La “Cosa” da un’altra fogna
Innanzi tutto, guardate questo filmato:
Il filmato pare che non sia contraffatto. E’ stato ripreso nella cittadina americana di Raleigh, in North Carolina (sulla costa Est), sotto il centro commerciale di Cameron Village, da una telecamera robot della Malphrus Construction, la ditta che ha appaltato la manutenzione delle fogne cittadine dal loro proprietario, la York Properties (ebbene si, negli USA sono private pure le fogne!). La creatura sembra muoversi e ritrarsi quando la luce (o, piu’ che altro, il calore emanato dalla luce) la colpisce e sembra aver proliferato lungo le pareti delle vecchie (1949) tubature. L’organismo e’ piu’ piccolo di quel che sembra, ed e’ ingrandito dal grandangolo della telecamera. Di cosa si tratta? Sono state fatte diverse ipotesi che vanno dai briozoi agli cnidari ai funghi mucillaginosi a una creatura aliena finita nelle tubature delle fogne come da copione degli anni ‘50.
Una ipotesi interessante viene dal Dr Timothy Wood (Fonte: qui, ripresa da qui):
“No, these are not bryozoans! They are clumps of annelid worms, almost certainly tubificids (Naididae, probably genus Tubifex). Normally these occur in soil and sediment, especially at the bottom and edges of polluted streams. In the photo they have apparently entered a pipeline somehow, and in the absence of soil they are coiling around each other. The contractions you see are the result of a single worm contracting and then stimulating all the others to do the same almost simultaneously, so it looks like a single big muscle contracting. Interesting video.”
In pratica il Dr Wood sostiene che si tratti di vermi anellidi del genere Tubifex, gli stessi che si vendono surgelati per darli da mangiare ai pesci d’acquario, che non trovando un substrato si sono avvolti l’uno sull’altro.
L’ipotesi e’ interessante, ma guardiamo dei veri tubifex (mi spiace ma non riesco a fare l’embed del video, wordpress mi manda a escort del Presidente del consiglio il template)
Il filmato e’ accelerato ma si nota distintamente che ogni individuo si muove indipendentemente dagli altri; anche in questo contesto non vi e’ substrato a cui aggrapparsi, e i vermi si raggruppano tutti insieme. Ciononostante rimangono individui distinti, ammassati ma ben distinti anche ad occhio nudo, e soprattutto non si muovono all’unisono con un movimento coordinato in reazione ad uno stimolo.
L’altra ipotesi accreditata e’ che si tratti di briozoi. I briozoi sono un antichissimo Phylum di organismi acquatici coloniali (che oggi andrebbero piu’ correttamente chiamati Ectoprocta) composti da migliaia di piccolissimi individui chiamati zooidi. Ogni zooide si riveste di un involucro gelatinoso, chitinoso o calcificato in cui vive una vita piu’ o meno sessile. Gli zooidi sono mobili ma la colonia, per sua natura, e’ genericamente poco mobile, come si puo’ vedere bene de questo filmato.
A me non sembra difficile pensare che si tratti di qualche specie di briozoo di acqua dolce ancora sconosciuta alla scienza, o di un mutante i cui zooidi producono un esoscheletro gelatinoso molto sottile che sopravvive solo perche’ l’ambiente manca di predatori.
Se non quello, l’unica altra ipotesi possibile e’ che si tratti di una epifania del Flying Spaghetti Monster
Published by tupaia on July 3rd, 2009 tagged misteri, invertebrati | 14 Comments »
L’effetto Bambi
E’ da molti anni che osservo l’esistenza di quello che io chiamo “l’effetto Bambi”. Non ho idea se sia un fenomeno studiato in psicologia o in antropologia culturale o in filosofia, ai cui esperti lancio la palla (qualcuno conosce un blog in italiano di antropologia culturale?). Io, al momento, mi limito ad osservare il fenomeno e fare delle ipotesi, applicando alla lettera il metodo scientifico (TM).
Per spiegare l’effetto Bambi, provero’ a fare degli esempi:
Esempio 1
A- Nel negozio YXZ vendono salame felino
B- Oddio! E’ fatto di gatto? E che dice la protezione animali?
A- Ma no, e’ di maiale
B- Ah, meno male, allora lo assaggio.
Esempio 2
A (al telefono) - ma che bello, nel mio giardino e’ appena entrato un cucciolo di capriolo!
B (all’altro capo) - oh, ma che bello, che fortuna! Pensa che io invece oggi nel mio giardino ho trovato un nematode da un cm e mezzo!
A (al telefono) - —————— ah. Ma che schifo!
Esempio 3
Questo blog scrive che i gatti andrebbero eradicati (catturati e uccisi) dalle isole per proteggere le specie endemiche. Seguono commenti (in pubblico e in privato) contro questa idea.
Questo blog scrive che i topi andrebbero eradicati dall’isola di Gough per proteggere le specie endemiche. Nessun commento contro l’idea.
Esempio 4
Conosco molte persone che non vanno allo zoo perche’ gli dispiace di vedere gli animali in cattivita’, e se ci vanno passano il tempo a chiedere ai keeper notizie sulla gestione e il benessere degli animali. Almeno, mi accadeva spesso che me lo chiedessero quando ero allo Zoo di Londra, dove vi sono principalmente mammiferi e uccelli.
Uno dei curatori di questa affascinante mostra (andateci se siete a Genova) mi riferisce invece che nessuno del pubblico chiede preoccupato se gli animali hanno spazio sufficiente, se soffrono per la cattivita’, come verranno stabulati alla fine della mostra etc. Anzi, il pubblico osserva compiaciuto il pasto delle creature a base di invertebrati.
Penso che oramai dovreste esservi fatti un’idea di dove voglio andare a parare: noi occidentali abbiamo in testa una inconscia “scala naturae” che ci fa preferire, intenerire, ammirare certi animali piuttosto che altri, con criteri piuttosto irrazionali. Visto che i mammiferi sono spesso preferiti, ho considerato l’ipotesi che preferissimo le specie che ci sono filogeneticamente piu’ affini, ma ho dovuto scartarla: siamo sicuramente piu’ vicini ai maiali e ai topi di quanto non lo siamo ai carnivori, ma cani e gatti restano in cima alla lista. Tra i mammiferi, poi, c’e’ una gerarchia piuttosto bizzarra per cui il grosso dei roditori (topi e ratti di vario ordine e grado), sono da eliminare (suppongo in quanto competitori alimentari), mentre i predatori, anche quelli potenzialmente pericolosi per noi, come i lupi e le tigri, sono ammirati e osannati. Il sistema va in tilt quando osserviamo una tigre predare Bambi, non sappiamo da che parte stare, ma nessuno e’ perfetto. Tra gli ungulati, quelli selvatici sono preferiti a quelli domestici (le mucche sono stupide, i cervi sono “nobili”).
Quest’ultima considerazione sugli ungulati mi ha fatto scartare anche il criterio della preferenza per le specie domestiche, a cui ci dovremmo sentire piu’ vicini, su quelle selvatiche. Ci dispiace in genere di piu’ per l’oca lombardella sparata da un cacciatore che per un’oca domestica comprata al supermercato per Natale, piu’ per un muflone che per una pecora.
Gli invertebrati, tutti, stanno in fondo alla lista, con qualche eccezione come le chiocciole, le coccinelle, le farfalle (solo l’adulto, pero), e sotto ancora ci sono gli invertebrati parassiti (non c’e’ competizione tra Bambi e un nematode).
La mia ipotesi allora e’ che si tratti di una forma di neotenia: ci piacciono, anche da adulti, gli animali che piacciono ai bambini, presumo per un meme culturale passato di generazione in generazione. Ci piacciono sicuramente gli animali colorati (i camaleonti sono simpatici, i gechi “fanno impressione”), a dispetto delle loro colorazioni aposematiche che ci dovrebbero avvertire della loro tossicita’. Ci piacciono gli animali con gli occhi grandi: chi sa resistere davandi a questo?
Come non intenerirci davanti agli occhioni di un bushbaby? Fonte: dailymail.co.uk
Un bambolotto perfetto! E ci piacciono gli animali che veniamo educati ad apprezzare da piccoli: l’hungry caterpillar e’ sicuramente piu’ simpatico di una larva di neurottero, anche se l’hungry caterpillar e’ un competotore alimentare e la larva di neurottero e’ un insetto benefico perche’ mangia gli insetti nocivi per le nostre coltivazioni
Larva di neurottero. Foto: Jim Kalisch, UNL Entomology
Gli scoiattoli grigi non si possono eradicare perche’ chi non ha letto da bambino le strisce di Cip&Ciop (che invero sono tamia) che fanno i dispetti a Paperino?
La nostra “scala naturae” mentale sarebbe quindi un retaggio infantile basato sugli animali che veniamo educati ad apprezzare da bambini e che a sua volta si basa su un criterio neotenico dell’apprezzamento estetico del piu’ colorato e del piu’”infantile” (occhi grandi, viso piccolo), con qualche aggiunta a seconda della moda del momento (mia nipote di due anni ad esempio adora i porcospini perche’ci sono numerosi libri per bambini che li ritraggono con i caratteri infantili esaltati). Le cince, coloratissime, ad esempio, sono di gran lunga piu’ simpatiche dei corvi, e tra un corvo e un ratto, entrambi scuri e senza caratteri infantili, e’ difficile decidere quale e’ peggio.
Indubbiamente questa e’ solo un’ipotesi, e che non spiega neanche tutto. Se qualcuno ne ha di migliori sarei felice di leggerle.
Sicuramente non si puo’ basare l’ecologia sugli occhioni grandi, ma spesso si e’ posti davanti a scelte che non piacciono ai piu’ solo per “effetto Bambi”. Agli animalisti piemontesi e’ intollerabile l’idea dell’abbattimento selettivo dei caprioli, che in sovrannumero mangiano tutto quello che trovano influenzando la composizione della flora, e ancora peggio considerano inaccettabile l’eradicazione degli scoiattoli americani, perche’ sembrano Cip&Ciop. Non si fanno troppi scrupoli, invece, quando la regione Piemonte organizza trappole per le cornacchie in sovrannumero o l’abbattimento selettivo dei cinghiali. Ed ecco quindi che anche la ricerca, o gli interventi di risanamento ecologico, devono basarsi sull’emotivita’ infantile del pubblico e non su criteri scientifici, perche’ l’effetto Bambi e’ piu’ basilare nel nostro inconscio di qualsiasi applicazione della logica.
Piccola nota di colore: tra gli zoologi, curiosamente, gli entomologi (che studiano insetti) sono molti, molti di piu’ dei teriologi (che studiano mammiferi).
Published by tupaia on June 30th, 2009 tagged riflessioni, neotenia, comportamento | 39 Comments »
Un mostro in casa: Felis catus
Country roads, take me home
To the place I belong
West Iraqi, mountain momma
Take me home, country roads
Preghiera del gatto alloctono
(quasi tutto) John Denver
Quasi sempre la presenza di una specie alloctona e’ dannosa per gli ecosistemi, ma ci sono specie piu’ deleterie di altre ed una di queste sono proprio i nostri beneamati mici di casa. Questo infatti non e’ un post sui gatti, ma sulle conseguenze dell’importazione dei gatti in piccoli ecosistemi.
I felini domestici, Felis domestica, Felis catus, Felis sylvestris, Felis Libyca o comunque vi piaccia chiamarli (essendo interfecondi, tecnicamente sono la stessa specie e propriamente andrebbero visti tutti come sottospecie di F. sylvestris), sono stati addomesticati tra 10000 e 5000 anni fa tra la Turchia e la Mesopotamia, forse (molto forse) col contributo genetico minimo di altre specie di felino selvatico.
Piu’ che di domesticazione vera e propria, si dovrebbe in qualche modo parlare di simbiosi (avanzi di cibo e rifugio in cambio dell’eliminazione dei roditori, competitori troppo pericolosi per i coltivatori), o al massimo di commensalita’ (avanzi di cibo e Hill’s Very Expensive Scraps of Cheap Meat in Synthetic Jelly (TM) in cambio di… avere una cosa calda e pelosa sul letto nelle fredde notti d’inverno), laddove i roditori non costituiscono una minaccia. I gatti insomma vivono intorno e negli insediamenti umani non per vera domesticazione, ma piu’ che altro per convenienza.
Questo ha fatto si che per gli ultimi 4900 anni non ci sia stata una effettiva selezione da parte dell’uomo per ottenere una specie piu’ antropicamente adatta, come e’ successo per l’uro, per il cavallo, per il lupo, per i canarini, per le capre, per i lama, per i polli etc etc. Quello che il gatto doveva fare, cioe’ uccidere i topi e fare le fusa se gli garbava, lo faceva gia’ egregiamente senza grossa pressione selettiva artificiale. Il risultato di cio’ e’ che i gatti hanno una enorme facilita’ a rinselvatichirsi e ad adattarsi in un ambiente ferale, anche sopravvivendo in condizioni estreme, dato che il grosso dei geni del fenotipo selvatico sono ancora li pronti a saltar fuori nel giro di due o tre generazioni di selezione naturale. L’unico tratto che sembra fortemente legato alla domesticazione e’ la capacita’ di formare colonie dove c’e’ abbondanza di cibo, mentre i veri gatti selvatici restano comunque solitari (e quasi certamente cio’ e’ dovuto a selezione naturale e non artificiale: se tolleri la presenza di un conspecifico, comunque c’e’ del cibo facile per te vicino all’uomo, se no te ne vai per asparagi a fare il gatto selvatico).
La prima introduzione del gatto in un ecosistema insulare risale a circa 9500 anni fa a Cipro, ma qui la faccenda e’ complessa: si trattava quasi certamente di animali selvatici e non domestici, introdotti come sistema lotta biologica contro i topi (Mus musculus) che erano stati a loro volta introdotti accidentalmente (ratti all’epoca ancora non ce n’erano in Europa). Non e’ impossibile che questa introduzione abbia portato all’estinzione di qualche specie di piccolo roditore o di uccello (una specie di topo selvatico effettivamente si e’ estinta a Cipro nel neolitico in concomitanza con la comparsa dell’uomo, e quindi del gatto), ma considerando che l’arrivo degli esseri umani coincise con la perdita di habitat a scopo agricolo e per incendi e con l’introduzione di cani, capre, pecore, cervi, volpi e maiali non mi sento di accusare i gatti in particolare. Lo stesso dicasi per gli isolotti della Grecia, dove il gatto arrivo’ nel 1400 a. C. , a danni umani gia’ fatti.
In Europa continentale il gatto arrivo’ grazie ai Fenici che li vendevano ai Romani come pet esotici (contro i topi e per la caccia ai conigli i romani avevano appositamente selezionato il furetto dalla puzzola, ma il gatto effettivamente e’ molto piu’ efficiente, amichevole, e profumato) e si stabili’ definitivamente tra 2500 e 2000 anni fa. L’Europa continentale (cosi’ come tutti gli altri continenti ad eccezione dell’Australia) non ha mai avuto problemi ad ospitare questa specie in quanto tutte le potenziali prede (piccoli uccelli, piccoli roditori e piccoli rettili) erano gia’ adattati a sopravvivere in un ambiente in cui predavano il gatto selvatico (F. sylvestris sylvestris), la faina, la martora, la donnola, la puzzola, l’ermellino etc. piu’ una gran quantita’ di rapaci diurni e notturni. La Corsica pero’ potrebbe aver pagato il suo tributo al gatto: piu’ o meno in concomitanza con l’apparire del gatto, scomparvero un toporagno endemico (Episoriculus), due roditori giganti, Rhagamys orthodon e Tyrrenicola sp., e un leprotto (Prolagus sardus) ma e’ piu’ probabile che il misfatto sia stato compiuto dai cani: i gatti sembrano essere scagionati sia da Simon J. Davis (The Archeology of animals) che da J.A. Alcover (Extinctions in near time). Meglio cosi’. Anche delle altre severe estinzioni che occorsero alle Baleari e nelle altre isole del Mediterraneo i gatti sembrerebbero essere innocenti, salvo compartecipazione per una lucertolina (Podarcis lilfordi) (Corti et al., 1999) . In Gran Bretagna, altresi’, non ci furono danni, sebbene OGGI gli inglesi dicano che i gatti di casa portano gli uccelletti sull’orlo dell’estinzione nella loro isola. Un modo come un altro per non guardare al fatto che non esistono piu’ boschi in questa nazione, suppongo, e non credo siano i gatti a tagliare gli alberi (i castori sono estinti da oltre un migliaio di anni, ma li stanno reintroducendo!).
Nelle Isole Canarie si deve presumibilmente ai gatti (arrivati con gli spagnoli nel XV secolo) l’estinzione di una quaglia, Coturnix gomerae. Quattro specie inoltre sono direttamente a rischio di estinzione per via della predazione felina, un uccello endemico, Saxicola dacotiae, e tre lucertole giganti endemiche, Gallotia simonyi, Gallotia intermedia, e Gallotia gomerana. Oddio, un piccolo prezzo se comparato all’estinzione del popolo dei Guanches in meno di un secolo per colpa di Homo sapiens.
Dall’altro lato dell’Atlantico due sono i danni principali dovuti ai nostri amici felini: la scomparsa di una decina di specie di hutia nelle varie isole dei Caraibi e la scomparsa di un topolino delle sabbie in Florida. Gli hutia sono dei sorcioni arboricoli simili a cavie buoni da mangiare e pare che anche l’equipaggio di Cristoforo Colombo li abbia potuti apprezzare. Della ventina di specie esistenti prima dell’arrivo del genovese se ne sono estinte una decina sotto la pressione di gatti, cani, ratti, manguste e, ovviamente, umani buongustai. Essendo pero’ gli hutia arboricoli occorre un predatore arrampicatore e temo che l’unico dell’elenco sia il gatto. Nelle isole di Anastasia e Santa Rosa, al largo della Florida, i topolini delle dune Peromyscus polionotus sono prossimi all’estinzione e una sottospecie, P.p decoloratus, e’ gia’ scomparsa. Oltre ai soliti gatti questa volta sono imputati anche le volpi e i palazzinari della Florida che distruggono le dune.
L’isola dell’Atlantico che ha sofferto di piu’ l’invasione dei gatti e’ pero’ Ascension. I felini arrivarono sull’isola nel 1815 insieme agli umani (inglesi), che li introdussero deliberatamente per controllare i ratti che erano sbarcati dalle navi. All’arrivo degli inglesi c’erano circa 20 milioni di uccelli marini nidificanti sull’isola. Nel 2000 non ce n’era piu’ neanche uno e le ultime colonie (circa 400.000 individui) si erano spostate sugli isolotti al largo dell’isola. Il rallide di Ascension (Mundia elpenor) si e’ estinto completamente, preda facile dato che era inetto al volo. Quanto agli uccelli, la fregata di Ascension (Fregata aquila) nidifica solo ed esclusivamente ad Ascension ed e’ ora sull’orlo dell’estinzione, e cosi’ pure, localmente, la sula (Sula sula). La berta di Audubon (Puffinus lherminieri) e’ estinto completamente. La sterna fuligginosa (Sterna fuscata) era predata dal rallide estinto e sopravvive ancora, ma anche lei ne e’ uscita decimata dall’incontro coi gatti.
Se ancora non siamo convinti dell’impatto dei gatti, spostiamoci in Messico. Angel de la Guardia e’ un isola relativamente grande tra la costa pacifica e la penisola di California. Qui viveva una specie endemica di topolini del genere Peromyscus guardia. Nell’Ottobre 1995 la popolazione fu censita ed era relativamente abbondante. Nel 1998 fu avvistato un gatto, uno, e da allora di topolini angel de la guardia non ce n’e’ piu’ neanche l’ombra. Il 90% delle deiezioni di gatto trovate nel 1998 conteneva pelo del topolino in questione. Il gatto fu poi “eradicato” nel 1999 ma era troppo tardi. Questa volta non si puo’ dare la colpa a volpi o a cani, dato che sull’isola, miracolosamente, non ci sono predatori alloctoni.
