ il sottile accento torinese di Piero Angela (o le sue competenze), ne’ i riccioli biondi di Licia Colo’, ne’  il cipiglio di Giorgio Odifreddi, e neanche la trippa di Giorgio Celli. Dovrete accontentarvi della sottoscritta, domani, Mercoledi’  23 Maggio:

Dalle 11 alle 11.30 L’Orologiaio Miope avra’ uno spazio su Radio 3 Scienza, in cui  si chiacchierera’ a ruota libera di animali strani.

Sul numero di Vanity Fair in edicola domani c’e’ un’altra intervista sull’Orologiaio Miope, in cui si stabilisce una volta per tutte che chi e’ piu’ bello non si evolve di piu’ di chi e’ piu’ brutto (credo).

Insomma, basta che se ne parli, poi sui risultati non ci metto la mano sul fuoco.

Published by tupaia on maggio 22nd, 2012 tagged annunci | 8 Comments »

Dal giappone con furore: ecologia

Arashiyama, foresta di Bambu’

E’ improbabile che delle isole vulcaniche abbiano una biodiversita’ comparabile a quella giapponese. Quello che rende l’arcipelago cosi’ unico, dal punto di vista della biodiversita’, sono le sue caratteristiche geografiche: le sue 6852 isole vulcaniche si susseguono lungo un arco lungo 3000 km che si estende dalla Siberia al sud-est asiatico, passando per la Cina e la Corea, in un susseguirsi di climi diversi che variano dall’alpino al temperato freddo sino al tropicale, e che danno luogo ad una miriade di ecosistemi diversi. Foreste pluviali si alternano a precipizi montani, spiagge tropicali a scogliere profondissime, distese di bambu’ a risaie, laghi caldi vulcanici a ghiacciai, paludi di mangrovie a pinete.

L’isolamento di alcuni ecosistemi confinati in isolotti lontani ha poi aiutato ulteriormente il processo di diversificazione e speciazione.

Come se cio’ non fosse sufficiente, il Giappone e’ sempre stato connesso alla terraferma da ponti di isole o da strisce di terra, a ondate alterne, in base al livello delle calotte polari e quindi degli oceani, il che ha permesso accumuli di specie che poi si diversificavano via via, in isolamento. Nonostante la popolosita’ (130 milioni di abitanti, il doppio dell’Italia, confinati per lo piu’ nelle citta’ e nelle zone di pianura) e l’industrializzazione dell’arcipelago molti ecosistemi sono ancora in un ottimo stato di conservazione, aiutati dall’ambiente montagnoso e quindi poco edificabile, un po’ come anche accade in Italia che, per quanto si stenta a crederci e nonnostante i molti sforzi compiuti per rimediare a questo inconveniente, e’ un altro punto caldo di biodiversita’.

Ad aiutare la biodiversita’ del Giappone sono state pero’ anche alcune propensioni umane. Durante il periodo Edo (1603-1868), ovvero all’arrivo delle armi da fuoco portate dagli europei, mentre altrove i dodo si estinguevano, in Giappone la caccia a mammiferi e uccelli era strettamente limitata e controllata e questo ha sicuramente preservato molte specie. La riprova e’ che, quando nel periodo Meiji dopo il 1868 i controlli sulla caccia si alleviarono, diverse specie si estinsero. Oltretutto, la religione shinto ha sempre predicato la comunione con la natura e il rispetto per la stessa, e questo e’ stato indubbiamente un altro notevole aiuto per la preservazione degli ecosistemi, perche’ non tutto veniva trasformato in risaie e campi allagati (venivano sempre mantenute zone di foresta anche laddove si coltivava e allagava).

Lo zen pero’ sembra permeare non solo gli umani, ma anche gli altri animali: perso il loro ambiente, molte specie si sono riadattate con stoica pazienza a vivere in aree urbane o nelle risaie, almeno sino a che l’introduzione massiccia di pesticidi e la canalizzazione profonda delle acque di superficie non ha cominciato a fare stragi.

Oggigiorno da un punto di vista ecologico si riconoscono due tipi di fauna completamente differenti tra loro: gli animali provenienti in origine dalla Siberia, prevalentemente confinati nell’isola di Hokkaido al Nord, e la fauna del sud-est asiatico nelle isole piu’ meridionali, provenienti da Taiwan e dalla Corea, con punte di specie tropicali nelle isole piu’ meridionali.

Per quanto riguarda le specie marine, la biodiversita’ e’ altrettanto impressionante: 33,629 specie sono state identificate, il che ammonta a qualcosa come il 14.6% di tutte le specie marine esistenti, una cifra da capogiro in proporzione alla dimensione delle acque territoriali giapponesi (e che non gli impedisce di venire a pescare tonni nel Mediterraneo, ma questa e’ un’altra storia…). Anche la biodiversita’ marina e’ imputabile all’enorme differenziazione degli ecosistemi acquatici, che vanno dalle barriere coralline alle scarpate oceaniche, dalle acque glaciali alle fumarole vulcaniche.

Tutto cio’ permette di passare da un habitat all’altro, da un tipo di fauna ad un altro, semplicemente cambiando isola dello stesso arcipelago.

Sull’architrave di tutte le cappelle shintoiste c’e’ sempre una corda ondulata, un ricordo di uno dei kami ko-shinto degli Jomon, i primi abitanti neolitici, cacciatori-raccoglitori del Giappone e che rappresenta un serpente, a testimonianza del legame tra queste popolazioni e l’ambiente. La fonte di questa informazione e’ il signore che prega nella foto, naturalista di professione ma storico per passione.

[To be continued]

Published by tupaia on maggio 19th, 2012 tagged Ecologia, Giappone | Comment now »

Dal Giappone con furore – Intro

Quando pensiamo al Giappone, di solito due immagini ci si parano subito davanti: tecnologia avanzata e baleniere senza scrupoli. Il Giappone, tuttavia, non e’ solo questo. Se e’ vero da un lato che Godzilla e’ probabilmente stato convertito in sushi di lusso molto tempo fa, e’ anche vero che l’arcipelago e’ un punto caldo di biodiversita’, visto che conta circa 2000 piante endemiche e ben 183 vertebrati endemici. Tutto cio’ in un paese la cui superficie e’ appena un terzo maggiore di quella del Regno Unito. 132 specie di mammiferi tra cui 38 endemici, 600 specie di uccelli, 58 specie di anfibi di cui l’80% endemici, 73 specie di rettili di cui la meta’ endemici, 3000 specie di pesci sono tra gli animali che contribuiscono a questa smisurata biodiversita’.

Quali sono queste specie e come mai ce ne sono cosi’ tante?

La domanda e’ complessa e la risposta necessita precisione e pazienza, due virtu’ che non mancano ai giapponesi. Ho deciso quindi di sviluppare questo post come se fosse un origami modulare, piegando foglio dopo foglio in modo da ricostruire alla fine un’immagine completa. Nei prossimi giorni nuovi foglietti ripiegati, sotto forma di nuovi post, si verranno ad aggiungere a questo primo. Confido solo nella pazienza di chi legge.

Published by tupaia on maggio 17th, 2012 tagged Ecologia, Giappone | 4 Comments »

Per chi e’ a Torino (spam)

Riporto dalla newsletter di Codice, visto che riguarda in qualche modo questo blog:

Il Salone del Libro è alle porte; il 10 maggio apre i battenti la kermesse più importante d’Italia dedicata al mondo dell’editoria.

L’evento, che quest’anno festeggia la venticinquesima edizione e che ha come paesi ospiti la Spagna e la Romania, si presenta con un programma ricchissimo di incontri con autori italiani e grandi ospiti internazionali, lezioni, dibattiti, concerti e più di 150 iniziative per il Salone Off.

Anche noi abbiamo preparato un po’ di sorprese per tutti gli amici che essendo presenti a Torino avranno modo di passarci a trovare… ma anche per tutti coloro che non potranno visitare il Salone nei giorni dell’esposizione.

In anteprima, solo presso il nostro stand sarà possibile trovare e acquistare tre nuovi titoli, presto in uscita:

I trucchi della mente, di Stephen L. Macknik e Susana Martinez-Conde (con Sandra Blakeslee)

Il prezzo della civiltà, di Jeffrey Sachs

L’orologiaio miope, di Lisa Signorile

Inoltre, Giovedì 10 maggio Vittorio Marchis aprirà simbolicamente il Salone con la presentazione di 150 (anni di) invenzioni italiane, evento ad ingresso libero (fino a esaurimento posti), alle 10:00 in Sala Blu.

L’altra iniziativa prende spunto dal tema di quest’anno: Primavera Digitale, argomento su cui Codice ha puntato sempre più nel corso degli anni, pubblicando le opere di alcuni tra i maggiori esperti a livello internazionale di tecnologie e nuovi media.

Per questo, nei cinque giorni della manifestazione, lanceremo una promozione che avrà ad oggetto cinque nostri ebook, a un prezzo davvero accessibile.

