Per rinfrancar lo spirito tra una bestiaccia e l’altra…
… segnalo questo sito esilarante
www.curioustaxonomy.net/
in cui si elencano i piu’ bizzarri nomi scientifici dati ad animali e piante.
I mie preferiti sono:
- Phthiria relativitae Evenhuis, 1985 (bombyliid fly) Since reclassified in the genus Poecilognathus (si legge, con la pronuncia americana “teoria relativitatae”
- Ohmyia omya Thompson, 1999 (syrphid fly) (”Oh my” e’ un’escalmazione molto usata negli USA, abbreviazione di Oh my god, mio dio)
- Agra vation Erwin, 1983 (carabid) (si pronuncia come Aggravation)
- Cyclocephala nodanotherwon Ratcliffe (scarab) (pronunciato come “not another worm!”, non un altro verme!)
- Vini vidivici Steadman & Zarriello, 1987 (a recently extinct parrot from the Marquesas Islands)
- Ytu brutus Spangler, 1980 (water beetle) “Ytu” comes from the local (in Brazil) word for waterfall. (pronunciato, ovviamente, “You too Brutus”, (anche tu, Bruto)
- Foadia Pakaluk, 1985 (beetle) FOAD is an acronym for “F*** Off and Die.” (Fanculo e muori)
- Colon rectum Hatch, 1933 (leiodid beetle) Also Colon grossum Hatch, 1957, Colon monstrosum , and others.
- Kamera lens Woodcock, 1917 (protist)
- Naja naja naja (Sri Lankan cobra) - shortest trinomials. (questa fa piu’ ridere noi italiani che gli americani)
- Brachyta interrogationis interrogationis var. nigrohumeralisscutellohumeroconjuncta Plavilstshikov, 1936 (cerambycid) (record di lunghezza)
Published by tupaia on July 3rd, 2008 tagged tassonomia, deliri | Comment now »
Triops’ pets: i fairy shrimps
Insieme alle uova dei Triops erano mescolate uova di questi cosi:
Suppongo i naupli di questi crostacei Branchiopodi, gruppo Anostraca, dovessero servire da cibo per i giovani Triops. I miei triops hanno pensato bene invece di tenersi dei pet e ne hanno lasciati due a nuotare insieme a loro, a cui non danno il minimo fastidio.
Non ho idea di che specie siano, potrebbero essere tanto Artemia salina quanto l’americano Eubranchipus vernalis,
bisognerebbe ammazzarne uno e guardarlo al microscopio con le chiavi dicotomiche ai branchiopodi in mano, e non ho nessuna intenzione di farlo.
Al di la della peculiarita’ di nuotare pancia su, il loro ciclo vitale ricorda moltissimo quello dei Triops, e cosi’ pure la loro antichita’: anche gli Anostraci sono un gruppo che risale al Paleozoico, e anche loro hanno uova che resistono a tutto per molti anni. Come pet per i Triops non potevo volere compagnia migliore, son 500 milioni di anni che vivono insieme nelle pozze temporanee.
L’unico problema e’ che sono filtratori e non ho idea di come nutrirli, salvo un po’ di protozoi e alghe unicellulari che pesco dal secchio dell’acqua piovana in giardino. Suppongo pero’ che se crescono da mangiare ne trovino: il mio sospetto e’ che i ben piu’ grossi Triops triturano il cibo col le loro forti mascelle e che i fairy shrimps da bravi pet raccolgano le briciole sotto la tavola, il che va benissimo nell’equilibrio ecologico della mia pozza temporanea casalinga.
Published by tupaia on July 2nd, 2008 tagged invertebrati | 8 Comments »
L’ insonnia della ragione genera ragionieri: il mistero delle Platirrine
…e il naufragar m’ e’ dolce in questo mare.
(Giacomo Leopardi, birdwatcher risorgimentale)
Uno dei piu’ intriganti misteri non ancora risolti della zoologia e’ il seguente: qual’e’ l’origine delle scimmie sud-americane?
Le scimmie del Nuovo Mondo, o Platirrine, si differenziano per molti caratteri dalle scimmie africane, o Catarrine (ma sono Catarrine anche le scimmie asiatiche, e gli esseri umani).
Innanzi tutto il carattere che da loro il nome di Platirrine, cioe’ naso piatto: le scimmie americane hanno le narici poste lateralmente rispetto al naso, tutte quelle Catarrine (inclusi noi umani) invece hanno le narici rivolte verso il basso. Hanno inoltre tre premolari e non due, vedono a tre colori anche se in maniera bizzarra (con forme di daltonismo diffuso tra maschi e femmine, ma questo e’ un altro post), hanno spesso la coda prensile e nessuna supera i 10 kg di peso.
La scimmia scoiattolo (Saimiri sciureus) e’ un Cebidae, una Platirrina molto famosa nei giardini zoologici
Le prime tracce di scimmia mai trovate in Sud America sono quelle di Branisella boliviana e risalgono a depositi del tardo Oligocene, 25 milioni di anni fa; si tratta di un animale gia’ con tutte le caratteristiche delle platirrine moderne: evidentemente un immigrato che non si e’ evoluto sul posto, anche considerando che il Sud America era una gigantesca isola che ospitava perlopiu’ marsupiali. Da dove venivano allora gli antenati di Branisella boliviana?
Ci sono tre ipotesi possibili:
- dal Nord America
- dall’Antartide
- dall’Africa
Esaminiamole dettagliatamente.
1) ipotesi Nord Americana: Nel medio Oligocene, circa 30 milioni di anni fa, quando si suppone che le scimmie siano arrivate in Sud America, l’America del Nord era molto piu’ distante rispetto ad oggi, e i due continenti erano separati da un largo braccio di mare, il passaggio Bolivar, che fungeva da imponente barriera ecologica; la distanza tra Nord e Sud america (ricordiamoci che oggi c’e’ l’America centrale nel mezzo, ma all’epoca era ancora in formazione) era di almeno 2000 km. Bisogna ammettere tuttavia che i due continenti erano sì separati, ma c’era un lungo ponte di isole tra loro, isole che fondendosi avrebbero dato origine al centro America (Costarica e Panama) e che avrebbero potuto funzionare da corridoio ecologico. Tuttavia, anche a voler ammettere che le scimmie siano arrivate saltando di isola in isola su zattere di vegetazione galleggiante, le correnti marine all’epoca sarebbero state sfavorevoli a uno spostamento verso sud. C’e’ inoltre un caso analogo a questo dove dimostrabilmente gli animali non hanno saltato di isola in isola anche avendone la possibilita’ e tonnellate di mangrovie a disposizione: tra l’Australia e la Nuova Guinea la distanza tra gli isolotti nel mezzo e’ tale da poter essere facilmente coperta su zattere di tronchi galleggianti (max 45 km), ma cio’ non e’ accaduto, come l’isolamento australiano dimostra.
Ma se anche volessimo ammettere la possibilita’ di un uragano che prende le scimmiette dall’America del Nord e le doposita in america del Sud (del resto, alcuni animali piccoli come delle rane son passati: non ci sono però casi riportati di piogge di scimmie), c’e’ un altro problema da considerare. In Nord America le prove fossili ci dicono che tutti i primati presenti erano Strepsirrini (che vuol dire col naso umido), ovvero lemuri e loris, primati dalle caratteristiche “primitive”. Dovremmo ammettere che un ramo di questi Strepsirrini si e’ evoluto indipendentemente con un’evoluzione del tutto analoga a quella occorsa in Africa e si e’ spostata in America del sud senza lasciare nessuna traccia di se al nord. Morfologicamente, le Platirrine assomigliano molto di piu’ ai Parapitechi, un gruppo di scimmie africane ora estinte vissute nell’Oligocene, che ai lemuri; ad esempio, come i Parapitechi le Platirrine hanno la chiusura postorbitale, ovvero l’orbita e’ lateralmente unita all’osso parietale del cranio, mentre cio’ non accade nei fossili dei primati nordamericani; gli Strepsirrini (caratteristica condivisa con gli Scandentia, cioe’ le tupaie) hanno una placenta epiteliocoriale, cioe’ i capillari della madre non entrano mai a diretto contatto coi tessuti dell’embrione, mentre tutte le Aplorrine (scimmie del Nuovo e del Vecchio Mondo) hanno la placenta Emocoriale, coi capillari che formano seni direttamente nella placenta e a contatto con l’embrione. La dentizione degli Strepsirrini e’ anche molto diversa da quella degli Aplorrini.
Insomma, dovremmo veramente arrampicarci sugli specchi per ammettere per vera l’ipotesi Nord-Americana.
Lemure dalla coda ad anelli (Lemur catta). Oggi i lemuri vivono solo in Madagascar ma nell’Oligocene erano diffusi anche in nord America. (C) Lisa Signorile
2) Ipotesi Antartica. Siamo a circa meta’ strada dalla separazione del Gondwana a oggi e i continenti erano molto piu’ vicini. L’Antartide, in particolare, e’ rimasto a lungo unito all’America del sud e potrebbe aver fatto da ponte, o magari essere stato la culla della separazione delle Platirrine dalle Catirrine. Non lo sappiamo, perche’ il continente e’ oggi coperto dai ghiacci (non lo era ancora nell’Oligocene) e le esplorazioni geologiche e paleontologiche sono difficilissime se non impossibili. In ogni caso, nei pochi giacimenti dell’Oligocene trovati, non sono stati rinvenuti fossili di primati.
3) Ipotesi Africana. Questa e’ l’ipotesi oggi piu’ accreditata e grosso modo accettata da tutti, inclusi scienziati del calibro di Richard Dawkins, che ne discute nel “Racconto dell’antenato”. Secondo quanto lo stesso Dawkins riporta, “le scimmie attraversarono il mare su zattere di fortuna, per esempio blocchi di mangrovie lagunari che, come isole galleggianti, erano in grado di fornire sostentamento per brevi periodi. Come in un rafting involontario, le correnti andavano evidentemente nella direzione giusta” (Richard Dawkins (2004) Il racconto dell’antenato, Trad. it. Mondadori Editore, Milano. p. 129).