Un po’ piu’ a sud di Angel de la Guardia, sempre in Messico, sull’isola di Socorro i gatti ferali si stanno allegramente mangiando una specie endemica di lucertola, Urosaurus auriculatus (che a dire la verita’ soffre anche della presenza di pecore selvatiche che si mangiano tutto sino all’erosione del suolo) e sono stati imputati come responsabili dell’estinzione della colomba endemica di Socorro, Zenaida graysoni. A Guadalupe si riporta l’estinzione, sempre ad opera felina, del picchio ramato di Guadalupe ( Colaptes cafer rufipileus), del pipilo dai fianchi rossastri (Pipilo maculatus) e complessivamente di un buon 40% degli uccelli originariamente presenti: in tutte queste estinzioni c’e’ sempre lo zampino unghiuto di un gatto.
Finche’ ci si accorge del problema poco male. Ci sono posti, tipo l’isola di Socotra nell’oceano indiano, dove invece non si hanno dati. Socotra e’ una di quelle isole che pullulano di endemismi locali e gli unici due mammiferi predatori, ovviamente importati, sono i gatti e uno zibetto indiano. Il gatto di Socotra, addirittura, pare presenti un fenomeno di gigantismo insulare (tipo i topi dell’isola di Gough) ed e’ di taglia piu’ grande della media. Si mormora che questi gatti facciano strage di tartarughini marini appena sguciati dall’uovo, e di sicuro hanno un impatto pesante sulla vastissima popolazione di uccelli endemici, ma non ci sono dati in proposito e le autorita’ yemenite mi sembrano ignorare il problema.
E ora, affrontiamo il problema piu’ serio: l’Australia, la Nuova Zelanda e le isole del Pacifico. Secondo l’ISSG Database i felini domestici sono stati introdotti in 40 isole al largo dell’Australia, 7 al largo della Nuova Zelanda e diverse dozzine di isole e isolotti sparsi nel Pacifico; sono ritenuti responsabili del declino di almeno sei specie di uccelli endemici in Nuova Zelanda (inclusi lo scricciolo dell’Isola Stephens, Xenicus lyalli e il kapapo, Strigops habroptilus) e di almeno 70 estinzioni locali di uccelli insulari. Voi direte: ok il Kakapo, il pappagallo piu’ gosso del mondo lo conoscono tutti. Ma lo scricciolo dell’isola di Stephen che avra’ di particolare da essere nominato come caso esemplare? L’uccellino, endemico dell’isola, fu contemporaneamente scoperto e dichiarato estinto grazie al gatto del guardiano del faro. Riporto dalla sempre eccellente Enciclopedia delle specie estinte di Day: “Ad un recente (1895) convegno del Club degli Ornitologi di Londra, l’onorato Mr W. Rothscild, il ben noto collezionista, descrisse questi esemplari veramente unici che aveva ottenuto da Mr Henry Travers di Wellington, che a sua volta li aveva avuti dal guardiano del faro dell’Isola di Stephen che, da parte sua, si dice abbia sostenuto di essere in debito con il proprio gatto per questa importante scoperta.” Abbiamo gia’ visto, a proposito dell’Isola di Angel de la Guardia, come un solo gatto possa far estinguere un’intera specie, e cosi’ avvenne anche sull’Isola di Stephen: dopo il 1895 questi uccelli sono scomparsi, e gli unici 16 esemplari presenti nelle varie collezioni di tutto il mondo sono stati tutti sottratti alla ciotola del gatto del guardiano del faro. Nella fredda isola di Macquarie, a sud della nuova Zelanda, cio’ che non riuscirono a fare il freddo e i feroci collezionisti vittoriani poterono i gatti abbandonati sull’isola dai cacciatori di foche e pinguini: il parrocchetto dell’isola di Macquarie, Cyanoramphus novazelandiae erythrotis fu spazzato via in soli 14 anni ed era estinto nel 1890.
In Australia continentale i gatti hanno messo in ginocchio il cacatua dalla coda rossa (Calyptorhynchus magnificus) e contribuito all’estinzione o alla rarefazione di decine di altri uccelli e mammiferi come ad esempio il quoll, e almeno tre specie di topi saltatori (Notomys sp.), ma il grosso dei danni ovviamente e’ avvenuto nelle isole. Nell’isola di St Francis nella Baia Grand, ad esempio, i gatti furono introdotti volutamente dall’unica famiglia residente nel 1890 per controllare una specie endemica di potoroo, un marsupiale simile ad un minuscolo canguro. La colpa del potoroo: rubacchiare i prodotti dell’orto. La sentenza: estinzione totale nel giro di una ventina di anni. Il lavoro fu cosi’ pulito che non ci e’ rimasto neanche uno scheletro per la scienza. Di questa specie sappiamo solo che non temevano l’uomo ed erano diurni. Altre due specie di piccoli potoroo sembrano essere state eliminate dai gatti in Australia continentale, il Potorous gilberti e il Potorous platyops.
Passando alle isole del Pacifico, rimarchevole e’ la storia del colombo crestato di Choiseul (Macrogoura meeki), un’isola dell’arcipelago delle Salomone. All’epoca gli indigeni erano ostili (come dargli torto?) e non vi erano spedizioni all’interno dell’isola. Un collezionista australiano, tale A.S. Meek, acquisto’ sei esemplari di questo coloratissimo uccello in un mercato, e quindi non venne mai a conoscenza della loro esatta provenienza. Cedette dopo questi esemplari al solito Rotschild, il predatore vittoriano per eccellenza, nel 1904. Spedizioni successive per trovare questi uccelli nell’isola sono sempre fallite e la specie fu dichiarata estinta nel 1910. I nativi malanesiani, comunque, attribuirono la loro scomparsa alla predazione dei gatti che erano stati introdotti sull’isola: la specie viveva prevalentemente a terra ed era quindi una preda molto facile in un posto dove non vi erano mai stati prima mammiferi. Sempre a Choiseul i gatti potrebbero aver fatto estinguere anche Zoothera heinei choiseuli, un tipo di storno, noto per un unico esemplare e probabilmente estinto intorno al 1940. E’ molto probabile che il lavoro dei gatti su quest’isola (e su tutte le altre) abbia fatto estinguere anche molte altre specie di cui non conosceremo mai l’esistenza.
In cauda venenum, arriviamo alle isole Hawaii. L’arcipelago fronteggia una violenta estinzione di massa sin dall’arrivo dei primi esseri umani, 1600 anni fa circa. Da allora caccia spietata, distruzione dell’habitat, introduzione di malattie e introduzione delle specie alloctone piu’ improbabili hanno lavorato per eliminare la meravigliosa e diversissima fauna che vi era presente. Ai gatti in particolare e’ imputata la minaccia diretta a due specie di uccello, per via della dimostrata predazione dei nidi: Palila (Loxioides bailleui, 60% degli esemplari scomparso dal 2003 al 2008 a Mauna Kea) e alala (Corvus hawaiiensis); inoltre sono responsabili anche delle minacce a: rampichino delle Hawaii (Oreomystis mana), procellaria hawaiana dal dorso scuro (Pterodroma phaeopygia sandwichensis), anatra hawaiana (Anas vylvianna), oca hawaiiana (Branta sandvicensis), falco hawaiiano (Buteo solitarius), cavaliere hawaiano (Himantopus knudseni), berta di Newell (Puffinus newelli, 60% degli esemplari scomparsi dal 1993 al 1999), Nuku pu’u (Hemignathus lucidus affinus), storno maggiore kaua’i (Myadestes myadestinus), storno minore kaua’i (Myadestes palmeri). Come mai alle Hawaii piu’ che nel resto delle isole pacifiche? Semplice: oltre al fatto oggettivo di avere una elevatissima quantita’ di specie endemiche, le Hawaii appartenegono agli USA e quindi la loro fauna e’ molto piu’ studiata perche’ il governo mette a disposizione fondi.
E ora veniamo alla domanda cruciale: c’e’ rimedio? Probabilmente e’ tardi, ma qualcosa per salvare il salvabile si puo’ e si deve tentare. La risposta e’ una sola, ed e’ messa in atto piu’ o meno in tutte le isole minacciate: per quanto sia crudele, bisogna eradicare i gatti. Eradicare significa per lo piu’ catturare e uccidere, non ci sono molte altre soluzioni. Alle Hawaii il governo gestisce i gatti in apposite colonie feline, ma penso che una buona fetta dei gatti ferali venga soppressa. Campagne del governo invitano i proprietari a tenere i gatti domestici in casa il piu’ possibile. Non credo tuttavia che l’approccio pietoso funzioni. Ad Ascension, ad esempio, la comunita’ locale ha accettato di fare sterilizzare tutti i gatti di proprieta’ presenti sull’isola e di non interferire con l’eliminazione dei 500-600 gatti ferali che erano presenti. Dal 2006 non ci sono piu’ gatti sull’isola e le popolazioni di uccelli sono in lenta ripresa. Cosi’ e’ stato anche per molte isole australiane e neozelandesi. L’eradicazione dei gatti, ad esempio, ha consentito di salvare gli ultimi esemplari di kakapo. Va da se che insieme ai gatti devono essere eradicati anche tutti i ratti e i topi, e possibilmente anche le manguste, i conigli, le capre, le pecore, i cani e i maiali, che sono quasi sempre coresponsabili delle estinzioni.
E, naturalmente, la specie piu’ importante di tutte da eradicare dai piccoli ecosistemi insulari e’ sempre la stessa, la cui identificazione lascio come utile esercizio per il lettore.
Disclaimer: nessun passerotto e’ stato portato sull’orlo dell’estinzione per scrivere questo post: i tre gatti nelle foto non sono mai stati capaci di uccidere neanche una falena moribonda
Alcune delle decine di referenze consultate per scrivere questo post:
http://www.issg.org/database/species/impact_info.asp?si=24&fr=1&sts=〈=EN
http://www.ingentaconnect.com/content/bsc/cbi/2004/00000018/00000002/art00007?crawler=true (eradication)
http://209.85.129.132/search?q=cache:CiFbCJm6AZcJ:www.ecologia.unam.mx/laboratorios/eycfs/faunos/Publicaciones/Gerardoceballos/gc1_files/AA04.pdf+cats+faunal+extinctions+canary+islands&cd=9&hl=en&ct=clnk&gl=uk
http://birds.suite101.com/article.cfm/cats__birds__and_ascension_island#ixzz0JUEpJ4KM&D
Published by tupaia on June 27th, 2009 tagged alloctoni, predatori, Estinti!, Uccelli, mammiferi | 16 Comments »
La mosca che decapita le formiche (Pseudacteon sp.)
Per fortuna sono atea: se accettassi l’esistenza di un Dio creatore, dovrei spiegarmi certe sue performances da Marchese de Sade che contrastano con gli slogan di CL tipo “Dio e’ amore”. Ma neanche per sogno. Eccone qui un esempio.
C’e’ un piccolo gruppo di mosche della famiglia Phoridae, i Pseudacteon, che vive nel Nuovo Mondo dall’Argentina agli USA e conta circa una quarantina di specie, tutte parassitoidi e piccolissime. Non parassiti, attenzione, ma parassitoidi. La differenza consiste nel fatto che mentre un parassita vive insieme al suo ospite, sfruttandolo ma non necessariamente uccidendolo, un parassitoide uccide per certo la sua vittima e ne impedisce la riproduzione. Alien e’ un parassitoide, il diavolo dell’Esorcista un parassita, giusto per fare un parallelo cinematografico.
Le “vittime” delle mosche Pseudacteon sono le operaie delle formiche del fuoco (fire ants in inglese), per lo piu’ del genere Solenopsis, ma anche di una mezza dozzina di altri generi. La faccenda funziona cosi’:
Female decapitating fly preparing to attack a fire ant worker. Foto: Sanford D. Porter, USDA-ARS, Center for Medical, Agricultural and Veterinary Entomology, Bugwood.org
L’accoppiamento delle mosche avviene generalmente lontano dal formicaio, tranne che in alcune specie dove si rileva anche la presenza di maschi nei pressi della colonna di formiche. Quando la femmina e’ pronta per la deposizione delle uova, si cerca un formicaio adeguato, in cui la colonia sia stata disturbata, o che mostra un comportamento molto aggressivo nei confronti di altre formiche, o anche una sciamata nuziale: tutte occasioni in cui le operaie non possono correre immediatamente a ripararsi. La ricerca del formicaio avviene seguendo le tracce odorose dei kairomoni emessi dal torace delle formiche (nella specie P. tricuspis) o da altri feromoni (un kairomone e’ una sostanza emessa da un organismo che crea svantaggio per chi la produce e avvantaggia un altro organismo, che in questo modo aumenta la sua fitness). ![]()
La mosca seleziona le sue vittime ponendosi davanti ad esse. Quando l’ospite adatto e’ stato individuato, la Pseudacteon si sposta sul lato e con un movimento rapidissimo inietta un singolo uovo nel torace della formica. L’ovopositore della mosca e’ una struttura raffinatissima strettamante adattata a iniettare l’uovo in una specifica posizione del torace, a cui si aggancia con un meccanismo chiave-serratura. Non tutte le mosche sono specie-specifiche, cioe’ mentre alcune scelgono solo una determinata specie di formica, altre invece sono piu’ adattabili e depositano l’uovo in piu’ specie di Solenopsis.
Adesso comincia la parte splatter, tenete l’antiemetico a portata di mano.
Dopo un paio di giorni, dall’uovo nasce una larva che si nutre, all’interno del torace, dei fluidi della formica per un paio di settimane. In questo tempo la formica continua a svolgere normalmente i suoi compiti e non mostra cambiamenti. Evidentemente l’infestazione non e’ particolarmente dolorosa. Quando la larva e’ vicina a doversi impupare, migra dal torace verso la testa della formica, facendosi strada a morsi e mangiando i tessuti dell’ospite che si trovano sul suo cammino. Arrivata alla testa, dopo uno spuntino a base di gangli cerebrali, produce una sostanza che scioglie selettivamente le membrane di giunzione della testa della formica, e la testa se ne cade, lasciando il corpo ad agitarsi zampe all’aria (gli insetti hanno un sacco di gangli cerebrali sparsi e non un sistema nervoso centralizzato come il nostro).
Solenopsis sp. decapitata da Pseudacteon sp. (a sinistra) e pupa di Pseudacteon estratta dalla capsula cefalica della formica (a destra) Foto: Sanford D. Porter, USDA-ARS, Center for Medical, Agricultural and Veterinary Entomology, Bugwood.org
Dentro la testa della formica, il bruco, prima di impuparsi, divora tutti i tessuti muscolari, nervosi e connettivi che riesce a trovare (e’ questo che uccide la formica, gia’ prima della decapitazione) e finalmente comincia la metamorfosi ben protetto dallo spesso esoscheletro delle mandibole della formica, mentre le strutture anatomiche della bocca, che occupano volume nella capsula cefalica, vengono espulse. In pratica, anziche’ prodursi un bozzolo di seta come le farfalle, questa mosca usa la testa dell’operaia come bozzolo super-corazzato. I resti della formica vengono di solito portati in appositi cimiteri-discariche dalle altre operaie e li la pupa della mosca resta tranquilla per due-tre settimane. Al termine di questo periodo l’insetto adulto emerge dalla cavita’ orale della formica e il ciclo ricomincia. Il motivo per cui queste mosche sono cosi’ piccole e’ proprio che sia la larva che l’adulto devono essere interamente contenuti dentro la testa di una formica.
Dettaglio curioso: il sesso della mosca e’ legato all’ambiente in cui si sviluppa l’uovo, sebbene i ditteri abbiano dei cromosomi X e Y tipo i nostri: da operaie di piccole dimensioni si sviluppano maschi, dalle operaie piu’ grandi nascono le femmine, che evidentemente necessitano di piu’ cibo: non e’ ancora chiaro infatti se gli adulti si nutrono e, in caso affermativo, di cosa.
Hello world!
Adulto di Pseudacteon sp. che emerge dalla cavita’ orale di una formica. Foto: USDA ARS Photo Unit, USDA Agricultural Research Service, Bugwood.org
Disgustoso? Parecchio, ma ecco finalmente il lato positivo di tutto cio’: negli USA ci sono diverse specie alloctone, provenienti dal Sud America, di formiche di fuoco che competono con le specie locali e creano danni da milioni di dollari alle colture. Si sta quindi pensando di utilizzare le mosche Pseudacteon come sistema di lotta biologica contro questi invasori alieni, in quanto rappresentano un sistema estremamente selettivo che andrebbe a colpire la specie aliena, ma non quella locale, a differenza di quel che farebbero i pesticidi. Alien vs La cosa da un altro mondo.
P.S. Da quando ho cominciato a scrivere questo post faccio un salto in aria di un metro se un moscerino mi si posa addosso. Saro’ strana io?
Referenze:
Porter and Pesquero: Illustrated Key for Pseudacteon Flies
Lloyd W. Morrison: Pseudoacteon Spp.
Published by tupaia on June 23rd, 2009 tagged parassiti, invertebrati, Insetti | 15 Comments »
Quiz
Giusto per oziare un po’, in una fredda domenica di giugno.
Chi mi sa dire che animale e’ questo, risalendo a livello di genere e specie?
Il premio in palio e’ una cena offerta dalla sottoscritta alla prima occasione, se osate tanto…
Published by tupaia on June 21st, 2009 tagged annunci, Varie ed eventuali | 30 Comments »
Il nome della rosa: Rosa sp., L.
L’unica disciplina rimasta al mondo che usa ostinatamente e quotidianamente il latino e il greco antico non e’ la teologia, che oramai piu’ o meno si e’ adeguata al linguaggio corrente, ma la tassonomia. Perche’ allora queste due lingue si studiano al liceo classico e non al liceo scientifico?
Published by tupaia on June 21st, 2009 tagged riflessioni, Varie ed eventuali | 10 Comments »
Iguane alla conquista di Hollywood: Brachylophus vitiensis (Iguana crestata delle Fiji)
Sarebbe bello, anziche’ fare difficili e pericolose spedizioni, poter scoprire nuove specie di rarissimi animali tropicali standosene comodamente seduti al cinema o magari sul divano di casa a guardare la TV. Ebbene, almeno una volta e’ successo: lo zoologo John Gibbons, mentre guardava il film “Laguna blu” di Randal Kleiser del 1980 (de gustibus…), si accorse che tra i vari animali che venivano inquadrati dalla telecamera c’era una specie di iguana che non corrispondeva a nessuna descrizione nota alla scienza. Gli esterni del film erano stati girati alle isole Fiji e gli animali, che dovevano servire a descrivere l’impervieta’ del luogo, erano stati filmati su un’isoletta disabitata privata per cui fu possibile risalire al luogo d’origine dell’iguana e organizzarvi una spedizione scientifica di controllo. Il rettile divenne cosi’ noto come Iguana crestata delle Fiji o Brachylophus vitiensis, con buona pace di Brooke Shields (Brachylophus significa “corta cresta”, nome che non ricorda molto la “sopraccigliuta” attrice).
I fatti, in realta’, non stanno esattamente cosi’ e quella esposta sopra e’ solo la versione romanzata che compare spesso negli articoli divulgativi.