Non possiamo dirvi altro per ora, ma a breve saranno disponibili tutte le informazioni sul nostro sito e sul portale di BookRepublic.

Quindi, buon Salone del Libro a tutti!

 

Aggiungo solo una cosa: se siete a Torino e riuscite a comperare il libro lo avrete tra le mani prima di me, maledetti! Magari qualcuno me lo racconta ;-P

E no, non ci sono al salone perche’ l’editore ha ritenuto piu’ saggio non avermi tra le balle

Published by tupaia on maggio 8th, 2012 tagged annunci | 20 Comments »

Il vaso di Pandora: i Cycliophora (Symbion pandora)

Le circa 1.500.000 specie di animali noti sono raggruppate in 35 phyla di cui il piu’ affollato e’ sicuramente quello degli artropodi, che conta almeno  1.113.000 specie, con un numero in continuo aumento, seguito dai mulluschi (100.000 specie), dai cordati come noi (52.000 specie) dai vermi nematodi (22.000 specie, anche queste in repentino aumento), dai vermi piatti platelminti (20.000 specie) e cosi’ via.

Le differenze tra un phylum e l’altro sono sostanziali sia nell’anatomia che nella fisiologia (se fosero auto, diremmo tanto nella carrozzeria che nel motore) e si va da cose semplicissime come un placozoo (o un carro trainato da buoi) sino a una formica (o una Ferrari). Nel mezzo ci sono Ford T, Isotta Fraschini, Lancia Flavia, Fiat 131 Supermirafiori, Panda, Mercedes SLK, SUV, e cosi’ via. Visto l’impatto che abbiamo sull’ambiente direi che noi umani rientriamo facilmente tra i SUV.

Immaginare di progettare un’auto con caratteristiche completamente diverse da quelle gia’ esistenti non e’ impresa facile, ma individuare un animale con caratteristiche completamente diverse da quelle gia’ note e’ ancora piu’ improbabile, non fosse altro che per progettare un’auto si sta comodamente seduti davanti ad Autocad (credo), per trovare una nuova specie bisogna addentrarsi in quello che rimane dei luoghi piu’ solitari, pericolosi e inesplorati del pianeta. In teoria. in pratica, come sempre accade, gli animali fanno un po’ quello che vogliono e le cose non stanno sempre cosi’.

Nephrops norvegicus. Fonte

Nel 1995 due scienziati danesi, Peter Funch e Reinhardt Møbjerg Kristensen, si imbatterono un uno strano organismo specializzato a vivere solo sull’apparato buccale delle aragoste di acqua fredda, nel caso particolare l’aragosta norvegese Nephrops norvegicus volgarmente da noi chiamata scampo, esattamente la stessa bestia che in Italia si cucina con le linguine (la specie e’ moderatamente presente in alcune aree del Mediterraneo, il resto degli scampi sono importati dal Nord Atlantico). Non una bestia insolita, insomma, e neanche residente in posti pericolosi e solitari. Il posto piu’ esotico per lei sono i fiordi delle isole Faeroer. Eppure il nuovo organismo che vive sugli scampi, Symbion Pandora, e’ cosi’ diverso che e’ stato creato apposta per lui un intero nuovo phylum, i Cycliophora.

Colonia di Symbion pandora

Il motivo per cui il commensale che vive sulla bocca dello scampo e’ rimasto ignoto alla scienza sino a pochi anni fa e’ che e’ lungo, nel migiore dei casi, un terzo di millimetro e largo un decimo e vive solo su una ristretta area del corpo dell’aragosta (la bocca). Per individuarlo c’e’ voluto quindi un talent scout, un biologo marino specializato a studiare animali marini microscopici e di acqua fredda, che nessuno di solito si degna di considerare, anche perche’ non attirano l’interesse degli enti piu’ o meno governativi che finanziano le ricerche. Reinhardt Kristensen, oltre ai Cycliophora, ha infatti scoperto altri due nuovi, microscopici Phyla, i Loricifera e i Micrognathozoa, e chissa’ cos’altro c’e’ laggiu’, a guardare bene. La speranza e’ sempre quella di scoprirli prima che si estinguano.

Torniamo ai Cycliophora. Al momento e’ stata ufficialmente descritta una sola specie di Cycliophora, Symbion pandora, ma almeno altre due specie sono state potenzialmente individuate, una sull’aragosta americana e un’altra sull’aragosta europea (Homarus americanus e H. gammarus rispettivamente). Cycliophora vuol dire “portatore di ruota”, per via della bocca a imbuto dotata di un anello di ciglia per catturare microrganismi. Il nome Symbion deriva invece dal fatto che l’organismo e’ considerato un simbionte delle aragoste (anche se personalmente parlerei di commensalismo: se il Symbion ricava cibo dai microrganismi e dai residui di pasto intorno alla bocca delll’aragosta, non riesco a vedere il vantaggio dell’aragosta nel portare a spasso alcune migliaia di Symbion, a meno che non agiscano da spazzolino da denti. Il nome pandora deriva dal fatto che la bestia ha una forma di anfora e contiene una miriade di diversi tipi di larva (il vaso di Pandora per la verita’ conteneva tutti i mali del mondo, e’ un nome un po’ altisonante per questa bestia minuscola). Diciamocela tutta, probabilmente ai due danesi piace la mitologia greca.

La prima caratteristica rara dei Symbion e’ che, pur avendo una simmetria bilaterale, sono acelomati, ovvero mancano della cavita’ interna del corpo che hanno quasi tutti gli animali noi inclusi (nella forma di cavita’ toracica e addominale). Praticamente sono anforette piene, solide e turgide, con un peduncolo che li ancora ad un pelo (seta) di una delle appendici boccali dello scampo e una bocca ad imbuto circondato da ciglia. Essere acelomati non e’ grave, capita nelle migliori famiglie tipo quella delle planarie e delle tenie (Platelminti). Anche l’avere una simmetria bilaterale e’ una caratteristica relativamente ben accetta nel Regno.

Quello che e’ strano invece e’ che ogni tanto i Symbion perdono la testa. Anche a me capita di non sapere dove ho la testa, perdo di tutto, dagli ombrelli ai campioni da esaminare, ma ai Symbion la faccenda non e’ metaforica. Quando l’imbutino ciliato e l’intestino ad U si consumano vengono persi e rimpiazzati da un altro imbuto con annesso tutto l’apparato digerente, che si e’ creato per gemmazione all’interno del corpo del Symbion. La gemma-digerente migra verso l’alto e rimpiazza la precedente, ma, come le uova delle galline, nel corpo c’e’ gia’ un’altra gemma-digerente ad uno stadio di maturazione piu’ precoce. Mi chiedo cosa consumi l’intestino, visto che mangiano microrganismi e residui premasticati, e l’unica risposta che riesco a darmi e’ che non abbiano alcuna protezione interna dai propri succhi gastrici. Del resto, anche esternamente hanno una cuticola delicata priva sia di chitina che di cheratina che lascia intravvedere in trasparenza gli organi interni. Mancano un apparato riproduttore, escretore, respiratorio e vascolare, e cosi’ pure gli organi di senso. C’e’ invece un cervello bilobato, ma cosa pensino queste creature sessili resta un mistero.

Per riprodursi asessualmente i Symbion producono una gemma da una delle cellule staminali poste in prossimita’ del peduncolo, che si sviluppa internamente al corpo in un apposito “marsupio”. Quando il nuovo individuo e’ pronto viene “partorito” dalla cloaca. Il nuovo organismo viene chiamato larva Pandora e a questo stadio e’ libero di muoversi. Striscia o nuota usando le ciglia lungo le appendici dell’aragosta e si fissa poco piu’ in la’ rispetto al Symbion madre, tornando a quello che viene chiamato in inglese “feeding stage”, che riesco solo a tradurre come “stadio alimentare” Altri hanno tradotto in Italiano il feeding stage come “individuo feeding” ma siccome penso che l’espressione “individuo feeding” sia un crimine contro l’umanita’, usero’ il nome inglese. In termini terra terra, il feeding stage, asessuato, si chiama cosi’ perche’ e’ l’unico momento del ciclo vitale in cui il Symbion e’ dotato di bocca e si nutre, e teoricamente potrebbe continuare a riprodursi asessualmente per sempre, se la larva Pandora fosse in grado di migrare su altre aragoste.

Purtroppo invece ogni tanto accade un terremoto nella pacifica vita di una colonia di Symbion, e la scossa tellurica e’ costituita dalla muta dell’aragosta: con l’ecdisi (cambio dell’esoscheletro esterno per crescere, come accade in tutti gli artropodi), lo scampo si disfa di tutti i Symbion, che perderanno cosi’ il ristorante. I Cycliophora pero’ sono in grado di percepire in qualche modo il terribile sconvolgimento che sta per accadere, smettono di riprodursi in modo asessuato con le larve Pandora e danno il via ad un ciclo di riproduzione sessuata in cui tutti gli stadi coinvolti sono molto piu’ piccoli del feeding stage e non si nutrono.