Oggi l’Africa e il Sud America distano circa 3000 km nel loro punto di massima vicinanza tra Recife in Brasile e Freetown in Sierra Leone (distanza lineare calcolata con GoogleEarth che non tiene conto della curvatura terrestre, quindi la distanza e’ in realta’ maggiore). Nel’Oligocene, per via di quanto discusso sopra a proposito della deriva delle placche del Gondwana, la distanza era certamente minore, come ci fa notare anche Dawkins, ma di quanto?
La deriva dei continenti nell’Oceano Atlantico allontana l’Africa dall’America alla velocita’ di circa 3 cm l’anno e supponiamo per semplicita’ di calcolo che tale velocita’ sia rimasta costante nel tempo. 3 cm x 30.000.000 di anni fa 90.000.000 di cm, ovvero 900 km: nel medio Oligocene quindi i due continenti erano piu’ vicini rispetto ad oggi di 900 km, il che vuol dire che grosso modo distavano, al minimo, circa 2000 km, che in miglia nautiche sono 1200 miglia. Poiche’ so da letteratura che nel Cretacico, 70-65 milioni di anni fa, distavano 800 km, ne deduco che i miei calcoli sono corretti
Il Kon-Tiki, una zattera dal disegno vagamente idrodinamico e con due vele quadre, creata per dimostrare che gli abitanti del Sudamerica avessero colonizzato la Polinesia in tempi pre-colombiani, ha compiuto il suo viaggio ad una velocità media di 1.5 nodi. Possiamo ipotizzare che una zattera di mangrovie, tutt’altro che idrodinamica e senza altra propulsione che le correnti superficiali marine, non viaggi a piu’ di un nodo, nell’ipotesi piu’ favorevole. Diciamo anche che non contiamo moti browniani di oscillazione, vento contrario ed eventuali perturbazioni. Ricordo che un nodo corrisponde ad un miglio nautico all’ora.
Per percorrere 1200 miglia su una zattera, nella ipotesi in cui la zattera viaggi costantemente in linea retta tra i due punti di minima distanza tra Africa e America, senza perturbazioni atmosferiche, coi venti a favore, ci vorrebbero quindi 50 giorni.
Zattera di mangrovie galleggianti. In questo caso trasporta un nido di airone (C) Lisa Signorile
In questi cinquanta giorni (sette settimane) le scimmiette avrebbero dovuto mangiare, ma soprattutto bere acqua dolce. Sospetto che i Parapitechi avessero qualche difficolta’ nell’arte del costruire recipienti per l’acqua in previsione di lunghi viaggi transoceanici, come pure non so se si frovassero frigo-bar per la frutta a buon mercato in Sierra Leone all’epoca. Resta il fatto che una volta arrivata almeno una femmina incinta, come dice Dawkins, le toccava sopravvivere e far sopravvivere i suoi piccoli in un ambiente diverso, con cibi e predatori diversi, e far fronte al problema dell’inbreeding e della scarsa variabilita’ allelica per mantenere la popolazione.
I sostenitori a favore della teoria “out of Africa” che, strana combinazione, dimenticano sempre di riportare questi semplici calcoli, ricordano che dato che il livello dei mari nell’Oligocene era piu’ basso, non e’ impossibile che fosse emerso qualche isolotto a meta’ strada, che avrebbe potuto fungere da Autogrill per le nostre scimmiette naviganti. Cio’ di cui questi studiosi non tengono conto e’ che l’habitat di isolotti vulcanici da poco emersi dall’acqua e’ spoglio e sorprendentemente privo di “zattere lagunari di mangrovie” atte a riprendere il viaggio verso l’America, salvo che non si riprendesse lo stesso mezzo con cui si era giunti facendogli circumnavigare a remi l’isola. Rimane anche il problema che di questi fantasiosi “ponti di terra” non abbiamo prove e che e’ dai tempi di Wegener, negli anni cinquanta del secolo scorso, che per decenza non se ne parla piu’.
Dawkins sostiene che per far cio’ le scimmiette hanno avuto 10 milioni di anni di tentativi ed errori, e suppongo che reputi questo tempo sufficiente per imparare a non bere e mangiare per almeno 50 giorni, salvo poi perdere questo incredibile adattamento appena giunte a destinazione. A riprova della possibilita’ teorica della zattera di mangrovie, Dawkins riporta (pag. 130 del Racconto dell’antenato) l’esempio di iguane arrivate su un “materasso di tronchi e alberi sradicati” sull’isola di Anguilla. Dimentica pero’ di dire che Anguilla e’ una della Antille, nel mar dei Caraibi, a un tiro di schioppo da Santo Domingo, e collegata alla terra ferma da un -reale- ponte di terra fatto da un arco insulare: le iguane avrebbero percorso sulla zattera non piu’ di qualche centinaio di km nella piu’ sfavorevole delle ipotesi navigando per un paio di settimane, o un mese a farla catastrofica (le date che riporta vanno dal 20 settembre al 4 ottobre 1995). Per di piu’ dopo tre anni delle 15 iguane rimaneva “una sola femmina riproduttivamente attiva”. Considerando che le Antille si sono formate proprio tra l’Eocene e l’Oligocene, in 50 milioni di anni l’iguana dai tubercoli non e’ riuscita a colonizzare Anguilla. La “logica dell’evento basta una volta sola” a me pare che in questo caso non abbia funzionato granche’. Cosa porta Dawkins a pensare che avrebbe dovuto funzionare con le ben piu’ delicate e lontane scimmiette Platirrine?
Io penso si tratti del disperato tentativo di dare un senso logico ad un evento per cui la mancanza di dati ci porta ad avere un gap di conoscenza. C’e’ poco materiale e pochi riferimenti bibliografici su questo argomento “spinoso”, in genere si preferisce sorvolarlo. Chi, per onesta’ intellettuale o per necessita’, lo affronta, cerca di dare un’interpretazione la piu’ logica possibile aggrappandosi a quel poco che si ha, anche se con il rischio di cadere in contraddizione. Questo post e’ scritto utilizzando tutte le fonti che sono riuscita a trovare a portata di mano e moltissime inferenze, calcoli e riflessioni personali. Mi trovo in serio imbarazzo a dar torto a Dawkins, ma a me la teoria dell’origine africana grazie alle mangrovie pare improbabile almeno quanto le altre ipotesi, e almeno quanto un rapimento alieno delle scimmiette.
A complicare il tutto, bisogna aggiungere che le scimmie non erano sole nel loro viaggio verso il Nuovo Mondo. I roditori caviomorfi americani, come le cavie e i cincilla’, ma anche come l’estinto Phoberomys pattersoni, un roditore di 600 kg grosso come un rinoceronte, discenderebbero dall’istrice Africano e sarebbero arrivati in America piu’ o meno contemporaneamente alle scimmie. Come? Rimane un mistero.
L’istrice africano (Hystrix sp) migrando tramite vie ancora sconosciute in America ha dato origine ai roditori caviomorfi (C) L. Signorile
Published by tupaia on June 29th, 2008 tagged primati, misteri, evoluzione, mammiferi | 4 Comments »
Happy birthday Orologiao Miope
Col tempismo che mi e’ consono, e perfettamente in linea con le strane cose qui riportate, celebro con soli 17 giorni di ritardo il primo compleanno di questo blog.
Quando ho cominciato a scrivere L’Orologiao Miope, lo scopo che mi ero prefissa era:
“Senza false pretese, la speranza per me e’ di imparare qualcosa in piu’ descrivendo strani e magari lontani animali su questo blog. Se poi a qualcuno interessa, va bene. Se no avro’ passato dieci minuti gioendo dell’idea di quanto strani e imprevedibili siano i meccanismi dell’evoluzione”
In questo anno ho imparato moltissima zoologia, curiosamente molta piu’ di quella che mi hanno insegnato l’universita’ e gli studi successivi. Adesso e’ il momento di ridefinire il target.
Scrivendo di animali insoliti e poco conosciuti, mi sono resa conto di quanto sia vero che chiamiamo “mostri” le creature cosi’ diverse da noi che non riusciamo a comprenderle. In una forbicina non riusciamo ad individuare un aspetto antropomorfo, una sacculina ci fa orrore per il suo stile di vita parassita, nel candiru’ vediamo un pericolo potenziale per noi, i Triops ci sembrano i cattivi di un film di fantascienza. La verita’ e’ che noi, o almeno io, di queste creature sappiamo cosi’ poco che ne abbiamo paura.
Se il sonno della ragione genera mostri, il mio auspicio e’ che la conoscenza generi almeno comprensione, e rispetto. Un po’ retoricamente, lo ammetto, penso che questo valga anche per i rapporti con gli individui della nostra stessa specie: tendiamo sempre ad emarginare quelli che ci sembrano strani, o diversi, e che non riusciamo a capire.
Ebbene, chissa’ che continuando a scrivere di creature “mostruose” non riesca a tendere la mano e ad avvicinare me e magari qualche curioso che passa da queste parti, a cio’ che merita di essere conosciuto prima che scompaia, di modo che non venga piu’ chiamato mostro ma semplicemente ottenga il rispetto che merita.
Published by tupaia on June 27th, 2008 tagged auguri, annunci | 12 Comments »
Dal Triassico con orrore: i Triops
There are more things in water, Horatio,
than are dreamt of in our zoology
(Ye Olde Handebooke of Wyrde and Marvellouse Crytures)
Immaginate i caldi mari del Triassico inferiore, all’inizio dell’era Mesozoica. La piu’ grande estinzione di massa di tutti i tempi ha appena fatto estinguere il 95% delle specie. I trilobiti, che erano stati i dominatori dei mari, non esistono piu’, spazzati via da un’immane catastrofe di cui si e’ persa la memoria. I continenti si sono riuniti a formare la Pangea, dal clima arido e desertico al suo interno. Le piante piu’ evolute sono le felci arboree (le prime conifere verranno piu’ tardi, alla fine del terziario) e i dinosauri non sono ancora comparsi a calcare queste terre in cui le piogge sono un dono prezioso e le pozze temporanee di acqua dolce un bene indispensabile per dissetare gli animali. Ed e’ in queste pozze temporanee del Triassico che vive un piccolo crostaceo notostraco, ben prima dei dinosauri, il Triops cancriformis. I suoi antenati vivono in queste pozze temporanee da almeno altri 150 milioni di anni (i primi fossili noti di Triops risalgono infatti al Carbonifero o al Devoniano), e da allora la parola d’ordine e’ una sola: SOPRAVVIVERE. A qualunque costo.