Gibbons era un ricercatore dell’Universita’ del Sud Pacifico, che ha una sede anche alle Fiji, e in quegli anni stava lavorando proprio ad un progetto triennale sull’unica altra specie di iguana allora nota nell’arcipelago, l’iguana fasciata (Brachylopus fasciatus). Ha quindi senso che guardasse un film girato “a casa sua” e che notasse immediatamente qualcosa di strano nell’iguana ripresa dal regista. In realta’ io sospetto che Gibbons si fosse gia’ accorto dell’esistenza dell’altra iguana e che abbia cavalcato astutamente l’onda di successo del film per proteggere, rendendolo un santuario zoologico inaccessibile ai visitatori, l’isolotto dove e’ presente il 98% di tutte le iguane crestate, Yadua Taba.
Pare in realta’ che Gibbons avesse trovato in seguito tracce della presenza dell’iguana su ben otto isole dell’arcipelago, ma non sapremo mai nulla con precisione: il ricercatore mori’ nel 1986 in un tragico incidente in barca insieme alla moglie e ai due figli e tutti i suoi appunti e dati non pubblicati andarono perduti per sempre.
Iguana crestata delle Fiji, Brachylophus vitiensis. Foto: Wiki
Al momento le circa 10.000 iguane crestate esistenti (la specie compare nella lista rossa della IUCN come “Critically endangered”) risiedono, per quel che si sa, oltre che sulla microscopica e disabitata Yadua Taba anche a Monuriki e negli isolotti del gruppo Yasawa, dove fu girato Laguna Blu. Per fortuna non dovrebbero esserci su Mago Island, che appartiene dal 2007 a Mel Gibson e che (noto da GoogleEarth) ha fatto abbattere una lunga striscia di foresta primaria per costruirvi una pista di atterraggio in terra battuta. E bravo Mel!
A guardarle dall’alto leIsole Fiji non sono altro che un gruppo di atolli e di isolotti vulcanici dispersi nel Pacifico, e il continente piu’ vicino e’ l’Australia. Come ci sono arrivate le iguane? Di sicuro non a nuoto e la questione e’ piuttosto spinosa.
Si e’ sempre infatti ritenuto che il clade delle iguane avesse avuto origine in Sud America e che tutte specie di Iguana del Pacifico disperse sugli isolotti vi fossero arrivate navigando sul solito Deus ex-machina, l’isolotto galleggiante di mangrovie guidate dalla corrente sub-equatoriale (se ne e’ gia’ discusso in proposito, e continua a sembrarmi un’idea palesemente stupida: il Sud-America dista infatti 5000 miglia dalle Fiji!). In effetti, dalle analisi genetiche risulta che le iguane delle Fiji si sono separate dalle iguane americane _almeno_ 13 milioni di anni fa e questo si rileva anche dalla diversa morfologia. Come altro si puo’ spiegare quindi la presenza dei Brachylophus in mezzo al Pacifico senza scomodare troppo le mangrovie?
Sino ad un paio di anni fa, in effetti, non si poteva, e questo e’ il bello della scienza: nuove scoperte la rimettono sempre in discussione. La nuova scoperta in questione e’ il fossile di un’iguana dell’Eocene (fino a 20 milioni di anni fa) in Europa, Geiseltaliellus longicaudus, trovato nel 2007, e quello ancora piu’ recente di un’ iguana in Mongolia (2008), Temujina ellisoni. L’ipotesi che si puo’ fare e’ quindi quella di una vicarianza: le iguane sono originarie dell’Asia e sino all’Eocene occupavano l’Eurasia e l’Africa. Alcune passarono in Sud America via resti del Gondwana e i lignaggi si separarono. Le iguane delle Fiji deriverebbero quindi non da quelle americane, ma da quelle asiatiche, arrivate saltando di isolotto in isolotto attraverso Melanesia e Micronesia in un tempo in cui la placca delle Fiji era piu’ occidentale. Per un qualche motivo, poi, le iguane Paleartiche (Eurasia, Africa) si sarebbero estinte soppiantate dalle simili agamidi, e i Brachylopus sono tutto quello che resta di loro. Un po’ stiracchiato, ma sicuramente meglio della zattera di mangrovie per 8000 km! I pareri degli scienziati comunque sono ancora discordi, tocchera’ aspettare nuove scoperte.
La foresta secca di Yadua Taba, l’habitat ideale delle iguane crestate. Foto: apscience.org.au
Le iguane, comunque siano arrivate, se ne sono rimaste in pace dunque nella loro laguna blu per alcuni milioni di anni fino a quando, ovviamente, non e’ arrivato il conto dell’hotel da pagare sotto forma di esseri umani. La conquista delle Fiji prima e delle vicine Tonga poi da parte di popolazioni originariamente provenienti dall’Asia e’ avvenuta circa 3000 anni fa. Al contrario di Brooke Shield che nel film pesca i pesci con le mani, queste popolazioni non devono aver trovato moltissimo da mangiare dal momento che la fauna e’ limitata ad uccelli e qualche rettile. Le iguane pertanto, piuttosto inattive di notte, costituivano una leccornia. Ed e’ cosi’ che si estinse alle Fiji la Lapitiguana impensa, una specie di iguana gigante, insieme a una rana gigante, una tartaruga terrestre, dei rallidi, una beccaccia, colombi e megapodi: tutti mangiati fino all’estinzione. Brachylophus fasciatus si salvo’ perche’ e’ troppo piccola per offrire un pasto decente mentre B. vitensis si salvo’, pur essendo grossa anche 70-100 cm, per una peculiarissima caratteristica di cui si dira’ tra breve.
A parte le dimensioni, l’iguana crestata differisce da quella fasciata per (ovviamente) la presenza della cresta sul collo, alta sino a un centimetro e mezzo, per l’assenza di dimorfismo sessuale, per la forma della gorgiera, per le bande verticali sul corpo, piu’ sottili, per il colore dell’occhio, rosa-dorato, per il maggior numero di scaglie intorno alla bocca, per la pancia piu’ bianca, per le uova e i neonati molto piu’ grossi. Soprattutto pero’ differisce per un comportamento unico tra le iguane: se si sente minacciata, cambia colore in meno di cinque minuti dal verde brillante al nero profondo, apre la bocca e ondeggia il capo. Il risultato e’ cosi’ orrfifico che gli aborigeni delle Fiji avevano un taboo nei confronti di questo animale (ritenuto, erroneamente, velenoso) ed evitavano di molestarlo, il che lo ha salvato da sicura estinzione. Non male per una bestia evolutasi in assenza di mammiferi predatori: a volte essere incazzati neri serve.
Iguana crestata in posa orrifica, mentre vira dal verde al nero. Foto: iguanafoundation.org
I predatori pero’, sotto forma di gatti e manguste, sono arrivati insieme agli uomini. Arrivarono anche i competitori, sotto forma di capre. L’isola infatti e’ molto arida ed e’ un raro esempio di foresta tropicale secca, ambiente idoneo per le capre che cominciarono a mangiare tutte le specie commestibili anche per le iguane (in particolare Vavaea amicorum, l’albero che produce il frutto preferito di questi rettili, onnivori con forte tendenza al vegetarianesimo), favorendo con cio’ la crescita delle specie non edibili e alterando l’habitat. Per di piu’, sempre per cause umane, numerosi incendi hanno contribuito a devastare l’habitat. Risultato: la specie e’ in declino ovunque tranne che a Yadua taba, dove sin dal 1981 sono stati eliminati tutti i mammiferi, turisti inclusi, e che rimane l’ultimo baluardo per la sopravvivenza delle iguane crestate: sulle altre due isole la popolazione e’ in declino per via di incendi, capre e predatori, e sulle altre e’ completamente scomparsa.
Poco si sa sulla riproduzione di questi animali. I maschi sono territoriali e la specie e’ rigidamente arborea e scende a terra solo per deporre le uova. La femmina scava delle buchette per terra profonde una quindicina di cm, depone le uova e ricopre la buca in modo che lo scavo risulti invisibile. Le uova impiegheranno sino a otto mesi per schiudersi, un tempo veramente lunghissimo per qualsiasi rettile. Particolare curioso, le uova sono in genere quattro e lunghe circa 6 cm. Considerando che la femmina e’ lunga circa 70 cm, in proporzione le uova sono veramente enormi. Chissa’, magari come e’ successo al kiwi le dimensioni dell’animale si sono ridotte (sotto la pressione evolutiva dei predatori umani) ma le uova continuano ad avere le dimensioni originali.
Ed ora, per chiudere, finalmente una buona notizia per tutti gli splitter in ascolto: sono lieta di annunciarvi il recente arrivo in casa Brachylophus di una nuova specie recentemente scoperta, sempre alle Fiji, grazie alle analisi del DNA delle altre iguane: l’iguana ciaociao, Brachylophus bulabula (”bula” significa “ciao” nella lingua delle Fiji), che ha caratteristiche intermedie tra le due specie gia’ note, B. vitiensis e B. fasciatus. Ovviamente, e’ gia’ considerata una specie a rischio di estinzione per via della perdita di habitat.
P.S. Le iguane ci hanno preso gusto ad essere filmate
Alcune referenze consultate
Gibbons, J. R. H. (1981) The Biogeography of Brachylophus (Iguanidae) including the Description of a New Species, B. vitiensis, from Fiji Journal of Herpetology, Vol. 15, No. 3 (Jul. 31, 1981), pp. 255-273
Harlow, P.S. and Biciloa, P.N. (2001)
doi:10.1016/S0006-3207(00)00157-9
http://blogs.nationalgeographic.com/blogs/news/chiefeditor/2008/09/iguana.html
doi:10.1016/j.gene.2008.06.011
Auge’, M. (2007) Past and present distribution of iguanid lizards. Arquivos do Museu Nacional, Rio de Janeiro, v.65, n.4, p.403-416, out./dez.2007 ISSN 0365-4508
Pacific Science 63(2):223-242. 2009 doi: 10.2984/049.063.0205
Published by tupaia on June 19th, 2009 tagged rari, Erbivori, rettili | 7 Comments »
Le vipere italiane
Perche’ un post sulle vipere in un blog che parla di animali strani? Le vipere sono animali piu’ che ben conosciuti da millenni, in fondo. Questo vuol essere in realta’ solo un omaggio ai milioni di coronelle e di natrici uccise perche’ erroneamente scambiate per vipere, e a tutte quelle vipere uccise perche’ scambiate per… pericolosissime vipere. Sapere che le vipere esistono non significa che ci sembrino meno aliene.
In Italia ci sono quattro specie di vipera: Vipera ammodytes (vipera dal corno), Vipera berus (marasso), Vipera aspis (vipera comune) e Vipera ursinii (che e’ la piu’ sfigata e di conseguenza non ha un nome popolare a parte “vipera dell’Orsini”). Queste quattro specie sono distribuite variamente nella penisola italiana. Vediamole in dettaglio, magari con qualche aneddoto curioso su di loro.
La Vipera ammodytes vive in Italia sulle Alpi Nord-Orientali: Friuli Venezia-Giulia, Veneto settentrionale, Alto Adige (dove c’e’ una sottospecie isolata, V. a. ruffoi). In Trentino e’ considerata estinta. L’Italia rappresenta in realta’ la parte piu’ occidentale del territorio di distribuzione di questa vipera, a diffusione prevalentemente balcanica (dalla Croazia fino alla Grecia, a sud, al Caucaso ad Est.
Vipera ammodytes (foto per gentile concessione di Karol Tabarelli de Fatis (C). Tutti i diritti riservati.
La caratteristica distintiva di questa vipera, che ne rende immediato il riconoscimento, e’ il cornetto sul naso, caratteristica in comune con altre vipere caucasiche come Vipera pontica e Vipera darevskii. Il corno e’ lungo fino a 5 mm, soffice e flessibile, formato da una prominenza carnosa ricoperta di scaglie; in base alle sottospecie puo’ puntare verso l’alto o diagonalmente in avanti (questo e’ il caso delle due sottospecie italiane). Il significato evolutivo di questo carattere non sembra essere ben chiaro. Di sicuro non e’ derivato per selezione sesuale, perche’ entrambi i sessi lo sfoggiano equivalentemente, mentre il dimorfismo si manifesta nel colore, del fondo e delle ornamentazioni (piu’ tenue e sfumato nelle femmine), e nelle dimensioni, con le femmine in genere piu’ grosse dei maschi. La lunghezza media di questo serpente e’ sui 75 cm. Il nome ammodytes significa “che si nasconde nella sabbia”, ed e’ sbagliato. Questa vipera infatti vive tra le rocce, in pietraie e boscaglie in ambiente montano. La colpa dell’equivoco e’ di Linneo. Questi era ben noto per non muoversi mai dalla sua scrivania ad Uppsala e di descrivere solo animali che altri gli spedivano dai quattro angoli del mondo. La vipera dal corno che gli fu inviata era un giovane che era stato casualmente avvistato ed ucciso su un mucchio di sabbia nel castello di Duino (oggi provincia di Trieste, all’epoca parte dell’impero Austriaco) da un funzionario di ambasciata che evidentemente non si distingueva per le sue doti di etologo. E’ inutile descrivere la livrea di questa vipera in poche righe, e’ il secondo serpente piu’ variabile d’Europa sia come colore di fondo che come variegazioni. Se vi state chiedendo qual’e’ il primo, continuate a leggere.
Il caleidoscopico primato del serpente europeo piu’ variabile spetta infatti a Vipera aspis, la cui livrea passa dal bianco candido al nero passando dal giallo al rosso al grigio con tutte le possibili ornamentazioni. Il motivo di questa enorme variabilita’ e’ presto detto: questa e’ la vipera piu’ adattabile della penisola e la si ritrova negli ambienti piu’ disparati, da quello montano a quello planiziale, dai boschi alle pietraie, in quasi tutta Italia (esclusa la Sardegna e alcune zone delle Alpi) e in Francia. Per distinguerla dalle altre specie con cui e’ simpatrica (cioe’ con cui coesiste) io personalmente guardo il profilo del muso:
Vipera aspis. Foto per gentile concessione di Fabio Pupin (C). Tutti i diritti riservati
Se ha il nasino all’insu’ un po’ alla francese, senza avere il corno, e’ una aspis, con buona probabilita’ (e non a caso la specie e’ diffusa anche in Francia). La lunghezza media si aggira sui 55-70 cm.
Nota di folklore 1: Cleopatra, checche’ lei ne dica nel film di Mankiewicz del 1963, non puo’ suicidarsi col morso di un’aspide per il semplice motivo che questa serpe manca in Egitto. E’ invece probabile che abbia usato un cobra egiziano (Naja naja, che non ha niente a che vedere col servizio di leva).
Nota di folklore 2: La tassonomia delle sottospecie delle varie vipere e’ un incubo e non ne faro’ menzione neanche sotto tortura. Mi limitero’ ad un aneddoto interessante. Sull’isola di Montecristo si trova una sottospecie di vipera comune, la V. a. montecristi, che si e’ dimostrato, dal fenotipo e dall’analisi del DNA, essere in realta’ la stessa identica bestia della vipera della Magna Grecia, la V. a. hugyi. Com’e’ arrivata questa vipera dalla Sicilia a Montecristo? Sembrerebbe trattarsi di un primo caso di guerra biologica. I fenici infatti pare avessero l’abitudine di lanciare sui ponti delle navi nemiche ceste piene di vipere per disorientare gli avversari. La cattura delle serpi veniva effettuata in Sicilia, base fenicia, e gli animali stoccati a Montecristo, base di approvvigionamento nel Mediterraneo. Evidentemente qualche animale deve essere scappato e la specie si e’ diffusa sull’isoletta.
La velenosita’ della Vipera aspis e’ anche piuttosto variabile in base all’eta’, alle dimensioni, alla provenienza e allo stato di salute dell’animale.
Il primato della velenosita’ spetta invece a Vipera berus, la vipera piu’ diffusa nel Paleartico settentrionale (dalla Norvegia ai Bacani, dall’Inghilterra alla Kamchatka, e’ il serpente con l’areale piu’ grande in assoluto). In Italia e’ diffusa solo sulle Alpi centrali e orientali e in poche zone della Pianura Padana: tollera bene il freddo, meno bene il caldo, stranamente per un rettile. Vista l’enormita’ del suo areale, anche il marasso e’ una vipera estremamente adattabile a tutti gli ambienti, da quelli montani (la si ritrova sulle Alpi fino a 2800 m s.l.m) a quelli litoranei ed e’ l’unica vipera europea che nuota senza grossi problemi, se deve (ad esempio in Scozia nuota tra un’isoletta e l’altra nei Lochs, i laghetti glaciali.
Vipera berus. Foto per gentile cncessione di Michele Menegon (C). Tutti i diritti riservati
Per distinguerla dalla ammodytes e dalla aspis, ancora una volta, un buon trucco e’ guardare il naso: il muso della berus e’ piatto e tondeggiante, e la testa e’ meno triangolare che nella altre due specie di vipera. Inutile descrivere la livrea perche’ anche in questo caso e’ molto variabile. E’ anche la vipera piu’ notturna e se vi imbattete all’imbrunire o di notte in una vipera e siete sulleAlpi, non c’e’ bisogno di guardare il naso, avete di fronte un marasso.
Il veleno delle vipere e’ un cocktail di almeno una dozzina di enzimi con azione di vario tipo (fosfolipasi, L-aminoacido-ossidasi, fosfodiesterasi, nucleotidasi, fosfomonoesterasi, DNAsi, RNAsi, ATPasi, ialuronidasi, NAD-nucleosidasi, arilamidasi, peptidasi, arginina-estere idrolasi, chininogenasi, enzima trombinosimile, attivatore del fattore X e attivatore della protrombina). Occasionalmente a questi se ne aggiungono altri. Tradotto significa che lesiona i tessuti (per quello fa cosi’ male) , da’ emorragie, allo stesso tempo accelera e inibisce la coagulazione (solo V. aspis e berus). In piu’ il veleno di V. ammodytes e berus contiene anche delle neurotossine. Se si comparano i vari effetti, quindi, mediamente quello del marasso e’ il veleno piu’ attivo (ne basterebbero 20-25 mg ad uccidere un adulto, mentre ce ne vorrebbero 30-40 mg della aspis. Per fortuna questi animali ne producono al massimo la meta’, in fondo gli serve solo ad uccidere i topi, e il morso di una vipera non e’ MAI in grado di uccidere un adulto in buona salute (anziani, malati e bambini si, potrebbero essere a rischio).
Nota di folklore: Il veleno della Vipera berus e’ cosi’ interessante che sin dall’antichita’ veniva utilizzato (insieme alle carni dell’animale) per fabbricare una specie di panacea universale, la teriaca (il nome theriaca pare risalga a Galeno, ma la leggenda ne attribuisce l’invenzione a Mitridate, Re del Ponto, quello che aveva la paranoia dei veleni e infatti da lui deriva la parola “mitridatizzazione”, cioe’ assuefazione ai veleni). Se qualcuno volesse prodursi una teriaca in casa qui ci sono ricette che non implicano l’uso delle povere bestie, ma ricordatevi che contro il veleno dei serpenti non c’e’ teriaca o siero antiofidico che tenga: il trucco che funziona sempre e’ non farsi mordere, e il modo per attuarlo e’ non acchiappare le vipere a mani nude, se non lo si sa fare.