Symplified Symbion pandora life cycle, redrawn according to Funk and Kristensen (1995) and Obst and Funch (2003). Never been any good at drawing but feel free to use it if you like it

Per quanto i feeding stage siano asessuati, cioe’ identici tra loro esternamente e non dotati di organi riproduttivi, alcuni feeding stage genereranno solo maschi, mentre altri solo femmine, quindi deve esserci una qualche discriminante genetica che rimane inespressa nello stadio asessuato.

Un feeding stage maschio genera, per gemmazione interna ed espulsione dalla cloaca, una larva Prometeo, che e’ un maschio immaturo non dotato di gonadi. La larva Prometeo e’ libera di muoversi e nuota verso un altro feeding stage, uno che generera’ una femmina, e si attacca a questo aspettando il momento giusto. La larva Prometeo e’ dotata, al contrario del feeding stage, di organi di senso per cui e’ evidentemente in grado di distinguere il sesso del feeding stage a cui si attacca. Dentro la larva Prometeo si sviluppano, in marsupi simili a quello della larva pandora, due maschi adulti, piccolissimi, circa un decimo di un feeding stage (una trentina di micrometri), nutriti a spese della larva Prometeo, che lentamente degenera. Il maschio ha un lungo pene falciforme ma anche un cervello molto grande, entrambi circca un terzo del corpo dell’adulto. Non e’ chiaro perche’ il maschio adulto abbia un cervello cosi’ sproporzionatamente grande, il piu’ grande di tutti gli stadi, probabilmente gli serve per coordinare gli organi di senso.

Nel frattempo dentro il feeding stage femmina si sviluppa la femmina adulta, sempre nel solito marsupio interno. La femmina adulta e’ in tutto simile ad una larva Pandora, salvo che al suo interno contiene una unica, grande oocisti.

Il meccanismo della fertilizzazione non e’ chiaro e non e’ mai stato osservato. Il maschio potrebbe:

1) (versione de Sade) usare il pene come uno stiletto gia’ da dentro la larva Prometeo, passare la cuticola di questa, passare la cuticola del feeding stage, passare la cuticola della femmina adulta in via di sviluppo e arrivare all’oocisti. Una prestazione indiscutibilmente interessante, ma il pene del maschio, per quanto lungo circa una decina di micron arriverebbe a malapena a al corpo della femmina, e comunque non sono mai stati osservati zigoti dentro un feeding stage.

2) (versione maniaco dei giardinetti) aspettare di essere finalmente libero dall’involucro degenerato della larva Prometeo e attendere il momento in cui la femmina adulta fuoriesce per “zac!”  stilettarla mentre lei e’ impegnata a venire alla luce

3) (versione Jane Austen) aspettare che entrambi gli stadi maschili e femminili siano liberi e consensualmente disponibili ad una sincera e disinteressata amicizia.

Comunque le cose avvengano, dopo la fertilizzazione l’oocisti si strasforma in zigote, la femmina adulta si allontana un po’ e comincia a degenerare. Dallo zigote nasce una larva cordoide capace di nuotare decentemente grazie a un folto set di ciglia e finalmente di cercarsi l’Aragosta Promessa, lontano dalla terra dei suoi avi. Quando la larva cordoide ha raggiunto un altro scampo si fissa e si trasforma in un feeding stage, per ricominciare tutto il ciclo. Se non trova un’altra aragosta… non c’e’ scampo per lei.

La larva cordoide ha una particolarita’ molto, molto interessante. Ha una “corda” interna simile alla notocorda, la struttura che ha dato origine alla nostra colonna vertebrale (e grazie alla quale facciamo parte del phylum dei cordati). La corda della larva e’ costituita da una cinquantina di dischi muscolari con un vacuolo nel mezzo circondati da fasci muscolari per migliorare il movimento. Urocordati, Cefalocordati e Gastrotrichi condividono una struttura analoga. In piu’ la larva Cordoide ha anche dei protonefridi (reni) e un cervello bilobato.

Prima pero’ di gridare “nonna!” e’ il caso di dire che la posizione tassonomica di queste bestie non e’ chiara. Le analisi molecolari accostano i Cycliophora ai rotiferi e agli acantocefali riunendoli in un gruppo chiamato Syndermata, che sembra avere nulla a che spartire coi cordati. Potrebbe quindi trattarsi di una convergenza evolutiva piuttosto che della traccia di una lontana parentela, ma bisogna ovviamente attendere di saperne di piu’.

La prossima volta che mangiate un piatto di linguine agli scampi pensate pero’ quante incredibili sorprese potremmo ricevere se ci guardassimo intorno piu’ accuratamente senza dare nulla e nessuno per scontato.

Fonte: akkiapparicette.it

 

Referenze;

Funch P, Kristensen RM. (1995). Cycliophora is a new phylum with affinities to Entoprocta and Ectoprocta. Nature 378:711–714

Ruppert, E. E., fox, R. S., Barnes, R. D. (2004). Invertebrate Zoology, Seventh Edition. Cengage Learning, India Edition, Delhi. 963 pp.

ResearchBlogging.org

Obst, M., & Funch, P. (2003). Dwarf male ofsymbion pandora (cycliophora) Journal of Morphology, 255 (3), 261-278 DOI: 10.1002/jmor.10040

Published by tupaia on maggio 7th, 2012 tagged invertebrati, marini | 3 Comments »

Il nostro amico castoro

“I castori sono roditori beniamini di grandi e piccini perche’ sono buffi, tondi, pelosi e gran lavoratori. Sono anche ingegnosi, perche’ hanno imparato l’arte della costruzione.”

Questo piu’ o meno quel che si leggerebbe sul castoro nell’ipotetico libro ” I nostri amici animali”, o in uno di quegli altri atroci volumi destinati all’infanzia che trattano i bambini da ritardati e generano serial-killer teen-ager.

I castori sono animali in teoria noti a tutti e non particolarmente a rischio di estinzione, e non avrebbero motivo ufficiale di essere qui. La ragione quindi per parlarne e’ solo che dietro l’aspetto buffo e sotto le dighe si celano strane curiosita’ e  una  minaccia ecologica a ben pochi nota.

Esistono due specie di castoro, quello americano, Castor canadensis, e quello eurasiatico, Castor fiber. Le differenze sono minime e consistono in qualche lieve variazione nella forma del cranio, ma esteriormente sono assolutamente indistinguibili. Geneticamente, invece, la differenza e’ grande: 48 cromosomi il castoro europeo, solo 40 cromosomi quello americano, per cui le due specie non sono interfeconde. I castori, con un peso record di 45 kg (ma generalmente intorno ai 30-35 kg), sono i secondi piu’ grandi roditori viventi dopo i capibara. Gli europei sono leggermente piu’ grandi degli americani, ma la differenza non e’ tale da poter essere rilevata ad occhio. Tutti i castori (inclusi quelli estinti) discendono probabilmente da Agnotocastor, un proto-castoro vissuto in America e Asia nell’Oligocene, 32 milioni di anni fa. Fu solo nel Pliocene pero’, 5-1.8 milioni di anni fa, che i primi castori del genere Castor si evolverono (brrr che brutto tempo verbale) in Europa e da li’  giunsero in America, dove sedici cromosomi si fusero a due a due dando origine a Castor canadensis. La forma esterna e’ stata pero’ mantenuta identica in quanto evidentemente ottimale per occupare quella particolare nicchia ecologica.

I due castori oggi viventi sono una specie di relitto evolutivo, sono gli ultimi rappresentanti di un gruppo di roditori un tempo diversificati in moltissime specie e non molto imparentati con nessun altro roditore oggi esistente: nell’albero genealogico dei roditori, i castori fanno un po’ parte per se’ stessi, e soprattutto non sono parenti prossimi delle marmotte o delle nutrie, a cui per molti aspetti assomigliano.

Nel Pleistocene, 10.000 anni fa, , sia i castori europei che quelli americani coesistevano ad esempio tra le altre, con forme giganti, castoroni da oltre un quintale, piu’ o meno il peso di un giovane orso, e lunghi due metri: Castoroides in Nord America, Trogontherium in Eurasia. Buoni per fare la diga sullo Yang-Tze, immagino, con annessa centrale idroelettrica, ma non abbastanza buoni da arrivare sino a noi  per via dell’ultraspecializzazione a vivere nelle paludi e nei canali allagati del Pleistocene. Fortunatamente i castori giganti non costruivano dighe e non tiravano giu’ le sequoie con un morso, avevano piuttosto lo stile di vita di una nutria o meglio, di un ippopotamo solitario, vista la stazza.

Ma perche’ i castori costruiscono le dighe? Cominciamo col chiarire che la diga non e’ intenzionalmente una diga, e’ una tana costruita in una zona inaccessibile, ovvero un’isola artificiale in mezzo al fiume o lago dove la famiglia di castori trova rifugio dai predatori e dai rigori dell’inverno.