Ed e’ nelle pozze temporanee che li ritroviamo, identici, 65 milioni di anni fa, quando la caduta di un meteorite provoco’ un’altra grande estinzione di massa che fece estinguere la maggior parte degli animali, dinosauri in testa, mentre i Triops non se ne accorgevano neanche.
Ed e’ nelle pozze temporanee e nei campi allagati delle risaie che li ritroviamo tutt’oggi, identici a 220 milioni di anni fa e molto simili a 350 milioni di anni fa, in quella che e’ la piu’ lunga stasi anatomica conosciuta. Attenzione, non confondiamo. In rete si trova ovunque, nei siti dedicati ai Triops, che il Triops cancriformis e’ la specie piu’ longeva mai esistita, risalendo a 220 milioni di anni fa. Per definizione, due animali appartengono alla stessa specie se sono interfecondi. Nel caso dei Triops la faccenda e’ molto piu’ complicata perche’ le specie riconosciute dai tassonomi, studiandone l’aspetto, non coincidono con le specie filogenetiche (determinate studiando il DNA mitocondriale) e presentano variazioni di forma tra popolazioni diverse. Tradotto, sembrano uguali esternamente ma sono diversi a livello di DNA, oppure sono diversi di aspetto (poco) ma sono uguali a livello di DNA. In soldoni, non e’ detto che un triops di oggi e quello del Triassico clonato come in Jurassic Parc sarebbero capaci di incrociarsi, magari hanno accumulato differenze di DNA tra loro che li rende non interfecondi, pur mantenendo una forma esattamente identica.
Se vi e’ venuto mal di testa finora, sappiate che i Triops fanno di molto peggio. In sostanza quello che fanno i Triops e’: me ne sto nella mia orrenda nicchia ecologica che non vuole nessuno, non rompo le balle a nessuno, ma faccio qualsiasi cosa, qualsiasi, per sopravvivere. Praticamente il manifesto ideologico del Sudtirolen Folkspartei.
Triops longicaudatus, l’ibrido americano normalmente in commercio
I modi attuati dai Triops per sopravvivere sono vari e interessantisssimi, ma prima vediamo di capire di chi stiamo parlando. I Triops sono crostacei d’acqua dolce, e fino a qui tutto bene. Di crostacei ne esistono diversi tipi, ad esempio le aragoste sono del gruppo dei Malacostraca, i balani, quegli animali col guscio bianco vagamente a forma di dente che vivono attaccati agli scafi delle navi sono Massillopodi, i Triops sono Branchiopodi. Branchiopodi significa quello che sembra, cioe’ branchie fatte coi piedi: degli antichi arti biramati posseduti dall’antenato comune di tutti gli artropodi resta solo quello superiore che forma dei filamenti (branchie) usati tanto per la respirazione che per il nuoto, mentre sono scomparsi gli arti ambulacrali, le zampette vere e proprie. All’interno dei branchiopodi i Triops appartengono al gruppo dei Notostraci. Come le scatole cinesi, insomma. Tutti i notostraci hanno la stessa forma, pur differenziandosi in due generi (Triops e Lepidurus) e un numero di specie variabile da 9 a 16 a seconda dell’Autorita’ che si cita.
Visione ventrale che mostra le appendici toraciche. Foto da es.geocities.com
L’aspetto esterno dei Triops (e dei Lepidurus), che cambia poco da specie a specie, e’ quella del Facehugger del film Alien: un carapace tondeggiante od ovale terminante in due spine, una lunga “coda” (addome) segmentata terminante in due lunghe spine (furca), uno sproposito di arti sottili e a forma di foglioline (da cui il vecchio nome di fillopodi) (da 35 a 71 paia solo nei segmenti addominali) che servono a nuotare, respirare e raccogliere il cibo; il primo paio di arti e’ allungato e sporge dal carapace sembrando un paio di baffi, e coaudiuva il nuoto. Una curiosita’: Triops vuol dire a tre occhi. Infatti, unici tra gli animali, hanno sul carapace tre occhi perfettamente funzionali, due occhi ai lati composti e sporgenti, che vedono bene anche se non a grandi distanze e al centro l’occhio naupliare, che vede meno bene ma e’ molto importante per indicare dov’e’ la luce, e quindi l’alto: uno scienziato svedese ha constatato che se si illumina una vasca di triops dal basso, con una lampadina tascabile, cominciano a nuotare capovolti perche’ per loro alto e’ sempre dove c’e’ la luce. Al piu’ grosso dei miei naupli di Triops, pertanto, e’ stato impartito il nome di Severino, dal nome del mio famelico, avido e baffuto oculista. In posizione piu’ distale rispetto agli occhi, sempre sul carapace, c’e’ un organo chemiotattico, cioe’ un naso per individuare il cibo, ben al centro della schiena.
Tutti i Notostraci, dal Devoniano ai nostri giorni, vivono in pozze d’acqua temporanee che si formano dopo forti piogge o allagamenti e vanno soggette a lunghi periodi di essiccamento completo diventando inabitabili per le forme adulte. Non un granche’ di ambiente, insomma, anche considerando la scarsita’ di organismi che possono vivere in un posto del genere: alghe, rotiferi, batteri, qualche insetto, qualche verme, poco altro, ma cio’ e’ bene perche’ pone spesso i Triops, che sono grossi anche 10 cm, al vertice della catena alimentare visto che pesci non possono sopravvivere in posti cosi’.
Ma perche’ i Triops sono fossili viventi? Un dato importante e’ che sono diffusi a livello globale e ciascuna specie occupa territori enormi (T. cancriformis ad esempio si trova in tutta Europa, Medioriente, Giappone, Africa del Nord e del Sud).
L’aspetto dei Triops e’ quello che in termini tecnici si definisce merostomoide, o in termini terra-terra da girino (da cui il nome inglese di tadpole shrimps). Alcune centinaia di milioni di anni fa un antenato dei Triops estrasse a sorte il biglietto vincente della lotteria per una forma conveniente, e da allora se l’ambiente non va bene, si aspetta che torni abitabile o lo si va a cercare altrove, ma non si modifica l’assetto corporeo perche’ evidentemente ogni possibile variazione e’ meno funzionale del modello base. Questo in sintesi. In pratica le teorie sul motivo della stasi morfologica sono tre, e tutte di eminenze grigie della biologia moderna, quindi passo la parola a loro:
a) spiegazione di Maynard smith (1983): la stasi e’ una conseguenza della selezione stabilizzante che favorisce un tipo morfologico e un genotipo. l’autore suggerisce che e’ impossibile che l’ambiente non sia cambiato nel lungo tempo, quindi devono essere le popolazioni a spostarsi per rimanere alle stesse condizioni e la morfologia puo’ essere mantenuta per selezione.
b) spiegazione di Eldredge & Gould (1972): ci sono limiti al modo in cui la morfologia puo’ cambiare che sono determinati dal modo in cui l’organismo si sviluppa.
c) spiegazione di Mayr, 1963: una popolazione molto estesa (come e’ questo il caso) che ha raggiunto un complesso adattamento con l’ambiente non sara’ soggetta a selezione direzionale perche’ il flusso genico dalle differenti parti dell’home range previene i cambiamenti.
Quale delle tre? ma tutt’e tre, naturalmente, e forse anche qualcuna di piu’!
E ora veniamo finalmente agli incredibili adattamenti che ci hanno fatto arrivare il Triops cancriformis fin qui dal Triassico passando da estinzioni di massa quasi totali, cadute di meteoriti, guerre atomiche (non e’ un paradosso, mi riferisco agli esemplari giapponesi di T. cancriformis).
1) strategie riproduttive: per i triops il nostro Kamasutra sarebbe solo un piccolo capitolo in un libro molto piu’ grande. Tutte le possibili combinazioni in una pozza sono conosciute: maschio e femmina, solo ermafroditi completi (con un ovotestis che produce uova e spermatozoi e si autofeconda), ermafroditi e maschi (che immagino si sentano vagamente a disagio come un uomo etero in un club per omosessuali), solo femmine partenogenetiche. Laddove ci sono maschi e femmine o maschi ed ermafroditi, quasi tutte le gamme di sex-ratio sono possibili, da pochi maschi a 1:1. In Italia, stranamente, terra di amatori e latin-lover, non sono noti maschi di T. carncriformis e tutti gli esemplari sono femmine partenogenetiche. Nel resto d’Europa invece c’e’ un’associazione con la latitudine: bisessuali al Sud (eh, il machismo), quantita’ variabile di maschi con ermafroditismo al Centro, solo ermafroditismo al Nord (gli svedesi non me la contano giusta…). Una spiegazione che e’ stata data a questo fenomeno, che pero’ taglia fuori la singolarita’ dell’Italia, e’ che il T. cancriformis, e’ una specie relativamente termofila e durante l’ultima glaciazione e’ sopravissuto solo al sud Europa, dove si riproduce con maschi e femmine per aumentare la variabilita’ individuale. Allo scioglimento dei ghiacci le pozze al nord dovevano essere ricolonizzate, ma e’ piu’ facile che cio’ accada se l’uovo attaccato alla zampa di un uccello e’ ermafrodita piuttosto che se e’ solo maschio o solo femmina. Col tempo in centro Europa sono arrivati anche i maschi che portano variabilita’ allelica, ma evidentemente le femmine “etero” sono meno competitive rispetto agli ermafroditi. Non e’ male come sistema: se fosse adattabile a noi basterebbe mandare una sola donna su Marte per popolare il pianeta.