Quando pensiamo alle vipere, in effetti, la prima cosa che ci viene in mente e’ che sono velenose. La Vipera ursinii, invece, povera bestia, ha solo la brutta nomea ma non e’ per niente velenosa e si nutre di cavallette. Quando viene massacrata “perche’ e’ una vipera ed e’ pericolosa” oltre al danno riceve pure la beffa. In Italia questa piccolissima vipera (lunghezza media 45 cm) e’ presente solo sull’Appennino centrale (Monti Sibillini, della Laga, del Velino e della Meta, del Gran Sasso, Maiella, Monte Marsicano) come residuo post-glaciale. Un tempo (dopo il Wurmiano) probabilmente il suo territorio era esteso a gran parte della penisola. Oggi comunque il suo territorio e’ ancora molto vasto, occupando tutta la zona paleartica meridionale dal Caucaso alla Cina, con delle sacche in Europa occidentale). In pratica in Asia nella zona Boreale c’e’ la berus, nelle steppe meridionali c’e’ la ursinii e nelle steppe centrali c’e’ un po’ di simpatria (coesistenza).
Per distinguerla dalle altre vipere, il naso e’ ottuso e superiormente piatto, la testa e’ piccola, le dimensioni sono piccole. E’ attiva soprattutot il mattino.
Vipera ursinii. Foto per gentile concessione di Fabio Pupin (C). Tutti i diritti riservati
Anche questa vipera all’occorrenza nuota bene. Al contrario del marasso, tendenzialmente solitario (anche se sverna in compagnia di rane, bisce, rospi, lucertole), questo rettile puo’ raggiungere densita’ molto elevate (nelle steppe umide ce ne possono essere anche 60 per ettaro). Come si diceva, il 95% della sua dieta e’ costituito da ortotteri che vengono ingoiati vivi se piccoli, avvelenati, lasciati andare e poi mangiati se grandi. Un solo individuo puo’ mangiare anche un centinaio di cavallette al giorno e quindi e’ in teoria un buon rimedio biologico contro le invasioni di locuste.
Nota di folklore: il nome ursinii richiama dal latino ursus ma non ha niente a che vedere con gli orsi: deriva da A. Orsini, un naturalista ruspante di Ascoli Piceno che trovo’ un esemplare della specie (di cui si conosceva l’esistenza, ma sino al 1835 non era ancora stata “ufficialmente” classificata) e lo consegno’ al classificatore ufficiale. Il classificatore in questo caso non fu il solito Linneo, ma Carlo Luciano Bonaparte, un nipote dell’imperatore dei francesi (infatti si fregiava del titolo di principe anche dopo la Restaurazione) che fu un grande naturalista. Avra’ avuto in comune con lo zio la perspicacia e la capacita’ di osservazione.
Adesso che siamo familiari con le vipere italiane, e che sappiamo distinguerle tra loro, ci rimane il problema di come distinguerle dagli altri serpenti. Se abbiamo modo di osservarle con calma e da vicino, sicuramente la pupilla ci aiuta (verticale nelle vipere, tonda nei colubridi). Il problema e’ che io personalmente eviterei di avvicinarmi a sufficienza, nel dubbio. La forma del corpo e’ gia’ una caratteristica piu’ utile: se vedete una salsiccia che striscia e’ probabile che siate di fronte ad una vipera, mentre gli altri serpenti sono generalmente piu’ sottili ed agili. La forma della testa triangolare non e’ invece molto utile in quanto e’ una caratteristica posseduta anche da alcuni serpenti innocui come il colubro viperino, ed e’ poco accentuata nel marasso. La coda invece e’ utile per distinguere i maschi dalle femmine: e’ corta nelle vipere femmine, lunga nei maschi che l’attorcigliano intorno alla compagna durante l’accoppiamento. Un buon metodo per i meno inesperti potrebbe essere osservare le squame sul capo: aspis è ricoperta da squamette piccole, come quelle del resto del corpo, berus ne ha un paio di più grandi ma perlopiù è simile ad aspis, mentre natrici e coronelle hanno il capo ricoperto di squame grandi, simmetriche e ben disegnate, come quelle di ramarri e lucertole. Rimane il fatto che se vi lasciano avvicinare tanto da distiguere bene i particolari del capo, son vipere quasi di sicuro.
Complessivamente, conviene quindi guardare l’atteggiamento del serpente: le vipere infatti, confidando nel loro veleno, sono serpenti poco attivi e poco mobili e se pensano di essere ben nascoste non si spostano. Se minacciate scappano, come tutti i serpenti, e attaccano solo quando davvero non hanno scelta: il veleno ha un costo metabolico e serve per mangiare, quindi non e’ che abbiano molta voglia di sprecarlo su di voi, al punto che spesso mordono “a secco”, cioe’ senza inoculare il veleno. Gli altri serpenti invece scappano con molta piu’ celerita’. La lentezza delle vipere e’ sicuramente una caratteristica distintiva che ha origine nello stile di vita di questi animali, che cacciano all’agguato da postazioni fisse (se vedete questa estate una vipera in un dato posto la probabilita’ che sia esattamente ancora li l’anno prossimo sono altissime), e confidano nel mimetismo e nell’immobilita’ per difendersi dai predatori.
Vista la lentezza e la docilita’ di questi rettili, quindi, le probabilita’ che vi mordano sono molto, molto piu’ basse del fare un incidente tornando a casa dalla scampagnata: per essere morsi casualmente e’ necessario che la vipera non abbia sentito le vibrazioni dei vostri passi in avvicinamento e che le abbiate messo un piede su. Considerando che in Italia la densita’ di vipere e’ bassa ed in diminuzione per via delle uccisioni insensate e dei pesticidi, l’evento e’ davvero improbabile. Se dovesse accadere, comunque, la prima cosa da fare e’ stare calmi e ricordare che il veleno delle vipere non e’ mortale per gli uomini. La prima cosa da NON fare, invece, e’ inoculare il siero antiofidico che ogni anno uccide, per shock anafilattico, molte piu’ persone del veleno stesso. Portate la vittima in ospedale e non ci saranno problemi, ma soprattutto non date fastidio alle vipere, se ne vedere una, e vedrete che non ci saranno fastidiosi incidenti. Uccidere le vipere perche’ potrebbero mordere, infatti, oltreche’ insensato e’ anche sciocco perche’ sono un anello importantissimo della catena alimentare. Se proprio avete un giardino e siete terrorizzati dai serpenti, piuttosto invitate un riccio a risiedere presso di voi: sono immuni al veleno delle vipere e se trovano un giovane se lo mangiano di gusto.
Ultima peculiarita’, questa volta che riguarda tutte le vipere. Insieme alla coronella austriaca e al boa delle sabbie, le vipere sono gli unici serpenti europei vivipari, cioe’ non depongono le uova ma partoriscono i figli dopo averli nutriti attraverso qualcosa di molto simile ad una placenta. La parola vipera si pensa derivi infatti da una contrazione del latino vivi pera (dal verbo parere) (partorsce figli vivi) , ed e’ logicamente imparentata con la parola puerpera. Questo e’ sicuramente un adattamento evolutivo vantaggioso (noi mammiferi la sappiamo lunga in materia), ma ha dei costi metabolici molto alti. E se ha dei costi per animali attivi e omeotermi come noi, a maggor ragione e’ uno sforzo enorme per un animale che si nutre si e no una volta a settimana come un serpente. Persino gli uccelli non sono riusciti ad evolvere questo sistema. La caratteristica determinante per la viviparita’ pare che sia il peso della femmina, e di fatto il ciclo ovarico di una vipera e’ in media addirittura triennale, con variazioni da due a quattro anni in base all’ambiente e alla specie: ci vuole tempo per ripristinare le riserve spese per la gestazione e il parto dei viperotti.
Ringraziamenti: un ringraziamento a Karol Tabarelli de Fatis per l’aiuto nel reperire le fotografie per questo post
Referenze:
Bruno, s., Maugeri, S. (1990) Serpenti d’Italia e D’Europa, Giorgio Mondadori ed, Milano
Bruno, S. (1985) Le vipere d’Italia. Edagricole, Bologna
Published by tupaia on June 9th, 2009 tagged predatori, rettili | 18 Comments »
Il matematico supponente (Horror vacui)
Ho visto in libreria che Piergiorgio Odifreddi ha scritto un nuovo libro, e fin qui niente di male.
Quello pero’ che mi ha lasciato perplessa e’ che il libro si chiama “In principio era Darwin” ed e’ sostanzialmente una ennesima biografia di Zio Carlo.
Quello che mi infastidisce e’ che Odifreddi e’ un matematico. Questa non e’ una colpa in se’, e’ solo che secondo me non ad un matematico, per quanto autorevole, spetterebbe raccontare la vita e soprattutto il pensiero del geniale inglese nel suo bicentenario, ma a qualcuno che l’evoluzionismo lo mastica quotidianamente e professionalmente. Un evoluzionista, insomma, un biologo, che ha affrontato decine di volte gli aspetti tecnici e pratici, oltreche’ filosofici, di quella che secondo me e’ la rivoluzione copernicana moderna.
Ho cominciato allora a chiedermi quale biologo di spicco abbiamo in Italia, quale figura puo’ fare da mediatrice tra l’intricatissimo mondo dell’evoluzionismo e la mia vicina di casa, un Richard Dawkins, insomma, o un PZ Meyers, all’italiana. E la rsposta e’ stata desolante.
Luca Cavalli-Sforza sarebbe stato adatto ma, giustamente, ci snobba e se ne resta negli States. Danilo Mainardi sarebbe perfetto, ma sospetto che non sia molto interessato al lato evoluzionistico della biologia, e comunque entrambi sono piuttosto avanti negli anni e non piu’ sufficientemente “mediatici”, in un mondo di veline. Su Giorgio Celli preferisco non commentare.
E cosi’ ci rimane Odifreddi.
Solo che, Dr. Odifreddi, abbia pazienza: lei lo acquisterebbe un libro scritto da David Attemborough che parla, che so, delle teorie di John Nash? Secondo me no.
Lancio un appello, allora: c’e’ mica qualche eminente biologo/naturalista/evoluzionista disposto a lasciare la scrivania e parlare con la volgata al posto di Licia Colo’? Non ci posso credere che ci sia un cover-up dei media contro gli evoluzionisti italiani…
Published by tupaia on June 2nd, 2009 tagged evoluzionisti, informazione, ricerca, annunci, Varie ed eventuali | 28 Comments »
Un vero V.I.P.: Il gabbiano roseo (Chroicocephalus genei)
Le uova in questo nido, costruito in una buca per terra contornata di penne, sterpi e fango,
dopo 22 giorni si fanno strada cosi’ nel mondo:
Ne vien fuori questo:
che cresce
ed infine vola via cosi’:
il gabbiano roseo, pur essendo una specie di generale distribuzione paleartica (Asia, Europa, Nord Africa) e’ un ospite recente sul territorio Italiano. Le prime colonie pare si siano stanziate in Sardegna vicino a Cagliari nel secolo scorso ed ora e’ nidificante anche in Emilia Romagna (nella salina di Cervia, nelle valli di Comacchio e nella Pailassa Baiona), e in Puglia (nelle Saline di Margherita di Savoia). Resta pero’ una specie poco diffusa e considerata vulnerabile.
Lo zoccolo duro delle colonie di questi gabbiani rimangono pero’ le coste del Mar Nero e del Mar d’Azov, che ospitano il 90% di tutte le coppie nidificanti di questi eleganti gabbiani. Sara’ stato il sovraffollamento a farli emigrare da noi.
Sfortunatamente non per la bestia, che non se ne importa nulla, ma per gli ornitologi con scarsa propensione agli scioglilingua il gabbiano roseo e’ stato di recente oggetto di revisione tassonomica per cui dal genere Larus a cui appartengono ad esempio il gabbiano comune e quello reale (sempre che non abbiano cambiato nome questa settimana) si e’ passati all’impronunciabile genere Chroicocephalus . Per fortuna non sono note sottospecie.
Il gabbiano roseo e’ a mio modesto avviso il gabbiano italiano (per fortuna ci e’ venuto da solo e nessuno lo puo’ considerare un alloctono) con piu’ stile e classe. Pur avendo la generale fisionomia di un gabbiano comune, con cui spesso e’ confuso in inverno, le zampe e il collo sono piu’ lunghi, la silouhette e’ un po’ piu’ slanciata, le dimensioni leggermente maggiori e il piumaggio della testa e’ di un bianco immacolato durante il periodo riproduttivo (quella del gabbiano comune e’ nera). In aggiunta a cio’ il petto degli adulti, dopo il secondo anno, ha delle bellissime sfumature rosa confetto.
La ragione per cui il gabbiano roseo e’ roseo e’ da ricercarsi non nei suoi geni ma nella sua dieta raffinata: la classe e’ classe, dopotutto. A differenza dei gabbiani comuni che mangiano di tutto e pasteggiano allegramente nelle discariche, il gabbiano roseo mangia insetti, larve, vermi e pesciolini piccolissimi che cattura col suo becco lungo e appuntito. Sono proprio i carotenoidi contenuti nei chironomidi (larve di ditteri di colore rosso acceso) e nelle artemie saline a tingerne di rosa le piume, esattamente come succede coi fenicotteri rosa che occupano in Italia lo stesso habitat. Per catturare le sue minuscole prede il gabbiano roseo nuota con il collo proteso in avanti in una postura un po’ strana.
In Inverno questo gabbiano vive generalmente lungo le coste, ma nella stagione riproduttiva si sposta nell’interno in lagune e saline, sulle cui sponde nidifica in colonie relativamente piccole come numero di individui e spesso condivise col gabbiano corallino, dato che l’unione fa la forza.
Tutte le foto in questo post tranne quella qui su sono mie.
Un ringraziamento “ufficiale” al Dr Albanese per le informazioni sul gabbiano roseo
Published by tupaia on May 30th, 2009 tagged marini, Uccelli | 5 Comments »
Macropinna microstoma: two is megl’ che uan
Era qualche mese che, anche dietro sollecitazione di alcuni lettori del blog, pensavo di scrivere un post su questo pesce bizzarro. La bozza tuttavia languiva e passava in secondo piano. Giulio, fortunatamente, mi ha dato l’occasione di rispolverarla inviandomi un suo post sull’argomento. Ho ripreso quindi in mano anche la mia vecchia bozza cercando di unire i due post ma mi sono resa conto che la cosa non funzionava. Ho completato quindi la mia bozza ed ecco qui entrambi i post sul Macropinna microstoma. Come diceva uno spot pubblicitario qualche anno fa, two is megl’ che uan.
Nota bene: Il post di Giulio l’ho pubblicato esattamente come me lo ha inviato quindi non ne rispondo. Meno male pero’ cha almeno lui ha il dono della sintesi.
Published by tupaia on May 24th, 2009 tagged annunci | 6 Comments »
Gli occhi dorati del pesce elicottero: Macropinna microstoma
Je dis: Que cherchent-ils au Ciel, tous ces aveugles?
Les aveugles— Charles Baudelaire
La famiglia Opisthoproctidae ospita 11 specie di pesci oceanici, tutti di profondita’, che sembrano fare a gara per chi ha l’adattamento piu’ bizzarro. Di uno di questi pesci, il Dolichopteryx longipes, si e’ gia’ discusso in precedenza su questo blog.
Siccome alle stranezze non c’e’ mai fine, sotto a chi tocca e passiamo all’ancora piu’ bizzarro Macropinna microstoma.
Sia Dolichopteryx longipes che Macropinna microstoma hanno avuto di recente il loro quarto d’ora di celebrita’ sui giornali perche’ nuovi incredibili dettagli sono emersi su di loro grazie al lavoro certosino dei biologi marini, ma entrambe le specie erano gia’ da tempo note alla scienza. Macropinna microstoma, in particolare, era stato classificato gia’ nel 1939 da Chapman e sin da allora erano cominciati gli studi sulla fisiologia e sulla biochimica di questo bizzarro pesciolino, piuttosto comune lungo le coste Nord Americane del Pacifico. Il pesce tuttavia e’ piuttosto incospicuo, raggiunge in media una massima lunghezza di 5 cm e vive nella zona mesopelagica tra 500 e 1000 metri di profondita’: per questo motivo, ancora molto poco su di lui e’ noto.
Cio’ che manca fondamentalmente e’ la possibilita’ di osservare i pesci di profondita’ direttamente. Complicatissimo inviare subacquei in una zona profonda, buia, freddissima e scarsamente popolata quale e’ la “twilight zone” mesopelagica. Complicatissimo, se non quasi impossibile, anche pescare vivi o almeno integri questi pesci: la differenza di pressione fa si che arrivino in superficie in condizioni anatomicamente pietose.
Effetti della decompressione dovuti al cambiamento di profondita’ in un esemplare di Macropinna microstoma. foto: barcodinglife.org
Per ovviare a cio’ il Monterey Bay Aquarium Research Institute (MBARI) utilizza due ROV che si chiamano Ventana e Tiburion, dei robot teleguidati da una barca che possono muoversi agevolmente anche a grandi profondita’ (600-800 m) e sono muniti di telecamera e capacita’ di manipolazione, oltreche’ di fari potenti. Cio’ ha consentito a due ricercatori del MBARI, Bruce H. Robison e
Kim R. Reisenbichle, di osservare e filmare Macropinna microstoma comodamente seduti su una barca, sin dal 2004. Le riprese tuttavia non possono sostituire del tutto l’osservazione diretta; i due ricercatori del MBARI sono allora riusciti a fare un sei al superenalotto scientifico e a pescare vivo uno di questi pesci nel 2008.
Macropinna microstoma fotografato da un ROV. © 2004 MBARI; foto: mbari.org
La incredibile, rivoluzionaria scoperta dei due scienziati e’ questa: i barreleye (occhi a barile, questo il nome comune americano di questo pesce e di altri della stessa famiglia, che significa “occhi a barile” per via della forma tubolare) possono muovere gli occhi. Tutto qui, direte voi? Tutto qui. Il resto era gia’ noto e l’hanno montato i giornali.
Cos’hanno quindi anomalo gli occhi di M. microstoma? Fondamentalmente, tutto. La vita in un ambiente quasi completamente buio ha i suoi costi da pagare in termini di adattamento.
Innanzi tutto, c’e’ la caratteristica piu’ evidente: il cranio del pesce e’ coperto da una calotta trasparente, simile al parabrezza di un elicottero. Lo spazio sotto la calotta e’ riempito con un liquido trasparente e al di sotto si vedono i due cristallini, verde luminescente, che sporgono (ouch!) al di fuori della pupilla. Sotto i cristallini, ben visibili in trasparenza, ci sono due strutture tubulari e argentate che costituiscono il resto degli occhi. Anteriormente, sempre ben protetti dalla capsula, ci sono al di sopra della bocca due organi olfattori che a prima vista sembrano gli occhi. Il motivo per cui questa scoperta e’ cosi’ recente e’ che in genere negli esemplari pescati la calotta esplode per la differenza di pressione, ed infatti nei disegni classici del pesce non e’ rappresentata.
I disegni anatomici di Macropinna microstoma precedenti alle esplorazioni di MBARI non rappresentano la calotta trasparente. Immagine: access.afsc.noaa.gov
L’ipotesi avanzata da Robison e Reisenbichle e’ che la calotta trasparente costituisca una protezione per i delicati occhi dell’animale. Il Macropinna infatti si nutrirebbe a spese di meduse coloniali del genere Apolemia dell’ordine dei Siphonophora. Questi celenterati possono avere tentacoli lunghi anche 10 metri e catturano, grazie alle cellule urticanti, copepodi ed altre piccole prede. Si specula quindi che il barreleye si insinui agilmente tra i tentacoli per rubare le prede alla medusa con la sua bocca piccola e precisa; la calotta trasparente offrirebbe una protezione agli occhi del pesce contro i tentacoli urticanti della medusa. Personalmente questa ipotesi non mi convince molto, a questo scopo basterebbe sviluppare delle cornee come quelle degli altri pesci, e suppongo che il pesce sia insensibile alla tossina delle Apolemia, se questo e’ il suo stile di vita, altrimenti sarebbe come giocare tutti i giorni alla roulette russa.