Un breve volo pindarico prima di ritornare alle dighe: uno dei motivi per cui i castori piacciono tanto a gente del calibro di C. S. Lewis e’ che sono, eccezionalmente per i roditori, rigidamente monogami e le coppie rimangono insieme sino alla morte di uno dei due partner. Entrambi i genitori contribuiscono ad allevare i piccoli e quando sono piu’ grandicelli i cuccioli del primo anno restano nel nido insieme ai nuovi arrivati del secondo anno, prima di disperdersi (non troppo lontano, pero’!), contribuendo a formare un’immagine di famigliola felice del Mulino Bianco molto invidiata dalla specie umana (che monogama invero lo e’ solo sulla carta, perche’ i primati tendono a non esserlo, checche’ la societa’ proclami).

E insomma, tra cuccioli del primo anno e quelli del secondo anno la coppia  ha bisogno di un posto sicuro dove ospitare tutta la numerosa famiglia. Dal momento che discendono da animali scavatori, se ne hanno la possibilita’ i castori non costruiscono affatto dighe, quelli europei in particolare, preferendo scavarsi tane lungo l’argine dei fiumi come fanno le nutrie. Un parente terrestre americano dei castori, Paleocastor, scavava tane a cavatappo profonde anche due metri e mezzo e larghe 20 cm, che poi fossilizzavano, e i paleontologi si sono a lungo chiesti cosa diamine producesse questi calchi di cavatappi nel terreno. Erano stati ribattezzati Daimonelix e prima di intuire che l’autore fosse Paleocastor si ipotizzavano spugne silicee giganti (e terrestri) o una nuova, ipotetica, specie di pianta. Alla fine trovarono dentro resti fossili di Paleocastor, inclusi castorini neonati, e si capi’ che era semplicemente una tana di castori. I castori moderni non sono cosi’ originali e scavano tane dall’apertura sommersa, come fanno quasi tutti i mammiferi semiacquatici, mentre la camera dove soggiornano e’ circa 1.2-2 m al di sopra dell’entrata, all’asciutto e puo’ essere singola o una penthouse pluriaccessoriata con labirinto di gallerie annesso. Niente di particolarmente originale, insomma.

 

Daimonelix con resti di Paleocastor fossor nella camera per i cuccioli. Foto: coo.fieldofscience.com

La costruzione di dighe vere e proprie avviene, specie nel castoro europeo, quando lo scavo degli argini non e’ un’opzione considerabile, ad esempio perche’ sono bassi o troppo friabili. Piu’ famiglie di castori possono costruire diverse dighe in prossimita’ l’una dell’altra.

Un altro volo pindarico si rende necessario. Per tutta l’infanzia testi sacri della portata de “Il mio amico castoro” e “Le cronache di Narnia” mi avevano indotta nell’erronea convinzione che i castori, come le lontre, mangiassero pesce. Perche’ costruire dighe altrimenti, se non per crearsi l’allevamento di trote, come fa Mr. Castoro ne “Il Leone, la strega e l’armadio”? Il ragionamento non fa una grinza. Si da’ il caso pero’ che i castori siano rigidamente vegetariani e mangino piante erbacee lungo gli argini in estate e corteccia e rami in inverno, con una predilezione per sbranare giovani pioppi, salici e ontani. In autunno, come gli scoiattoli, immagazzinano cibo per l’inverno solo che anziche’ seppellire noci sottoterra nascondono i rami sott’acqua, a ciascuno il suo. Sfortunatamente i castori sono acquatici ma gli alberi no, e i castori non si allontanano mai piu’ di 60 metri dall’acqua. Come fare allora a procacciarsi cibo quando la vegetazione scarseggia vicino alle sponde del fiume?

I castori sono in grado di scavare canali. La costruzione comincia spostando fango e sedimenti con le zampe anteriori da rivoletti che affluiscono nello specchio d’acqua dove il castoro vive, rendendoli piu’ ampi e profondi e puo’ andare avanti anche per qualche centinaio di metri in modo da consentire al castoro di arrivare o in un adiacente corso d’acqua o in una zona di approvvigionamento nuotando e non camminando sulla terra ferma. Questa abilita’ pare sia stata il preadattamento necessario al’evoluzione della capacita’ di costruire dighe, si comincia il corso di ingegneria scavando un canale e si finisce costruendo palazzi e nuovi laghi. Naturalmente anche questo semplice comportamento non e’ senza conseguenze ecologiche in quanto mettere in comunicazione corsi d’acqua precedentemente non collegati causa rimescolamenti genetici delle popolazioni residenti.

Quando una colonia di castori (ovvero mamma, papa’, cuccioli dell’anno precedente ed eventualmente quelli dell’anno in corso) decidono di costruire la villa al mare perche’ le condizioni dell’habitat lo rendono necessario tutta la famiglia contribuisce all’impresa. L’operazione prevede un leggero scavo nel sedimento, sott’acqua e la deposizione di tronchi e rami per l’ammontare complessivo di alcune decine di tonnellate (un castoro solleva facilmente un ramo del proprio peso). Alcuni dei grossi tronchi e rami deposti alla base saranno la fonte di cibo per l’inverno della colonia. Quando l’impalcatura principale e’ posata le vengono aggiunti rametti piu’ piccoli e fango sino a che non diventa completamente impermeabile e termoisolata. La struttura finita puo’ essere lunga sino a 12 m e alta tre, ha diverse camere all’interno (almeno tre), un condotto di areazione al di sopra e un paio di entrate sott’acqua. Tutta l’operazione dura solo una ventina di giorni e di solito blocca completamente o parzialmente il corso d’acqua in cui viene costruita. Cio’ causa l’innalzamento del livello dell’acqua a monte e la formazione di un nuovo lago di sbarramento che puo’ essere lungo anche un chilometro e mezzo. Il nuovo lago consente al castoro non di allevare pesci, ma di poter penetrare nel cuore della foresta e procacciarsi altri alberi e vegetazione da mangiare, ma questo e’ un effetto collaterale. Quello principale e’ di avere un rifugio assolutamente sicuro (a prova di orso) dove allevare la prole e svernare al caldo anche quando l’acqua e’ completamente gelata in superficie: il calore prodotto da una decina di castori cicciotti e pelosi e’ tale che dal condotto di areazione esce spesso caldo vapore acqueo, come vivere dentro una sauna finlandese.

Un miracolo di ingegneria, un esempio unico di ingegnosita’? Niente di tutto questo, naturalmente. E’ certamente vero che i giovani castori apprendono dai genitori l’abilita’ di costruire la diga, cosi’ come un leoncino o un pipistrellino impara dalla mamma a cacciare, l’apprendimento dall’esempio e’ una caratteristica dei mammiferi. Esistono pero’ esempi di tane almeno altrettanto complesse senza che nessuno urli al miracolo. Giusto per rimanere tra i mammiferi le citta’ dei tassi, le tane dei conigli quelle dei criceti e quelle degli eterocefali glabri non sono meno complesse da costruire. Le termiti e le formiche costruiscono tane che fanno sembrare la diga del castoro un gioco per ragazzi, e anche le api e le vespe cartonaie non scherzano. Tra gli uccelli i megapodi sicuramente sono impressionanti almeno quanto i castori, se non di piu’, ma anche il nido di un comune pendolino a me sembra un piccolo capolavoro.

Ma allora, quello che ci impressiona e’ l’abilita’ del castoro, in comune con noi, di manipolare l’ambiente e trasformare l’habitat in cui vive? Indubbiamente, ma anche in questo caso i castori sono in buona compagnia. Jones et al (1994) elencano una incredibile quantita’ di animali capaci di fare altrettanto, che vanno dalle patelle allo zooplankton, dagli alligatori agli elefanti. Diciamoci la verita’ fuori dai denti: i castori sono cosi’ popolari come ingegneri solo perche’ sono diffusi nei paesi occidentali (soprattutto in Nord America) e sono carini.

I bambini indubbiamente li amano, ma le loro mamme a volte anche di piu’. Dai castori infatti si ottengono due beni preziosi: una pelliccia idrorepellente usata per fare cappelli e il castoreum.

Il traffico di pellicce e’ fortunatamente in declino, ma il castoreum (da non confondere col castor oil, che e’ di origine vegetale) e’ ancora ricercato, anche se fortunatamente sempre meno. Questa sostanza viene prodotta da speciali ghiandole poste nell’addome dell’animale e servono, soprattutto al maschio, a marcare il territorio. Delle piramidi alte anche oltre un metro vengono costruite con rami e fango sugli argini e il castoreum viene spruzzato alla sommita’, cosi’ da disperdere meglio l’odore. La sostanza e’ chimicamente molto complessa essendo un misto di centinaia di molecole tra cui fenoli, alcol, salicilaldeidi e castorammina e sin dall’antichita’ e’ stata apprezzata in farmacopea: Erodoto e Ippocrate la indicarono utile contro le malattie dell’utero, Plinio il vecchio e Galeno come rimedio contro crampi e spasmi intestinali, Paracelso contro l’epilessia e nel tempo altri le hanno attribuito proprieta’ contro piaghe, ulcere, mal d’orecchi, costipazione, isteria e anche contro il veleno dei serpenti. La verita’ e’ che, dal momento che i castori mangiano la corteccia dei salici, accumulano acido acetilsalicilico, ovvero aspirina, e un derivato del principio attivo dell’aspirina si ritrova nel castoreum. In tempi recenti il castoreum e’ stato usato usato nella medicina omeopatica e soprattutto come base per i profumi costosi.