Schema della copula in visione laterale. Il maschio e’ sotto e nuota a pancia su finche’ non aderisce con l’addome al carapace della femmina. Da Zierold (2006) riportato da Hotovy (1937)
2) Uova resistenti: le uova o cisti di Triops sono dei piccoli miracoli di bioingegneria. Mantengono per decadi il potenziale di schiudersi anche se sono esposte alle condizioni piu’ avverse: freddo intenso e ghiaccio, temperature fino a 80 gradi, seppellimento sotto strati di terra, disseccamento completo, ingestione da parte di animali. L’embrione, all’interno, e’ in diapausa, cioe’ in uno stato di animazione sospesa a metabolismo fermo, pronto a riprendersi appena ricevuti i segnali giusti. Esternamente la cisti e’ rivestita da una spessa cuticola formata da camere vuote a struttura alveolare, che sono il loro segreto. La femmina, o ermafrodita che sia, produce in media una sessantina di queste uova e le accomoda in una sacca tra il torace e l’addome per qualche tempo, poi le fa cadere al fondo. Cio’ perche’ le camere vuote del guscio, nella sacca materna, si riempiono di acqua e quindi si appesantiscono. Quando la pozza si dissecca
le uova, grandi circa mezzo millimetro, possono o essere disperse dal vento o essere ingerite da un anfibio o uccello, che le trasporta indenni nel suo canale digerente fino ad un’altra pozza, dove escono dalla “porta secondaria”, o restare attaccate alla zampa di un uccello. O anche possono rimanere li dove sono, sepolte sotto i sedimenti. In ogni caso il disseccamento fa evaporare l’acqua contenuta nel guscio e l’uovo diventa piu’ leggero. Alle prime piogge l’uovo tendera’ prima a galleggiare in superficie, poi gradatamente affondera’. Cio’ che sveglia l’embrione dalla diapausa quindi e’: la luce (se l’uovo era sepolto sotto il sedimento, galleggiando emerge in superficie), la temperatura, sempre in un range ristretto (ottimale 22 gradi, ottima temperatura di primavera), il pH, mai
Sezione di guscio di uovo di Triops. Foto da mytriops.com
troppo acido, il potenziale osmotico (l’acqua piovana e’ acqua quasi distillata, apH neutro, poi col tempo si arricchisce di minerali e il potenziale osmotico aumenta. Il segnale per i Triops e’: acqua pura, perche’ altrimenti potrebbe trattarsi di una pozza vecchia che sta per prosciugarsi e non vale la pena schiudersi). Non tutte le uova si schiudono in queste condizioni. Alcune devono essere sottoposte a ripetuti cicli di idratazione e disidratazione, altre si schiudono appena deposte, altre ancora dopo un solo ciclo. non e’ chiara la differenza tra questi tipi di uova.
3) Sviluppo rapidissimo. Dalle uova, dopo un giorno o due dall’instaurarsi delle giuste condizioni anbientali, emerge un metanauplio nuotante liberamente, che dopo circa un giorno diventa uno stadio giovanile gia’ piu’ o meno con la forma giusta. Il giovane cresce molto rapidamente, compiendo continue mute (anche ogni ora), e nel giro di una o due settimane e’ gia’ adulto e capace di deporre le uova, in caso la pozza stia per prosciugarsi. In genere ogni individuo vive una sessantina di giorni se e’ fortunato e la pozza non si prosciuga prima, ma le uova che ha deposto rimarranno li anche per anni.
Foto al microscopio elettronico a scansione Di un esemplare allo stadio giovanile di Triops cancriformis subito dopo la metamorfosi. Foto di Zierold T. (2006)
4) Adattamento al cibo: i triops mangiano di tutto e continuamente: sono onnivori ma hanno abitudini sia saprofite sia spazzine sia predatorie e all’occorrenza mangiano anche altri triops subito dopo l’ecdisi, quando sono ancora morbidi e vulnerabili. Per crescere velocemente non si puo’ essere troppo schizzinosi sul cibo.
Mettiamola cosi’: se dovessi terraformare Marte, prima ci manderei su una bella camionata di tardigradi, e poi gli farei arrivare un sacchetto di uova di Triops (quelli islandesi, per via delle temperature), visto che a quanto pare l’acqua non e’ un problema. Ciononostante, dopo tutti questi milioni di anni, alcune specie di Triops come T. granarius sono a rischio di estinzione. Come mai? Ovvio, non tollerano l’inquinamento causato da una insignificante scimmia che ha calcato il pianeta per giusto un paio di milioni di anni.
Nota di colore: prima di cominciare a scrivere questo post ho ordinato per posta un sacchetto di uova di Triops. Dopo quattro giorni dal contatto con l’acqua sono gia’ grandi un mezzo cm e decisamente famelici. Il ritmo di sviluppo e’ veramente impressionante! Se smetto di aggiornare il blog e’ perche’ sono usciti dalla vaschetta e mi hanno divorata nel sonno.
Hat Tip: Marco D’Itri
Referenze:
Nobumitsu Suno-Uchi, Fumiyo Sasaki, Satoshi Chiba, Masakado Kawata (1997) Morphological stasis and phylogenetic relationships in Tadpole shrimps, Triops (Crustacea: Notostraca) Biological Journal of the Linnean Society 61 (4) , 439–457
Barbara Mantovani, Michele Cesari, Franca Scanabissi (2004) Molecular taxonomy and phylogeny of the ‘living fossil’ lineages Triops and Lepidurus (Branchiopoda: Notostraca) Zoologica Scripta 33 (4) , 367–374
Thorid Zierold (2006) Morphological variation and genetic diversity of Triops cancriformis (Crustacea: Notostraca) and their potential for understanding the influence of postglacial distribution and habitat fragmentation. tesi di dottorato, Universita’ di Freiberg
Thorid Zierold, Bernd Hanfling,1and Africa Gómez (2007) Recent evolution of alternative reproductive modes in the ‘living fossil’ Triops cancriformis BMC Evol Biol. 2007; 7: 161.
Published by tupaia on June 25th, 2008 tagged Dinosauri, invertebrati, evoluzione | 15 Comments »
Una patella nell’orto: Ceroplastes japonicus
Normalmente, pensando agli insetti, li immaginiamo liberi di volare, o almeno di camminare velocemente e di infrattarsi in qualche anfratto.
Esistono invece insetti che hanno una vita praticamente sessile, come quella di alcuni moluschi come le patelle, ovvero non hanno zampe o occhi e passano la vita ancorati al substrato.
Gli insetti a cui mi riferisco appartengono al grande gruppo degli emitteri, il quinto piu’ grande e diversificato gruppo di insetti (i primi sono i coleotteri) e alla famiglia dei Diaspididae, e sono dette comunemente cocciniglie o in inglese, con un termine molto piu’ descrittivo, “armored scales”, ovvero scaglie corazzate . Questo nome deriva dalla singolare struttura di cui sono ricoperti questi insetti dal corpo incredibilmente modificato, una placca fatta di cera estremamente dura, secreta dall’animale stesso. Questa copertura non e’ parte integrante del corpo dell’insetto, come lo e’ il guscio di una tartaruga, si limita a ricoprire l’insetto che vive e si nutre al di sotto di questo scudo.
La placca ha in genere un diametro di pochi mm e un colore variabile in base alla specie, dal bianco al nero passando per il rosso e tutte le sfumature intermedie. La forma e’ anche molto variabile, andando dal circolare all’ovale all’oblungo o anche a pera. Al di sotto di essa l’insetto ha perduto le ali, gli occhi e buona parte della segmentazione. Quello che resta e’ un lungo stiletto, praticamente un pungiglione, che vienen insinuato nella venatura di una foglia per suggerne continuamente la linfa, e l’apparato digerente e riproduttore. Un lento stillicidio per la pianta ospite, che puo’ soccombere ad un’infestazione di questi parassiti. Oltre a succhiare la linfa (con conseguenti disseccamenti della pianta), infatti, le cocciniglie producono come metabolita di scarto una sostanza zuccherina (melata) che provoca infezioni secondarie di funghi neri (detti fumaggine) sulla pianta e copre i tessuti fotosintetici.
Femmina adulta di Ceroplastes japonicus su una foglia di alloro. (C) L. Signorile
Ceroplastes japonicus e’ una cocciniglia infestante nel nostro paese dove e’ oramai pressoche’ ubiquitaria. Come il nome stesso suggerisce e’ originaria dell’estremo oriente, Cina, Giappone e Corea. Il primo avvistamento in Italia risale al 1984 al nord, da dove poi si e’ diffusa al resto della penisola, alla Francia e alla Slovenia. In Europa e’ presente anche in Gran Bretagna, ma e’ diffusa anche in molte done dell’Asia e dell’America
L’ospite primario di questo parassita e’ l’alloro (Laurus nobilis), seguito dal kaki (Diospyros kaki) e dalla camelia (Camelia sinensis). Quasi tutte le piante da frutto possono pero’ essere colpite, come i meli o i limoni, ma anche l’agrifoglio (IIex aquifolium), l’edera (Hedera helix), l’acero (Acer spp.) per un totale di specie oscillante tra 95 e 121 piante: un piccolo disastro corazzato, insomma.
L’adulto ha un incredibile dimorfismo sessuale: la femmina infatti e’ sessile, ricoperta da una spessa scaglia cerosa di forma ovale, lunga 2-4 mm, piu’ spessa al centro che ai bordi, il che le da un aspetto conico. Negli esemplari piu’ giovani si puo’ osservare in realta’ che e’ composta dalla giustapposizione di otto scaglie piu’ piccole, che si fondono con l’eta’. Il colore e’ rosa-brunastro, piu’ chiaro ai bordi. Il corpo dell’insetto, al di sotto della scaglia, e’ rosso, composto da 7 segmenti e dotato di zampette e antennine atrofizzate. Mentre la femmina depone le uova, queste restano sulla superfice ventrale della madre, protette dalla scaglia, mentre il corpo si assottiglia. Alla fine dell’ovoposizione la femmina si trasforma praticamente in un sacchetto contenente le uova e null’altro.