Si riteneva che i due barilotti che costituiscono gli occhi fossero immobili, puntando sempre verso l’alto alla ricerca di prede nella direzione della quasi inesistente luce solare. In realta’ a quella profondita’ quel che si cerca sono luci da bioluminescenza contro lo sfondo scuro. Ci si chiedeva quindi come facesse il pesce a guardare in direzione della bocca quando catturava qualche preda. Ebbene, i due ricercatori canadesi hanno osservato sia dalle immagini del ROV che nell’unico esemplare catturato vivo, che e’ sopravissuto qualche ora nell’acquario sulla barca, che il pesce puo’ ruotare gli occhi in avanti per guardare cosa ha di fronte. Elementare, Watson.
Inutile a dirsi, gli occhi del Macropinna sono tubolari e non sferici come quelli degli altri pesci perche’ cio’ consente di cogliere meglio i fuochi fatui delle bioluminescenze abissali: l’enorme cristallino sferico non e’ compensato da un altrettanto grande occhio che disperderebbe la luce, ma posto al di sopra di un tubo che fisiologicamente rappresenta una specie di cannocchiale, e che e’ piu’ stretto del cristallino. Immaginate quindi il campo visivo di questo pesce provando a guardare il mondo attraverso un binocolo da teatro: solo quello che e’ direttamente davanti a voi puo’ essere osservato. Non molto comodo, ma almeno quella piccola immagine e’ a fuoco.
Ebbene si, Macropinna microstoma puo’ ruotare gli occhi: in A si vedono entrambi i cristallini puntare verso ‘alto, in B solo il destro, che punta verso la bocca. Foto: scienceblogs.com
Ma perche’ i cristallini sono verdi? Bella domanda, non e’ chiarissimo. Nel regno animale ci sono tre tipi di animali che hanno una pigmentazione del cristallino: gli animali terrestri diurni, come gli scoiattoli di terra Spermophilus beecheyi, gli animali molto longevi, come noi umani, e i barreleye. Gli animali diurni hanno spesso bisogno di un filtro giallo per eliminare le lunghezze d’onda piu’corte e piu’ dannose (leggi raggi UV) e per aumentare il contrasto dell’immagine senza fotoni ad alta energia che si disperdono nel fondo dell’occhio rendendo l’immagine meno nitida. Come portare le lenti gialline dei piloti di caccia o degli sciatori, insomma. Gli animali molto longevi invece possono avere nel cristallino una pigmentazione gialla senescente dovuta all’accumulo di sostanze di scarto con l’eta’. Questo porta ad un ingiallimento della lente che col tempo rende l’immagine sempre piu’ scura, il che non e’ bene. Ma si sa che il nostro design e’ intelligente.
Il terzo caso di cristallino colorato e’ quello del barreleye. Il pigmento giallo-verde, luminescente, anche in questo caso taglierebbe via la luce con la lunghezza d’onda piu’ corta. Ma come, direte voi, ma se e’ cosi’ buio intorno al pesce, non sarebbe il caso di cogliere tutti, ma proprio tutti i fotoni presenti anziche’ segarne qualcuno? In linea di massima si, e di fatto questa soluzione non e’ tra le piu’ popolari e non viene adottata, ad esempio, neanche dal cugino Dolichopteryx.
Al nostro pesciolino pero’ non piacciono le cose semplici e ha sviluppato ancora un altro adattamento sorprendente che va a braccetto col cristallino verde. Noi vertebrati terrestri abbiamo nella retina due tipi di pigmenti visivi, la rodopsina nei bastoncelli, rossa e con un picco di assorbimento verso il verde, che permette di cogliere le forme e la iodopsina nei coni, che consente la visione dei colori. Nelle profondita’ oceaniche dove vive il barreleye i colori non esistono, quindi non serve nessun pigmento per percepirli. Serve invece un pigmento specialmente adattato per individuare sagome al buio ed ecco che anche la rodopsina, comunemente presente negli altri pesci, manca nel Macropinna. Al suo posto c’e’ un pigmento color oro che si chiama crisopsina e ha un picco di assorbimento a 475 nm, ovvero nel blu, mentre la rodopsina assorbe a 510 nm nel verde.
Qual’e’ il vantaggio di questo doppio filtro, crisopsina, piu’ cristallino colorato? Vale la pena di sacrificare fotoni ad alta energia in un posto dove la luce e’ quasi inesistente? Il tutto e’ ancora oggetto di speculazione e ci sono due ipotesi, entrambe molto affascinanti. La prima e’ l’”ipotesi della sensibilita’” di Denton e Warren (1963) in cui si postula che il modo migliore di vedere un corpo scuro contro uno sfondo buio (ad esempio la sagoma di un predatore) e’ cogliere esattamente la lunghezza d’onda dello sfondo perche’ cio’ aumenta il contrasto con la tenue ombra della sagoma dell’altro pesce. Questo avrebbe spostato il picco di assorbimento dal verde al blu. Il cristallino inoltre, tagliando tutte le lunghezze d’onda inferiori a 46o nm, ridurrebbe l’aberrazione cromatica filtrando tutti quei fotoni che per via dell’alta energia tenderebbero a rimbalzare nell’occhio sfuocando l’immagine. L’altra ipotesi (Munz, 1976) sostiene invece che nella “twilight zone”, come la chiamano gli americani, luce solare non ne arriverebbe affatto e quindi non esiste sagoma scura contro fondo meno scuro. Gli animali presenti pero’ sono quasi tutti bioluminescenti ed emettono, guarda un po’, proprio a 475 nm e il motivo per cui emettono proprio a quella lunghezza d’onda che e’ esattamente la stessa dello sfondo, per cui emettono luce ma visti dal basso verso l’alto sono assolutamente mimetici. Tutto l’ambaradan nell’occhio del Macropinna quindi sarebbe funzionale a mettere in risalto i fotofori delle meduse e dei predatori accentuando la luce da bioluminescenza su quello dello sfondo del “cielo”.
Concentrandoci sugli adattamenti visivi di questo pesce, abbiamo dimenticato finora un altro adattamento peculiare del barreleye, che addirittura gli da il nome: le grandi pinne. A che gli servono? Complessivamente a mantenere sospeso a mezz’acqua l’animale, come un elicottero appunto, in modo che possa manovrare facilmente tra i tentacoli della medusa o sfuggire, all’occorrenza, ai ricercatori, come dice Bruce Robinson nel filmato.
Alcune referenze:
http://www.biolbull.org/cgi/reprint/175/3/397.pdf
http://www.mbari.org/news/news_releases/2009/barreleye/barreleye.html
http://www.bioone.org/doi/abs/10.1643/CG-07-082
http://www.springerlink.com/content/t0267×242x02u428/fulltext.pdf
http://bjo.bmj.com/cgi/content/extract/85/10/1148
Published by tupaia on May 24th, 2009 tagged ricerca, marini, Pesci | Comment now »
Lo strano caso di “testa di vetro”: Macropinna microstoma - Post di Giulio
A volte la realtà supera di gran lunga la fantasia. Prendiamo ad esempio le profondità dell’oceano, con tutti i loro misteri ancora da svelare; innumerevoli scrittori di fantascienza (e non solo) si sono sbizzarriti nell’immaginare strane e terrificanti creature marine, tentando di renderle il più originali e realistiche possibili. Ma nessuno di loro avrebbe mai potuto concepire l’esistenza di un essere strambo come Macropinna microstoma (dal greco “grossa pinna, piccola bocca”), il pesce dalla testa trasparente. La bestiola in questione vive nel Pacifico del nord tra i 500 e i 1000 metri di profondità, ed è senza dubbio una creatura unica al mondo. Si tratta di un pesce Attinopterigio lungo circa 15 cm appartenente all’ordine degli Osmeriformes, più precisamente alla famiglia degli Opisthoproctidae.
Macropinna microstoma che guarda verso l’alto. © 2004 MBARI Foto: mbari.org
E’ l’unico rappresentante noto del genere Macropinna, ma non è certo questo a renderlo tanto speciale; il suo cranio è infatti completamente trasparente, così da rendere perfettamente visibili gli organi interni della testa (i quali grazie alla luce che filtra attraverso l’acqua assumono un colore violaceo, in contrasto con lo scuro del resto del corpo). Un’altra stravaganza è costituita dai grandi occhi tubulari di colore verde situati all’interno della calotta trasparente, che sono valsi all’animale il soprannome di “barreleye”. Ad un primo sguardo gli occhi sono difficili da notare ed è facile confonderli con le due piccole fessure situate nella parte alta del muso, che hanno in realtà funzione olfattoria. Ma le sorprese non finiscono qui! I grandi occhi sono infatti capaci di raccogliere ed immagazzinare luce, conferendo al pesce una sorta di “vista a tunnel” con cui orientarsi nelle oscure acque in cui vive. Oltre a ciò possono ruotare lungo l’asse longitudinale permettendo all’animale di guardare in tutte le direzioni attraverso la copertura trasparente ( il che spiega la sua straordinaria abilità nel catturare le prede con movimenti rapidi e precisi). Le pinne larghe e piatte gli permettono di restare sospeso in acqua nella quasi totale immobilità, e di compiere manovre estremamente accurate.
Macropinna microstoma. Le due fossette non sono gli occhi ma le narici. © 2004 MBARI Foto: mbari.org
La piccola bocca suggerisce una grande precisione e selettività nella cattura di piccole prede natanti, ma d’altro canto la notevole ampiezza del tubo digerente indica una dieta molto varia composta da molte specie di piccole creature pelagiche. Secondo gli studiosi il Macropinna microstoma avrebbe sviluppato anche una notevole abilità nel rubare il cibo dai tentacoli delle grandi meduse coloniali (sifonofori) appartenenti al genere Apolemia; il pesce, nuotando con movimenti cauti e precisi fra i tentacoli della medusa, riuscirebbe a catturare crostacei copepodi e altri animaletti intrappolati fra i tentacoli stessi. In questa delicata operazione un ruolo fondamentale sarebbe svolto dalla calotta trasparente, che proteggerebbe gli occhi del pesce dal veleno dei tentacoli permettendogli al tempo stesso di localizzare le prede intrappolate. Lo strano essere era noto alla scienza già dal 1939, quando fu descritto per la prima volta, ma sul suo conto si avevano pochissime informazioni. Ancora oggi non è chiaro se sia una specie rara o ad ampia diffusione. Recentemente però è stato studiato da vicino dal Monterey Bay Acquarium Research Institute (MBARI), che lo ha ripreso con un robot subacqueo al largo delle coste della California. Grazie a questo lavoro disponiamo di un gran numero di immagini e di un incredibile filmato che mostra il Macropinna microstoma mentre nuota placidamente davanti alla telecamera, chiedendosi probabilmente il perché di tanta curiosità da parte degli umani. Che ci sarà di strano nell’avere la testa trasparente, dopotutto?
Published by tupaia on May 24th, 2009 tagged ricerca, marini, Pesci | 2 Comments »
La bambola di gomma delle fatine dei fiori
(C) LisaSignorile
Perdonate la digressione “botanica”, sara’ la primavera. Si tratta di Orchis anthropophora, un esemplare fotografato sul Gargano.
Published by tupaia on May 18th, 2009 tagged Varie ed eventuali | 7 Comments »
Ricci mannari? No, ratti lunari (Echinosorex gymnurus)
Whyxcgk si sveglia dal letargo con la sgradevole sensazione di aver avuto un incubo. Whyxcgk e’ un riccio (Erinaceus europaeus) che vive felicemente a qualche giardino di distanza da casa vostra, mangiando lombrichi e attendendo placido di essere investito da un’auto in una sera d’autunno.
Foto: www.comune.campora.sa.it
Nel buio della sua tana invernale il piccolo riccio ricorda nel dormiveglia il sogno che lo ha destato precocemente: era in una palude, e aveva perduto tutte, ma proprio tutte, le spine. Questo e’ gia’ terribile di per se per un riccio, ma Whyxcgk nel sogno non somigliava a Spud, il riccio mutante trovato in Inghilterra: era molto, molto piu’ mostruoso. Il riccio del sogno era enorme, con una bocca piena di denti, e si stagliava bianco e perfettamente visibile contro lo sfondo di mangrovie, alla ricerca non di succulente lumache e teneri lombrichi, ma di millepiedi enormi, scorpioni giganti, rane orribili, granchi. Nel sogno la creatura puzzava di cipolle marce e si aggirava (orrore!) nel cuore del giorno. Whyxcgk era diventato un mostro, un riccio mannaro, alla luce solare.
Il riccio mannaro, l’incubo di qualunque riccio europeo, esiste davvero ed e’ un cugino tropicale (stessa famiglia, gli Erinaceidea) di Whyxcgk. Si chiama moonrat, cioe’ ratto lunare, o Echinosorex gymnurus e vive in Malesia, Borneo e Sumatra nelle foreste umide e nelle paludi di mangrovie. Come avrete intuito non ha le spine bensi’ un pelo ispido bianco e nero, che negli esemplari del Borneo e’ sovente completamente bianco. Il nome di ratto lunare deriva dall’aspetto di ratto gigante, con la coda lunga (i ricci ce l’hanno cortissima), il muso lungo e senza pelo e il corpo slanciato, con il colore da “tintarella di luna”. Piu’ che a ricci o ratti assomigliano in realta’ ad Opossum della Virginia che pure sono bianchi e arruffati, ma sono marsupiali: un semplice caso di evoluzione convergente.
Echinosorex gymnurus bianco. Foto: americazoo.com
Tutti i rappresentanti della famiglia Erinaceidea (24 specie tra Europa, Africa e Asia) hanno le spine, con l’eccezione delle sette specie di ratti lunari, o gimnuri, tutti provenienti dalle foreste del Sud-Est asiatico. Come mai? Sarebbe forse piu’ corretto dire che non sono i gimnuri ad aver perso le spine, ma i ricci ad averle acquisite come meccanismo di difesa tramite la selezione naturale, e non sarebbe neanche un caso isolato: le echidne dell’Australia e della Nuova Guinea, i tenrec del Madagascar, gli istrici (che sono roditori), i ratti spinosi americani e africani hanno infatti evoluto le spine dai peli di guardia in modo del tutto indipendente: e’ una buona idea che funziona in modo eccellente e costa poco dal punto di vista metabolico.
I ratti lunari sicuramente assomigliano moltissimo agli Adapisoricidae, i primi insettivori che si differenziarono centomila anni fa, nel Cretaceo Medio, che non avevano le spine, ma hanno evoluto per proprio conto tutti gli adattamenti necessari alla vita in un ambiente ostile, caldissimo e umido. Mentre gli antenati dei ricci preferirono infatti ambienti dal clima secco e moderatamente piu’ fresco (anche se in realta’ l’unico Erinaceide che va in letargo e’ il nostro riccio europeo), i gimnuri vivono tutti nella fascia tropicale tra la Cina e le Filippine.
Come fanno allora i ratti lunari a difendersi dai predatori? Sicuramente le loro carni non sono sgradevoli poiche’ tutt’oggi vengono mangiati dalle popolazioni locali, esattamente come fanno i nostri contadini con i ricci (pare che cotti sotto la cenere con tutte le spine siano una prelibatezza, secondo una ricetta Rom). Semplice, hanno fatto in modo di rendersi sgradevoli puzzando. Dalle ghiandole perianali, esattamente come le puzzole, secernono una sostanza ricca di ammoniaca che viene descritta come “odore di cipolle marce”. Particolare curioso, gli opossum della Virginia a cui tanto assomigliano adottano esattamente la stessa tecnica della puzza in caso di pericolo. A pensarci bene, il colore bianco e nero ben evidente dei ratti lunari e’ lo stesso pattern delle moffette americane, che sono pero’ sono carnivori. Convergenze, ancora convergenze.
Opossum della Virginia (Didelphis marsupialis) albino. Confrontare la foto con quella del ratto lunare. Foto: © Charles Lee hiltonpond.org
Se si sentono minacciati, pero’, prima di sprecare preziose risorse secernendo lo Chanel n.5 perianale, i nostri sorcioni giganti (sono gli insettivori piu’ grossi, hanno piu’ o meno le dimensioni di un coniglio e pesano sino a 2 kg), preferiscono nascondersi tra i tronchi delle mangrovie o in buchi scavati nel terreno. Non so come ci riescano, delle cose grosse e bianche in una foresta scura, ma a quanto pare l’espediente funziona tanto bene che se ne vanno in giro anche di giorno, se vogliono, mentre i ricci nonostante le spine e il colore mimetico sono tutti rigidamente notturni.
Siccome appartengono all’ordine degli insettivori, ricci e gimnuri sono onnivori: come Walt Whitman, anche loro evidentemente si contraddicono perche’ contengono moltitudini. Le moltitudini contenute nello stomaco di E. gymnurus per la precisione vanno dai roditori ai coleotteri, passando anche per granchi enormi, frutta e funghi: tutto quello che non scappa abbastanza velocemente. Il cibo viene masticato con ben 44 denti, otto in piu’ di quelli di un riccio comune, e per giunta piu’ grossi e con canini ben sviluppati. Un morso di moonrat non dev’essere un’esperienza piacevole, se si sopravvive alla puzza. Non ci sono notizie sulla resistenza ai veleni dei serpenti dei gimnuri, caratteristica ben nota del riccio europeo che e’ spesso insensibile (con vari gradi di variabilita’ individuale) a molte tossine.
Questi animali sono solitari, e se un conspecifico entra nel loro territorio nonostante le marcature odorose alla cipolla lo accolgono con un coro si soffi e sibili descritti come “hiss-puff”, con una buona onomatopea inglese, e ringhi sordi. Quando la femmina e’ in estro accoglie comunque il maschio soffiandogli, poi si pensa. Mediamente vi sono due cucciolate l’anno e vengono alla luce due piccoli alla volta, che vengono accuditi solo dalla madre in un nido foderato di foglie scavato dalla madre.
Non so a voi, ma a me i ricci di casa nostra, nonostante le spine, sono molto piu’ simpatici.
Alcune referenze:
http://www.zin.ru/annrep/2000/26.html
http://animaldiversity.ummz.umich.edu/site/accounts/information/Erinaceidae.html
Published by tupaia on May 17th, 2009 tagged mammiferi, Insettivori | 11 Comments »
Galeodea echinophora
Guardate questa conchiglia:
Bella, no? Non ha molto valore sul mercato, al massimo nove dollari, da una rapida ricerca su Google. I collezionisti pero’ l’apprezzano molto, per cio’ che appare da fuori. In fondo e’ li che molti di noi si fermano: al guscio esterno. Alzare il velo e vedere cosa c’e’ sotto e’ un operazione che alcuni temono, ma i piu’ ignorano.
Ammetto di avere avuto la stessa superficialita’: ho trovato in vendita alcuni esemplari (piuttosto comuni in Mediterraneo) e li ho acquistati per la conchiglia. Poi, arrivata a casa, la sorpresa. Eccola:
Gli animali erano vivi e ho con stupore ammirato che anche i gasteropodi marini, come quelli terrestri, hanno gli occhi su peduncoli. Ovviamente era qualcosa che conoscevo, in teoria, ed era sciocco stupirsene. Solo, mai, mai prima mi era capitato di osservare un gasteropode marino guardarsi intorno con tanta nonchalance. La spiegazione e’ ovvia: i gasteropodi marini piccoli non ce la fanno a resistere fuori dall’acqua abbastanza d andarsene in giro. Un animale molto grande come questo evidentemente riesce a resistere meglio fuori dall’acqua. Pero’… pero’ mi ha lasciato senza parole. Ho preso gli esemplari con le “antennine” da fuori e con l’aria di volersene andare in giro e sono corsa a ributtarli in mare. Dubito che ce l’abbiano fatta, ma io la buona volonta’ ce l’ho messa. Tutti gli altri, quelli rimasti a casa, hanno dovuto subire il triste destino della preparazione, consistente in bollitura ed “eliminazione delle parti molli”.