Visti i pregi dell’animale (che come bonus e’ anche buono da mangiare) va da se’ che entrambe le specie sono state soggetto di sterminio, al punto che di castori europei nel 1900 ne erano rimasti 1200 in tutta Eurasia in otto popolazioni, in Francia, in Germania, Norvegia, Russia, due in Bielorussia, una sottospecie in Mongolia e una sottospecie in Cina di cui forse restano in tutto 700 esemplari ma non se ne sa quasi niente. In Italia si era estinto gia’ nel XVI secolo.

Il castoro americano gia’ all’inizio del 1800 era localmente estinto in buona parte del suo areale, soprattutto nella parte orientale degli States.

Questa pero’ e’ una storia insolita, perche’ oltre ad esserci il lieto fine si va anche un po’ oltre e si rischia, per eccesso, di ricadere in un finale triste. Entrambe le specie di castoro infatti sono state soggetto di intense campagne di ripopolamento, incredibilmente ben riuscite. Il castoro americano oggi e’ tornato a rioccupare gran parte del suo areale naturale, al punto che in Canada, il suo ambiente per definizione,  ci sono abbattimenti selettivi. Il castoro europeo anche e’ stato reintrodotto in buona parte del suo areale originario e nel 2006 si contavano 639.000 animali, una cifra sicuramente sottostimata perche’ la specie ha avuto una crescita demografica esplosiva anche in zone dove e’ difficile censirla, come la Russia. Le sottospecie originarie se ne sono andate a signore diversamente libere in fatto di costumi sessuali, con l’eccezione di quelle mongola e cinese, ma i castori sono ancora tra noi.

Siccome non si puo’ mai avere troppo poco di una buona cosa, gia’ che c’erano gli allevatori di pellicce (non li chiamerei allevatori di castori) hanno introdotto, con successo, i castori americani in Finlandia e in Russia (istmo di Karelia, bacino dell’Amur e penisola di Kamchatka) e siccome i castori sembrano abilissimi a crescere e moltiplicarsi ci sono ora floride popolazioni di castoro americano che sgomitano con le popolazioni in ripresa di castoro europeo.  Le due specie non sono interfeconde e accade lo stesso fenomeno per cui gli scoiattoli rossi europei sono eliminati da quelli grigi americani, che gli zoologi chiamano meccanismo di esclusione competitiva: non c’e’ competizione diretta e le due specie coesistono pacificamente, ma una e’ leggermente piu’ adatta a sfruttare le risorse della nicchia e lascia l’altra specie a pancia abbastanza vuota da avere meno figli, e quindi lentamente la specie nativa declina.

L’aumento in numero dei castori americani in Finlandia e’ a dire la verita’ lento, grazie soprattutto al controllo sulla popolazione (leggi: catture e soppressione), ma considerando che le due specie sono indistinguibili a occhio non so esattamente questo controllo come venga esercitato. Curiosamente altre due popolazioni di castoro americano in Europa, in Austria e Polonia, si sono estinte sotto la pressione del castoro europeo: in zone piu’ meridionali e calde, insomma, il castoro europeo ha la meglio, in zone settentrionali fredde vince il castoro americano.

Il ritorno improvviso di tutti questi castori in Europa ha ovviamente ripercussioni sull’attivita’ umana: i castori scortecciano, tagliano gli alberi di pregio, sbarrano corsi d’acqua, creano laghi indesiderati e non disdegnano i campi coltivati. Sembra in realta’ che il danno provocato dai castori sia minore di quello causato da altre specie come cervi e arvicole, ma viene notato per la brusca repentinita’ del suo apparire. Visto che la specie era prima presente, deve in teoria solo ritrovare un equilibrio, se non fosse che mentre era assente gli esseri umani hanno cambiato la composizione forestale e hanno eliminato i predatori naturali dei castori (orsi, lupi, linci, sciacalli, volpi etc), per cui l’equilibrio al momento viene trovato a botte di fucili e trappole, e la storia si alterna con corsi e ricorsi. Di sicuro se arrivasse una colonia di castori a fare la diga nel canale dietro casa, alzasse il livello dell’acqua e mi inondasse casa andrei personalmente a dargli un benvenuto al piombo, sgomitando coi vicini.

Al peggio ovviamente non c’e’ mai fine. Sinora abbiamo visto che i castori reintrodotti nel loro ambiente naturale mostrano la tendenza a una crescita demografica esplosiva. Qualli reintrodotti in un ambiente simile dove pero’ ci sono gli stessi patogeni e predatori, piu’ altri castori come competitori, hanno alterne fortune. Quando i castori li si manda in vacanza in un posto tutto laghi, canali e acquitrini, senza malattie, predatori e competitori e’ la fine. E’ accaduto in Terra del Fuoco, Argentina, dove 50 castori furono introdotti da uno sconsiderato tentativo commerciale del governo e successivamente liberati ne la Isla Grande nel 1946. In poche decadi hanno colonizzato diverse altre isole adiacenti della Patagonia, raggiungendo recentemente la terraferma in Cile. Nel 2008 si calcola ci fossero 0.7 colonie di castoro per km2 con piu’ di 100.000 animali in una superficie di 70.000 km2. Tutti questi castori ovviamente causano pesanti modifiche all’ecosistema, in particolare l’aumento delle zone umide a discapito delle foreste per via della risalita del livello dell’acqua, l’alterazione della composizione chimica dell’acqua, dei sedimenti e del suolo per via dell’accumulo di fosforo, carbonio e azoto organici (leggi: cacca di castoro) e ovviamente l’alterazione pesante della flora e della fauna. Se pensate che io stia esagerando, guardate la foto qui sotto.

Danni da castoro in Patagonia. fonte: scienceblogs.com

I faggi australi del genere Nothofagus, in particolare gli endemici N. pumilio e N. betuloides, non sono adattati all’eccessivo rosicchiamento, scortecciamento e abbattimento da parte dei castori e scompaiono, al contrario di quanto accade ai nostri salici e ontani che si sono coevoluti col “nostro amico castoro”. Anche il sottobosco si altera in modo permanente, le felci australi scompaiono e lasciano il posto alle piante erbacee. Sparargli o distruggere le dighe non sembra al momento essere un sistema efficace di controllo, anche perche’ essendo i castori beniamini di grandi e piccini attirano i turisti a beneficio dell’economia locale e a discapito dell’ecosistema subantartico.

Nella nostra penisola i castori non sono mai stati particolarmente abbondanti, sia perche’ fa caldo sia perche’ il territorio e’ troppo montagnoso per i gusti di questi animali di pianura, sia perche’ da sempre venivano cacciati per pelli, cibo e castoreum, sia perche’ c’era una grossa biodiversita’ di predatori concentrata in un territorio relativamente piccolo. Insomma, quando si sono estinti (erano diffusi prevalentemente in nord Italia) pochi se ne sono accorti. La reintroduzione del castoro in Italia e’ stata pero’ raccomandata in un documento dell’Unione Europea/Convenzione di Berna della Serie Natura ed Ambiente, come riportato sul sito della IUCN, ma fortunatamente sembra che l’Italia abbia ignorato la raccomandazione.

Non cosi’ invece ha fatto la Scozia. Il governo scozzese e’ partito allegramente con un progetto di reintroduzione, incurante del fatto che gia’ i numerosi cervi alloctoni influiscono pesantemente e negativamente sulla struttura forestale. Nell’ambito preliminare di questo progetto di reintroduzione alcuni castori europei, provenienti dalla Norvegia e dalla Germania sono tenuti in cattivita’ in grandi recinti. Guarda caso uno dei castori tedeschi ha introdotto in Gran Bretagna la tenia Echinococcus multilocularis: almeno 49 animali della popolazione bavarese affetta sono stati introdotti e la tenia e’ stata trovata nel fegato di almeno uno di questi animali.

Ovviamente alcuni castori sono gia’ scappati.

Ovviamente alcuni si sono stabiliti in natura e la popolazione selvatica e’ in crescita.

Ovviamente non gli si puo’ sparare perche’ sono tanto carini.

Ovviamente in Gran Bretagna non ci sono predatori piu’ grandi di una volpe

Ovviamente se arrivano qui nel sud dell’Inghilterra e mi allagano casa io calo nel canale le trappole.

L’invasione dei castori e’ cominciata.