Parte ventrale di femmina adulta di C. japonicus. Si notino il colore del corpo rosso ciliegia, le zampe atrofizzate e un uovo (in arancione). (C) L. Signorile
Il maschio adulto (che in Italia a quanto pare non e’ ancora stato osservato, le femmine si riproducono solo per partenogenesi) ha l’aspetto complessivo di un moscerino, con solo due ali anziche’ quattro come la maggior part
e degli insetti e un piccolissimo scudo ceroso sul dorso, niente di comparabile con la femmina. Non ha l’appartato boccale, il che significa che non puo’ nutrirsi e vive solo qualche giorno: il tempo necessario per svolazzare in giro e fecondare quante piu’ femmine possibile, li aggrappate saldamente alla loro foglia d’alloro. Per ottenere le ali il maschio deve fare due mute in piu’ rispetto alla femmina, che e’ quindi da considerarsi una forma neotenica (per una discussione sulla neotenia si veda qui). La riproduzione insomma e’ letale sia per il maschio che per la femmina. Particolare curioso, la sex-ratio in paesi come l’ex-URSS varia in base alla pianta su cui si trovano le uova: il rapporto femmine:maschi e’ 1:4 sul melo, 1:1 su kaki, mandarino e foglie d’alloro, 2.5:1 sul gelso, e 1000:1 sui rami d’alloro!
Una femmina depone in media in tarda primavera 400 minuscole uova (in Europa sono sempre univoltini), ma puo’ arrivare a produrne fino a 2500. Da queste uova, dopo un mesetto, circa a giugno, nascono i “crawlers“, il primo stadio larvale dotato di zampe e molto mobile, che si disperdono sulle foglie accanto o, con l’aiuto del vento, anche ben piu’ lontano. Appena giungono su una foglia o un ramo adatti, piantano lo stiletto in una venatura, cominciano a succhiare e gli cresce lo scudo dorsale di cera. Ambo i sessi restano sessili per tre mute, dopodiche’ si ha la differenziazione in maschi alati e femmine sessili. Le larve al secondo e terzo stadio hanno una caratteristica e inconfondibile forma di stellina bianca, invero molto decorativa su un albero di natale, poco su un gelso. L’accoppiamento avviene ad ottobre, dopodiche’ le femmine si spostano dalle foglie ai rami e passano cosi’ l’inverno, resistendo a temperature anche molto basse (anche -10 ^C).
Neanidi di Ceroplastes japonicus. Foto tratta da Bassova T.
Questi insetti, per la loro natura parassita, sono estremamente dannosi tanto per le coltivazioni arboree che per i parchi e giardini, e per via della corazzatura gli insetticidi funzionano poco e gli interventi devono essere mirati a colpire le neanidi. Esistono tuttavia diversi sistemi di lotta che comprendono l’uso di vespe predatrici, di imenotteri parassitoidi (vespe che depongono le uova nel corpo dell’insetto ospite e di cui le larve si nutrono), di feromoni che attirano i maschi (solo in serra, e non da noi), ma anche usando specifici funghi.
Ok, si sara’ intuito fin qui che le cocciniglie fanno schifo, non sono neanche riconoscibili come insetti, sembrano cozze patelle parassite, uccidono gli alberi, pero’, come sempre, c’e’ l’altra faccia della medaglia.
Alcune cocciniglie sono estremamente importanti dal punto di vista economico: Dactyloplus coccus e’ una cocciniglia usata sin dai tempi degli Atzechi e dei Maya per ottenere il colorante rosso carminio: l’insetto produce infatti acido carminico come deterrente alla predazione da parte di altri insetti e questa molecola puo’ essere estratta dal corpo dell’insetto e dalle uova. Tutt’oggi e’ usato come colorante alimentare (E 120) e nell’industria cosmetica in quanto e’ un prodotto naturale e non tossico. Dactylopius si nutre sull’Opuntia, ovvero il fico d’India. Nel secolo scorso in Australia il fico d’India fu importato dall’America e crebbe a dismisura, formando inestricabili foreste spinose. Introdurre il suo parassita naturale, ovvero questa cocciniglia, fu allora una buona idea per controllare l’espansione incontrollata della pianta.
Altra cocciniglia importante commercialmente e’ Kerria lacca, il cui nome non a caso ricorda quello della ceralacca: gli insetti producono un pigmento resinoso che viene raccolto, filtrato lavorato per produrre la lacca con cui si rivestono violini, cofanetti e altri oggetti di legno lavorato.
Referenze:
Bassova, T.,Data sheets on forest pests, Ceroplastes japonicus. European and Mediterranean Plant Protection Organization
Daly H.V., Doyen J.T., Purcell A.H. (1998)Introduction to Insect Biology and Diversity, Second ed., Oxford University Press, New York
Published by tupaia on June 19th, 2008 tagged neotenia, parassiti, invertebrati, Insetti | 17 Comments »
Non solo alligatori sbucano dalla tazza del water
Ringrazio Claudio per avermi segnalato questo link.
Sto ancora ridendo dopo averlo letto, e mi pareva il caso di condividerlo anche qui.
Per i non-anglofoni:
Un signore a Melbourne, mentre di sera faceva il bucato in bagno, ha visto l’acqua dentro il water ribollire. Dopo un po’ e’ uscito un opossum semi-affogato dalla tazza, con le orecchie lunghe e gli occhioni a piattino.
Dato che gli opossum tendono alla tanatosi (si fingono morti o almneno restano immobili in caso di pericolo) e non sono molto svegli, e’ rimasto li per un po’ e si e’ fatto placidamente fotografare e filmare, diventando una star di Youtube.
Per fortuna l’australiano non l’ha scambiato per un enorme ratto e dopo un po’ l’ha aiutato ad uscire dal water e gli ha dato la via dalla finestra. Per arrivare in casa dell’uomo l’opossum e’ risalito lungo una grondaia verticale per diversi metri…
Mi immagino gia’ la reazione dell’emigrato in Australia italiano:
-(versione siciliana) Miiii, bedda matri! ‘nu zucculunu gigante nisci’ da jint a lu cessu! Carmelina, la mazza portasse ca stinnicchiare lo devo!
-(versione barese) Mooo’, uaglio’! Na’ zoccola gigant avassut’ da jint’o cess! Carme’ port’ u calibro 12 de zi’ Peppino o’ criminale ca u’ accid!
-(versione napoletana) Mannagg’ a morte! E chiss e’ a culp d’a monnezz! N’ata zoccola yind o cess! Carmeli’, porta ‘a scopa ca y accid’ pure chiste.
(siciliani e napoletani non me ne vogliano troppo per il dialetto approssimativo). Le mie conoscenze linguistiche si fermano qui, purtroppo, ma credo che di italiani in Australia ce ne siano un po’ di tutte le regioni e temo che le reazioni non sarebbero troppo diverse. Se non altro gli anglosassoni hanno molto piu’ fairplay rispetto a noi…
Published by tupaia on June 18th, 2008 tagged deliri, marsupiali | 10 Comments »
Evolution for you: Mouse attacks!
Nel sud dell’oceano Atlantico c’e’ la minuscola Isola di Gough (un tempo nota come Diego Alvarez), dell’arcipelago di Tristan da Cunha, il piu’ remoto arcipelago della terra. A parte i 6 membri della stazione metereologica Sudafricana l’isola e’ disabitata. Appartiene al Regno Unito.
Isola di gough, costa orientale. Le scogliere sono alte tra 150 e 300 m. Foto: Peter Balwin
In realta’ non e’ esattamente vero che l’isola e’ disabitata. Su di essa nidificano 22 specie di uccelli, di cui 20 marini e quattro rarissimi e protetti, ed e’ una specie di santuario per la nidificazione, dichiarata patrimonio dell’umanita’ dall’UNESCO. Il motivo per cui agli uccelli piace tanto questo fazzoletto di terra vulcanica e’ che non ci sono predatori. Come molte isole vulcaniche lontane dalla terraferma, e’ irraggiungibile sia per i mammiferi che per i rettili, ovvero i principali predatori di uova, e questo garantisce ad uccelli come gli albatros di portare a termine con successo la nidificazione: il gigantesco pulcino dell’albatros, infatti, resta a terra nel nido completamente solo e inerme per otto mesi.
Tra gli uccelli troviamo l’albatros di tristan (Diomedea dabbenena), 1500 coppie in tutto, una specie endemica da poco riconosciuta come una speciazione dell’albatros urlatore (Diomedea exulans) e che nidifica solo su Gough e su Inaccessible Island (giuro, si chiama davvero cosi’…). Poi c’e’ la gallinella d’acqua dell’isola di gough (Gallinula comeri), che e’ una gallinella d’acqua che e’ diventata specie a se per via dell’isolamento ed e’ quasi completamente inetta al volo, a differenza delle sue cugine europee che volano piuttosto bene (2500 coppie in tutto). Ancora, troviamo la berta atlantica (Pterodroma incerta) che, sebbene sia piuttosto diffusa, nidifica solo sulle isole dell’arcipelago di Tristan da Cunha e su Gough, il passeriforme Rowettia goughensis, zigolo di Gough, 200 coppie, anch’esso endemico, naturalmente. Ancora, troviamo tra nidificanti e non, altre sette specie di albatros, fulmari, procellarie, uccelli delle tempeste, pellicani, aironi, stercorari, sterne per un totale di 54 specie. Tra gli altri endemismi, troviamo 21 angiosperme, 15 felci, muschi non ben classificati e 10 invertebrati endemici. Gli unici mammiferi autoctoni presenti sono due specie di foche: Arctocephalus tropicalis e Mirounga leonina.
Complessivamente, l’isola di Gough e’ l’ecosistema insulare freddo-temperato meno disturbato dell’Atlantico meridionale, cani, gatti, maiali e altri grossi mammiferi potenzialmente pericolosi sono stati interamente rimossi nel 1950 sotto la Tristan da Cunha Wildlife Protection Ordinance - e del test nucleare da 2 kT fatto dagli americani nel 1958 a circa 150 miglia dall’isola preferiamo dimenticarci.
Fino a qui, tutto bene. Adesso, naturalmente, arrivano i problemi.
Erano ben noti avvistamenti di ratti nell’isola e, si sa, i ratti scesi dalle navi che poi sono approdati sulle isole hanno sempre fatto disastri.