Era triste pero’ uccidere le creature solo per il loro “esterno”. Per folle che possa sembrare, ho allora deciso di non sprecare niente e di degustare i miei campioni malacologici con olio e limone. Erano ottimi, ma non fatelo sapere in giro.
La terza sorpresa e’ arrivata quando ho cominciato a cercare in giro informazioni sulla biologia della mia cena, scoprendo che sia i miei testi che la rete sono estremamente laconici in proposito. Si sa che vivono in fondali sabbiosi oltre i 10 m di profondita’ e si seppelliscono parzialmente nel substrato; si sa che si nutrono di ricci di mare, per lo piu’ Echinocardium cordatum. Si sa che ci si arrampicano su grazie al piede robusto che resiste alle spine e che con la radula e secrezioni di acido solforico prima rimuovono le spine da una piccola area, poi si aprono un varco di un paio di mm nel riccio, da cui risucchiano gli organi lasciando solo l’intestino. Pochissimo altro.
Uno degli animali che ho … ehm… sezionato conteneva una sacca piena di uova di circa 7 x 1.5 cm, mentre in altri due esemplari la sacca era vuota; evidentemente in basso Adriatico, dove sono stati pescati gli esemplari, maggio e’ il periodo riproduttivo.
Si e’ anche osservato che i giovani gia’ un giorno dopo la schiusa sono in grado di strisciare verso i ricci e di nutrirsi dei pedicelli o dell’epitelio tra le spine.
L’attenzione dei piu’ sembra pero’ essere rivolta a contare i tubercoli sulla conchiglia onde decidere in quante sottospecie suddividere il taxon. Penso che persino l’olio e il limone siano un fato migliore per l’animale rispetto ad una disputa tassonomica tra collezionisti di gusci vuoti. Ammetto pero’ che l’ideale sarebbe lasciarle dove si trovano, sepolte tra la sabbia, imboscate a caccia di ricci.
N.B. la musica di Jurassic Park nel video l’ho scelta per ricordare che le conchiglie d questa specie si trovano spesso fossili in italia in strati del Terziario. Anche loro hanno una piccola dignita’ di “fossile vivente”.
Published by tupaia on May 10th, 2009 tagged uncategorised | 11 Comments »
Sensi di colpa
Ho appena ucciso e divorato la creatura del mio prossimo post.
Era ottima, per giunta, per quanto un po’ disgustosa a vedersi!
Published by tupaia on May 7th, 2009 tagged Varie ed eventuali | 10 Comments »
Il pitohui: la storia della scoperta del primo uccello velenoso
Quella di Jack Dumbacher e della sua incredibile scoperta e’ una storia che merita di essere raccontata.
Era il 1989 e Jack, all’epoca neolaureato dell’universita’ di Chicaco, studiava l’ecologia di un uccello del paradiso (Paradisea raggiana) nel Varirata National Park in Papua Nuova Guinea con una borsa di studio del National Geographic. Per fare cio’ aveva bisogno di catturare gli uccelli e a tale scopo tendeva delle reti nella foresta. In queste reti, ovviamente, rimanevano intrappolati anche altri uccelli che Jack prontamente liberava.
Il pitohui incappucciato, Pitohui dichrous. (C) John Dumbacher. Foto da: science.blogdig.net
Un giorno districava dalle reti l’ennesimo pitohui incappucciato (Pitohui dichrous), un passeriforme vagamente imparentato coi corvidi molto comune e molto colorato, e anche piuttosto antipatico: gli esemplari di questa specie beccavano e graffiavano come ossessi quando venivano liberati e puzzavano al punto che l’odore rimaneva sulle mani per giorni. I nativi, non a caso, lo chiamano uccello-immondizia. Quel giorno il pitohui catturato era particolarmente violento e graffio’ Jack su una mano; Jack pero’, intento con le sue reti, non aveva il tempo di medicarsi. Piuttosto incautamente dunque porto’ alla bocca la ferita perche’, come dice Rambo, “non aveva il tempo di sanguinare”. Sia detto per inciso: e’ pratica comune, e’ capitato anche alla poco virile sottoscritta quando censiva bestiole piene di denti.
Dopo poco percepi’ un curioso senso di torpore alle labbra e alla lingua, che duro’ parecchio tempo. Li’ per li’ non si rese conto della causa, ci sono parecchie piante velenose nella giungla. Parlando con altre persone del campo, pero’, comincio’ a rendersi conto che c’era una curiosa associazione tra la sensazione di intorpidimento che aveva provato e il contatto con il pitohui.
Quando l’anno successivo torno’ in Nuova Guinea, decise di vederci a fondo in questa storia e comincio’ a esaminare i pitoui catturati, tra gli altri modi tastando le penne con la lingua per vedere se la sensazione di torpore alla bocca fosse collegata con il piumaggio della bestia: i nativi gli avevano detto che l’uccello-spazzatura ha carni amare se mangiato, che ha la tendenza a far sentire male chi se ne ciba e che comunque bisogna consumarlo dopo aver eliminato la pelle e le penne (per mangiare una roba cosi’ puzzolente bisogna avere proprio fame, comunque). E Jack non sara’ ne’ il primo ne’ l’ultimo studente a fare carriera all’universita’ leccando uccelli, ma lasciamo perdere…
Effettivamente si, c’era una correlazione diretta tra il piumaggio dell’uccello e la sensazione di torpore e Jack fu piuttosto incauto nel testare la tossina su di se’, ma non bisogna fermare il corso della scienza con dettagli di forma, come mi e’ stato detto di recente a proposito di un problema burocratico con l’universita’. La scoperta che le penne del pitohui contenessero una tossina rendeva questa bestia il primo uccello velenoso mai scoperto al mondo e frutto’ al giovanissimo Jack una pubblicazione su Science. Dettaglio singolare, questi volatili erano ben noti alla scienza occidentale da oltre un secolo, sono cumunissimi in Papuasia, sono stati collezionati, studiati e inviati a musei di tutto il mondo ma nessuno si era mai reso conto che fossero velenosi: a nessuno e’ mai venuto in mente anche solo di ipotizzare che un uccello potesse essere velenoso, o di chiedere ai nativi. Preconcetti sceintifici.
John Dumbacher dalla sua pagina web:mnh.si.edu
Le stranezze pero’ non si fermano qui.
Tornato in patria, Jack decise giustamente di scoprire di che tossina si trattasse, compito tutt’altro che facile anche per il piu’ attrezzato laboratorio chimico, figurarsi se a chiedere l’analisi era un oscuro studentello. Un colpo di fortuna gli venne in aiuto, perche’ gli fu presentato John Daly, un ricercatore dell’Istituto Nazionale per la Salute che si era a lungo occupato della tossina di alcune rane Dendrobatidi come Phyllobates terribilis, quelle da cui gli indios Choco dell’ Amazzonia colombiana ricavano il veleno per intingere le frecce e renderle velenose. Fortunatamente, questi accetto’ di tentare l’analisi. Giusto a titolo di prova, estrasse la tossina dalle penne e la inietto’ in un topo: dopo pochi minuti, era morto. Provo’ allora a testare la tossina del pitohui usando come standard il veleno delle rane e… Sorpresa! Era proprio batracotossina (omobatracotossina, per la precisione, HomoBTX), la stessa identica e letale sostanza presente nelle rane e di cui basta pochissimo per uccidere una persona. Fortunatamente per Jack, che aveva leccato i pitohui con tanto zelo, negli uccelli il veleno e’ molto piu’ diluito che nelle rane.
A questo punto Jack torno’ in Papua Nuova Guinea e si rese conto che di pitohui velenosi ci sono almeno altre tre specie, il rugginoso (Pitohui ferrugineus), il nero (P. nigrescens), e il variabile (P. kirhocephalus), forse di piu’ perche’ la tassonomia di questi uccelli e’ infase di revisione tassonomica : bisogna anche aggiungere oggigiorno il pancia bianca (P. variabilis) e il crestato (P. cristatus). Di questi pero’, il Pitohui dichrous e’ sicuramente il piu’ tossico.
Ancora pero’ le sorprese non finiscono qui: in Nuova Guinea Jack ebbe l’opportunita’ di leggere un trattato “ornito-antropologico”, Birds of My Kalam Country, scritto dagli antropologi Ralph Bulmer e Ian Saem Majnep sulle conoscenze tribali del popolo Kalam sugli uccelli locali e apprese che il wobob, il pitohui, non era l’unico tipo di uccello velenoso della Nuova Guinea. Ora, di sicuro chi mastica foglie di betel tutto il giorno non e’ la piu’ attendibile delle fonti, ma queste persone hanno una familiarita’ e una conoscienza delle specie vegetali e animali del loro territorio da far invidia a qualunque tassonomo. Jack decise cosi’ di tentare l’impresa recandosi nela Valle di Kaironk, una remota regione della provincia di Mandang dove Saem Majnep e il suo popolo dei Kalam ancora vivono. Seguendo le direttive dei Kalam, Jack si inerpico’ cosi’ su per i monti nebbiosi della valle per fare un’altra brillante scoperta: l’esistenza di un altro tipo di uccello non imparentato col pitohui, l’ifrita dal dorso blu (Ifrita kovaldi), pure velenoso e anch’esso contenente il potente veleno delle rane sudamericane, la batracotossina. Il nome locale dell’ifrita e’ slek-yakt, che significa “uccello amaro”, e i Kalam pensano che un solo assaggio delle penne possa essere fatale ad un uomo.
Ifrita kowaldi. Foto di John Dumbacher da: nationalzoo.si.edu
Cosa lega le rane, il pitohui e l’ifrita? Come mai il veleno e’ sempre lo stesso? Ad eccezione dei serpenti, di qualche salamandra, di alcuni pesci e dell’ornitorinco, non esistono molti vertebrati capaci di produrre autonomamente veleni. Oltretutto, la velenosita’ dei pitohui e degli ifrita varia da luogo a luogo da nulla a letale: nel Varirata National Park Jack starnutiva e gli lacrimavano gli occhi solo a tenere l’animale in mano, poche miglia piu’ a nord invece i pitohui non erano per nulla tossici. Si e’ quindi postulato che la batracotossina sia originariamente derivata da coleotteri della diffusissima famiglia Merylidae, genere Chorisine, che sia rane sud americane che uccelli guineiani mangiano come parte integrante della loro dieta. La diffusione del coleottero in due localita’ cosi’ lontane sarebbe da attribuire all’origine Gondwaniana della famiglia. Si sospetta pero’ che a sua volta il coleottero non produca la tossina da solo, ma che la assuma a sua volta da una pianta di cui si nutre. Una specie di staffetta tossica, insomma, in cui ognuno si impadronice di un veleno per cercare di difendersi dai predatori, ma trova sempre una predatore che non solo diventa resistente alla tossina, ma che la usa a sua volta per difendersi.
Struttura chimica dell’omobatracotossina
Ma come funziona questo veleno? La batracotossina e’ un alcaloide steroideo (molti veleni sono alcaloidi, inclusi nicotina e caffeina) che si lega alle cellule dei muscoli e dei nervi. Per trasmettere l’impulso e consentire il movimento queste cellule sono dotate di speciali aperture dette “canali del sodio” che consentono il movimento di ioni positivi verso l’esterno e quindi di mantenere una differenza di carica elettrica tra l’esterno e l’interno della cellula, che si inverte quando il muscolo o il nervo devono compiere un movimento. La batracotossina si lega a questi canali del sodio chiudendoli per sempre e quindi bloccando le cariche elettriche. Il risultato e’ la morte quasi immediata per arresto cardiaco e paralisi respiratoria.
Questi canali del sodio sono presenti in tutti gli organismi viventi dotati di un sistema nervoso e sono quasi identici in tutti gli animali. Non e’ noto quindi come gli uccelli, le rane e i coleotteri possano sopravvivere ingerendo il veleno. Il modo pero’ in cui viene utilizzato il veleno e’ molto diverso tra rane e uccelli:le rane Phyllobates, quelle velenose e coloratissime (in genere gialle, blu o rosse), catturano il veleno e lo accumulano in speciali ghiandole poste sul dorso. Se un potenziale predatore le infastidisce, secernono BTX quasi puro dalle ghiandole, diventando letali.
Coleottero del genere Cheosine. Foto di John Dumbacher da: nationalzoo.si.edu
Gli uccelli della Nuova Guinea, invece, sequestrano il veleno e lo concentrano nelle cellule della pelle e dell’epidermide, ed e’ presente quindi anche nella “forfora” prodotta dalla naturale esfoliazione cutanea. Essendo il processo continuo, la quantita’ di BTX secreta via via e’ minore. In particolare l’accumulo e’ particolarmente rilevante nelle cellule del petto e delle zone inferiori e questo dovrebbe rendere anche i nidi piuttosto tossici.
L’uso che gli uccelli fanno del veleno e’ piuttosto dibattuto. Il pitohui incappucciato, il primo scoperto come velenoso, e’ nero e arancione, ovvero ha quella che i biologi chiamano colorazione aposematica, tipica di tutte le specie che vogliono far sapere ai loro predatori che chi tocca muore, come i serpenti corallo, le farfalle monarca o anche le coccinelle. Se il veleno non e’ mortale i predatori imparano rapidamente a riconoscere il segnale cromatico e a tenersene alla larga. Gli altri pitohui meno velenosi sono anche meno colorati. L’ifrita invece, allo stesso scopo, ha una vistosa colorazione blu sulla testa.
Secondo il nostro Jack, che oramai dovremmo chiamare Dr. Dumbacher e che e’ l’autorita’ mondiale in questo campo, il veleno serve anche a tenere alla larga gli insetti parassiti, come i pidocchi delle penne, e questo ha perfettamente senso in un posto che pullula di parassiti come la foresta. Non solo: se mamma pitohui si sdraia sulle uova a covarle, l’esfoliazione cutanea (leggi forfora) piena di veleno cade sulle uova e sui piccolini. Se un serpente dovesse nottetempo arrivare al nido, quando i genitori sono a caccia, una tastata con la lingua provocherebbe al serpente lo stesso effetto provocato su Jack, ovvero un formicolio e torpore come accade a chi lecca un peperoncino (anche l’acido capsico e’ un alcaloide) e questo sarebbe sufficiente a scoraggiare il serpente dal mangiare la nidiata.
Altri ricercatori suggeriscono pero’ che la capacita’ di questi uccelli a tollerare il BTX li renda capaci di utilizzare una fonte di cibo che nessun altro vuole, e che il resto sia un effetto collaterale.
Di sicuro i pitohui sono uccelli importantissimi per le dinamiche etologiche sociali in papuasia, e questa idea non viene da uno qualsiasi (senza nulla togliere al geniale e coraggioso Dr Dumbacher), ma addirittura che da Jared Diamond, che in gioventu’ ha lavorato come ornitologo proprio in Nuova Guinea. Stormi di pitohui piu’ o meno velenosi si mescolano ad altri uccelli, come quelli del paradiso, e confondono i predatori.
Sebbene la Nuova Guinea sia una terra meravigliosa, inesplorata e sconosciuta, sembra pero’ che non dobbiamo considerarla primatista in fatto di uccelli velenosi, e’ solo che li vivono gli unici scientificamente dimostrati velenosi . La storia di John (Jack) Dumbacher ci insegna che spesso si danno per scontate molte cose sulla biologia degli animali, e che spesso viviamo fianco a fianco con loro senza capirne la natura. Si direbbe cosi’ che la coturnice (Coturnix coturnix cortunix), l’oca armata (Plectropterus gambensis), la colomba macchiata africana (Columba arquatrix) siano anche tossici a causa degli insetti che mangiano e la tortora ali bronzine australiana (Phaps sp.) sequestra il letale fluoroacetato da una pianta. Il fulmaro secerne oli tossici dallo stomaco se minacciato. Audobon, il pittore naturalista americano, fece mangiare al suo cane un parrocchetto ora estinto ritenuto velenoso e si sospetta che anche qualche specie di martin pescatore possa essere tossica.
Insomma, non e’ il veleno arcinoto dei serpenti che dobbiamo temere, ma quello ignoto delle colombe.
Alcune referenze consultate
http://www.pnas.org/content/97/24/12970.full
http://birds.suite101.com/article.cfm/poisonous_birds
http://www.interaktv.com/articles/pitohui.htm
http://nationalzoo.si.edu/Publications/ZooGoer/2001/2/intoxnewguineabirds.cfm
http://findarticles.com/p/articles/mi_m1200/is_17_158/ai_67832329/
http://findarticles.com/p/articles/mi_qa3793/is_199910/ai_n8857191/
Published by tupaia on May 3rd, 2009 tagged ricerca, Uccelli | 17 Comments »
La truffa perfetta: Maculinea rebeli (Post di Giulio)
Questa è la storia di una truffa, di un inganno tanto geniale e ben congegnato da far impallidire Danny Ocean e i suoi degni compagni. Il truffatore è una piccola, graziosa farfalla, la vittima … un’intera colonia di formiche!
I ricercatori dell’università di Torino, del Centre for Ecology & Hydrology (Regno Unito) e dell’università di Oxford (Regno Unito) hanno scoperto che un lepidottero chiamato farfalla blu (Maculinea rebeli) completa il proprio ciclo di sviluppo all’interno dei formicai, ingannandone gli occupanti grazie alle sue straordinarie doti di parassita sociale. La farfalla blu è presente in Europa occidentale (Italia compresa), ma è piuttosto rara. Inoltre i cambiamenti nel suo habitat ne stanno riducendo drasticamente il numero, tanto che secondo i ricercatori la si può trovare ormai solo nei prati di alcune regioni di montagna, dove un tipo particolare di formiche coabita con le piante di genziana necessarie alla crescita dei giovani bruchi. La Maculinea rebeli è dunque nella lista delle specie in pericolo d’estinzione, a causa anche della complessità del suo ciclo biologico.
Maculinea rebeli. Foto: macman-project.de
I bruchi infatti possono svilupparsi solo su alcune piante di genziana (genziana minore e genziana germanica), e hanno bisogno delle formiche rosse della specie Myrmica shencki per completare la loro crescita; gli adulti depongono le uova nei boccioli della pianta, e le larve vivono e mangiano nei calici dei fiori per circa due settimane.
A questo punto la truffa può iniziare: il bruco si lascia cadere dalla pianta nutrice e resta a terra immobile, iniziando a produrre sostanze chimiche simili a quelle emesse dalle larve di formica. Una formica operaia di passaggio viene attratta da tali sostanze e raccoglie il bruco per portarlo nel nido. Quest’ultimo, una volta nel formicaio, inizia a produrre suoni simili a quelli della larva di formica regina (mimetismo acustico), e di conseguenza viene trattato come tale dalle operaie. Questa scoperta è stata realizzata grazie all’uso di un minuscolo microfono, con il quale i ricercatori hanno potuto captare i suoni emessi dal bruco e osservarne gli effetti sulle formiche. I suoni registrati sono stati poi riprodotti all’interno dei formicai usando un micro-altoparlante, con risultati analoghi. Queste ricerche hanno inoltre dimostrato che il ruolo della comunicazione acustica nelle colonie di formiche è stato sempre sottovalutato, poiché in realtà essa è importante quanto l’emissione di sostanze chimiche.