 

 

Referenze:

Korth, W. W. (2002)Comments on the Systematics and Classification of the Beavers (Rodentia, Castoridae) Journal of Mammalian Evolution, Vol. 8, No. 4, December 2001. DOI 1064-7554/ 01/ 1200-0279/ 0

Swinehart, A. L. and Richards, R. L. (2001) . PALAEOECOLOGY OF A NORTHEAST INDIANA WETLAND HARBORING REMAINS OF THE PLEISTOCENE GIANT BEAVER (CASTOROIDES OHIOENSIS) Proceedings of the Indiana Academy of Science 110 :151—166

Mayhew, D. F. (1978). Reinterpretation of the Extinct Beaver Trogontherium (Mammalia, Rodentia). Philosophical Transactions of the Royal Society B: Biological Sciences, 281(983), 407-438. doi:10.1098/rstb.1978.0004

Hugueney, M. and Escuillie, F. (1996) Fossil Evidence for the Origin of Behavioral Strategies in Early Miocene Castoridae, and TheirRole in the Evolution of the Family. Paleobiology, Vol. 22, No. 4, pp. 507-513

Jones, C. G., Lawton, J. H., Shachak, M. (1994) Organisms as ecosystems engineers. Oikos 69: 373-386

Batbold, J., Batsaikhan, N., Shar, S., Amori, G., Hutterer, R., Kryštufek, B., Yigit, N., Mitsain, G. & Muñoz, L.J.P. 2008. Castor fiber. In: IUCN 2011. IUCN Red List of Threatened Species. Version 2011.2. <www.iucnredlist.org>. Downloaded on 29 April 2012.

Macdonald, David W.; Norris, Sasha (August 30, 2006). The Encyclopedia of Mammals (2 ed.). Facts on File. pp. 930. ISBN 978-0816064946.

Stephen Harris, Derek Yalden (2008) Mammals of the British Isles: Handbook 4th edition. Mammal Society. ISBN-13: 9780906282656

ResearchBlogging.org
Lizarralde, M., Bailliet, G., Poljak, S., Fasanella, M., & Giulivi, C. (2007). Assessing genetic variation and population structure of invasive North American beaver (Castor Canadensis Kuhl, 1820) in Tierra Del Fuego (Argentina) Biological Invasions, 10 (5), 673-683 DOI: 10.1007/s10530-007-9161-6

Published by tupaia on aprile 30th, 2012 tagged alloctoni, Erbivori, mammiferi, roditori | 19 Comments »

Habemus librum (spam)

Quando i blogger passano alla carta stampata di solito si montano la testa e i loro blog perdono grinta.

Chiedo allora ai lettori del blog di farmi un favore: se pensate che chi scrive questo blog stia cadendo nella spirale del paperback richiamatela all’ordine.

Cio’ premesso, ebbene si, il libro

L’Orologiaio Miope (Tutto quello che avreste sempre voluto sapere sugli animali… che nessuno conosce)

uscira’ a Maggio per i tipi della casa editrice Codice, specializzata in pubblicazioni scientifiche e divulgazione scientifica.

Dal momento che in catalogo hanno gente della portata di Gould e Sean Carrol (quello dell’Evo-devo), ancora non ho capito bene che ci faccio li’, ma contenti loro…

Sebbene il testo di partenza sia stato tratto dal blog, i contenuti sono stati riorganizzati per argomento, completamente rivisti e in alcuni casi riscritti da zero o la prospettiva e’ stata radicalmente modificata, perche’ nel frattempo nuovi dati hanno permesso di andare oltre. Le fonti sono state riviste e sono molto piu’ precise ed accurate.

La lingua anche e’ stata completamente rivista, l’italiano e’ sicuramente migliore, i congiuntivi tattici sono stati stroncati dal lavoro di redazione e i turpiloqui sono stati soppressi a beneficio dei bambini e dei puritani.

Insomma, l’idea portante e’ quella del blog, i contenuti generali anche ma i contenuti scientifici sono piu’ rigorosi (sebbene sempre in chiave leggera) e la lingua e’ piu’ scorrevole (sebbene nel testo abbia trovato il modo di farmi bandire per sempre ogni speranza di accesso all’Accademia della Crusca). Gli (eventuali) lettori abituali di questo blog non leggeranno aria fritta, insomma, e gli occasionali avranno alcuni tra i migliori testi riscritti e riorganizzati tutti insieme, corredati da decine di scoperte, aneddoti e curiosita’ qui inedite. La Sacculina e’ ancora piu’ orrenda, tanto per fare un esempio, il candiru’ meno.

Se pensate che da ultimo io abbia scritto poco sul blog, ora sapete perche’.

Da meta’ maggio, in libreria, o su Amazon.

Published by tupaia on aprile 17th, 2012 tagged annunci | 36 Comments »

Niente da dichiarare

Ricordate l’uomo dai colibri’ nelle mutande?

Era sicuramente un temerario, e per fortuna non contrabbandava picchi. Ma perche’ rischiare beccate ai gioielli di famiglia se si puo’ confortevolmente importare animali esotici in modi meno personali? Molti hanno provato, alcuni, per fortuna, hanno fallito. Ecco qui alcuni esempi clamorosi che danno un’idea sia dell’entita’ del traffico di animali,  sia del giro di quattrini che c’e’ dietro l’importazione illegale di animali, sia dei danni ecologici e delle sofferenze individuali provocate. L’unico onore al merito di una tratta altrimenti disprezzabile e’ l’inventiva nell’escogitare sistemi di contrabbando a volte davvero fantasiosi.

Un viaggiatore di nazionalita’ Bangladeshi imbarcato a Dhaka e diretto a Bangkok (Thailandia) a giugno 2011 ha imbarcato in quattro borse 451 tra tartarughe terrestri e di acqua dolce appartenenti a una mezza dozzina di specie rare e protette in lista I e II del CITES, piu’ sette rarissimi e ultraprotetti gaviali. Le autorita’ di frontiera all’arrivo hanno notato ad un controllo di routine tante piccole cose a forma di tartaruga dentro una delle borse e hanno deciso di controllare. Il direttore generale delle dogane tailandesi ritiene che gli animali fossero destinati al tristemente noto Chatuchak Market di Bangkok, dove sarebbero stati venduti come pet. Evidentemente la bustarella non e’ stata di gradimento dell’ufficiale di dogana, vista la corruzione media del posto. L’anno precedente due spedizioni per complessive un migliaio di tartarughe rare erano state intercettate sulla via dal Bangladesh alla Thailandia. Gli animali confiscati vengono ridistribuiti tra parchi nazionali e centri di recupero fauna selvatica.

La Thailandia pero’ non e’ necessariamente la destinazione finale. A settembre 2009 un sudafricano e’ stato bloccato all’areoporto internazionale di Johannesburg, proveneinte dalla Thailandia, con circa 70 animali vivi nella valigia. La collezione comprendeva otto caimani neonati (che da adulti arrivano a 2.5 m circa), alcune dozzine di serpenti, una tartaruga, lucertole, rane, ragni e scorpioni di cui molti appartenenti a specie non commerciabili, rare o seriemente a rischio. Gli animali sono stati portati allo zoo di Pretoria, ed erano tutti piu’ o meno in condizioni accettabili

Sino a qui tutto bene. Quello dell’ecotrafficante pero’ e’ un mestiere pericoloso e non privo di rischi professionali, rischi che invero corre qualsiasi viaggiatore all’areoporto, ma se si trasportano animali vivi i risultati sono molto piu’ emozionanti: che succede se sul nastro che trasporta i bagagli si apre una valigia piena di Boa constrictor? E’ successo in Malesia, all’areoporto di Kuala Lampur. Se siete in transito tra due localita’ e’ gia’ seccante dover ritirare il bagaglio, non parliamone se siete vittime dell’allucinante esperienza di una valigia che si frammenta sul nastro trasportatore disseminando mutande con gnomi e pinguini. Se invece delle mutande, pero’, dalla veligia escono 95 boa, due rare vipere rinoceronte e una tartaruga matamata la faccenda si fa ancora piu’ imbarazzante e, oltre a spargere il panico tra i passeggeri, termina con sei mesi di carcere e una multa di 65.000 dollari.

Non sempre il contenuto delle valigie viene esposto in modo cosi’ plateale, ma sicuramente viene controllato. Dev’essere stato uno shock per gli ufficiali di dogana all’areoporto Ezeiza di Buonos Aires quando hanno controllato la valigia rigonfia di un cittadino della Repubblica Ceca diretto a Madrid dall’Argentina: ai raggi X si vedeva della materia organica in movimento. All’ispezione la suddetta materia organica apparteneva a 247 tra rettili e molluschi e il movimento era quello dei numerosi serpenti tra cui crotali e vipere (tutti velenosi) di ben nove specie, tutti in sacchetti di plastica. Per fortuna solo due dei serpenti erano gia’ morti ma la mancanza di ossigeno ne avrebbe uccisi molti altri durante il volo transatlantico.