Ebbene, e’ da circa il 2000 che a guardar meglio ci si e’ accorti che non si trattava di ratti grigi, bensi’ di topolini delle case, Mus musculus. I topolini sbarcarono probabilmente dalle navi dei balenieri o dei cacciatori di foche da pelliccia all’inizio del XIX secolo, e da allora si sono moltiplicati fino a raggiungere, si stima, 700.000 individui su un’isola di 91 Kmq.
Mus musculus. foto da: hlasek.com
Per i Robinson Crusoe murini era un posto piu’ che accettabile: c’era acqua potabile, piante e invertebrati da mangiare e mancavano completamente i predatori. L’unico problema era il freddo (la temperatura media e’ di 11 gradi, la piovosita’ e il vento elevati), e cio’ ha favorito gli animali di grosse dimensioni. Non di mutazione si tratta, ma di semplice selezione degli individui piu’ grossi nel normale range di variabilita’. Oggi i topi di Gough sono i piu’ grossi viventi in natura, secondi solo a quelli selezionati in laboratorio, e sono circa tre volte le dimensioni di un normale Mus musculus.
Le grosse dimensioni diminuiscono il rapporto supervicie/volume del corpo e riducono la dispersione di calore. Piu’ o meno la stessa ragione per cui gli inglesi, che sono grandi e grossi, vanno in giro in manichine in pieno inverno mentre io, che sono alta un tappo e mezzo, con dieci gradi in piu’ vado in giro con due cappotti. A ogni generazione gli individui che avevano piu’ speranze di sopravvivere e riprodursi erano quelli che pativano di meno per il freddo perche’ leggermente piu’ grossi degli altri, e cio’ valeva anche per i loro figli: nella competizione tra topi, i piu’ grossi sentivano meno freddo perche’ disperdevano meno calore e avevano piu’ fitness, e cosi’ via. Perche’ questo non succede anche, diciamo, sulle Alpi italiane dove fa molto freddo in inverno? Semplice: perche’ da noi ci sono i predatori, ed essere piccoli, poco visibili e capaci di infilarsi in ogni buchetto puo’ rappresentare un vantaggio evolutivo altrettanto valido che il soffrire meno il freddo. Su Gough, dove i predatori sono inesistenti, questo non rappresenta un vantaggio e quindi non e’ selezionato dall’evoluzione.
Risolto il problema del freddo, quindi, i nostri topi si sono ambientati a meraviglia riproducendosi a migliaia e invadendo tutta l’isola (si calcola che una singola coppia di topi puo’ generare 500 topolini in 21 settimane), fin quando un problema non si e’ presentato: la scarsita’ di cibo. Le isole vulcaniche, anche se del terziario come questa, ovvero il vulcano era attivo ai tempi dei dinosauri e cio’ ha dato il tempo a piante e invertebrati di colonizzarla, non sono mai ricchissime in termini di biodiversita’. Sicuramente, non ci sono abbastanza piante da seme da supportare una popolazione di 700.000 topi.
Normalmente i topolini delle case sono onnivori e capaci di rosicchiare virtualmente qualunque cosa se hanno fame. Preferiscono pero’ una dieta a base di semi, cereali, piante verdi e per un 10% circa proteine animali derivanti da invertebrati (lombrichi e insetti, perlopiu’). In mancanza di tutta questa roba per via del sovraffollamento, i topi di Gough hanno pensato bene di avere a disposizione un sacco di proteine nobili e che era il caso di sfruttare l’occasione. Da alcuni anni e’ infatti noto che questi topi sono in grado di attaccare i pulcini degli uccelli nidificanti sull’isola, per lo piu’ inetti. Il fatto paradossale e’ che un topino di 30 g non si fa nessuno scrupolo di attaccare il gigantesco pulcino dell’albatros (alto anche un metro e pesante 250 volte un topo, una decina di kg circa), che per quanto grosso e’ anche incapace di reagire e difendersi e si lascia letteralmente divorare vivo dai topi.
Sono stati osservati anche 8-10 topi divorare senza scrupoli il pullo che si limita, a volte, a girare nervosamente per il nido senza scappare via, mentre i genitori sono lontani a procurargli il cibo. Per chi ha stomaco, puo’ guardare qui il footage dell’attacco. A settembre del 2004, di 256 pulcini di albatros monitorati, 100 erano stati divorati vivi dai topi, e tutti prima dell’attacco erano in buona salute, segno che i roditori non selezionano gli individui piu’ deboli ma attaccano a caso. Perche’ no, del resto, visto che le loro vittime comunque non si difendono?
I topi fortunatamente non si nutrono solo di pulcini (pulcioni). Questo studio riporta che a basse quote (da 0 a 250 m s.l.m.) gli uccelli erano il cibo prevalente dei topi solo a settembre e a ottobre, all’inizio della loro stagione riproduttiva (si riproducono fortunatamente una sola volta all’anno). Da novembre a marzo, in piena estate, il cibo favorito era costituito da materiale vegetale, mentre da marzo a luglio sono preferiti i lombrichi, e gli invertebrati indigeni sono perlopiu’ ignorati. A quote piu’ alte (sopra i 500 m s.l.m.) il cibo preferito sono larve di lepidottero.
Cio’ non toglie che i topi stiano facendo un enorme danno all’ecosistema dell’isola, mettendo a grave rischio le specie endemiche. La sopravvivenza dei pulcini di albatros si aggira intorno al 60-70%, mentre per via dell’attacco dei topi si stima che su gough solo il 27% sopravviva. Non solo gli albatros, ma anche le berte e i fulmari sono stati osservati essere attaccati dai topi.
Che fare? la RSPB, l’equivalente inglese della LIPU, ha ricevuto qualche anno fa £62.000 per intervenire ma mi risulta che a tutt’oggi non siano stati presi provvedimenti. Si mormora di lanciare con gli aerei tonnellate di veleno per topi, che mi sembra un’idea furbissima, se si vuole contaminare tutta l’isola. La rimozione andrebbe fatta a mano.
Per il momento la RSPB sta cercando UNA persona che vada a fare uno studio pilota per accertarsi del problema, e gia’ che c’e’ rimuovere a mano una pianta alloctona. La paga e’ buona, ma considerando l’investimento ricevuto, non sarebbe il caso di mandare invece un team per tre mesi, da agosto ad ottobre, con le trappole, ed eliminare quanti piu’ topi possibile? Quand’e’ che la RSPB, e gli inglesi in generale, smetteranno di assumere old etonians e cominceranno ad impiegare gente competente per limitare i danni fatti nei loro protettorari e possedimenti insulari? Comunque, se qualcuno di voi e’ andato a scuola col figlio del presidente della RSPB e vuole farsi un anno di vacanza pagata a Gough, i termini scadono il sei di giugno (ogni riferimento al motivo per cui il sindaco di Londra è stato messo a fare il sindaco di Londra è assolutamente casuale)
Hat tip: Hak mao
Published by tupaia on May 25th, 2008 tagged predatori, alloctoni, comportamento, roditori, evoluzione, Uccelli, mammiferi | 17 Comments »
Il mio migliore amico…
… non c’e’ piu’.
Dopo 16 anni di onorata guerriglia contro veterinari, topi, uccelli, gatti dei vicini, umani, regali di natale etc e di fughe rocambolesche per andare dove nessun altro gatto ha mai osato andare, Arafat, il gatto guerrigliero temuto in tutti i giardini di Finchley, come il suo illustre omonimo ha ceduto il passo alla vecchiaia.
E dopo soli sei mesi da Silver.
Onore delle armi al Nero Genio del Male.
Published by tupaia on May 24th, 2008 tagged annunci, Uncategorized | 3 Comments »
Il risveglio della marmotta: abbiamo perso
Non e’ che la sedicente “sinistra” ha perso le elezioni. E’ che noi italiani abbiamo perso la dignita’.
Dovete sapere infatti che addirittura, anche quest’anno, le marmotte sono uscite dal letargo. Giocano un po’ sulla neve e si scaldano al sole, ma purtroppo ci sono questi terribili abbattimenti selettivi promossi dalla amministrazione regionale dell’Alto adige che a torto o a ragione causano la morte di alcune centinaia di esemplari.
Ora, notizie del genere, in questi termini, si vergognerebbe a darle persino questo blog che parla di animali in modo a volte un po’ gigione.
Che le dia il TG2 delle 13.00 con un servizio di cinque minuti (che su trenta minuti in tutto fanno un sesto), e per giunta con un mese di ritardo sull’effettivo risveglio delle marmotte, mi pare lesivo della dignita’ e dell’intelligenza di chi ascolta.
Del resto, e’ fondamentale informare gli italiani sui ritmi circannuali delle marmotte e mi sembra molto piu’ rilevante di altri eventi.
Che i Rom vengano cacciati, i loro insediamenti bruciati, e che l’ondata di razzismo esasperato e fanatico dovrebbe risvegliarci tristi ricordi sui Rom finiti nei lager insieme agli Ebrei, ai comunisti e agli omosessuali e’ del tutto irrilevante.
Che nelle strade delle citta’ si stiano organizzando ronde notturne di giustizieri della notte dai nomi folkloristici , tipo “Comitato Stanga” o “Azione Giovani” (Repubblica 19/05/08), che insieme a vigilantes armati girano per le strade per garantire agli onesti cittadini sicurezza e per “divertirsi un po’ prima” di consegnare ladruncoli ed extracomunitari alla giustizia e’ anche irrilvante, anzi ben guardato sia da “destra” che da “sinistra”.
Che la camorra bruci i rifiuti per strada e che l’immondizia di Napoli, e la sua conseguente diossina, venga utilizzata solo a fini di propaganda politica e’ un dato tutto sommato di secondaria importanza.
Che si voglia un direttore unico della Rai eliminando la possibilita’ di dissenso e’ anzi un bene, speriamo che sia un appassionato di marmotte, e magari che legga questo blog il giorno in cui parlera’ di scoiattoli di terra.
Vogliamo mettere tutto cio’ a fronte della fondamentale notizia, data a fine maggio, che le marmotte si sono svegliate dal letargo?
Se ci sta bene questo, abbiamo perso davvero, e tutti quanti, indipendentemente dal colore politico, sia la faccia che la dignita’.