Bruco di farfalla blu accudito da Myrmica Shencki. (C) Jeremy Thomas; foto: Foto: macman-project.de
Grazie a questo inganno sonoro, il bruco di Maculinea rebeli viene accudito, nutrito e protetto, e gode di tutti i privilegi di una vera larva di regina: in caso di pericolo viene tratto in salvo per primo, e se c’è scarsità di cibo mangia prima delle altre larve. In mancanza di alimenti le operaie arrivano addirittura ad uccidere le loro larve per dargliele in pasto! Negli 11-12 mesi in cui vive nella colonia la farfalla acquista il 98% del suo peso. Ma come fa a rinnovare la truffa al momento di chiudersi in bozzolo? Sempre grazie ai suoni! La pupa dunque viene ancora accudita dalle operaie, che la trasportano nella parte più alta del nido (forse per questioni di temperatura). Da qui la farfalla adulta, finalmente fuoriuscita dal bozzolo, può facilmente fuggire, grazie anche alle ali ripiegate e bagnate che la aiutano ad attraversare gli stretti cunicoli del formicaio. La fuga della farfalla inoltre avviene al mattino, quando le formiche sono meno vigili, così da minimizzare i rischi. Se non è genio questo…
Fonti:
http://www.scienzeonline.com/
http://www.pikaia.eu/easyne2/
Published by tupaia on April 25th, 2009 tagged parassiti, comportamento, invertebrati, Insetti | 18 Comments »
Megatherium americanum: il Luca Brasi del Pleistocene
It was beauty that killed the beast
Fatte le debite proporzioni, un bradipo di terra americano, o Megaterio, non era molto piu’ piccolo di King Kong. Fortunatamente non andava in giro sequestrando “bionde in pericolo”, ne’ i suoi resti fossili scappano dal NHM rifugiandosi sulla Canary Wharf Tower per evitare i biplani.
Immaginiamo pero’ lo spettacolo che devono aver ammirato i membri della civilta’ Clovis che per primi giunsero in Sud America, circa 10.000 anni fa.
E’ l’alba nella macchia disseminata di yucca e di agavi. Una nebbiolina leggera si alza dal suolo, dopo la fresca umidita’ della notte, e tra poco il sole indorera’ tutto il paesaggio in una esplosione di suoni, odori e colori. I cacciatori si guardano intorno rabbrividendo, un Thylacosmilus dai denti a sciabola potrebbe essere nei paraggi, o magari un branco di striate boriene o di altri sparassodonti maculati, dalle cui zanne non avrebbero scampo. Improvvisamente qualcosa si muove, in fondo alla valle. Si avverte come una vibrazione del terreno, un enorme, lentissimo tamburo che si avvicina con la lentezza del tempo, tonf, tonf, tonf. I cacciatori spaventati si nascondono dietro un costone di roccia, e rimangono pietrificati ad osservare la bruma che si solleva. Tonf, tonf, tonf, lentissimo, ma sempre piu’ vicino. Ogni tanto smette, per poi riprendere. Dalla nebbia, finalmente, emerge un’ombra scura in lontananza. Silenzio. Il sole, sempre piu’ alto, si fa strada tra la nebbia e finalmente, eccolo. Un’ombra, immensa, torreggia sulla macchia, e quando un raggio di sole la illumina, il suo lungo pelo brunastro scintilla di rugiada come se fosse la superficie di un lago villoso. I cacciatori sono senza parole. Mai hanno visto un simile gigante, neanche il Mastodonte che i loro padri cacciavano al Nord. Improvvisamente -meraviglia!- la gigantesca creatura si alza sulle zampe posteriori e comincia placidamente a brucare le foglie della piu’ alta delle agavi, strappandole con una lingua rosa e lunga quanto un bambino. Sembra una immensa scimmia gigante, cosi’ tranquillamente seduta sulle due zampe posteriori. I guerrieri si stanno chiedendo se provare ad attaccare la creatura, quando uno scalpiccio di zoccoli attrae la loro attenzione: una giovane Macrauchenia terrorizzata e’ allo stremo, inseguita da un immenso smilodon, che l’atterra con un’ultima, poderosa zampata e la uccide con una sciabolata dei denti. Lo smilodon annusa nervoso l’aria prima di cominciare a nutrirsi, e con ragione: la scena e’ stata colta anche da altri occhi. Il gigante peloso ha smesso infatti di cibarsi delle spinose foglie delle agavi e si sta dirigendo lento ma determinato verso la scena dell’uccisione. La gente dei Clovis non capisce: cosa cerca qui quell’immenso scimmione erbivoro? Sicuramente il quadro e’ impressionante: la creatura cammina bipede, come un guerriero, e la sua ombra, proiettata dal sole dell’alba, arriva sin quasi a loro; in basso lo smilodon ruggisce nervoso, il muso rosso di sangue della Macrauchenia. Quando il gigante e’ arrivato vicino allo smilodon i cacciatori capiscono subito: le possenti zampate del bradipo, munite di artigli lunghissimi, infliggerebbero ferite troppo profonde alla tigre dai denti a sciabola, che di fatto fugge verso la macchia. Padrone incontrollato della scena, il bradipo incomincia a cibarsi della Macrauchenia: e’ onnivoro! Il cacciatore piu’ giovane, Ginocchia-Che-Tremano, e’ in preda al panico e non ce la fa piu’. Senza controllarsi esce allo scoperto e scaglia la sua lunga lancia contro il gigante, colpendolo. Il cacciatore anziano, Balla-Col-Prothylacinus, impreca aspettandosi che il mostro si rivolti contro Ginocchia-Che-Tremano, ma non accade: il bradipo ha smesso di mangiare e guarda con piccoli occhi opachi il giovane guerriero, senza aggredirlo. Tutto il gruppo allora esce allo scoperto e attacca il gigante a distanza, con le lance. In realta’ potrebbero anche andare li coi coltelli, perche’ il bradipo non li attacca: resta ad aspettare la morte, e l’estinzione: e’ giunto il suo ultimo - e unico- predatore.
Disegno: licenza Creative Commons
Questo e’ naturalmente un ozioso racconto di fantasia, ma le cose potrebbero non essere andate troppo diversamente. Vediamo pero’ di ricostruire la storia dei bradipi giganti con un’ottica un po’ piu’ scientifica.
Il bradipi appartengono al taxon degli Xenarthra, che vuol dire “con le articolazioni strane” in riferimento a delle strane giunzioni vertebrali. Gli antenati degli Xenarthra si chiamavano Palaenodonti e comparvero in Nord-America gia’ nel Cretacico. Erano caratterizzati da denti modificati, senza radici, caratteristica che si ritrova anche negli Xenarthra moderni e che spinse il famosissimo paleontologo Cuvier a chiamarli “edentati”. In realta’ solo i formichieri sono senza denti, mentre i bradipi li necessitano per masticare le foglie, e infatti li hanno, anche se senza smalto. Questi primitivi Xenarthra, alla fine del Cretacico, subito prima dell’estinzione di massa dei dinosauri, ebbero una inaspettata fortuna: i due continenti americani, che erano rimasti separati per un tempo lunghissimo dopo la spaccatura della Pangea, si riunirono. Cio’ consenti’ il passaggio di questi proto-bradipi, formichieri e armadilli in sud America, insieme ai marsupiali e agli estinti condilartri. La giunzione tra le due masse continentali duro’ poco tempo, e alla fine del Mesozoico questi mammiferi primitivi si ritrovarono tutti soli in un continente immenso e privo sia di dinosauri che di mammiferi piu’ veloci e competitivi, il che porto’ a una radiazione adattativa con la comparsa di moltissime specie bizzarre.
Il primo bradipo morfologicamente moderno comparve in Argentina nel Miocene, una ventina di milioni di anni fa, e si chiamava Hapalops, che significa “di aspetto gentile”. Era grosso come una pecora, parzialmente arboricolo, e aveva gia’ gli unghioni sulle zampe anteriori che lo costringevano a camminare sulle nocche, come fanno sia i bradipi moderni che i gorilla. A differenza pero’ dei bradipi attuali e di Sid, il bradipo del cartone animato “L’era glaciale”, l’Hapalops aveva un cervello grande, che chissa’ a cosa gli serviva. In compenso aveva i denti scarsi e piccoli, che gli creavano un sacco di problemi nella masticazione delle foglie. Probabilmente il cervello grande gli serviva a trovare un dentista che non lo rapinasse. Moltissimi altri bradipi si differenziarono, di dimensioni intermedie, tra cui anche uno completamente acquatico (Thalassocnus).
Hapalops. Foto: biogeocarlos.blogspot
Purtroppo per l’Hapalops, alla fine del Miocene, circa 6 milioni di anni fa, avvenne un evento sconvolgente: i due continenti americani si riunirono di nuovo attraverso il canale Bolivar. Cio’ permise il trasferimento di massa in sud America di tantissimi immigrati clandestini che si erano evoluti nel frattempo in America del Nord, un ambiente che era molto piu’ difficile e competitivo per via delle connessioni con il resto della Laurasia. Arrivarono cosi’ i cammelli, i peccari, i tapiri, i cervi, i cavalli, i mastodonti (mammuth), i conigli, i toporagni, gli scoiattoli, i topi. Questo costituiva un problema serio, perche’ tutta questa gente competeva pesantemente con i bradipi per le risorse, dalla felce arborea al parcheggio sotto casa. Come se non bastasse, al seguito di tutta quella roba commestibile, arrivarono ovviamente anche i predatori: canidi, orsi, felini e mustelidi.
Come fare a sopravvivere? da un lato i vecchi predatori marsupiali, dall’altro i nuovi predatori placentati e nel mezzo un sacco di nuovi competitori, e il conto del dentista da pagare. Altro che la crisi del 2009! L’unica era evolversi, e il gigantismo del Megatherium americanum e’ la risposta, giunta nel Pleistocene, un po’ meno di due milioni di anni fa.
Coi suoi 6 metri di lunghezza (in piedi era alto il doppio di un elefante moderno) e le sue 4 tonnellate di peso, era sicuramente la creatura piu’ grande che camminasse in sud America, ed uno dei mammiferi terrestri piu’ grandi che siano mai esistiti.
Sino agli anni ottanta del secolo scorso si pensava che questa immensa creatura fosse erbivora, ma attenti studi sulla dentatura fanno intuire che in realta’ fosse un onnivoro. Ecco allora farsi largo l’idea che il Megaterio, avendone la possibilita’, si distogliesse dalle foglie per impadronirsi delle prede dei carnivori: la sua mole e la sua struttura ossea mal si adattano con quella di un predatore attivo. Come un Luca Brasi del terziario, il Megatherium probabilmente si presentava ai predatori armato di unghioni micidiali (anche quelli dei piccoli bradipi arboricoli non scherzano, quelli del megaterio dovevano essere spaventosi) con “una proposta che non potevano rifiutare”. Come dirgli di no? Di sicuro nessun predatore avrebbe osato attaccarlo direttamente, tranne forse i cuccioli e gli anziani, come ora accade con gli elefanti. Si e’ anche pensato che potesse ferire le prede con gli unghioni aspettandone la morte per setticemia, come oggi fa il varano di Komodo, ma personalmente mi sembra poco credibile.
Un’altra sorpresa e’ giunta quando si sono trovate le impronte fossili, che ci hanno fatto capire che il megaterio, almeno per parte del suo tempo, camminava in piedi. Per bilanciarsi usava la possente coda muscolare, che forniva un terzo punto d’appoggio. Gli unghioni delle mani erano di sicuro un impedimento per poggiare le zampe anteriori a terra, ma il problema e’ stato risolto facilmente da tutti gli Xenarthra: basta camminare sulle nocche. Allora perche’ un animale cosi’ pesante camminava in piedi? L’atto di ergersi sicuramente implicava delle tensioni anomale sullo scheletro, per via del peso. Alcuni formichieri moderni lo fanno per difesa, si alzano sulle posteriori e fanno vedere gli unghioni. Il Megaterio pero’ non aveva nessuno contro cui difendersi. Magari era semplicemente un modo comodo per spostarsi a brucare una diversa cima di albero in una zona di boscaglia, dove il sottobosco rende complicata la deambulazione quadrupede e delle forti braccia possono strappare i rami per nutrirsi. E’ stato pero’ postulato che il bipedismo servisse per spostare le prede. Alcuni inquetanti ritrovamenti fossili ci mostrano dei Gliptodonti morti a pancia in su. I Gliptodonti erano una specie di armadilli, corazzati come una tartaruga e lunghi anche tre metri (circa le dimensioni e il peso di un Maggiolino Volkswagen). Per capovolgerli ci sarebbe voluto un animale fortissimo, con le anteriori libere, e magari dotato di unghioni per aprire la corazzatura. E magari dopo sotterrava anche pezzi di preda, come fanno oggi gli scoiattoli. Chissa’. Il ritratto che ne emerge e’ pero’ inquietante: da lento e stupido erbivoro a potente predatore, anche se magari ugualmente lento e stupido.
I bradipi di terra continuarono il loro indiscusso successo sino alla fine del Pleistocene, e furono cosi’ eccellenti nel sopravvivere che alcune specie, grosse ma piu’ piccole del Megaterio, attraversarono l’istmo di Panama e invasero il Messico e gli USA, in quello che viene chiamato “il grande interscambio americano”. Poi, improvvisamente, si estinsero, in un brevissimo spazio di tempo. Fu la bellezza a uccidere la bestia, come sostenuto nel film King Kong, o fu (ovviamente) altro?
L’estinzione del Pleistocene, circa 10.000 anni fa, fu una catastrofe assoluta: il 73% della megafauna del Nord America, l’80% di quella del Sud America e l’86% della megafauna australiana, e tra questi il nostro Megaterio. Gli altri continenti, invece, furono toccati poco o nulla. Cosa accadde? Tre le ipotesi:
1) cambiamenti climatici dovuti alla fine delle glaciazioni che indussero un cambiamento nella vegetazione
2) surplus di uccisioni da parte dei popoli che invasero le americhe
3) malattie portate dagli animali al seguito del Clovis, come ratti e cani. Il principale indiziato e’ la leptospirosi.
Tutte e tre queste ipotesi offrono il fianco a critiche, ad esempio come mai i cambiamenti climatici non abbiano causato estinzioni in Europa o come mai l’estinzione avvenne anche in Australia, dove gli uomini erano arrivati 30.000 anni prima. Probabilmente la verita’ e’ da ricercarsi in tutte e tre insieme queste tre ipotesi, o magari ce n’e’ una quarta che non abbiamo ancora considerato.
Di sicuro e’ un peccato aver perduto lo spettacolo del Megaterio a caccia, ma del resto oggi viviamo insieme alle megattere, l’animale piu’ grande mai esistito in tutti i tempi, e ci stiamo dando da fare attivamente per annientarle, quindi anche se il Megaterio fosse arrivato fino a noi, ora come ora l’estinzione non gliela toglierebbe nessuno, e non potremmo neanche dare la colpa alle malattie (ai cambiamenti climatici si, ma quelli gira e volta sono comunque colpa nostra).
Al giorno d’oggi, sopravvivono solo due specie di bradipo, non piu’ grandi di un cane, e sono specie rare e a rischio di estinzione.
Bradipo tridattilo, Bradypus tridactilus. Foto (C) Lisa Signorile
Published by tupaia on April 11th, 2009 tagged Estinti!, mammiferi | 19 Comments »
Rivelazione finale sul calamaro gigante
La notizia e’ ripresa dalla prestigiosa rivista on-line “The Daily Mash“. La traduco sotto per chi non conosce a sufficienza l’inglese da apprezzare i metodi sofisticati di questi scienziati inglesi. Chi invece parla la lingua, mi perdoni l’approssimativita’ della traduzione. Ne vale comunque la pena, il Daily Mash e’ eccezionale, anche se con la mia traduzione perde parecchio.
Un calamaro gigante trovato al largo delle coste dell’antartico e’ fondamentalmente uguale a un calamaro normale, solo molto, molto piu’ grosso, ha rivelato un team di zoologi delusi ieri sera.
Il professore Wayne Hayes, dell’ Instituto degli Studi, riferisce che il primo incontro con l’enorme esemplare e’ avvenuto mentre guardavano il secondo tempo del campionato mondiale di biliardo da Sheffield.
Il professor Hayes ha aggiunto: “Quando lo portano dentro io gli faccio ‘Gesu’ Cristo, questa e’ una strafottuta figata. E’ morto?’
“E gli faccio a Dave, ‘Dave, spegni un poco la TV e magari dammi una mano col calamaro piu’ grosso del mondo che mi hanno appena scodellato in braccio, come al solito’.
“Sai che ti dico? ‘Sto fatto sta cominciando a schifare. Ogni volta che uno trova qualcosa di enorme e disgustoso nel mare finisce sempre nel mio ufficio con un post-it sopra’
“E gli faccio ‘Scusa, sai, ma in caso tu non lo abbia notato sto cercando di guardare il fottuto biliardo!’”
Il Dr David Hobbs aggiunge: “Io vado e prendo il librone dei calamari mentre Wayne resta incastrato con un coltellino da campeggio e un paio di pinzette.
“E pensavo:’ scommetto che ha il sangue verde o la faccia al rovescio. O ha gli occhi alla punta dei tentacoli. O magari e’ caduto da un’astronave! Devo ammettere, mi sentivo piuttosto eccitato’.
“Ma appena iniziamo a sfruculiare la’ dentro diventa ovvio che e’ solo un calamaro molto, molto grande. Che spreco di tempo.”
Il Dr Hobbs aggiunge: “A essere onesti, penso che lo mangeremo. Ha mica guardato il biliardo?”
Published by tupaia on April 8th, 2009 tagged ricerca, deliri, marini, invertebrati | 3 Comments »
Pelomyxa palustris, la madre di tutti i mal di testa
Come l’araba Fenice, che vi sia ciascun lo dice, cosa sia nessun lo sa
Parafrasato da Metastasio, “Demetrio”, atto II, scena III
Per una volta, eccezionalmente, questo blog fa un salto fuori dalle stranezze del regno animale. Il salto pero’ e’ un salto nel buio, perche’ non saprei dirvi con precisione a che regno appartenga la creatura in questione. Tanto, tanto tempo fa (XIX secolo), quando la vita era semplice e la zoologia era uno sport per gentiluomini di campagna, la Pelomyxa palustris era classificata come animale unicellulare. Poi ci si sono messe di mezzo la tassonomia, la cladistica e la biologia molecolare e oggi, come risultato, non sappiamo piu’ cos’e’ questa bestia. Due le possibilita’, a seconda degli autori: potrebbe (versione dell’ITIS) appartenere al regno dei protozoi, creature con caratteristiche citologiche animali ma unicellulari, o potrebbe appartenere (versione “Tree of life project“) al misterioso regno degli amebozoa, di cui farebbero pare le classiche amebe, la Pelomyxa che e’ un po’ una cosa a se’ e gli inquietanti Acrasiomiceti, una volta considerati funghi e oggi considerati dai biologi di incerta collocazione, ma io so cosa sono: sono alieni, ma questo e’ un altro post.
Alcuni considerano la Pelomyxa una creatura in stasi evolutiva dal Precambriano, un essere da cui si sarebbero evoluti tutti gli eucarioti, la madre di tutte le cellule, insomma.
Innanzi tutto, occorre fare una doverosa premessa: questo e’, ahime’, un post un po’ complicato. Se dovete portar fuori il cane o state preparando la mousse di melanzane fatelo prima di addentrarvi nella lettura. Chi vi scrive, dopo molti giorni di riflessione, ha dovuto prendere il coraggio a due mani prima di impugnare la tastiera e riordinare le idee.