Se siete preoccupati che gli ufficiali di dogana notino ai raggi X che nella vostra valigia c’e’ una cosa a forma di tigrotto, tutto quello che dovete fare e’ procurarvi tanti tigrotti di pelouche con cui mimetizzarne la sagoma, tanto figurati se ai raggi X si vedono le ossa e il cuore che batte del tigrotto vero! E’ successo, guarda caso, in Tailandia, dove una donna che non aveva le idee molto chiare su come funzionano i raggi X ha cacciato nel bagaglio un tigrotto di tre mesi drogato e diretto, nel bagaglio in stiva, verso l’Iran. Il tigrotto e’ stato portato ad un centro di recupero per animali selvatici in pessime condizioni, ma le notizie lo riportano in ripresa. Se fosse riuscito ad arrivare vivo in Iran avrebbe fruttato alla donna circa 2000 sterline (2500 euro), mentre cosi’ le frutta sino a 4 anni di carcere e una multa di un migliaio di euro. Speriamo che nel frattempo buttino via la chiave.

La signora del tigrotto era  in effetti una dilettante. Un vero professionista non si avvicinerebbe ad un areoporto per meno di una mezza dozzina di specie in lista I della Cites. Un caso limite e’ stato il signore degli Emirati Arabi  beccato all’areoporto di Bangkok con quattro valige contenenti due leopardi, due pantere, un orso malese del Borneo, un gibbone dalle guance bianche, una uistiti’ dai pennacchi neri, un orso dal collare e due macachi, tutti cuccioli di un paio di mesi. Le povere creature erano tutte sedate e hanno accolto con sbadigli l’apertura delle valigie che li portavano verso Dubai, non si sa se in transito verso altre destinazioni. Il trafficante,  Noor Mahmoodr, sembra essere dentro una rete estesa di traffici illeciti di animali e sicuramente ha gia’ fatto questo tipo di volo (in prima classe) altre volte. Questa volta pare sia stato arrestato perche’ c’e’ stata una “soffiata” alla polizia e perche’ c’era una NGO coinvolta, FREELAND Foundation. Sfortunatamente in Thailandia all’arresto per questo tipo di illecito quasi mai segue il carcere.

Il primato dell’originalita’ spetta pero’ secondo me a Jereme James, di Long Beach, Los Angeles. L’americano aveva scavato un apposito alloggiamento nella sua gamba artificiale per rubare delle superprotette iguane bandeggiate delle Fiji durante una sua visita ad una riserva dell’arcipelago. Pare che tre di questi animali siano stati venduti in patria per $32.000 l’uno e altri quattro sono stati trovati a casa del trafficante durante una perquisizione. L’uomo e’ stato processato nel 2007 ma gli esisti del processo non hanno avuto gli onori della stampa. anche in questo caso sospetto che un buon avvocato riesca facilmente a spuntare mezz’ora di arresti domiciliari, nel peggiore dei casi.

E per chiudere, torniamo alle mutande, da sempre il mezzo di trasporto favorito degli eco-trafficanti. Un tedesco e’ stato arrestato nel 2009 in Nuova Zelanda mentre gia’ pregustava 21 ore di volo con 44 tra gechi e scinchi neozelandesi nelle mutande, in otto compartimenti appositamente cuciti per tener compagnia ai gioielli di famiglia. World News riporta che 14 delle 15 femmine adulte di geko e 12 delle 14 femmine adulte di scinco erano incinte. Per correttezza mi preme sottolineare che il padre non era il tedesco. I gechi gli avrebbero fruttato $2800 l’uno e tutti gli ornamenti della biancheria intima gli avrebbero fruttato qualcosa come $100.000. Ha ricevuto invece 14 settimane nelle galere neozelandesi e una multa di $3450.

Troppo poco, sempre troppo poco. Sino a che non si riconoscera’ l’impatto ecologico pesantissimo di questi traffici e sino a che non si inaspriranno (o applicheranno, come nel caso della Thailandia) le pene, gli ecotrafficanti hanno tutto da guadagnarci e poco importa se una volta su dieci devono passare in carcere qualche settimana a cucire tasche nelle mutande per il prossimo viaggio.

 

 

Published by tupaia on aprile 14th, 2012 tagged Ecologia, rari, rettili, Tartarughe, Varie ed eventuali | 7 Comments »

Suggerimenti per Carnevale

 Cari biodiversi,

come avete visto, abbiamo saltato una sessione del carnevale della biodiversità. Non perché non ci piacesse l’idea iniziale o fossimo troppo impegnati (oddio, magari anche sì) ma perché crediamo che la formula del carnevale della biodiversità, secondo noi, ha bisogno di una rinfrescatina e di modifiche per farla diventare agile e diversa. Ci siamo consultati fra noi, abbiamo alcune idee ma vorremmo che ci suggeriste voi quali cambiamenti potrebbero trasformare il carnevale in qualcosa di ancora più interessante e, magari, ancora più divertente. Provate a mandare a uno di noi tre (o a tutti e tre, o a due) i vostri suggerimenti: li valuteremo, ne discuteremo e vi faremo sapere cos’è successo. Nella rete le cose possono andare lente o veloci, accelerare e frenare improvvisamente. Non sappiamo quanto tempo impiegherà questo “sondaggio”, ma prima o poi il carnevale rinascerà.

Published by tupaia on aprile 10th, 2012 tagged annunci, Carnevale della Biodiversita' | 5 Comments »

Parassiti, gatti e personalita’ alterate

E’ ben noto che molti parassiti possono alterare il comportamento dei loro ospiti. I nematomorfi, ad esempio, inducono l’artropode che li ospita ad avvicinarsi all’acqua; il verme parassita delle lumache Leucochloridium paradoxum le costringe ad arrampicarsi in alto per essere mangiate dagli uccelli e continuare il ciclo vitale del parassita; la Sacculina carcini costringe i granchi maschio a comportarsi come femmine e cosi’ via.

In tutto questo, il dubbio e’ naturale: puo’ un parassita alterare il comportamento umano? La risposta, ovviamente, e’ si, ed e’ un fenomeno molto piu’ incredibile e diffuso di quel che ci si aspetterebbe.

Amate i gatti? Anche i loro parassiti amano voi, e vi inducono ad amarli ancora di piu’.

Il protozoo Toxoplasma gondii e’ un organismo unicellulare parassita capace di finire il suo ciclo vitale solo nei felini, che rappresentano l’ospite definitivo, inclusi i mici di casa. Gli stadi larvali di questo parassita infettano tuttavia numerosi ospiti intermedi, che poi verranno mangiati direttamente o indirettamente dai felini. Animali grandi come gli esseri umani rappresentano oggigiorno un vicolo cieco per il parassita, dato che la possibilita’ di essere sbranati da una tigre o da un micio di casa e’ remota, ma in tempi passati i nostri antenati antropomorfi erano spesso vittime dei grandi felini, e le scimmie africane lo sono ancora. Ottimo motivo insomma per cadere vittime dell’infezione da Toxoplasma gondii, detta toxoplasmosi, una malattia comunissima e che negli adulti non immunodepressi causa di solito solo lievi sintomi di tipo influenzale, sebbene possa causare danni ai feti.

Il toxoplasma puo’ andare ad incistarsi nel cervello, e numerosi studi dimostrano che le persone con anticorpi per la toxoplasmosi, e che quindi trasportano dentro di se’ una forma dormiente del parassita, mostrano numerose alterazioni della personalita’.

Ad esempio, le donne infette tendono ad essere piu’ intelligenti e hanno quel che viene definito un superego elevato, ovvero obbediscono alle regole, sono attente ai propri doveri, coscenziose, conformiste, sensibili all’etica, posate. Sono anche piu’ cordiali, estroverse, attente alle necessita’ altrui, gentili, alla mano e amano la gente. D’altro canto gli uomini infetti, rispetto al controllo non infetto, sono meno intelligenti e hanno un superego meno sviluppato, cioe’ tendono ad infrangere le regole, trascurano i propri doveri, sono opportunisti, sospettosi, gelosi e dogmatici. Inoltre sono poco amanti delle novita’, il che sarebbe un indice di personalita’ rigide, leali, stoiche, lente all’ira e frugali. Entrambi i sessi, inoltre, rispetto ai controlli, dopo l’infezione tendono a manifestare una tendenza ai sensi di colpa, ovvero sono piu’ apprensivi, dubitano di se’ stessi, si preoccupano di piu’, sono insicuri, e accusano se’ stessi.