Published by tupaia on May 19th, 2008 tagged informazione, politica, roditori, mammiferi, annunci | 16 Comments »
La forbice nel cervello: Forficula auricularia
T. esce in fretta dal cubicolo della doccia, indossa l’accappatoio e si asciuga, come tutte le sere. I lunghi capelli ondulati mostrano ancora tracce di schiuma, che scivola sulle orecchie e sul collo. Decide pertanto di asciugare per bene le orecchie, cosa che non fa mai. Raggiunge la vetusta scatola dei cotton fiock, ne prende uno, avvicina il bastoncino al capo ma prima scuote la testa per scrollarsi di dosso un po’ d’acqua. Sente un rumore provenire dal ripiano accanto a se, dov’e’ poggiata la scatola dei cotton fiock, abbassa gli occhi, e vede qualcosa che le ghiaccia il sangue: Una gigantesca forbicina cammina indifferente sul ripiano.
Immediatamente torna nella mente di T. il nome latino dell’animale, Forficula AURICULARIA, e la leggenda legata a questo animale: entra del canale uditivo, arriva al cervello e li depone le uova, da cui emergono i piccoli che fuoriescono sempre dall’orecchio. Certo, una leggenda. E allora che ci fa li quell’affare con troppe zampe? Sarebbe troppo ovvio pensare che si trovava sotto o nella scatola dei cotton fiock ed e’ stato disturbato. No, deve essere caduto dall’orecchio quando ha scosso il capo, disturbato dalla vicinanza del bastoncino. Ma allora potrebbero essercene altri… certo, lo sanno tutti che e’ una favola della buonanotte… ma allora perche’ il nome latino e’ auricularia? cos’ha a che fare con le orecchie? e poi lo sanno tutti che amano i posti umidi e stretti, come un canale uditivo dopo la doccia…
La forbicina o tagliaforbice europea e’ lunga 1-2 cm e non entra nelle orecchie. Foto da: www.kolumbus.fi
Un’otite e alcuni anni di distanza da questa storia non sono bastati a farmi avere un atteggiamento lucido e compassato nei confronti di queste innocue bestiole, e scrivere questo post e’ davvero difficile per me. Ma si sa, ognuno ha le proprie fobie…
Le forbicine in realta’ sono degli innocui saprofiti, anche se nei momenti di paranoia non riesco a convincermene, ovvero si nutrono di materiale organico in decomposizione, per lo piu’ vegetale, ma a volte predano anche altri insetti, come il pesciolino d’argento (Lepisma saccharina). Il massimo danno che possono arrecare e’ negli Stati Uniti, dove sono una specie importata e quindi senza predatori naturali, alle coltivazioni biologiche, dato che a volte si nutrono di fiori e frutta. Ed e’ proprio tramite fiori e frutta che a volte le malcapitate bestiole arrivano nelle nostre case, dove per lo piu’ fanno una brutta fine sotto gli inesorabili colpi di una ciabatta. Se fosse per loro, se ne starebbero in un angoletto buio e umido senza disturbare nessuno, come hanno fatto negli ultimi cento milioni di anni e piu’.
I Dermaptera infatti, l’ordine a cui appartengono le forbicine, risalgono al Mesozoico e sono arrivati fino a noi senza grosse modifiche nel piano strutturale con circa 1800 specie, bazzecole rispetto al quasi mezzo milione di coleotteri. Come tutti gli insetti, hanno le quattro ali di base, ma molte specie come le Forficula auricularia le usano poco, preferendo camminare che volare. All’occorrenza, tuttavia, le ali sono perfettamente funzionali per cui, nonostante le apparenze, a quanto pare anche le forbicine volano. Le due anteriori sono piccole emielitre sclerotizzate e coprono le due inferiori che sono delicate e ripiegate al di sotto tipo ventaglio di carta, con ripiegature caratteristiche per ogni specie. Il nome dell’ordine, Dermaptera, significa “ali di pelle” e fa riferimento alle due ali posteriori.
Posteriormente l’addome mostra in posizione terminale due cerci allungati che servono per le competizioni tra maschie e all’occorrenza possono essere anche un’arma di offesa che infligge pizzicate dolorose. A me sembrano tuttavia anche la versione in piccolo di una coda di pavone: le femmine, infatti, hanno i due cerci piccoli e diritti, laddove i maschi li hanno grandi e ricurvi. Tra i due, e’ la femmina che depone le uova e che avrebbe piu’ bisogno di un’arma di offesa energica, ma ha i cerci piccoli. E’ probabile pero’ che i cerci siano in qualche modo anche coinvolti nella copula, che dev’essere interessante, dato che i maschi delle Forficulinae hanno due peni perfettamente funzionali, come tutti gli insetti piu’ primitivi.
Maschio e femmina di forbicina. Foto da: agspsrv34.agric.wa.gov.au
Curiosamente, questi insetti hanno cure parentali. La femmina scava piccole buche in autunno in cui depone una cinquantina di uova e poi resta di guardia. Accudisce amorevolmente le uova pulendole e rimuovendo eventuali funghi o altri parassiti fino a che la temperatura non e’ cosi’ bassa che entra in ibernazione. Alla schiusa, in primavera, resta di guardia per assicurarsi che nessuno infastidisca i piccoli durante il primo stadio di vita. Dopo di che i piccoli si disperdono e vanno per la loro strada. A quel punto la femmina non li riconosce piu’ e se ci si imbatte li preda. In estate, a volte, la femmina depone un secondo gruppo di uova. Questi insetti sono emimetaboli, ovvero i piccoli sono copie in miniatura degli adulti, sebbene con qualche differenza: sono piu’ chiari, non hanno ali e i cerci sono piccoli e poco sviluppati.
Ad aumentare le mie paranoie c’e’ il disdicevole fatto che tra i dermaptera ci sono due famiglie, gli Hemimerina e gli Arixenina, che sono rispettivamente ectoparassiti di roditori e pipistrelli, senza ali e senza occhi (ma anche le nostre forbicine hanno solo due occhi semplici e non composti come gli insetti piu’ recenti; del resto, sono notturne e si basano piu’ sui sensori posti sulle antenne che sulla vista).
Ho appreso con raccapriccio anche dell’esistenza della forbicina gigante di St. Helena (Labidura herculeana), un’isoletta dell’Atlantico nota a noi solo perche’ ci fu mandato in esilio Napoleone, che raggiungeva e superava gli otto cm. Uso il passato perche’ a quanto pare e’ estinta, o almeno sono vent’anni che di questo “dodo dei Dermatteri” non si sa piu’ nulla, nonostante tre spedizioni che l’hanno cercata attivamente. Quel che si sa di lei e’ che era notturna e che scavava molto in profondita’ nel suolo, uscendo solo per nutrirsi. A quanto pare non ha resistito all’introduzione di scolopendre, cani, gatti, ratti, generali francesi e tutto il solito armamentario che i coloni europei si portavano dietro. Sarei ipocrite se dicessi che quest’estinzione mi addolora.
Published by tupaia on May 15th, 2008 tagged notturni, Insetti | 12 Comments »
epilogo del sorcio
Ringrazio Peppo per la generosa offerta, ma e’ arrivata tardi.
La topina, Apodemus sylvaticus, e’ stata liberata nell’ambiente da cui proviene, in una grande voliera ben chiusa che tiene lontani quasi tutti i predatori. Gli unici potenziali pericoli sono i serpenti (pochi) e i ratti, piu’ l’addetto alla manutenzione della voliera. Pero’ l’erba e’ molto alta, il cibo e’ abbondante e l’acqua potabile non manca. Inoltre i predatori si spera siano occupati a divorare i pulcini della rarissima anatra ospite della voliera.
Riuscira’ la nostra eroina a sfuggire alle trappole dell’addetto alla manutenzione? ai posteri (murini) l’ardua sentenza. Non potevo fare di piu’ per lei
Published by tupaia on May 10th, 2008 tagged roditori, annunci | 1 Comment »
SAVE THE MOUSE
Non posso piu’ tenerla, per motivi logistici. Giovedi’ la riporto nel luogo dove e’ stata catturata in origine.
Per lei, oramai abituata alla pancia piena e a una vita priva di rischi, sara’ uno shock.
Ma se sopravvive, almeno mettera’ al mondo tanti altri topini, visto che e’ grassottella e in salute.
Se qualcuno desidera una femminuccia di Apodemus sylvaticus (topo selvatico), praticamente invisibile, inodore e timidissima, inclusa gabbietta, me lo dica prima di giovedi’. Se no, le volpi ringraziano.
Published by tupaia on May 6th, 2008 tagged roditori, annunci | 5 Comments »
La belva dei ghiacci: il ghiottone (Gulo gulo)
Qual’e’ l’animale piu’ feroce del mondo? E’ il leone? La tigre? Il lupo? L’orso? Nessuno dei suddetti: e’ il ghiottone.
Questa simpatica bestiolina, un mustelide che a me sembra tanto un equivalente iperboreo di Taz, il diavolo di Tasmania, e’ stato filmato scacciare via dalle loro prede branchi di lupi e orsi, che ne condividono l’habitat. Con leoni e tigri e’ difficile che possa misurarsi, ma basta fare due proporzioni: il ghiottone attacca prede anche di cinque volte le proprie dimensioni. Tigri e leoni al massimo attaccano zebre e bufali, non piu’ del doppio di loro.
Gulo gulo. foto di Matthias Kabel tratta da: www.theanimalfiles.com
La sua fama micidiale e’ riflessa anche nel suo nome, ghiottone o glutton in inglese, e nel folklore locale. Presso i Lapponi non se ne pronuncia il nome, ed e’ associato a creature mitologiche nefaste e diaboliche. L’abitudine di predare e fare overkilling (cioe’ di uccidere piu’ animali di quel che riesce a mangiare) tra i branchi di renne di allevamento deve aver sicuramente contribuito a questa fama. Presso gli Indiani americani il ghiottone era anche associato a figure eroiche ma infide, dei voltafaccia da cui e’ bene stare alla larga.