Seconda premessa: mi rendo ben conto che la citologia possa essere per molti un surrogato del Valium ma avro’ bisogno di usare in questo post alcuni termini tecnici che vado a spiegare. Chi li conosce gia’ mi perdoni la verbosita’ (o la eccessiva semplificazione, a seconda di come vede il mondo) ed e’ autorizzato a saltare i prossimi capoversi.
Gli esseri viventi si dividono in tre grandi gruppi, o “domini”: gli Eubatteri, gli Archebatteri e gli Eucarioti. I primi due hanno una cellula piccola e semplice, detta “procariote” (le differenze tra i due primi domini sono di tipo biochimico piu’ che di aspetto), mentre gli ultimi hanno una cellula grossa e complessa detta “Eucariote” e includono animali, vegetali, funghi e insomma tutta la roba che non chiamiamo batteri. Noi eucarioti siamo un pochetto piu’ imparentati con gli Archebatteri, e infatti siamo altrettanto sfigati: i veri dominatori della biosfera sono gli Eubatteri, come si arguisce da qui.
Cellula Procariote. Da: helpformystudents.com
Le cellula procariote e’ formata da una membranella tenera circondata da un involucro rigido al cui interno si trova una sostanza gelatinosa detta citoplasma. Sparso in questo citoplasma c’e’ un anellino di DNA, un po’ di ribosomi piccoli, che sono “palline” di RNA e proteine che servono a fabbricare altre proteine, un po’ di microtubuli (che sono delle impalcature di sostegno), enzimi, vitamine e altre molecole piccole varie ed eventuali. All’esterno a volte si trovano delle strutture dette ciglia o flagelli che servono alla cellula per spostarsi. Tutto qui, ne’ piu’ ne’ meno. La riproduzione e’ sempre asessuata e in genere avviene con la divisione in due della cellula. Sicuramente il modello base del creato, e infatti sono anche le piu’ antiche.
Le cellule eucariote invece sono multi-accessoriate e full-option, il modello deluxe della serie. Al loro interno il DNA, costituito non da un singolo anello ma da coppie di lunghe catene dette cromosomi, e’ circondato da una membrana detta membrana nucleare e il tutto forma il nucleo, assente nei procarioti. Nel citoplasma oltre a un ricco impianto di microtubuli e di grossi ribosomi vi sono anche una serie di organelli che aiutano la cellula a svolgere le sue diverse funzioni. Ad esempio, vi sono tre distinti sistemi di membrane: il Reticolo Endoplasmatico Rugoso (RER), il Reticolo Endoplasmatico Liscio (REL) e l’Apparato del Golgi. Tutti e tre questi organelli sono costituiti da sacchettini piatti fatti con lo stesso materiale della membrana esterna, sono coinvolti nella sintesi di varie sostanze utili alla cellula (RER e REL), nel loro immaggazzinamento (REL e a volte Golgi) e nella loro distribuzione finale (apparato del Golgi) e comunicano tra di loro grazie a uno scambio di sacchettini (vescicole). I sacchettini del Golgi, in particolare, detti “cisterne”, sono impilati l’uno sull’altro a formare i dittiosomi, fondamentali per la comunicazione tra i vari compartimenti cellulari e con l’esterno. Per farla breve omettero’ gli altri oranelli non direttamente coinvolti in questo post e mi soffermero’ solo sui due organelli piu’ utili e piu’ inquetanti: i mitocondri e i cloroplasti.
Cellula Eucariote. Da: helpformystudents.com
I mitocondri si occupano della produzione dell’energia della cellula, sotto forma di un “carburante” detto ATP, grazie ad un processo chiamato “respirazione aerobia“ che richiede la presenza di ossigeno nell’ambiente. Alcuni eucarioti e molti procarioti riescono pero’ a produrre energia anche senza ossigeno, grazie alla respirazione anaerobia, che avviene nel citoplasma. I cloroplasti sono la sede della fotosintesi clorofilliana nelle piante e altri organismi verdi.
La primitiva cellula eucariote, qualcosa come due miliardi di anni fa, era anearobia e non disponeva di mitocondri. Poi avvenne un evento straordinario: un alfa-proteobatterio (un eubatterio di cui ce ne sono ancora moltissimi in giro ai nostri tempi), aerobio, entro’ in una proto-cellula eucariote e si stabili’ una endosimbiosi tra i due: la grossa cellula eucariote offriva protezione al batterio, il batterio forniva energia. Non solo, permise agli eucarioti la conquista del mondo, sempre piu’ ricco di ossigeno (velenoso per molti anaerobi). Senza questa endosimbiosi, noi eucarioti saremmo ancora li a strisciare nei fanghi anossici. Il rapporto tra i due organismi divenne sempre piu’ stretto, al punto che il batterio trasferi’ parte dei suoi geni nel nucleo dell’ospite, altri li perse completamente (quelli ridondanti), conservandone all’interno solo una piccola parte: in questo modo, gli e’ impossibile tornare indietro alla vita libera ed e’ diventato quello che oggi chiamiamo mitocondrio. Ogni uomo, ogni donna, ogni filo d’erba, ogni libellula e’ pertanto una chimera, l’insieme di due individui, un eucariote e un procariote. Come facciamo a dirlo con certezza? La biologia molecolare ci viene in aiuto: tutti gli eucarioti hanno ad esempio nel nucleo il gene mitocondriale (e batterico) Hsp. Oltretutto possiamo osservare i geni per l’RNA dei ribosomi dei mitocondri (si, hanno conservato i loro ribosomi, e sono diversi da quelli della cellula).
Questo incredibile evento di endosimbiosi sembra che sia avvenuto una sola volta nella storia, e che tutti gli eucarioti quindi discendano da quella protocellula che ospito’ per prima il batterio-mitocondrio. Siamo insomma tutti imparentati e monofiletici. Alcuni proto-eucarioti, tuttavia, non contenti, permisero l’ingresso di almeno un altro batterio (un cianobatterio fotosintetizzante) che con lo stesso meccanismo si trasformo’ in un cloroplasto, e questo separo’ per sempre le piante e le alghe dal resto delle creature. Meccanismi piu’ complicati fecero’ si poi che gli organismi fotosintetizzanti si accaparrassero altri endosimbionti, e oggi alcuni autori contano che di questi eventi ne siano avvenuti almeno 13!
Pelomyxa palustris. Schema tratto da: eol.org
E adesso che sappiamo tutte queste cose, possiamo finalmente guardare piu’ da vicino la Pelomyxa palustris.
Questa creatura, come si diceva, e’ costituita da un’unica cellula, gigantesca. Una cellula normale e’ grande qualche centesimo di millimetro, la Pelomyxa invece puo’ arrivare invece anche a mezzo centimetro! Vive nei fanghi degli stagni in Europa e in Nord-America, e trovarla non e’ difficile, la si nota spuntare bianchiccia nel fango anche ad occhio nudo. E’ sicuramente uno dei piu’ grossi eucarioti unicellulari esistenti (anche se recentemente ne hanno trovato uno da tre cm). Vive in un ambiente microaerobo, cioe’ nei sedimenti dove ossigeno ce n’e', ma non e’ molto.
Fino a qui, tutto bene. Il problema e’ che all’interno la cellula e’ tutta “sbagliata”.
Innanzi tutto e’ polinucleata, cioe’ ha in un unico citoplasma anche un centinaio di nuclei. Questa non e’ una caratteristica unica e la si riscontra in diverse specie di ameba e di altri protisti. Il termine tecnico per definire questa condizione e’ “plasmodio”. Il problema e’ che questi nuclei si dividono in modo anomalo, ad esempio non si e’ mai notato un fuso mitotico, quella struttura fatta di mucrotubuli che aiuta il nucleo a dividersi (presente in tutti gli altri eucarioti). Oltretutto il processo di divisione cellulare, chiamato mitosi, avviene in quattro fasi ben distinte che non sono mai state osservate in Pelomyxa, e i nuclei in un dato organismo sono sempre tutti simili. Come facciano quindi i nuclei a dividersi e’ un mistero, si postula una specie di “gemmazione”. Quando “The Blob” vuole riprodursi, si limita a dividersi in tre-quattro pezzi distribuendosi i nuclei, cosi’ senza tanti complimenti. Non ci sono altri eucarioti con una simile caratteristica.
Il citoplasma e’ suddiviso in due parti, una esterna poco densa e una interna, vicino ai nuclei, densa e ricca di organelli. In questa zona di citoplasma denso qualcosa salta subito all’occhio: mancano i mitocondri! Non ce ne sono, neanche uno, in tutta la cellula! Com’e’ possibile, alla luce di quanto detto sopra? C’e’ di piu’. Ci sono ben tre diversi batteri endosimbionti, di cui nessuno assomiglia, neanche da lontano, ad un mitocondrio. Ho letto una tesi di laurea scritta ad Oxford nel 1893 in cui gia’ ci si chiedeva che tipo di batteri fossero e se li si potesse isolare. Oggi, dopo piu’ di un secolo, solo uno e’ stato identificato con certezza. Si tratta di Methanobacterium formicicum, un archebatterio anaerobo Gram positivo che produce metano. Probabilmente anche un altro dei tre endosimbionti e’ un batterio metanogeno, gram negativo, mentre del terzo ancora non si sa nulla, si sa solo che e’ un bacillo piuttosto grosso.
Su questa base alcuni autori postulano che Pelomyxa sia un diretto discendente di quelle altre cellule eucariote, quelle che non fecero entrare i mitocondri, e che pertanto si sono arrangiate con l’endosimbiosi di altri batteri, quelli sbagliati, anaerobi. Postulano insomma che gli eucarioti siano polifiletici, comprendendo gli organismi primariamente con mitocondri e quelli che i mitocondri non li hanno mai avuti, e che percio’ sono rimasti come erano un miliardo di anni fa. Oggi per la verita’ questa teoria e’ un po’ in declino: molti autori infatti pensano che tutti gli eucarioti esistenti derivino da quell’unica proto-cellula che fece entrare i mitocondri, e che quei pochi organismi come Pelomyxa che mancano di mitocondri li abbiano persi secondariamente, non gli servivano visto che erano in ambiente quasi anaerobio. A riprova di cio’ ci sarebbe quel famoso gene Hsp presente in TUTTI i nuclei eucarioti. Non sono in grado di dirvi chi abbia ragione. So solo che, come Eucariote, Pelomyxa e’ veramente strana.
Pelomyxa palustris. Foto da: eol.org
Tra le altre anomalie citologiche di Pelomyxa vi e’ la quasi totale mancanza di apparato del Golgi, ridotto a pochissimi dittiosomi, e anche il reticolo endoplasmatico se la passa male, ristretto a una rete di tubuli intorno ai nuclei (nelle cellule eucarioti “normali” il reticolo endoplasmatico e’ esteso a quasi tutto il citoplasma, e il Golgi e’ fondamentale). I ribosomi sono pochi e questo fa pensare a un metabolismo molto ridotto, ma non spiega come faccia Pelomyxa a prosperare senza il Golgi. Sarebbe come un essere umano senza apparato circolatorio, per dire. Mancano anche i vacuoli contrattili, riserve di liquidi nelle altre cellule.
All’interno del citoplasma, oltre a cose utili come granuli di glicogeno (riserve di cibo) grossi quanto i nuclei (10 micrometri), c’e’ anche un sacco di spazzatura, nel senso letterale del termine: granelli di sabbia, frustoli di diatomee, gusci di altre amebe (alcune amebe sono protette da un guscio), spore di conifere, particelle minerali etc. La Pelomyxa infatti e’ vegetariana, ma fondamentalmente ingloba tutto quello che trova e non e’ abbastanza veloce da scappare.
Nel citoplasma ci sono molti microtubuli ed esternamente degli strani flagelli immobili che non si sa bene a cosa servano, visto che non aiutano nel movimento. Forse vestigia del passato? Per quanto riguarda il movimento di questa creatura, bisogna premettere che e’ estremamente lento, per due buoni motivi: primo perche’ la mancanza degli organelli importanti immagino che non aiuti a sentirsi vivaci e pieni di energie, e secondo perche’ tanto vive sepolta da sedimenti, lontano da occhi indiscreti, e il suo cibo sono alghe che non scappano. Il movimento e’ definito, in termini tecnici, una progressione monopodiale. In altre parole, al contrario delle classiche amebe, quelle da manuale, che hanno tanti “pseudopodi” che si estendono un po’ ovunque, Pelomyxa ha un solo pseudopodio che si estende verso avanti, e il resto del corpo, sferico o cilindrico a seconda del momento, segue. Posteriormente c’e’ una struttura che si chiama “uroide” specializzata nella cernita e cattura del cibo.
Un paio di miliardi di anni in stasi morfologica hanno insegnato a Pelomyxa un paio di trucchi su come sopravvivere quando le condizioni ambientali diventano inospitali (meglio tardi che mai, direte voi). E’ possibile infatti trovare questa creatura anche in Siberia, in prossimita’ del circolo Polare, e quando fa freddo fa freddo per tutti.
Quando ha freddo e non c’e’ piu’ cibo, Pelomyxa palustris forma dunque delle cisti rivestite da una membrana protettiva. All’interno si trovano quattro nuclei omogenei, un vacuolo gigante centrale che occupa il 60% del volume ed e’ riempito dei procarioti simbionti e il citoplasma, privo di inclusioni. In primavera dalle cisti emergono cellule binucleate che crescono, riacquisiscono tutto il corredo di batteri simbionti e tornano ad essere multinucleate, ma con una forma allungata. In seguito diventano rotonde e formano delle rosette che si frammentano, dando origine a nuove Pelomyxe.
Sotto il genere Pelomyxa sono state individuate 25 specie al grido di “viva lo splitting”, ma e’ possibile che in molti casi si tratti di stadi diversi della stessa specie. Sicuramente Pelomyxa palustris e’ la specie piu’ caratteristica, ma si discute se sotto questo nome non si nascondano diverse specie che non riusciamo bene ad individuare. Secondo me prima di pensare alla specie sarebbe carino capire a che regno appartiene, giusto per sapere davanti a cosa ci troviamo, ma per questo temo che occorreranno il sequenziamento completo del DNA e molte, molte camomille ai tassonomi. Per ora dobbiamo accontentarci di sapere che le Pelomyxe sono tra noi e probabilmente ci resteranno anche dopo il declino di tutti gli altri eucarioti.
Published by tupaia on April 7th, 2009 tagged unicellulari, uncategorised | 6 Comments »
Slug addicted
Vi piacciono le escargot? Bene, allora oltre a mangiarle dovreste anche provare ad osservarle.
Peppo80 mi segnala questo sito: www.evolutionmegalab.org
Si tratta di una iniziativa su scala Europea inserita nell’ambito dell’anno dedicato all’evoluzione e a Charles Darwin. Il fine e’ capire la connessione tra la distribuzione di una certa specie di chiocciola, la Cepaea nemoralis, il suo ambiente e il suo aspetto, e come queste tre variabili dipendono l’una dall’altra.
Chiunque puo’ partecipare al progetto e sembra anche molto divertente.
Fate attenzione, pero’: la caccia al lumacone da’ dipendenza, oggi per strada ho visto una chiocciola sul marciapiedi e mi sono fermata dieci minuti per osservarla (era un giovane e non era Cepaea nemoralis). Nel frattempo i passanti fissavano questa minorata impalata per strada assorta su un bacarozzo. Fortuna che non hanno chiamato la neuro per un TSO!
Published by tupaia on April 3rd, 2009 tagged ricerca, invertebrati, evoluzione, annunci | 4 Comments »
Il baculum di Adamo
Ho sempre sospettato che le donne a volte sono un po’ delle teste di c****, ma ora ahime’ mi giunge la conferma da una prestigiosa rivista americana, American Journal of Medical Genetics, (2009) 0104(2), pp 284-285.
Si tratta di una lettera all’Editore scritta da due figure prestigiose in campo accademico: Scott F. Gilbert, professore di Biologia allo Swarthmore College e Ziony Zevit, professore all’ American Jewish University di Los Angeles.
In sostanza i due professori, dopo un attento esame, si interrogano su un piccolo mistero che ha sempre afflitto tutti. La chiave interpretativa che offrono e’ estremamente semplice ed elegante ed e’ sorprendente che nessuno vi abbia pensato sinora.
Anche i bambini infatti sanno che il numero di costole degli uomini e delle donne e’ identico e quindi il racconto biblico resta quello che e’: un mito. Esiste pero’ un osso che manca misteriosamente nell’uomo ed e’ assente nella donna, anche se per ovvie ragioni. Si tratta del baculum, ovvero l’osso penico. Quest’osso e’ presente in quasi tutti i mammiferi, inclusi gorilla e scimpanze’, e ha la determinante funzione di fornire un supporto durante l’erezione e facilitare la copula. Com’e’ possibile che una struttura cosi’ determinante sia scomparsa senza una ragione? Cosa ha portato alla scomparsa dell’osso penico nel passare dall’antenato comune delle antropomorfe all’uomo, laddove la sessualita’ ha assunto valore sociale vieppiu’ sempre piu’ importante?
Ebbene, una traccia genetica di questo osso penico rimane: esiste almeno un caso documentato di un bambino di cinque anni a cui e’ stato rimosso un baculum perfettamente formato, e altri casi sono riportati, associati ad altre malformazioni genitali. Non e’ chiaro pero’ se la mancanza del baculum umano sia fisiologicamente imputabile alla mancanza di espressione di fattori paracrini nel mesoderma genitale o ad altri fattori ancora non ben determinati (Hoeg, 1986, Gelbard, 1988; Sarma and Weilbaecher, 1990; Vahlensieck et al., 1995).
Queste anomalie si sono sempre riscontrate ed e’sicuramente posibile che anche le popolazioni piu’ antiche si siano ben presto rese conto dell’anormale mancanza del baculum. Il racconto biblico della costola di Adamo sarebbe allora solo un’allegoria e un’evidenziazione di questo fatto e semanticamente sembrerebbe che non a una costola ci si riferisse, maproprio al baculum: Eva viene generata da Adamo, e il candidato migliore per generare e’ piuttosto il pene che una costola, asseriscono i due professori.
La parola ebraica per costola e’ “tzela”, che pero’ puo’ significare anche promontorio, collina, o gli stoloni di supporto di alcuni alberi come i cedri o gli abeti, o le travi dei palazzi e delle porte, quindi la parola puo’ anche indicare una struttura di supporto. In antico ebraico, per altro, manca la parola per “pene” e per indicare l’organo si usavano delle circonlocuzioni. La traduzione greca spesso interpretava queste parafrasi con il termine “pleura”, che significa “lato”, ma anche “costola”, e questo avrebbe causato la cattiva interpretazione, un po’ come e’ successo al termine”gomena” che e’ stato tradotto in modo errato con “cammello” quando doveva passare attraverso la cruna di un ago.
Un’altra evidenza portata dai professori e’ che dopo la creazione di Eva, secondo la Genesi, “Dio chiuse la carne”. Di questa chiusura sul costato non rimane traccia, ma sui genitali maschili si ed e’ il rafe scrotale.
In conclusione la Bibbia, per una volta, cerca di dare una spiegazione di una evidenza fenomenologica misteriosa (la mancanza del baculum) con un racconto allegorico che pero’ e’ stato completamente travisato dagli interpreti successivi, e cio’ ha portato anche, nei secoli, allo smettere di chiedersi che ne e’ stato del baculum.
Published by tupaia on April 1st, 2009 tagged primati, misteri, informazione, ricerca, evoluzione | 49 Comments »
Che dire…
…grazie a tutti, sembra che siate sempre di piu’












