La sieroprevalenza (percentuale di persone con anticorpi) del T. gondii varia a seconda del clima, ovvero e’ piu’ presente nelle zone caldo-temperate e umide, e di conseguenza ci sono nazioni dove e’ assente e nazioni dove pressoche’ tutti sono sieropositivi (hanno avuto l’infezione in passato). Dal momento che la presenza del parassita altera le singole personalita’, viene da pensare che la personalita’ aggregata di intere nazioni sia influenzata dal Toxoplasma. In altre parole, la personalita’ collettiva di un paese dipende da quanti abitanti hanno avuto la toxoplasmosi. Considerando ad esempio che tutti gli individui affetti sono piu’ soggetti a sensi di colpa, gli abitanti di Parma dovrebbero sentirsi mediamente piu’ colpevoli (sieroprevalenza del 48.5%) rispetto a quelli di Legnano (sieroprevalenza del 21.5%), e che le emiliane siano mediamente piu’ espansive delle lombarde non e’ certo un mistero per nessuno. La sieroprevalenza e’ d’altro canto 6.6% nel Regno Unito e 66.9%, dieci volte di piu’, in Brasile, e non ci sono dubbi sul fatto che gli abitanti si comportino diversamente. Se ve lo state chiedendo, la sieroprevalenza media in Italia e’ intermedia, 32.6% nel 2000. In aggiunta a cio’, i paesi occidentali  con alta prevalenza di T. gondii hanno una piu’ spiccata separazione dei ruoli maschili e femminili e una maggiore tendenza ad evitare rischi rispetto ai paesi con bassa prevalenza. Gli inglesi insomma hanno la parita’ tra sessi ma sono piu’ avventurosi dei brasiliani (e degli italiani). Mancano purtroppo dati relativi al resto del mondo.

Dato che al peggio non c’e’ mai fine, il toxoplasma sarebbe in qualche modo implicato anche nell’insorgenza della schizofrenia.

Perche’ mai il parassita induce simili cambiamenti comportamentali? Non e’ ben chiaro. si sa pero’ che questo protozoo manipola il comportamento dei roditori in modo da aumentare le probabilita’ di contagio nei gatti: i topi infetti sono piu’ attivi, i primi ad entrare nelle trappole e hanno meno paura dei gatti. E’ stato osservato che topi portatori di T. gondii avevano livelli di dopamina piu’ elevati, un neurotrasmettitore noto per alterare la ricerca di novita’, lo stesso del libro (e del film) “Risvegli”, e personalita’ neurotiche.

Negli esseri umani le sostanze chimiche ritenute responsabili dei cambiamenti comportamentali sono due, la dopamina e il testosterone. Uno dei meccanismi suggerito per spiegare i cambiamenti di comportamento postula che l’infezione a livello cerebrale induce una risposta immunitaria, necessaria per mantenere dormiente il T. gondii, che altera i livelli di citochine che a loro volta influenzano i neuromodulatori. L’aumentato livello di testosterone potrebbe essere invece indotto dal protozoo per abbassare le difese immunitarie dell’ospite e quindi cercare di sopravvivere attivo nell’organismo ospite. In questa corsa della regina rossa, noi ci sentiamo colpevoli.

Oltre che la personalita’ il parassita altera le capacita’ psicomotorie, ovvero aumenta i tempi di risposta ad uno stimolo. Uno studio ceco dimostra infatti che soggetti sieropositivi alla toxoplasmosi hanno 2.65 volte piu’ probabilita’ di essere coinvolti in incidenti automobilistici (sia come guidatori che da pedoni) rispetto al gruppo di controllo. Oltre al test del palloncino i carabinieri dovrebbero fare anche quello del felino (Sei proprietaria di almeno un gatto? SI X    NO. Hai tendenze ossessivo-cumpulsive da gattara? SI X   NO. Nutri e accarezzi tutti i randagi del quartiere? SI X     NO. Ok, patente ritirata. Ma forse e’ meglio non dargli idee, se voglio continuare a guidare).

Il clima non e’ l’unico fattore di rischio per beccarsi la toxoplasmosi, perche’ naturalmente alcuni comportamenti individuali possono aumentare il rischio di esposizione al parassita. Il primo e’ ovviamente avere gatti (sara’ un caso che le donne amano i gatti piu’ degli uomini, in media?). Anche vivere in condizioni di sovraffollamento e di scarsita’ igienica aumenta pero’ i rischi di ingerire le oocisti (tutto sommato basta portarsi alla bocca le mani dopo aver toccato un oggetto contaminato). Il contatto col suolo per motivi professionali (agricoltori, ad esempio) e’ un altro fattore di rischio, e naturalmente tutti i cibi crudi o poco cotti. Per mettere quest’ultimo fattore meglio in prospettiva, il 38% della carne in vendita in UK e’ contaminata da oocisti di T. gondii, alcune delle quali probabilmente sono vive.

La domanda cruciale e’ pero’ se chi ama i gatti lo fa di sua spontanea volonta’ o perche’, come nel caso dei topi, ne e’ attratto per aumentare le probabilita’ che il parassita chiuda il suo ciclo. Eviterei di chiedere a Micio la sua disinteressata opinione.

Sebbene questo post porti la data del primo aprile, vorrei specificare che non si tratta di una mia goliardata. Quanto sopra e’ stato preso e tradotto fedelmente dai primi due articoli citati nelle referenze, entrambi articoli peer reviewed e pubblicati su riviste serie (controllare per credere). Dalla meta’ degli anni ’90 del secolo scorso, di fatto, numerosi articoli sono stati pubblicati sull’argomento, principalmente da parte del ceco Jaroslav Flegr, ma anche di Joanne P. Webster e altri autori come K. D. Lafferty.

Prima che andiate ad abbandonare Micio in autostrada pero’, per favore, continuate a leggere, non voglio sentirmi responsabile di scelte idiote. La teoria di Flegr ha dell’incredibile. Ma allora, perche’ non e’ mai stata pubblicata su Science o su Nature, le due riviste in assoluto piu’ prestigiose ed autorevoli? O almeno su The Lancet, la piu’ autorevole rivista medica? Il problema e’ che i risultati di Flegr sono discutibili. Innanzi tutto non c’e’ nessuno studio che valuti la personalita’ prima e dopo l’insorgenza della toxoplasmosi, per valutare l’entita’ dei cambiamenti e la loro significativita’. In secondo luogo non e’ chiaro qual’e’ la causa e qual’e’ l’effetto, ovvero se avere la toxoplasmosi induce certi comportamenti o se questi comportamenti rendono il soggetto piu’ a rischio di contrarre la malattia. Una relazione causale diretta tra la toxoplasmosi e la schizofrenia, oltretutto, e’ ancora dibattuta perche’ anche in questo caso e’ possibile che accada il viceversa, ovvero che l’ospedalizzazione degli schizofrenici (che poi vengono usati per questi studi) li renda piu’ proni a contrarre la toxoplasmosi. Quello che e’ certo pero’, da studi genetici, e’ che questo microrganismo produce l’enzima tirosina idrolasi, coinvolto nel metabolismo della dopamina, e che alterazioni nel livello di dopamina possono in effetti causare anomalie comportamentali.

Insomma, prendete quanto sopra con le dovute cautele, sicuramente le oocisti del toxoplasma si annidano nel cervello, e sicuramente possono interferire coi livelli di dopamina. L’entita’ di cio’ e’ pero’ ancora tutta da dimostrare. Oltretutto, noi non siamo insetti, o lumache, siamo creature complesse con una etologia complicatissima e manipolarci solo su base chimica e’ un compito non impossibile, ma complesso. Insomma, e’ il caso di aspettare di saperne di piu’ prima di allarmarci.

Se pero’ proprio l’idea di un toxoplasma nel cervello (che fa compagnia anche all’herpes virus di quando avete contratto la varicella e a chissa’ quanti retrovirus dormienti) vi spaventa, vi ricordo che prendersela col gatto e’ inutile e non previene nulla. Controllate semmai le vostre abitudini igieniche e alimentari, quindi non mettetevi le mani sporche in bocca, non mangiate carne cruda e lavate frutta e verdura con disinfettanti. Ah, mi raccomando, non mangiate la lettiera del gatto, ma se lo fate, qualunque cambiamento comportamentale non puo’ essere che in meglio.

Referenze

ResearchBlogging.orgLafferty, K. (2006). Can the common brain parasite, Toxoplasma gondii, influence human culture? Proceedings of the Royal Society B: Biological Sciences, 273 (1602), 2749-2755 DOI: 10.1098/rspb.2006.3641

 J. FLEGR, S. ZITKOVA, P. KODYM and D. FRYNTA (1996) Induction of changes in human behaviour by the parasitic protozoan Toxoplasma gondii Parasitology, 113, 49-54

 P. P. ValcaviA. NataliL. SolianiS. MontaliG. Dettori and C. Cheez Prevalence of anti-Toxoplasma gondii antibodies in the population of the area of Parma (Italy)EUROPEAN JOURNAL OF EPIDEMIOLOGY Volume 11, Number 3, 333-337, DOI: 10.1007/BF01719439

 M. De Paschale, C. Agrappi, P. Clerici, P. Mirri, M. T. Manco, S. Cavallari, E. F. Viganò (2008) Seroprevalence and incidence of Toxoplasma gondii infection in the Legnano area of Italy Clinical Microbiology and Infection Volume 14Issue 2pages 186–189 DOI: 10.1111/j.1469-0691.2007.01883.x

 


 

Published by tupaia on aprile 1st, 2012 tagged comportamento, malattie, parassiti, unicellulari | 15 Comments »