Ce l’hanno tutti con il ghiottone? No di certo. E’ che qualcuno che sappia farsi rispettare al vertice della catena alimentare ci vuole, che diamine! Uno si evolve a vivere nella tundra, non e’ mica poco, si meritera’ pure 70-80 kg di renna di tanto in tanto! Il fatto che un ghiottone sia grande quanto un cane di media taglia e pesi 15-20 kg (massimo 30) e’ del tutto accessorio. Anche un alce, che pesa sui 300 kg, ogni tanto non ci sta male nella dieta, anche considerando che le mascelle sono abbastanza robuste da spezzarne gli enormi femori (un lupo non se lo sogna neanche). Fortunatamente per noi in genere gli alci vengono predati se malati o intrappolati nei ghiacci, ma io non mi fiderei, considerando che apre le scatolette di carne in scatola a morsi.
Teschio di ghiottone in visione frontale: si notino, oltre agli enormi denti, le grandi coane nasali indici di un ottimo olfatto. Foto da: arcticartsales.com
Fortunatamente la piccola belva in realta’ e’ pigra: potendo scegliere preferisce o mangiare carcasse di animali gia’ morti, o rubare le prede ad altri carnivori, piuttosto che cacciare lui stesso. Curiosamente, sono state proposte due sottospecie di ghiottone, una che vive al circolo polare nella zona euroasiatica (Gulo gulo gulo) e l’altra che vive in Canada e Alaska (Gulo gulo luscus). La sottospecie americana caccia attivamente molto meno di frequente del cugino europeo e si pensa che questo sia dovuto al fatto che in America ci sono molti piu’ predatori di grossa taglia a cui fare una proposta che non possono rifiutare.
Una volta catturata la preda, questa viene smembrata; parte viene divorata subito, mentre la testa, gli arti e i visceri vengono trascinati via anche per distanze di km e nascoste per far provvista sotto sassi, dentro corsi d’acqua (suppongo ghiacciati), in cavita’ di alberi o in buchi scavati nella neve. Praticamente il sistema degli scoiattoli, solo che con brani di animali anziche’ con le noccioline, e forse e’ quest’abitudine di far provvista che ha valso a questo letale predatore il nome poco onorevole di ghiottone. Per ritrovare le scorte alimentari, il ghiottone fa uso dell’odorato, che e’ raffinatissimo, mentre la vista e’ scadente.
Gli altri mustelidi, come la faina o la donnola, a parita’ di ferocia hanno anche una buona vista e gli occhi grandi, e sono notturni, perlopiu’. Il ghiottone invece ha da fronteggiare un problema a cui noi abitanti delle zone temperate non facciamo mai mente locale: non puo’ essere ne’ notturno ne’ diurno, perche’ vive in una zona in cui si hanno sei mesi di luce e sei mesi di buio, e la sua attivita’ circadiana e circannuale e’ quindi condizionata dalla lunga notte artica o dal sole di mezzanotte. La soluzione al problema e’ non fare caso alla luce e avere ritmi di quattro ore di veglia e quattro di riposo, alternati (tuttavia in estate favorisce le ore in cui il sole e’ piu’ basso sull’orizzonte).
Si diceva che gli altri mustelidi sono altrettanto feroci. Una donnola in effetti, che pesa sui 50 g, uccide senza problemi un coniglio di un paio di kg, cioe’ 400 volte piu’ pesante. Il ghiottone altro non e’ quindi che una donnola gigante, ingranditosi per meglio sopportare climi freddi. La tecnica di caccia e’ la stessa, come pure la tendenza all’overkilling (le donnole nei pollai sono tristemente famigerate): un morso delle potenti mascelle sulle vertebre cervicali spezza il midollo spinale e paralizza all’istante l’animale, uccidendolo. Veloce, quasi indolore ed efficacissimo nella sua letalita’, diversamente dai cani che sono killer molto meno raffinati e smembrano un pezzo alla volta la preda ancora viva.
Il primato di letalita’ del ghiottone gli spetta dunque solo perche’ e’ il piu’ grosso tra i mustelidi terrestri (il piu’ grosso mustelide in assoluto e’ la lontra marina), e non perche’ sia particolarmente piu’ feroce di un comune furetto, tipo quelli che si tengono come animali da compagnia. Fortunatamente non esistono mustelidi delle dimensioni di una tigre, perche’ sarebbe stato facilmente in grado di uccidere un elefante con un morso: queste bestie sono delle macchine per uccidere.
In Inglese, il ghiottone e’ chiamato “wolverine”, nome utilizzato per un supereroe della Marvel. Foto da: www.kswild.org
Tuttavia, il ghiottone sa anche essere una creatura dolce, se vuole. La madre accudisce premurosamente i figli per quasi un anno, e questi sono noti per giocare tra loro come gattini o addirittura anche con oggetti (il che e’ un chiaro segno dell’intelligenza di questo animale: per sopravvivere tra i ghiacci denti forti non bastano, ci vuole anche un cervello sottile). In autunno si nutre anche di bacche e frutta (mi chiedo se li uccide uno per uno con un morso dietro il collo), di invertebrati, uccelletti e uova in primavera. Insomma e’ tendenzialmente onnivoro, ma in inverno e’ ovviamente obbligato ad essere carnivoro.
I maschi, grossi anche un terzo piu’ delle femmine, hanno dei territori immensi, anche di 1000 kmq, e possono comprendere i territori di piu’ femmine, piu’ piccoli (massimo 350 kmq). Per capirci, si tratta di territori grandi quanto un terzo della Valle d’Aosta. La Lombardia potrebbe idealmente ospitare massimo 24 ghiottoni maschi e il Lazio 18. Questo ovviamente minimizza gli incontri al di fuori della stagione riproduttiva, che si risolvono in un sacco di soffi e strilli piu’ uno dei due che scappa saggiamente via dopo un po’ di scaramucce. Per minimizzare ancora di piu’ i rischi di incontri e rimanersene tranquilli in compagnia di una creatura che ogni ghiottone stima moltissimo, se stesso, i Gulo gulo marcano il territorio anche con feci, urina e il pestifero essudato delle ghiandole perianali, il che ci ricorda che anche le puzzole sono mustelidi. L’erratismo in questi territori e’ notevole: un ghiottone puo’ viaggiare in un giorno anche per 45 km col suo passo saltellante senza troppo sforzo.
Gli accoppiamenti avvengono in primavera-estate, e qui c’e’ un evento curioso. Gli embrioni (da 1 a quattro alla volta) non si sviluppano subito. Restano in diapausa nell’utero materno per tutto l’autunno e l’inverno, e a gennaio dell’anno successivo riprendono a maturare. La gestazione quindi, sebbene di fatto duri alcuni mesi, in realta’ porta via solo una cinquantina di giorni e il cucciolo nasce molto immaturo. Questo e’ ovviamente un altro adattamento contro il freddo: garantisce al cucciolo di nascere in primavera e sfruttare tutta l’estate per la crescita, e allo stesso tempo garantisce alla madre di affrontare il lungo inverno artico senza doversi preoccupare dello sforzo metabolico aggiuntivo di una gravidanza quando fa freddo.
Un altro interessante adattamento al freddo e’ il pelo di questo animale: e’ completamente idrorepellente, il che gli impedisce di ghiacciare in condizioni di freddo intenso. Sfortunatamente per il ghiottone, questa peculiarita’ e’ stata sfruttata per farci gli orli dei cappucci degli eskimo o i rivestimenti delle giacche, il che tradotto significa che i ghiottoni sono animali che rientrano nella fur trade, tra gli animali cacciati per la pelliccia.
Non solo questo. In Finlandia i ghiottoni uccidono le renne e le pecore, qualche volta, e mangiano gli animali presi al laccio nelle trappole dei cacciatori, lasciandoli con un palmo di naso. Sono anche distruttivi nei capanni di caccia perche’ fanno fuori tutte le scorte di cibo, anche in scatola. Tradotto, questo ha autorizzato per un lunghissimo periodo di tempo lo sterminio indiscriminato dei ghiottoni in quanto competitori dei cacciatori bipedi: i cacciatori li odiano anche perche’ sanno come evitare le trappole: o le capovolgono, o tirano dentro un ramo facendole scattare a vuoto: veramente impressionante! In piu’, la pelliccia di ghiottone ha anche un certo valore economico (in Alaska valeva 200$ nel 1993). Il risultato? naturalmente, che l’areale del ghiottone e’ in ritirata e il numero di animali in declino quasi ovunque (tranne la Svezia che ha sempre adottato una politica di protezione e di rimborso agli allevatori per i danni). Sono completamente estinti negli Stati Uniti, in Polonia e nel sud del Canada, e altrove non se la passano benissimo. Cio’ che li ha salvati dall’essere spazzati via e’ la loro intelligenza nell’evitare le trappole e la loro bassa densita’. Non oso tuttavia pensare a cosa succedera’ con i cambiamenti climatici e la conseguente variazione degli habitat freddi, anche se ora si stanno attivando quasi ovunque politiche di protezione per questo animale, che resta misterioso per moltissimi aspetti.
A pensarci bene, la risposta alla domanda iniziale era sbagliata: “Qual’e’ l’animale piu’ feroce del mondo? E’ il leone? La tigre? Il lupo? L’orso?”
Published by tupaia on May 2nd, 2008 tagged predatori, mammiferi | 17 Comments »
I wurstel con i denti: gli eterocefali glabri (Hetherocephalus glaber)
Quando si pensa a questi roditori, due caratteristiche vengono subito alla mente:
- sono bruttissimi
- sono gli unici mammiferi con una struttura eusociale, come le api.
Entrambe queste affermazioni, a mio avviso, peccano di superficialita’.
Il fatto e’ che l’ eusocialita’ degli eterocefali, o ratto-talpa nudi, altro non e’ che la punta dell’iceberg di una serie di meravigliosi adattamenti evolutivi ad un habitat inospitale e povero di risorse, ovvero la zona predesertica del Corno d’Africa; adattamenti che chissa’ perche’ passano sotto silenzio a favore delle due caratteristiche summenzionate, ma che a mio avviso sono ben piu’ sorprendenti e degni di nota.
Prima di analizzarli, pero’, conviene esaminare in dettaglio l’ecologia e l’etologia di questi insoliti roditori.





















